Astrattismo e Arte Astratta Anni ‘50 E ‘60

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Astrattismo e Arte Astratta Anni ‘50 E 60

Come si è evoluta l’arte astratta dai primi anni del 900 fino alla metà del secolo, quali nuove tecniche e modalità espressive sono emerse quali nuovi scopi comunicativi vengono attribuiti al rinnovato linguaggio astratto, su che cosa focalizza l’attenzione quest’ultimo?

Arte Americana

Una delle conseguenze della seconda guerra mondiale è lo spostamento dell’epicentro della vita artistica da Parigi all’America, a New York, dove emigrano molti artisti europei. Le nuove espressioni artistiche che nascono in quegli anni negli stati uniti hanno caratteri originali e autonomi, si scostano dalla cultura figurativa europea. Nella nuova arte quindi è profondamente radicata l’idea americana di vita incentrata sull’aspetto dell’azione , dell’agire libero e intraprendente, svincolato da forme e regole precostituite. L’ arte diventa così esperienza vitale e la pittura viene considerata nel suo aspetto di azione gestuale, venne infatti definita “action painting” pittura d’azione da Harold Rosenberg.

Il quadro non è più inteso come il fine, il prodotto dell’atto pittorico ma ne diventa la testimonianza. L’interesse si sposta dall’opera al procedimento creativo stesso, al gesto dell’artista, riflesso immediato della sua interiorità; c’è un evidente riferimento al Surrealismo, alla “scrittura automatica” che è liberazione dell’inconscio, l’opera si crea al momento senza premeditazione.

Queste forme artistiche sono state definite espressionismo astratto , proprio perché dell’Espressionismo riprendono la concezione dell’arte come estrinsecazione dell’interiorità dell’artista, che però in questo caso usa appunto forme astratte.

Jackson Pollock

Grande protagonista di questa nuova arte è Jackson Pollock la sua pittura si differenzia per un uso libero ed espressivo del colore, è stato inizialmente influenzato nelle sue opere giovanili dalle forme usate da Picasso e dal surrealismo che l’ha spinto a liberare la forza del proprio inconscio sulla tela, il passaggio verso un segno più libero e più carico di energia è graduale: il convulso movimento delle figure sfocia in un groviglio di tratti cromatici , i gesti diventano sempre più ampi e rispecchiano l’istintività del movimento fisico, movimento che viene così impresso nella tela posta orizzontalmente, come fosse il pavimento sul quale si svolge una lotta. Le sue tele del periodo più maturo,ovvero degli anni 50,sono caratterizzate dalla tecnica del “dripping” inventata dal surrealista Max Ernst ovvero quella per cui il colore gocciola direttamente dal barattolo sulla tela indirizzato dal movimento del braccio e del corpo dell’artista, metodo più efficace per esprimere la gestualità dell’azione pittorica; infatti le componenti principali della pittura informale sono il gesto, la materia e il segno,il gesto attraverso la materia diviene segno pittorico; così la pittura diventa più concreta che mai,è anche testimonianza dell’esistere stesso dell’artista.

Jackson Pollock

Jackson Pollock,  Lavender Mist 1950

Priva di ogni residuo figurativo è anche l’arte di Franz Kline nella quale vigorose pennellate lasciate da gesti decisi  definiscono con pochi segni lo spazio pittorico. Ma l’informale non è soltanto espressionismo astratto : esistono in seno a questa tendenza, correnti distinte, come quella dove prevale il segno su ogni altro elemento, tendenza incarnata dall’opera di Mark Tobey dove segni fitti calligrafici ripetuti riempiono senza soluzione di continuità  la superficie pittorica,la sua pittura è stata forse anche influenzata dalle culture orientali e dalla  filosofia zen, per lui dipingere è un atto quasi contemplativo, a differenza di Pollock dove tutto è azione dinamica.

 Mark Tobey  “Northwest Drift” 1958

Mark Tobey  “Canticle”1960

Mark Rothko

Proprio questo carattere contemplativo è intensissimo nelle opere mature di Mark Rothko, ebreo di origini russe emigrato negli stati uniti nel 1913.

