Celentano il falso sciocco – di Giovanni Ghiselli

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Ho visto e
ascoltato Adriano Celentano nella trasmissione di Santoro. Ha parlato in
maniera rozza, un modo efficace per organizzare il consenso nei confronti
dell’ignoranza. Leggere costa fatica, studiare ancora di più, e chi trasmette
il messaggio: “ignorante è bello”, è il falso idiota utile a chi vuole che la
gente non pensi, non si attrezzi con lo spirito critico necessario a giudicare
(
crinein) le malefatte del potere che
gratifica largamente tali divulgatori del non pensiero.


Per diventare come
lui è davvero inutile leggere Famiglia
Cristiana
e Avvenire, come è
inutile leggere qualsiasi altro giornale scritto bene. Leggere libri buoni, di
autori che fanno pensare, poi sarebbe addirittura dannoso per chi aspira a tale
livello di non logos.

In effetti molti,
pur troppi, vorrebbero essere come lui che si è proclamato 

  uno degli uomini più pagati d’Europa. Un santo
dal punto di vista di Mammona.   Tanti
infatti, ahimé soprattutto tra i giovani, pensano: se quell’uomo che parla con  semplicità, quasi stenta a connettere le
parole tra loro, è così ben pagato, mentre un professore di liceo o un medico,
se pure trova lavoro,  non arriva a  2000 euro al mese, chi me lo fa fare di
studiare? Chi devo imitare: il povero laureato capace di sofisticherie e
disoccupato o sottopagato, oppure il cantante famoso che dice quello che gli
viene in bocca, senza nessun artificio, nessuna preparazione? Il ragazzo non ha
dubbi.

 Celentano  si presenta come uomo straricco e pure
generoso, in quanto l’enorme quantità di denaro, dovuta all’eccelsa
professionalità dimostrata a Sanremo, l’ha data in beneficenza. Ricchissimo e
buonissimo dunque, oltre che bellissimo come si proclamava una volta, e per
nulla interessato al successo, in quanto una partita a bocce con quattro amici,
vale  più di tutto. Lo chieda ai
cassaintegrati da 900 euro al mese, e pure meno!  Loro sì che sono felici, con tutto il tempo
che hanno per il gioco delle bocce con altri disoccupati!

Celentano ha
ricordato di essere stato definito un “cretino di talento”.

Ebbene, io lo
faccio entrare piuttosto nella categoria antica, storica e letteraria, dei
falsi sciocchi  o dei falsi pazzi. Tra
questi segnalo Bruto, l’accorto politico che cacciò Tarquinio,  Amleto, il tenebroso principe di Danimarca, e
un personaggio buffo di Aristofane. Si possono chiamare anche ossimori viventi.

L’ossimoro è una figura
retorica consistente nell’accostare due termini che esprimono concetti opposti.
Oxýs in greco significa “acuto” e mōros “ottuso”. Non pochi dei nostri
personaggi pubblici sono, al pari di Celentano, degli ossimori viventi, nel
senso che sfoggiano la loro totale rozzezza, e si atteggiano a ingenui, per
attirare le simpatie delle persone mentalmente e culturalmente poco attrezzate,
ma di fatto portano avanti il loro interesse e impinguano i propri proventi con
astuzie da consumate volpi.

Tali incarnazioni non mancano
nella storia e nella letteratura.

Bruto Maggiore, per salvarsi da Tarquinio il Superbo,
che si fece vedere dal messo del figlio mentre simbolicamente decapitava i
papaveri più alti per significare la necessità di eliminare le teste pensanti,
aveva stabilito di non lasciare al re nulla da temere dall’animo suo, tanto
che, fingendosi stolto apposta, non rifiutò neppure il soprannome di Brutus (Livio, I, 56, 8). Ma quella che
sembrava stoltezza agli stupidi, era invece genio. Infatti, quando l’oracolo
delfico preconizzò a lui e ai principi suoi cugini che avrebbe avuto il sommo
potere a Roma quello che per primo avesse baciato la madre, Bruto, avendo
capito l’arcano responso, finse di 
cadere per una scivolata, e diede un bacio alla terra, evidentemente
poiché quella era la madre comune di tutti i mortali (I, 56, 12). Come
sappiamo, poi Bruto fu tra gli artefici della cacciata dei Tarquini da Roma. E
diventò console.

Poi c’è il finto pazzo: Amleto. Nella sua follia c’è un 
metodo (Shakespeare, Amleto, II,
2) tanto che il re suo zio, l’assassino del re suo padre, sentenzia che la
pazzia nei grandi deve essere vigilata (III, 1). L’usurpatore aveva capito il
trucco ma questo non bastò a salvargli la vita.

Concludo con un falso sciocco della commedia greca
antica: costui è Demo (Popolo) nei Cavalieri
di Aristofane. Il coro lo accusa di dabbenaggine: sei uno facile da ingannare (v.
1115), gli dice, ti piace troppo essere adulato. E il vecchietto, irritabile,
sordastro, risponde: “non avete senno sotto le vostre zazzere, se credete che
io non capisca; io mi comporto da sciocco apposta, e così me la godo a farmi
portare da bere”. Il Popolo insomma ha permesso ai demagoghi, Paflagone-Cleone
in testa, di essere ladri, per poi costringerli 
a vomitare fuori quello che gli hanno rubato. Demo userà l’urna elettorale
per provocare il vomito. In questo caso l’ossimoro vivente è il popolo di
Atene.    

In questa categoria di lupi e iene rapaci travestiti
da miti e ingenui agnelli, o da pii bovi, rientrano quanti, messi nella luce
della ribalta, politici, istrioni. sportivi, personaggi ricchi, potenti e
famosi in genere, sbandierano amore per l’interesse pubblico o addirittura per
l’umanità, mentre praticano il culto idolatra del denaro, della roba e del
dominio sugli altri uomini, una massa amorfa da ingannare e da sottomettere,
costituita da poveri idioti secondo loro, idioti non simulati ma autentici. Ma
accade sempre, prima o poi, che la maschera di tali attori cada e la folla,
presunta informe, prenda coscienza dell’inganno vedendo l’istrione nudo nella
sua reale miseria umana. Eripitur
persona, manet res
.  

gianni ghiselli g.ghiselli@tin.it 

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