Corrado Alvaro


biografia di uno sradicato

di Franco Caristo

Nella mia infanzia, fino a nove anni, al mio paese sono stato felice. Il paese mi pareva grande, mi pareva tutto il mondo. Non riuscivo  neppure a concepire che   di là dei monti  esistesse un’umanità   io non posso vivere lontano dal mio paese e d’altra parte uno scrittore esule va sempre perduto ” [1].  In  questa notazione memoriale di Quasi una vita, ( diario la cui stesura fu iniziata a Berlino nel 1929 e pubblicato solo nel 1950 ) generata evidentemente da uno scatto di  indomabile nostalgia ,  si può cogliere , in nuce,  la marcatura  di Alvaro ( nato a San Luca un paese aspromontano dello Jonio nel 1895 e morto a Roma 1956), che è poi quella tipica dell’intellettuale meridionale fuoriuscito  : ossia da una parte la dolente consapevolezza delle proprie radici, la malattia dell’animo che i greci chiamavano pathos   dall’altra antiteticamente e romanticamente  la  costante tensione verso  loltre  ,  concretizzato nell’abbandono delle proprie radici e nella fuga   – per necessità o per volontà – che apre orizzonti imprevedibili e talvolta anche  minacciosi, soprattutto per un intellettuale meridionale  .

L’ossimoro esistenziale , –  stabilità – precarietà – dunque, connota profondamente e durevolmente  la figura di Alvaro il quale, ancora fanciullo,  dopo aver portato a termine  le scuole primarie  a San Luca, viene  mandato dal padre, che  vede nel piccolo Corrado  un poeta  in pectore, a studiare  nel collegio dei Gesuiti  a  Mondragone. C’è, indubbiamente, in questa volontà paterna lo spirito di rivalsa di chi avverte la sua condizione di minorità sociale e cerca il riscatto.       

Di suo padre  lo scrittore calabrese dirà più tardi  nei  suoi diari   che per  poeta  intendeva un uomo che è mescolato  in tutte le cose, che lusinga i potenti  e ne ottiene i favori, che canta le guerre e la forza, un individuo cioè che ha sempre ragione e  che è dalla parte del più forte “[2].  Ingenuità  di padre  e immagine lontanissima e opposta allAlvaro uomo e scrittore  .  

­Il punto di vista borghese   del padre – in una civiltà contadina   rigida e immodificabile – merita tuttavia un indugio perché acquista rilevanza anche sociologica e va letto  all’interno  delle strutture socio – economiche e ideologiche  di una arretrata Calabria  del primo novecento,  come tentativo  di  assegnare  valore  non solo alla terra o alle cose –  si pensi  per questo  a  quanto dice lArgirò  in Gente in Aspromonte : ho perduto il mio bene. I buoi che avevo in custodia dal signor Filippo Mezzatesta sono precipitati giù nel burrone. E finita. Questa è la rovina della casa mia [3]  –  ma  anche  alla cultura, che potrebbe ridisegnare positivamente  lo status sociale  del proprio figlio –  si  pensi anche a quanto lArgirò investirà sull’ultimo figliolo Benedetto che sarà mandato in seminario a studiare da prete, che è tutto dire,  poiché è intelligente e se lo facciamo studiare diventerà un granduomo se riesco a fare di lui un prete staremo bene tutti, anche lui [4] .

L’esperienza  collegiale si rivelerà  traumatica sotto il profilo psicologico e  culturale. Difatti  il Calabrese viene preso in giro dai compagni della Roma bene che lo trattano con indifferenza e distacco, mentre lasfittica  chiusura   gesuitica verso  l’alterità culturale   , che  impedisce  ai ragazzi curiosi di inoltrarsi  in territori letterari proibiti   determina l’allontanamento dal seminario  di Alvaro  scoperto a leggere Verga, Carducci, D’Annunzio .[5] 

In Calabria, a San Luca, Alvaro ritrova gli amici  dai piedi scalzi e dai visi scontenti ” ma per completare gli studi  frequenta dapprima il collegio di Amelia in Umbria e poi il  liceo ” Galluppi di Catanzaro, dove consegue la licenza liceale, diventando un habitueé   della Biblioteca Comunale  nella quale trova da leggere  moltissima  letteratura italiana, soprattutto verista,  ed  europea. Ma un’attenzione particolare egli dedica  al suo conterraneo Tommaso Campanella, del quale dice che appartiene al ceppo popolare degli apostoli in cui quel che conta è letica, l’essenza dell’uomo”.

