Competenze, potere e servizi sociali – di Cristina Rocchetto

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Dopo qualche mese di fermo, riprendo a scrivere sul tema dell’emarginazione dei minori gravati da problemi attentivi. Sto per l’appunto girando per uffici e dirigenti
di vari dipartimenti locali (vivo ormai a Trieste, dove sono cresciuta) svolgendo interviste, dal momento che ho 
da un anno intero “sotto
il naso”, diciamo così, un caso che ha assunto aspetti sconcertanti e
può avere valore di “inchiesta” sul sistema educativo locale per
mostrare quanto nessuno a Trieste vuole, sa o può vedere, e che io vado ripetendo
dallo scorso autunno, accumulando dati, documentazione ed informazioni per
evitare che famiglie con figli portatori di difficoltà di apprendimento debbano
trovarsi nello stato di totale abbandono di cui io posso permettermi di parlare
e per il quale posso esibire prove sconfortanti davvero. La Costituzione io la
difendo così.




Una dirigente dei Servizi Sociali della
mia città di residenza attuale a cui ho chiesto il tempo di un’intervista mi
faceva notare che io non sono una vera e propria giornalista. Con 8 anni di
articoli ed interviste alle spalle raccolti in due pubblicazioni di argomento
educativo, mi permetto di definirmi “giornalista” entro i limiti in cui un
educatore non qualificato accademicamente ma regolarmente assunto si permette
di ritenersi tale. Io, d’altro canto, la qualifica accademica da educatrice la
ho e ho esperienza attestabile in un settore specifico (didattico con bambini
con problemi attentivi) di cui noto invece una spaventosa mancanza di
esperienza ed un notevole approccio pregiudiziale sia nei Servizi Sociali che
nelle scuole italiane, con un focus particolarissimo in questa città in cui è
presente un sistema sul quale chiedo spiegazioni e controlli al Ministero
preposto da mesi. Se poi quanto scrivo e vado affermando sono fesserie frutto di pure illazioni mentali è tutto da vedere: io parlo per l’appunto di chi si permette di scrivere e fare illazioni spropositate su minori svantaggiati; le carte pubblicate sono valutabili quanto quelle protocollate e firmate… tutto sta a leggerle con attenzione ed a fare i dovuti accertamenti, visto che nessuno si può permettere di parlare senza cognizione di causa. 

Il mio lavoro sarà lungo ed accurato, poiché ho varia documentazione da sistemare in maniera anche gradevole per il lettore interessato. Metto però già in rete questa mia prima riflessione introduttiva all’inchiesta.
Il caso “grazie” al quale mi sembra
di aver intercettato disfunzioni paradossali nel sistema sia scolastico che dei
Servizi Sociali triestini ha comportato in queste ultime settimane un ennesimo problema di mortificante rifiuto
(il terzo nel giro di un anno, superato in questi giorni grazie all’intervento richiesto al Sindaco Cosolini) di un’iscrizione scolastica di un minore
14enne con lievi problemi attentivi certificati a fronte di alti livelli
intellettivi, ma gravemente discriminato dalle scuole di Trieste fino al punto
– dopo ben 5 settimane di mancata
frequenza scolastica a causa del rifiuto appunto delle scuole cittadine e
nonostante fosse ancora iscritto in una di esse – di essere stato affidato lo scorso dicembre dal
lunedì al venerdì (weekend a casa) per 6 mesi ad una Comunità educativa per la
preparazione dell’esame di Stato di III° media da privatista secondo la
discutibile modalità prevista dalla Regione Friuli Venezia Giulia
dell’educazione parentale. 
Si richiede da mesi che l’assistente sociale
che si è assunta la responsabilità di affermare che non era suo il compito di
garantire l’iscrizione scolastica in una scuola sostitutiva a quella di
provenienza e discriminante – la quale si era nonostante ciò permessa, a detta
dell’assistente, di rifiutare il rientro del ragazzo data la mancanza di alternative
– proponendo il progetto di educazione parentale con l’obbligo di un soggiorno
in Comunità fornisca a chi di dovere a Roma delle spiegazioni. Si attesta inoltre che a Trieste è presente una peculiare chiusura dei canali di accesso alla scuola dell’obbligo di ragazzi portatori di problematiche, le cui famiglie, come attestano ormai anche le assistenti sociali, sono lasciate senza tutela (=abbandonate) nella massacrante ricerca di un posto scolastico senza avere orientamento e sostegno da parte di nessuno. Si auspica quindi per la città di Trieste un servizio di orientamento e supporto che impedisca alle scuole di far sentire genitori già gravati da pesi di responsabilità e preoccupazioni maggiori rispetto a molte altre famiglie di non sentirsi trattare come genitori di minori appestati e ci si chiede quale sia stato il destino di tali minori rifiutati fino ad ora… Ovvero: dove sono andati a finire? Chissà…

