Ambivalenza di Socrate

 Ambivalenza di Socrate

di Roberto Persico

1.  da un lato rilancia, contro lo scetticismo dei sofisti, la necessità di ricercare ‘ciò che è sempre vero: che cosa sono la virtù, la giustizia, il bene in se stessi; perché se non si raggiunge questo livello non si può neppur dire perché una singola cosa è giusta, o buona.  (cfr. Antologia, pp. 51-53)

     Questa  ricerca ha due conseguenze:

     a.  la scoperta che ci dev’essere in me qualcosa della stessa natura di ciò che cerco: indistruttibile, eterno. L’essere è l’anima.

     Filebo afferma che bene per tutti gli esseri viventi è il gioire, il piacere, il diletto e tutto ciò che si accorda con questo genere. Noi obiettiamo, invece, che non è questo, ma sono il pensare, l’intendere, il ricordare, e tutto ciò che è imparentato con queste cose, ossia opinione retta e ragionamenti veri, a essere migliori e preferibili rispetto al piacere per tutti gli esseri in grado di parteciparne.

     Possiamo noi indicare nell’anima una parte più divina di quella in cui risiedono la conoscenza e il pensiero? Questa parte dell’anima è simile al divino e, se la si fissa, si impara a conoscere tutto ciò che vi è di divino, intelletto e pensiero, si ha la possibilità di conoscere se stessi nel modo migliore.

     Ora, l’anima ragiona nel modo migliore quando nulla di ciò la turba, né udito né vista né dolore né piacere, ma essa se ne sta in sé sola il più possibile, lasciando andare il corpo e, per quanto può senza avere comunicazione o contatto con esso, tende all’essere.

Socrate

     Andy (dopo due settimane nel buco): C’era il signor Mozart a farmi compagnia… questo è il bello della musica: nessuno può portartela via. A voi la musica non fa lo stesso effetto?

     Red Beh, quand’ero giovane mi divertivo con l’armonica, ma ho perso interesse col tempo. Qui dentro poi che senso ha?

     Andy E’ proprio qui dentro che la musica ha senso. Serve per non dimenticare.

     Red Dimenticare?

     Andy Sì, per non dimenticare che ci sono posti, a questo mondo, che non sono fatti di pietra e che c’è qualcosa dentro di te che nessuno ti può toccare, né togliere, se tu non vuoi.

Da Le ali della libertà

     b. se l’essere è l’anima, a questa compete giudicare anche le leggi; domandarsi e domandare se la legge è giusta

     Prof  Secondo voi, perché Socrate è stato condannato a morte?

     Alessia Non lo so, forse perché, chiedendosi che cos’è la giustizia, poteva anche giudicare se le leggi della città erano giuste o no. I politici così non potevano più far credere che tutto quel che decidevano era giusto; per questo l’hanno condannato.

     Prof  …!!!

     Vedete ora per che ragione vi racconto questo: voglio farvi conoscere donde è nata la calunnia contro di me. Udita la risposta dell’oracolo, riflettei in questo modo: Che cosa mai vuole dire il dio? Che cosa nasconde sotto l’enigma? Perché io, per me, non ho proprio coscienza di essere sapiente, né poco né molto. Che cosa dunque vuole dire il dio quando dice che sono il più sapiente degli uomini? Certo non mente egli, che non può mentire” E per lungo tempo rimasi in questa incertezza, che cosa mai il dio voleva dire. Finalmente, sebbene assai contro voglia, mi misi a farne ricerca, in questo modo. Andai da uno di quelli che hanno fama di essere sapienti; pensavo che solamente così avrei potuto smentire l’oracolo e rispondere al vaticinio: Ecco, questo qui è più sapiente di me, e tu dicevi che ero io”. Mentre dunque io stavo esaminando costui – il nome non c’è bisogno ve lo dica, ateniesi; vi basti che era uno dei nostri uomini politici questo tale con cui, esaminandolo e ragionandoci insieme, feci l’esperimento di cui sto per dirvi – ebbene, questo brav’uomo mi parve, sì, che avesse l’aria, agli occhi di molti altri e particolarmente di se medesimo, di essere sapiente, ma in realtà non fosse; e allora mi provai a farglielo capire, che credeva di essere sapiente, ma non era. E così, da quel momento, non solo venni in odio a colui, ma a molti anche di coloro che erano quivi presenti. E andandomene via dovetti concludere meco stesso che veramente di cotest’uomo ero più sapiente io: in questo senso, che l’uno e l’altro di noi due poteva pur darsi non sapesse niente né di buono né di bello; ma costui credeva sapere e non sapeva, io invece, come non sapevo, neanche credevo sapere; e mi parve insomma che almeno per una piccola cosa io fossi più sapiente di lui, per questa che io, quel che non so, neanche credo saperlo. […]

     Sappiate inoltre che quei giovani che hanno più tempo degli altri, i figlioli delle famiglie più ricche, si accompagnano volentieri con me, e si compiacciono di assistere a questo mio esame degli uomini; e più volte cercano di imitarmi, e si provano anch’essi per proprio conto a esaminare altrui. E allora, si capisce, grande abbondanza trovano di questi uomini che credono saper qualche cosa e sanno poco e niente; e così avviene che quelli che sono esaminati da loro si adirano con me e non con se stessi, e vanno dicendo che Socrate è uomo turpissimo e che corrompe i giovani.