 Popolo, etica, uomo,  appunto, diventeranno  rispettivamente le costanti della sua arte, il tessuto  connettivo  che omogeneizza  scritture apparentemente diverse, per registri e contenuti,  elemento trasversale della sua risentita e pensosa Weltanschauung ,  insomma, una sorta di interiore basso continuo”   che accompagna  lo scrittore  per tutta la vita.   Ma, tornando al periodo catanzarese, ancora studente, Alvaro tiene una fortunata conferenza su D’Annunzio; ciò, mi pare, va evidentemente colto  come  indizio  di una  iniziale positiva  disposizione  verso  lenfatico mondo pseudo verista del poeta pescarese. Laccostamento tuttavia sarà di breve durata  proprio considerando il forte sostrato morale   alvariano  estraneo  senza dubbio  allImaginifico. [6]    

Ha 17 anni quando invece pubblica  il suo primo lavoro   ( 1912 ) : Polsi nell’arte, nella leggenda, nella storia [7]   .   Sessanta pagine  di  storia su Polsi, luogo solitario nel cuore dellAspromonte e meta di pellegrinaggio per i calabresi, pagine che  segnano l’inizio della carriera artistica del  sanluchese  ma soprattutto  anticipano  il modus  scribendi  di Alvaro, quella  maniera, cioè ,  di  dare anima   alle cose,  alla natura, alla montagna, ai torrenti, di  riscriverli in tonalità  liriche e musicali,   tantè che  proprio  in questo libello   emergono  già  coagulati   calabresità   e  poesia  (  di ciò intus ). 

Ma la  Calabria appare già lontana quando nel 1915, a 20 anni , entra  come allievo ufficiale nell’Accademia di Modena ed esce sottotenente di fanteria pronto a lanciarsi nell’avventura  bellica.  Levento in se appare naturale:  è il giovane che serve la patria.  Qui però  importa  rilevare, en passant,   la posizione  di Alvaro  in rapporto sia  all’ideologia bellicista delle correnti politico – culturali   nazionaliste del primo ‘900 ( lingenuo consenso – interventista )  sia  il risvolto umano e letterario dell’esperienza  della guerra ( la disillusione immediata  propria dell’uomo e dell’intellettuale Alvaro )   sia  le  ragioni psicologiche che  hanno  motivato la scelta ( lo stato d’animo di un giovane del sud che nella guerra intravede francescanamente e  utopisticamente  l’occasione per linverarsi sul piano della storia dei suoi ideali)  . Ebbene  il romanzo Ventanni ( 1930 ) [8] scopertamente  autobiografico,  racconta proprio  l’esperienza   di un giovane intellettuale calabrese di 19 anni, Luca Fabio che parte volontario per la guerra. Dallentusiastica adesione fino alla  disincantata  riflessione  sulla inutilità  della guerra il piano dell’inventio  e quello storico  si intersecano e ne esce fuori  un Alvaro uomo – soldato sconfitto dalla catastrofe vissuta .

Una sorta di discesa  ad  inferos    che aveva già lasciato  profonda traccia nello scrittore che pubblicò, ancora convalescente,  Poesie grigioverdi ( 1917 ). Chiusa  l’esperienza della guerra, Alvaro  inizia  le collaborazioni ai giornali (  subito al Resto del Carlino ) che gli consentono di viaggiare in Europa e sposa  nel 1918   Laura Babini, fedele compagna e collaboratrice.[9]

Nel 1920  si laurea  in Lettere e filosofia  a Milano, laddove lavora per qualche tempo  al Corriere della sera  diretto da  Luigi Albertini. Ma la vicinanza del giornale alla politica di Mussolini  spinge Alvaro ad abbandonare il quotidiano. Ed allora  nel 21 passa  al  Mondo di Giovanni Amendola  diventando  corrispondente da Parigi.   Intanto nel       confuso        dopoguerra   in Italia  (lacuirsi  dei conflitti sociali, l’occupazione delle fabbriche, la  settimana rossa, le jacqueries a fronte della scarsa capacità della classe politica di proporre un programma riformista ) si corrodono  le vecchie strutture dello stato liberale, travolte dallo squadrismo fascista e liquidate  dalla  marcia su Roma del 28 ottobre del 1922 .  Mussolini   prende il potere  e inizia la fascistizzazione dello stato.  La reazione  degli intellettuali italiani è ambigua : a fronte del Manifesto degli  intellettuali  del fascismo redatto da Giovanni Gentile nel 1925 e firmato da molti uomini di cultura, Benedetto Croce pubblica il Manifesto degli  intellettuali antifascisti sempre nel 1925 riuscendo a coagulare intorno  alla sua religione per la

libertà  lintellighenzia  più progressista e liberale.  Alvaro è uno dei firmatari del Manifesto crociano, coerente intellettuale che non nasconde  il suo antifascismo, sicché viene perseguitato dal regime tanto da  dover abbandonare l’attività giornalistica .

