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18 Novembre 2025Dirigenti scolastici efficaci costruiscono e sostengono partenariati familiari e sociali (del territorio di riferimento, e oltre) reciproci e sfruttano tali partenariati per coltivare comunità scolastiche inclusive, premurose e culturalmente reattive.
Per costruire queste reti comunitarie – afferma Lathane – è essenziale che i dirigenti scolastici siano visibili nelle loro scuole e nella comunità, sviluppino fiducia e creino un senso di trasparenza e di obiettivi condivisi con genitori, personale, membri della comunità e studenti. Moran afferma: “Nelle scuole con alti livelli di fiducia gli insegnanti sono motivati e disposti a provare nuove strategie perché si fidano che i leader li sostengano; gli studenti sono motivati e collegati alla scuola perché si fidano dei loro insegnanti; le famiglie sono di supporto perché il preside e gli insegnanti hanno costruito relazioni di fiducia con loro”.
La comunità come fondamento dell’educazione
La scuola non è un’isola. Non è un edificio chiuso dove si trasmettono nozioni in modo asettico e autoreferenziale. La scuola è, o dovrebbe essere, un nodo vitale di una rete comunitaria più ampia: famiglie, enti locali, associazioni culturali, imprese, servizi socio-sanitari, realtà del terzo settore. Questa consapevolezza, che sembra ovvia in teoria, è spesso disattesa nella pratica quotidiana delle istituzioni scolastiche.
Il secondo principio del decalogo della leadership efficace ci invita a “capire l’importanza di costruire comunità”. Non si tratta solo di aprire occasionalmente le porte della scuola per qualche evento, né di instaurare rapporti formali e burocratici con le famiglie. Si tratta di comprendere che l’educazione è un’impresa intrinsecamente comunitaria, che richiede la collaborazione attiva di tutti gli attori coinvolti nella crescita dei giovani.
Una scuola che funziona come comunità educante genera effetti moltiplicatori: le risorse (materiali, umane, culturali) si amplificano, le competenze si integrano, i valori si rafforzano reciprocamente. Al contrario, una scuola isolata, ripiegata su se stessa, difensiva verso l’esterno, disperde energie preziose e limita drasticamente le opportunità formative che può offrire.
Partenariati familiari: oltre il rapporto conflittuale
Il rapporto tra scuola e famiglie è storicamente uno dei nodi più critici del sistema educativo italiano. Troppo spesso oscilla tra due estremi ugualmente problematici: l’esclusione delle famiglie, viste come intrusive e incompetenti in materia educativa, o la subordinazione alle famiglie, vissute come clienti sempre da accontentare.
I dirigenti scolastici efficaci sanno costruire un terzo modello: il partenariato autentico. Questo significa riconoscere che genitori e insegnanti condividono l’obiettivo fondamentale della crescita armonica dei bambini e ragazzi, ma partono da prospettive diverse che vanno integrate, non contrapposte.
Un partenariato familiare efficace si fonda su alcuni pilastri. Innanzitutto, la comunicazione bidirezionale: non solo la scuola che informa le famiglie delle proprie decisioni, ma anche le famiglie che vengono ascoltate nelle loro osservazioni, preoccupazioni, proposte. In secondo luogo, la trasparenza sui criteri educativi e valutativi: quando i genitori comprendono il senso delle scelte didattiche, possono sostenerle coerentemente a casa. In terzo luogo, il coinvolgimento attivo: non limitato ai colloqui individuali, ma esteso a momenti di partecipazione alla vita scolastica, a laboratori condivisi, a progetti dove le competenze genitoriali vengono valorizzate.
Il dirigente scolastico che costruisce partenariati familiari efficaci non delega questa funzione solo ai singoli docenti, ma crea strutture e occasioni sistemiche di incontro: assemblee di classe non solo burocratiche ma dialogiche, sportelli di ascolto per le famiglie in difficoltà, momenti formativi su tematiche educative, piattaforme digitali per la comunicazione continuativa, rappresentanza genitoriale realmente coinvolta nelle decisioni strategiche.
Partenariati sociali: la scuola nel territorio
Oltre alle famiglie, la costruzione di comunità richiede l’apertura verso il territorio in tutte le sue articolazioni. Ogni contesto territoriale offre risorse educative che la scuola da sola non possiede e che sarebbe assurdo non valorizzare.
I partenariati con gli enti locali (comuni, biblioteche, musei, teatri) permettono di arricchire l’offerta formativa con esperienze che la scuola non potrebbe organizzare autonomamente: visite culturali, laboratori artistici, progetti di educazione ambientale, iniziative sportive. Ma soprattutto, radicano la scuola nel tessuto civico, facendo percepire agli studenti che il loro apprendimento non è confinato tra le mura scolastiche ma si estende all’intera comunità di appartenenza.