Socrate, in Platone, Apologia di Socrate

     Nata da questa semplice domanda, immensa e sacrilega, «che cos’è?», la filosofia porta alla stessa rivelazione: […] resistere alle risposte trasmesse dagli avi per chiedersi con una sicurezza per la prima volta raggiunta: «Che cos’è il Vero? Che cos’è il Giusto? Che cos’è il Bello?»; non dire più: «Questo è buono, perché così noi lo consideriamo», ma: «Dov’è il Bene, perché noi possiamo servirlo?», tutto ciò significa far posto dentro di sé a uno sguardo che va fuori di sé. I costumi, che dalla notte dei tempi erano giudici, si vedono improvvisamente citati in giudizio e giudicati.

Alain Finkielkraut, L’umanità perduta

2. Dall’altro lato però neppure Socrate stesso riesce a rispondere alle domande che pone; non riesce a definire che cosa siano il       bene, la giustizia, eccetera. Per cui, al momento decisivo, accetta di riconoscere come bene supremo, come del resto tutti i greci, le leggi della città, perché senza di esse non vi sarebbe umanità.

     Se, mentre siamo sul punto di svignarcela di qui, o come altrimenti si debba dire, arrivassero le leggi e l’insieme della città, e si fermassero davanti e dicessero: «Dimmi, Socrate, che cosa hai in mente di fare? Con questa azione a cui ti accingi non pensi forse di distruggere noi, le leggi e l’intera città, per quanto sta in te? Credi che possa ancora esistere e non essere sovvertita quella città in cui le sentenze pronunciate non hanno forza, anzi sono rese inefficaci e distrutte dai cittadini?» Che cosa risponderemmo, Critone, a queste e ad altre simili parole? Molte cose si potrebbero dire, soprattutto da parte di un retore, in difesa di questa legge infranta, la quale prescrive che le sentenze pronunciate abbiano vigore.

     «Credi che  fra te e noi, le leggi, i diritti siano uguali, e che tu abbia il diritto di ricambiare qualsiasi cosa noi tentiamo di farti? Noi, leggi, che ti abbiamo generato, allevato, educato, che abbiamo partecipato a te e a tutti gli altri cittadini tutti i beni di cui disponevamo, dichiariamo tuttavia di avere dato a chiunque degli ateniesi lo desideri, quando sia stato iscritto come cittadino e conosca le faccende della città e noi leggi, la possibilità, se non siamo di suo gradimento, di prendere le proprie cose e di andarsene dove vuole. Ma chi di voi rimane qui e vede il modo con cui pronunciamo le sentenze e amministriamo la città nel resto, diciamo che costui di fatto ormai ci ha dato il consenso che farà ciò che ordiniamo; e se egli non obbedisce diciamo che commette ingiustizia in tre modi: 1. perché disobbedisce a noi che lo abbiamo generato; 2. perché disobbedisce a noi che lo abbiamo allevato; 3. perché, dopo avere consentito a obbedirci, né obbedisce né cerca di persuaderci, se non facciamo bene qualche cosa, quantunque noi lasciamo la scelta di una delle due cose: o di persuaderci o di eseguire».

Socrate, Critone

Silvia:  “Il primo compito dei professori è di educarci alla legalità“

Prof: Il mio primo compito è di educarvi alla ragione e alla libertà“

     Il mondo è solo l’ambito dell’esistenza definito dal potere e dalle sue leggi. C’è stato, a Natale, un intervento di un magistrato che ha esaltato il principio di legalità come assoluto, affermando che il Natale non doveva avere come oggetto Cristo, ma la legalità, l’ordine, l’ordine dello stato. Questo mi richiama a un brano di Milosz su cui abbiamo riflettuto tante volte: «Si è riusciti a far credere all’uomo che se vive è solo per grazia dei potenti. Pensi dunque a bere il caffè e a dare la caccia alle farfalle: chi ama la res publica avrà la mano mozzata».

     Conseguenza evidente e ultima di questo: la perdita della libertà. Un’esistenza definita dal potere e dalle sue leggi ha come conseguenza ultima la perdita della libertà, un’abolizione non proclamata teoricamente, ma di fatto attuata: e poiché la libertà, comunque la si definisca, è il volto dell’io umano, si tratta della perdita della persona umana. Si chiama, appunto, alienazione.

Luigi Giussani