Dopo le sue prime esposizioni nel 1935 fu uno dei fondatori del gruppo The Ten, rivolto soprattutto a ricerche nell’ambito dell’astrazione e dell’espressionismo. Cominciò una stretta collaborazione con Gottlieb, sviluppando uno stile pittorico dal contenuto mitologico, figure piatte e derivate dal linguaggio artistico primitivo. Intorno al 1945 avvicinò il suo stile alle tecniche e alle immagini del surrealismo. Il suo lavoro si concentrò sulle emozioni di base, spesso riempiendo grandi tele di canapa con pochi colori intensi e solo piccoli dettagli immediatamente comprensibili. Per questo può anche essere considerato precursore dei pittori color field come Barnett Newman e Ad Reinhardt attivi negli anni ‘50. È infatti tra la fine degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’50 che sviluppa il suo stile della maturità. La sua pittura comincia a diventare più personale, si allontana dalle influenze surrealiste e si caratterizza grazie alla creazione di originali rapporti cromatici che animano le ampie superfici dai contorni indefiniti, il colore è piatto,liquido e trasparente distribuito in stesure sovrapposte. Luminosi rettangoli colorati sembrano stagliarsi sulla tela galleggiando al di sopra dello sfondo,queste superfici non perfettamente uniformi si diffondono in modo sfocato, non sono statiche,sono percorse da un movimento fluttuante,un specie di pulsazione, nella quale l’osservatore si ritrova immerso, arrivando quasi a sfiorare, attraverso la contemplazione dell’opera, una sensazione di carattere metafisico; queste sue opere più mature sono cariche di riferimenti a qualcosa che si slega dalla pura realtà fenomenica per oltrepassarla.

Ecco perché Federico Zeri ritiene le opere di Rothko della cappella De Menil a Houston del 1967 sono l’opera di arte sacra di più elevata intensità, paragonandone la sensazione di sacra sospensione a quello comunicato dai mosaici bizantini a fondo oro. Dopo una lunga lotta contro la depressione, il 25 febbraio 1970 Mark Rothko si suicidò tagliandosi le vene nel suo studio di New York.

Mark Rothko è tra le figure più note e amate dell’arte contemporanea. Nella sua produzione matura egli ha abbracciato in modo esclusivo la forza emotiva della luce e del colore. Per Rothko l’opera d’arte ha come vocazione quella di essere non un «messaggio», ma una finestra sulla realtà, capace di trasformare il modo ordinario di vedere le cose. Sfidando l’osservatore a una partecipazione intensa e senza vie di fuga, l’opera di Rothko resta un confronto con l’assoluto, ed è religiosa in radice.

William Congdon, pittore americano trasferitosi in età matura in Italia parla delle opere di Rothko dicendo che era come se egli per dipingerle facesse sgocciolare il proprio sangue sulla tela. (fonte: wikipedia)

Mark Rothko “n°14” 1960

Mark Rothko “untitled” 1955

In Europa

I pensieri filosofici diffusi dopo la guerra in Europa, specialmente in Francia sono quelli dell’Esistenzialismo, per cui l’uomo non è altro che la sua vita, senza punti di riferimento al di fuori di sé, con la solo certezza di esistere, ecco le radici sulle quali si sviluppa l’informale europeo, caratterizzato da una produzione pittorica di intensa drammaticità e da un interesse per l’aspetto materico di cui si esaltano le capacità espressive, un esempio sono le opere di Jean Fautrier dove la materia cromatica, ricca di sfumature , densa e pastosa  crea immagini con spesse incrostazioni. Un esempio sono le opere “Testa d’ostaggio” del 1954 e “Questo è come ti senti” del 1958

Jean Fautrier Questo è come ti senti 1958

 

Fondata sull’espressività della materia cromatica è la pittura degli artisti del

Gruppo Cobra di cui fa parte Karel Appel  e Pierre Alechinsky, nelle loro opere il segno è duro, aggressivo e incisivo, un ruolo determinante viene attribuito al colore , che risulta denso e brillante.

Karel Appel  femme et oiseau 1953

Karel Appel face 1961

Pierre Alechinsky  au pais de l’encre  1927

In Italia

La poetica dell’informale si diffonde negli anni 50 anche in Italia, il dibattito si svolgeva non più tra le due tendenze dell’astrattismo e del realismo ma in seno all’astrattismo stesso. “L’informale è stato un complesso di ricerche e fermenti “scrive Calvesi- che hanno come comune denominatore l’impegno , tutt’ora attuale di superare le vecchie concezioni idealistiche, spiritualistiche e razionaleggianti della Forma, e tanto l’immagine astratta come entità eidetica e trascendente il fenomeno, quanto l’immagine naturalistica come effige e simbolo ,riferibile ai fenomeni ma distinti da essi , per vagliare le possibilità ulteriori, altre , di una forma che si proponga essa stessa come fenomeno[…] informale non è una derivazione o un sinonimo di informe ma vuol dire , il che è diverso, non “formale”.