I partenariati con le associazioni del terzo settore (volontariato, cooperative sociali, organizzazioni non profit) sono preziosi soprattutto per le funzioni di supporto alle fragilità: doposcuola per studenti in difficoltà, mediazione culturale per famiglie straniere, supporto psicologico, attività di inclusione per alunni con disabilità. Queste collaborazioni permettono alla scuola di non essere sola di fronte a situazioni complesse che richiederebbero competenze e risorse di cui non sempre dispone.
I partenariati con il mondo produttivo (imprese, artigiani, professionisti) sono fondamentali soprattutto negli istituti tecnici e professionali, ma hanno senso anche nelle scuole di base come occasione di orientamento e di connessione tra saperi scolastici e pratiche lavorative. L’alternanza scuola-lavoro, quando ben progettata e non ridotta a mero adempimento burocratico, può essere un’esperienza formativa di grande valore.
Il dirigente che costruisce partenariati sociali efficaci non si limita a firmare protocolli formali che restano sulla carta, ma cura concretamente queste relazioni: individua referenti affidabili, co-progetta interventi coerenti con il PTOF, monitora la qualità delle collaborazioni, valorizza i risultati, ringrazia pubblicamente i partner.

Comunità scolastiche inclusive: nessuno escluso
L’inclusività è una delle caratteristiche fondamentali che deve connotare le comunità scolastiche costruite da dirigenti efficaci. Inclusività significa che ogni membro della comunità – studente, docente, genitore, personale ATA – si sente accolto, riconosciuto, valorizzato nelle sue specificità.
Per gli studenti, inclusività significa che nessuno viene lasciato indietro: chi ha disabilità trova risposte educative adeguate, chi ha bisogni educativi speciali riceve i supporti necessari, chi proviene da contesti svantaggiati trova nella scuola opportunità compensative, chi eccelle viene stimolato a dare il meglio. Ma inclusività significa anche che le differenze culturali, linguistiche, religiose, di genere, di orientamento sessuale vengono rispettate e valorizzate come ricchezza.
Per le famiglie, inclusività significa che tutte vengono accolte con pari dignità: non solo quelle più istruite e attive, ma anche quelle più fragili, marginali, diffidenti. Le barriere linguistiche vengono abbattute attraverso la mediazione culturale, le barriere economiche non devono precludere la partecipazione alle attività, le barriere culturali vengono superate attraverso il dialogo paziente.
Per il personale, inclusività significa valorizzare le diverse competenze e sensibilità: docenti senior e junior, personale stabile e precario, insegnanti di ruolo e di sostegno, collaboratori scolastici, assistenti amministrativi. Una comunità inclusiva è quella dove ognuno sente di avere un posto, un ruolo, un contributo da dare.
Comunità premurose: la cura come dimensione educativa
L’aggettivo “premurose” (caring nella terminologia anglofona) rimanda alla dimensione della cura come elemento costitutivo delle relazioni educative. Una comunità scolastica premurosa è quella dove le persone si prendono cura le une delle altre, dove esiste attenzione ai bisogni emotivi oltre che cognitivi, dove si coltivano relazioni autentiche e non solo funzionali.
La premura si manifesta in gesti concreti: un insegnante che nota un cambiamento nel comportamento di uno studente e si preoccupa di capire cosa sta accadendo, un dirigente che si interessa alla situazione personale di un docente in difficoltà, un collaboratore scolastico che conosce per nome tutti gli alunni e scambia con loro parole gentili, compagni di classe che si aiutano reciprocamente.
Ma la premura va oltre i gesti individuali: deve diventare cifra culturale dell’intera istituzione. Questo significa avere protocolli di attenzione ai segnali di disagio, creare spazi di ascolto, formare tutto il personale sulla relazione educativa, avere tempi distesi per le relazioni e non solo compressione frenetica di attività.
Il dirigente scolastico che costruisce comunità premurose modella egli stesso un atteggiamento di cura: è presente e disponibile, conosce personalmente le persone con cui lavora, si interessa alle loro situazioni, celebra i momenti significativi (nascite, lutti, successi, difficoltà), crea un clima emotivo caldo pur mantenendo la necessaria professionalità.
Comunità culturalmente reattive: valorizzare le diversità
In una società sempre più multiculturale, la scuola deve sviluppare la capacità di essere “culturalmente reattiva” (culturally responsive). Questo significa non solo tollerare le differenze culturali, ma valorizzarle attivamente come risorsa educativa per tutti.
