Casa di bambola (1879)

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Henrik Ibsen

Ibsen, drammaturgo norvegese, nacque a Skien nel 1828 e morì a Oslo nel 1906. Di famiglia agiata, a sedici anni venne costretto dal fallimento del padre a cercarsi un lavoro. Divenne giornalista e in seguito scrittore. Nel 1851 fu nominato direttore del teatro nazionale di Bergen presso il quale curò anche le regie degli spettacoli sino al 1857, anno in cui venne chiamato a dirigere il teatro di Oslo. Fu in quegli anni, tra il 1858 e il 1862 che Ibsen scrisse i suoi primi, e poco fortunati, drammi. Dal 1863 al 1891 visse in Italia e in Germania. Nel 1891, lo colse la paralisi e tornò a Oslo, dove morì cinque anni dopo.

Henrik Ibsen era su posizioni molto critiche rispetto alla tradizionale morale borghese, ma sarebbe sbagliato leggere nel suo teatro semplicemente una presa di posizione su determinate tematiche sociali come l’emancipazione femminile. Il vero filo conduttore dei suoi lavori è la duplicità della natura umana, l’antitesi tra la verità che appare e la verità segreta, tra verità e menzogna, tra bene e male.

Casa di Bambola è probabilmente il più famoso dramma borghese del teatro europeo. La bambola a cui allude il titolo è Nora, la giovane moglie dell’avvocato Helmer Torvald: una sposa allegra, ingenua, deliziosa per il marito. Ella gli nasconde però un segreto, da cui nasceranno tutte le vicissitudini della trama, fino alla decisione finale della protagonista di abbandonare marito e figli.

L’opera è stata a lungo considerata come una sorta di manifesto del movimento femminista. Ibsen era noto per avere sostenuto la causa dell’emancipazione femminile, come dimostra, tra l’altro, il discorso tenuto a Roma nel febbraio del 1879, quando dichiarò che, nell’Associazione degli artisti scandinavi anche le donne dovessero avere diritto al voto. Tuttavia lo scrittore negò di avere voluto scrivere, con Casa di bambola, un dramma femminista.

di Alice Fusé

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