Il risultato del suddetto intervento “educativo” nel caso sopra citato di “educazione parentale presa a carico da una Comunità” sono state di fatto circa 9 ore settimanali
dichiarate, ma non piene, di lezione (a fronte delle 30 garantite dallo Stato per
la scuola dell’obbligo) per tre mesi complessivi rispetto ai sei di soggiorno pagato non poco dal nostro Comune (la media di un soggiorno in una Comunità minori in Italia prevede una spesa di circa 3000 euro mensili), che non hanno però riguardato tutte le materie e seguito i programmi invece depositati e firmati nella Segreteria scolastica dell’Istituto in cui il
ragazzo avrebbe dovuto sostenere l’esame. In casa sono conservati quaderni vuoti e quaderni semivuoti: parliamo di diritto allo studio negato per tutto il corso dell’anno scolastico. Si chiede come una cosa del genere sia potuta accadere senza che al ragazzo siano stati fatti test di entrata e di uscita, e verifiche in itinere, durante il soggiorno da parte di qualcuno che controllasse l’andamento e la bontà di un intervento tale da giustificare l’enormità della spesa del Comune ed i costi emotivi di questo nucleo familiare.
Il senso di responsabilità materna ha fermamente rifiutato che il ragazzo si presentasse all’esame, preferendo, sulla base di ragioni pedagogicamente e lucidamente motivabili e
motivate, che lui affronti nuovamente l’esperienza dell’ultimo anno di
frequenza della scuola dell’obbligo anziché esporlo ad un sicuro fallimento in
una scuola superiore scelta a caso dopo un anno di inattività sul piano scolastico (al ragazzo non è stato comunque offerto neppure lo sfogo di un’attività sportiva, finendo relegato lunghe ore in Comunità su un divano senza altri stimoli ed interessi che le cuffiette con cui ascoltare la sua musica) che ha fatto crollare i suoi livelli attentivi – sui quali
è la madre che quest’estate si è ripresa l’onere di lavorare, pianificando per
il figlio un programmino di rinforzo degli stessi per prepararlo ad affrontare nuovamente
la scuola in maniera non del tutto sprovveduta. Tale scelta è stata definita da
un’altra dirigente dei Servizi Sociali: “una scelta difficile, la più difficile”
che rispecchierebbe “la rigidità di un approccio materno denso di aspettative
che rischiano di opprimere il ragazzo”. Si chiede dunque come e chi può
attestare che “tentare” un esame con quaderni vuoti alle spalle possa
significare una scelta “costruttiva”, rispetto a cosa ed a vantaggio di chi. Non
credo inoltre sia bello pensare che una commissione d’esame di licenza media
fosse già pronta a regalare una promozione a chi non riusciva neppure a stare
più di dieci minuti seduto davanti ad un libro ed a ricordarsi le tabelline a
causa della prolungata inattività, che ha tra l’altro rischiato di aumentare i livelli di nervosismo di un adolescente in pieno boom ormonale attestabile dalla differenza tra le sue foto dell’anno scorso e di questo anno. Vien da pensare che madre e figlio siano stati messi alla prova per vedere se reggevano condizioni di vita incredibilmente pressanti, l’una rischiando il crollo nervoso, l’altro di peggiorare le esplosioni reattive tipicamente adolescenziali sino al rischio di essere trattenuto in Comunità per disturbi comportamentali, su cui qualcuno pare abbia scritto parecchio.