Una scuola culturalmente reattiva integra nei curricoli le diverse tradizioni culturali presenti nella classe, non limita l’educazione interculturale a qualche evento folcloristico sulle “feste nel mondo”, ma permea di approccio interculturale tutte le discipline. La storia viene insegnata in prospettiva mondiale e non solo eurocentrica, la letteratura include voci diverse, la geografia studia culture non in modo esotico ma in relazione agli studenti presenti.
Una scuola culturalmente reattiva forma i docenti sulle competenze interculturali, sulla gestione della classe multiculturale, sulla comunicazione con famiglie di culture diverse. Coinvolge mediatori culturali quando necessario, valorizza il plurilinguismo come risorsa e non come problema, celebra la diversità linguistica presente.
Il dirigente che costruisce comunità culturalmente reattive è attento a questi aspetti: verifica che i materiali didattici siano inclusivi, promuove formazione specifica, facilita progetti di educazione interculturale, è intransigente verso ogni forma di discriminazione o razzismo.
Visibilità del dirigente: essere presenti
Lathane sottolinea un aspetto cruciale: per costruire comunità, “è essenziale che i dirigenti scolastici siano visibili nelle loro scuole e nella comunità”. La visibilità non è vanità, è condizione necessaria per la costruzione di relazioni autentiche.
Un dirigente visibile nella scuola è quello che non rimasta rinchiuso nel suo ufficio a gestire pratiche amministrative, ma circola negli spazi scolastici, saluta docenti e studenti, entra nelle classi, partecipa agli eventi, è presente nei momenti informali oltre che in quelli formali. Questa presenza fisica comunica messaggi potenti: “questa scuola mi sta a cuore”, “sono interessato a quello che succede”, “sono disponibile”.
Un dirigente visibile nella comunità partecipa agli eventi territoriali, frequenta gli spazi pubblici, è conosciuto dagli amministratori locali e dai rappresentanti delle associazioni, coltiva relazioni personali oltre che istituzionali. Questa visibilità extrascuola crea ponti, facilita collaborazioni, aumenta il capitale sociale della scuola.
La visibilità richiede tempo ed energie che sottraggono ad altre attività. Ma è un investimento strategico fondamentale. Le relazioni non si costruiscono per email o attraverso circolari, richiedono incontro fisico, conversazioni, presenza condivisa.
Fiducia e trasparenza: i fondamenti della comunità
Il testo cita due elementi che il dirigente deve sviluppare: fiducia e trasparenza. Sono le due facce della stessa medaglia, si rafforzano reciprocamente e costituiscono il collante invisibile ma indispensabile della comunità.
La fiducia si costruisce lentamente e si distrugge rapidamente. Si costruisce attraverso la coerenza tra parole e azioni, il mantenimento degli impegni presi, il riconoscimento degli errori, la prevedibilità dei comportamenti, l’affidabilità nelle situazioni difficili. Un dirigente che promette e non mantiene, che cambia frequentemente idea senza motivazioni, che tratta le persone in modo arbitrario, erode rapidamente la fiducia.
La trasparenza è una precondizione della fiducia. Significa comunicare apertamente le ragioni delle decisioni, condividere i dati rilevanti, esplicitare i criteri con cui si allocano risorse e si assegnano responsabilità, essere disponibili a rispondere alle domande, non nascondere le difficoltà. La trasparenza non significa raccontare tutto a tutti (ci sono informazioni che devono rimanere riservate per ragioni di privacy o strategia), ma significa che le persone capiscono come funziona l’organizzazione e perché certe scelte vengono fatte.
Obiettivi condivisi: la direzione comune
Lathane indica che i dirigenti devono creare “un senso di trasparenza e di obiettivi condivisi con genitori, personale, membri della comunità e studenti”. Gli obiettivi condivisi sono ciò che trasforma un aggregato di individui in una comunità: tutti remano nella stessa direzione, pur con ruoli diversi.
Gli obiettivi condivisi non si impongono dall’alto, ma si costruiscono attraverso processi partecipativi. Il PTOF, quando è frutto di autentica riflessione collegiale e non di copia-incolla di documenti precedenti, può essere lo strumento che definisce gli obiettivi condivisi della comunità scolastica. Ma perché sia realmente condiviso, deve essere conosciuto, discusso, appropriato da tutti.
Gli obiettivi condivisi devono essere sufficientemente specifici da orientare le azioni quotidiane, ma sufficientemente ampi da permettere l’adesione di soggetti diversi. “Migliorare gli apprendimenti di tutti gli studenti”, “creare un clima scolastico positivo”, “rafforzare il legame con il territorio” possono essere obiettivi condivisi se vengono poi declinati in azioni concrete e verificabili.