Emilio Vedova si avvicina alla gestualità degli action painters, scrivono di lui: “Tutto avviene per emersione diretta, simultanea, come per uno scorrere su nastro di associazioni visive automatiche. E senza che si tratti dell’automatismo psichico di memoria surrealista, si può intendere, piuttosto, come una più complessa registrazione di segni, impronte, passaggi, dove la memoria è la presenza dell’organico, queste impronte della memoria sembrano galleggiare in siti immateriali, spazi senza forma”. Un altro artista che riprende la poetica dell’informale è Afro che scioglie la rigidità delle forme astratte in macchie di colore con energici accostamenti cromatici d’intenso lirismo.

 

Emilio vedova “Immagine nel tempo” 1958

Afro Basaldella “occhio di lucertola” 1960

Lucio Fontana è il protagonista dell’informale in Italia introducendo l’innovazione dello spazialismo. Egli si accosta all’arte lavorando con il padre scultore e si forma a Milano, all’accademia di Brera, negli anni trenta si accosta all’astrattismo, che si traduce in alcune prime opere nella evocazione di forme di chiara matrice organica in una composizione aperta e dinamica. Fonda il Movimento Spaziale, egli elabora una concezione dell’arte totalmente innovativa, pone al centro del suo interesse lo spazio intendendolo però non più come vuoto ma come materia. Da questa premessa nasce l’ambiente spaziale del 1949 alla Galleria del Naviglio.

Negli anni 50 inizia a realizzare anche i “buchi” , egli valorizza nell’opera tanto il ruolo della materia quanto l’intervento gestuale e supera tutte le modalità con cui tutti gli altri artisti di questo periodo si sono confrontati con questi aspetti non limitandosi a intervenire con il colore o con inserti di materia ma “buca” introducendo così anche lo spazio che sta dietro al supporto portandolo a essere protagonista del quadro. Alla fine degli anni 50 realizza i primi  “tagli” su tele monocrome, lucide, incide verticalmente la tela aprendo un varco alla dimensione spaziale, usa lo spazio come materia pittorica, il gesto informale si carica di valenze concettuali.

Lucio Fontana – “Concetto spaziale, attesa” 1965

Lucio Fontana – “Concetto spaziale, la fine di Dio” 1963

Gli artisti presentati e molti altri alla fine degli anni Cinquanta e nei primi anni Sessanta, confermano il concetto dell’arte come attività specifica ed autonoma.

L’esperienza creativa deve essere espressa con tecniche specifiche e chiarezza di azione tale da esplicitare al massimo il “farsi” dell’opera, ora considerata come una realtà in sé, svincolata da qualsiasi scopo soggettivo. Contro

“l’eteronomia” dell’arte, questi artisti sostengono la sua autonomia:

L’arte informale nasce quindi negli anni ’50 a seguito di una serie di esperienze artistiche nell’ambito della ricerca sulla forma, intesa come tutto ciò che ha un aspetto, un contorno che lo definisce, una connotazione visiva: questo termine, art informel, viene coniato nel 1952 dal critico francese Michel Tapié, il maggior divulgatore di questa tendenza, in un suo testo, “Un art autre”, in cui interpreta in termini di “art autre” l’opera di Dubuffet.

Negando il concetto di forma, che l’Astrattismo conserva nella accezione di essenza geometrica delle forme reali, di elaborazione immaginativa della realtà attraverso la creatività dell’artista, l’Informale amplia notevolmente il concetto di arte e l’ambito dell’azione artistica, dissolvendo le separazioni tra le varie tipologie di linguaggio, le differenze formali tra le varie categorie espressive, divenendo la matrice indifferenziata, e per certi versi ambigua, di pressoché tutta la produzione artistica moderna.
Trattandosi di una definizione molto ampia, ha lo svantaggio di favorire una eccessiva omologazione di espressioni artistiche anche molto distanti tra loro, annullando le significative diversità che fanno dell’arte moderna un fenomeno variegato e vivo, al ritmo con il divenire del mondo d’oggi.

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