Al Sindaco di Trieste si chiede, in nome della dignità di un singolo minore che non meritava di vivere questa
esperienza potenzialmente devastante di rifiuto (al suo caso dedicai un articolo presente in rete all’indirizzo: 

http://atuttascuoladuepuntozero.blogspot.it/2013/02/dedicato-all’insegnante-che-sorrise-tre.html e già a febbraio a lui segnalato via email), di chiedere conto sia a chi ha
scritto relazioni false ed illazioni pesanti su di lui nelle prime 2 sole
settimane di scuola l’anno scorso che a chi si è assunto il compito di
garantirgli una formazione alternativa alla frequenza scolastica dimostrando di
non avere la formazione adatta alla responsabilità, impegnandosi a far luce e controllare
quello che succede davvero in questa città, perché sembra che l’approccio generale
a casi del genere presenti inquietanti aspetti di incompetenza agli occhi di chi crede fermamente
nel valore della formazione culturale del cittadino adeguata ai SUOI livelli
intellettivi e NON ai livelli di preparazione del personale preposto.

Aggiungo a questa mia costernazione anche un’altra seria perplessità con la speranza di stimolare la riflessione di chi legge. 

Quando una famiglia è a disagio e chiede aiuto o è segnalata, le
vengono affiancati degli operatori sociali. E fino a qui ci siamo. 
Ci sono
momenti di difficoltà in cui la famiglia si trova ad aprirsi e fare delle
confidenze. D’altronde, vengono affiancate da operatori sociali in una
situazione di disagio… Per essere aiutate, esse devono regalare fiducia cercando di non alterare troppo i dati della loro vita per non confondere chi dovrebbe offrire supporto. Ed
anche fino a qui ci siamo.

Uno psicologo ha l’obbligo del
segreto professionale. 
Ed un educatore?…
Noi educatori non abbiamo un albo
professionale, il nostro lavoro, la nostra formazione e le nostre competenze danno
spazio ad un’eccessiva discrezionalità che non è coerente con il peso delle
responsabilità di cui spesso siamo caricati. Non tutti gli educatori hanno un
supervisore, e comunque la “supervisione” non interpella mai l’utenza né valuta
i nostri interventi ascoltando anche “l’altra campana”. Una tal cosa non va assolutamente
bene ed è anzi pericolosissima per qualunque cittadino vulnerabile ed incapace di autodifesa. D’altronde, se sono gli stessi Servizi ad operare contro di te, da chi vai “per la tua protezione e tutela”? Mettersi contro Servizi che hanno carte e carte di informazioni su di te a cui tu non puoi neppure controbattere è arduo, altrettanto pericoloso e non possibile a tutti. 
Deve esistere quindi un limite riconosciuto tra gli operatori sociali come facente parte della deontologia professionale tra il
riferire ai Servizi osservazioni fatte di persona ed informazioni confidenziali
ricevute in momenti di estremo sconforto da parte dell’utenza. Molte informazioni possono senz’altro essere riferite quando sono UTILI per aiutare l’utenza, ma un educatore non
deve essere un informatore che passi confidenze fatte sulla base della fiducia
e della disperazione tanto per riempire fogli e fare il bravo scolaretto, perché i Servizi Sociali non sono un dipartimento di Polizia e, invece di accumulare fogli per il bene ed in nome della tutela della
famiglia, non possono e non debbono farlo per avere il potere di distruggerla.


Questo
limite dovrebbe essere valutato da una commissione di tutela del cittadino indifeso 
slegata dai Servizi Sociali e le relazioni depositate devono essere visionabili da qualcuno, perché la professionalità non si misura con le belle
parole alle quali non si accompagni una concreta e documentabile volontà di intervento
CONGRUO alle cose riferite. 



Quando una tale inadeguatezza di intervento è manifesta si può
parlare di poca professionalità, di inadempienza, di malizia o addirittura di
connivenza. Ricordiamoci, infatti, che purtroppo le Comunità dei minori vivono sui soldi che
ricevono per gli affidi: una Comunità che non riesca a mantenere regolarmente
presente nella struttura un certo numero di ospiti è destinata a chiudere – e, ancora purtroppo, che gli operatori di Comunità non sono spesso adeguati a convertire la
loro supposta professionalità in altre forme di intervento sia per mancanza di formazione, sia per mancanza di iniziativa personale creativa.