Il dirigente che costruisce obiettivi condivisi non presenta la sua visione personale come verità rivelata, ma facilita processi attraverso cui la comunità definisce collettivamente dove vuole andare. Questo richiede competenze di facilitazione, capacità di sintesi, pazienza nel gestire i tempi della discussione, coraggio nel proporre senza imporre.
La citazione di Moran: un circolo virtuoso di fiducia
La citazione di Moran che conclude il testo descrive efficacemente il circolo virtuoso che si crea nelle scuole dove la fiducia è alta:
“Nelle scuole con alti livelli di fiducia gli insegnanti sono motivati e disposti a provare nuove strategie perché si fidano che i leader li sostengano”. La fiducia libera l’innovazione didattica. Quando i docenti sanno che il dirigente li supporterà anche se la sperimentazione non avrà successo immediato, si sentono autorizzati ad assumere rischi pedagogici, a uscire dalla routine, a provare approcci nuovi. Al contrario, in clima di sfiducia, prevale il conformismo difensivo: meglio fare come si è sempre fatto piuttosto che esporsi a critiche.
“Gli studenti sono motivati e collegati alla scuola perché si fidano dei loro insegnanti”. La fiducia è il fondamento della relazione educativa. Gli studenti imparano davvero solo da insegnanti di cui si fidano, verso cui provano stima e affetto. Questa fiducia si costruisce attraverso la competenza professionale (gli studenti percepiscono se l’insegnante sa quello che insegna), ma anche attraverso l’autenticità relazionale, la coerenza etica, l’attenzione personale.
“Le famiglie sono di supporto perché il preside e gli insegnanti hanno costruito relazioni di fiducia con loro”. Quando le famiglie si fidano della scuola, collaborano attivamente anziché essere fonte di conflitti. Sostengono le scelte educative a casa, partecipano alle iniziative proposte, comunicano apertamente quando ci sono difficoltà, difendono la scuola nelle occasioni pubbliche.
Dalla teoria alla pratica: azioni concrete per costruire comunità
Come si traduce operativamente l’impegno a costruire comunità? Alcune azioni concrete che un dirigente scolastico può mettere in campo:
Creare momenti rituali di incontro della comunità: non solo collegio docenti e consigli di classe, ma anche feste, celebrazioni, momenti conviviali che rafforzino il senso di appartenenza. Facilitare la comunicazione continua attraverso strumenti digitali, ma senza rinunciare agli incontri faccia a faccia che hanno un valore relazionale insostituibile.
Valorizzare le competenze presenti nella comunità: chiedere ai genitori di condividere le loro professionalità in attività didattiche, coinvolgere cittadini esperti in progetti scolastici, creare banche del tempo dove si scambiano competenze. Documentare e comunicare la vita della scuola: giornalini scolastici, siti web aggiornati, social media, mostre di lavori, rappresentazioni pubbliche che rendano visibile all’esterno il lavoro educativo.
Affrontare apertamente i conflitti quando emergono, anziché negarli o rinviarli, utilizzandoli come occasioni di chiarimento e crescita comunitaria. Creare spazi fisici accoglienti: una scuola esteticamente curata, con spazi comuni vivibili, comunica che la comunità ha cura di sé.
Conclusione: la comunità come antidoto all’individualismo
In una società sempre più frammentata, dove prevalgono individualismo e competizione, la scuola può e deve essere laboratorio di un modello alternativo: quello della comunità solidale, dove i legami contano più delle prestazioni individuali, dove il successo di uno è successo di tutti, dove nessuno viene lasciato solo.
Questa visione di scuola-comunità non è nostalgia di un passato idealizzato, ma progetto per il futuro. I problemi complessi che la società deve affrontare – dalle disuguaglianze ai cambiamenti climatici, dalle migrazioni alle transizioni tecnologiche – richiedono capacità di collaborazione, di pensiero sistemico, di responsabilità collettiva. Capacità che si apprendono vivendole, non studiandole sui libri.
Il dirigente scolastico che capisce l’importanza di costruire comunità non sta solo migliorando il funzionamento della propria scuola. Sta contribuendo a formare cittadini capaci di vita comunitaria, sta tessendo legami sociali che rendono più coeso il territorio, sta dimostrando che un’altra organizzazione del vivere insieme è possibile. In questo senso, la leadership educativa assume una valenza politica nel senso più nobile del termine: prendersi cura della polis, della comunità, del bene comune.
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