La condizione femminile nella  Grecia antica

Dopo aver assunto una posizione preminente nella quasi matriarcale società neolitica, la donna iniziò a perdere progressivamente il suo potere nelle successive civiltà greche e romane; a questo proposito una fonte molto importante è rappresentata dai poemi omerici, specchio della civiltà greca nei secoli tra la fine della civiltà micenea e l’VIII secolo.

Dalla lettura dell’Iliade e dell’Odissea possiamo innanzitutto venire a conoscenza di quelle caratteristiche femminili che i greci consideravano fondamentali: in primo luogo la BELLEZZA che la rende simile a una dea e fa perdonare tutto, tratto riscontrato nella figura di Elena; questa bellezza inoltre andava curata e valorizzata con un abbigliamento adatto per conquistarsi “fama gloriosa” (Odissea, VI, vv. 25-30); l’aspetto fisico però non bastava, difatti la donna greca doveva anche eccellere nei lavori domestici ma soprattutto doveva OBBEDIRE al potere maschile:

su, torna alle tue stanze e pensa alle opere tue,
telaio e fuso; e alle ancelle comanda
di badare al lavoro; all’arco penseran gli uomini
tutti, e io sopra tutti, mio qui in casa è il comando […]

queste sono le parole che Telemaco rivolge alla MADRE Penelope (Odissea, XXI, vv. 350-353).

La donna quindi, nonostante avesse l’obbligo di rimanere sempre fedele, era comunque considerata un’adultera in potenza; al contrario, gli uomini potevano contare sulla compagnia di altre donne oltre, ovviamente, a quella della moglie: le CONCUBINE.

Questa situazione impari all’interno del matrimonio raggiungerà l’apice della degenerazione nella società ateniese, dove all’uomo erano concesse quattro donne:

la MOGLIE, per avere figli legittimi;

la CONCUBINA “per la cura del corpo”; tra l’altro le concubine, dal punto di vista giuridico, non erano considerate molto differenti dalle mogli in quanto anch’esse dovevano sottostare all’obbligo di fedeltà, ma soprattutto i loro figli godevano di diritti molto simili a quelli dei figli legittimi.

l’ETERA per il piacere;

la PROSTITUTA, che nella maggior parte dei casi era una donna che appena nata era stata esposta dal padre e destinata alla prostituzione da chi l’aveva raccolta.

Da questo fatto è evidente come la condizione femminile dipendesse dal rapporto, stabile o occasionale, con un uomo e quindi fosse: quasi inesistente dal punto di vista sociale;
giuridicamente regolata da una serie di norme che ne sancivano l’inferiorità e la perpetua subordinazione a un uomo (dapprima il padre, poi il marito, e in mancanza di questi un tutore)
le donne erano escluse anche dalla vita politica della città: ricordiamo ad esempio la città di Atene, dove erano ritenuti cittadini solamente coloro che erano in grado di difendere in armi la città.

L’età ellenistica fu caratterizzata da un notevolissimo mutamento delle condizioni di vita delle donne che in questo periodo divennero sensibilmente più libere di partecipare alla vita sociale e videro ampliarsi anche il campo delle loro capacità giuridiche: le donne potevano ora liberamente comprare e vendere beni mobili e immobili, ipotecare i propri beni, essere istituite eredi e (anche se comunque questo succedeva ancora raramente) concludere il proprio contratto di matrimonio. Ad ogni modo sono ancora presenti alcune delle antiche situazioni di sottomissione al potere maschile, come ad esempio la legge che accordava al padre il diritto di interrompere il matrimonio della figlia, la possibilità dell’esposizione delle figlie femmine e l’analfabetismo femminile che, nonostante l’aumento della cultura delle donne, era ancora maggiore di quello maschile.

A questo punto è quindi possibile fare un piccolo bilancio delle conquiste femminili in quest’epoca. Certamente più libera delle sue antenate, la donna dell’età ellenistica può vantare anche delle rappresentanti in campo politico che, seppure in via eccezionale come accadde per la madre di Alessandro Magno (Olimpiade) e Cleopatra, parteciparono alla gestione del potere; vi furono anche alcune poetesse e donne di cultura, ma la letteratura greca rimase sempre impregnata di una forte misoginia. A differenza però della misoginia dell’età arcaica e classica, quella dell’età ellenistica è la critica di coloro che vedono progressivamente vacillare le proprie certezze e si difende traducendo gli antichi pregiudizi in una sorta di saggezza popolare in cui i luoghi comuni hanno la parte principale. In fondo questo si può vedere come un segno del fatto che per la prima volta i greci devono fare i conti con la presenza delle donne.

di Alice Fusé