In Italia, molti educatori oggi
continuano a qualificarsi tali senza avere una vera e propria qualifica e senza
avere la possibilità economica per compensare la sua mancanza con corsi di aggiornamento
regolari. Io sono la prima a sostenere che, per chi si muova nel sociale, è più
necessaria una certa formazione personale (di vita vissuta) che un titolo
accademico: è vero però anche che, quando si ha a che fare con minori, si ha
anche sempre a che fare con scuole, insegnanti, libri e quaderni, e che minori
provenienti da famiglie a disagio e/o svantaggiate nella stragrande maggioranza
dei casi presentano anche un ovvio riverbero nel rendimento scolastico e nel processo
di apprendimento – siano essi motivati da problematiche contingenti o altro. Operatori
non formati per riconoscere e formulare le debite distinzioni, identificare
problematiche effettive e dare supporto adeguato nello svolgimento dei compiti
scolastici dei minori presenti in Comunità non sono adeguati per svolgere un
servizio globale al minore. Eppure, incredibilmente, per la valutazione della
loro professionalità non è mai data all’utenza la possibilità di prendere
parola e di essere consapevole dei propri diritti – utenza che, anzi, finisce
per poter essere facilmente spaventata e “spaventabile” da qualche frasetta potenzialmente
utilizzabile in un colloquio per “spiazzare”, riferita a cose personali di cui
non tutti sono fieramente pronti a non sentirsi nella posizione di doversi
vergognare… ricordiamoci ancora, infatti, che chi è sempre stato comodo parla bene fino a
che ha una poltrona su cui sedersi: è davanti ai problemi che si misura la
forza autentica della gente.

Spaventoso sarebbe scoprire che, addirittura a livello di dirigenza, non c’è personale formato per poter rendersi conto delle manchevolezze professionali dei propri sottoposti: per i Servizi Sociali abbiamo seriamente bisogno di persone qualificate in ambito psicologico, educativo e didattico, oltre che di persone che conoscano bene i diritti ed i doveri del cittadino in linea con la legge nazionale.

Come da più parti ormai qualcuno
cerca di urlare, ripeterò anche io che, quando un minore è affiancato da un
operatore, fa girare soldi che non sembrano sempre giustificati dall’effettivo
sostegno offerto né a domicilio, né in Comunità. Purtroppo, alle famiglie
nessuno lo dice… famiglie portate a piegare la testa davanti a chi in realtà sembra spesso barcollare nel buio. Il caso a cui mi riferisco non è né unico né il peggiore, ma sembra aver scoperchiato disfunzioni incredibili nel sistema di questa città soprattutto per quanto riguarda i rapporti di potere tra scuole, Servizi Sociali ed Associazioni educative. Purtroppo
ancora, ci si accorge di come questa mostruosità, di cui nessuno ha un vero controllo e nessuno ha una visione d’insieme, sia stata possibile solo quando si arriva a veder formulate domande
specifiche davanti alle quali affiora una strana mentalità, un senso di reale
impotenza, solo talvolta una sincera ammissione di incompetenza in materia. 
E’ folle che la vita di
tanti minori e la serenità delle loro famiglie possano essere messe nelle mani
e di fatto potenzialmente compromesse da persone che “non sanno” e che, mai
controllate in maniera “incrociata”, non sospettano neppure di “non
sapere” e di quanto le cose che non sanno possano essere fondamentali per poter catalogare il problema di un minore o di una famiglia nel suo corretto “cassetto”. Il riduzionismo ad una psicologia maccheronica è intellettualmente umiliante per una città ed un Paese di non banale tradizione culturale… suvvia… Relazioni unilaterali
scritte con leggerezza per riempire fogli e fogli di belle apparenze
professionali senza preoccuparsi del peso che esse possono avere per il futuro
dei ragazzi devono essere lette: ci vuole, Signori, reale RESPONSABILITA’ e reale RISPETTO della sofferenza e della fatica altrui!

A Trieste sembra che la tradizione poliziesca di matrice austriaca ad accumulare informazioni sui cittadini “non grati” sia ancora molto in
auge. Come si fa a dare tanto potere a chi non pensa di poter subire controlli
e sanzioni? Roma, dove sei… perché sei così incapace di tutelare davvero i cittadini
che ti chiedono aiuto?

Cristina Rocchetto

(educatrice, Vicepresidente e Responsabile C.S.IN (Centro Servizi
Interdisciplinari ONLUS) sportello Stalking e Tutela dei diritti dei minori e
delle famiglie vittime di errori giudiziari della Regione Friuli Venezia Giulia)

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