La   pubblicazione      del romanzo  L’uomo nel labirinto  

(1926 )  con chiare allusioni anche alla nascente dittatura gli procura non pochi nemici e il divieto di vendita [10] mentre  le intimidazioni  lo inducono al silenzio e  a dedicarsi solo alla letteratura che   assume  ora per lui il senso di un impegno totale, che coinvolge la sua responsabilità  anche morale di scrittore italiano ed europeo ” [11].

Alvaro diventa amico di Bontempelli e collabora alla rivista ‘900  dalla quale avrà modo  di apprendere la lezione narrativa dei grandi  scrittori europei e internazionali del tempo. Nel biennio 1929 –31 cadono due episodi che  vedono involontario protagonista il riservato scrittore calabrese.   Nel 29  per la raccolta di racconti Lamata alla finestra”   la critica gli assegna il premio Fiera Letteraria”  ma  Mussolini  pretende che  il nome dello scrittore calabrese sia sostituito [12] ( lo stesso Curzio Malaparte  condirettore della rivista   si indigna  e con lui altri letterati ) .

L’uomo Alvaro appare sconfortato  a causa dell’intervento di Mussolini che vede nello scrittore un elemento pericoloso e  anche per lostilità evidente di molti intellettuali  fascistizzati. Dopo essere rientrato da Berlino [13] laddove intanto aveva frequentato gli ambienti culturali  più progressisti e affinato la sua cultura ( nella capitale tedesca ripara nel 1927 e resta fino al  1929  ),   pubblica  nel 1930  Gente  in Aspromonte [14]  ,  che fa emergere, di là della retorica  fascista, una Calabria primitiva, metafora anche  del fallimento del progressismo  di  regime. Il cl’amore suscitato, tuttavia, costringe Mussolini ad apprezzare  l’opera dello scrittore calabrese .  Conviene indugiare, a questo punto, sul rapporto tra Alvaro e il fascismo se non altro che per fare chiarezza su un aspetto della biografia alvariana del quale si è molto discusso e per il quale molta critica militante  ha

preso le distanze dallo scrittore, ponendolo ai margini rispetto ad altri scrittori coevi ( Moravia, Bernari, Vittorini, Levi ecc) e gettando un’ombra sulla sua moralità.   Di questo se ne duole lo stesso Alvaro quando scrive   dopo il 1931 mi videro in compagnie singolari, grandi signori allora in voga e che tenevano le chiavi del potere o ne  conoscevano le porte segrete.  Si sussurrò dei miei rapporti misteriosi e che io fossi una spia  era successo che era uscito Gente in Aspromonte e Mussolini esortò lambasciatore del Brasile a leggerlo   [15].

In realtà, però , il suo atto di fede antifascista è datato  1921.. e la sua ideologia antitotalitaria venne riaffermata  con la firma degli antifascisti al Manifesto  redatto da Giovanni Gentile e  venne ribadita sei anni dopo, quando fu costretto a lasciare  La Stampa  in seguito agli attacchi  verbali  e alle minacce degli intemperanti..” [16] .

E se anche nel  1934 pubblicò, è vero,  Terra nuova  che sembrò una esaltazione  della  politica rurale  operata dal regime,  Alvaro ebbe a dire  a proposito del presunto cedimento rimproveratogli da alcuni amici   ero antifascista  per temperamento, per cultura, per indole, per inclinazione, per natura”  Una  sorta  di dissimulazione onesta, di doppiezza pirandelliana, certo, in un tempo in cui la viltà era di rigore ed era necessario per lui conservarsi uno spazio per  poter esercitare il  mestiere di letterato [17].

Stanco nel fisico e nello spirito, amareggiato dalle polemiche intorno alla sua persona, Alvaro decide  di compiere,come inviato della  Stampa” , un    viaggio in Turchia [18].  E il   marzo  de 1931. 

Torna, dunque,  l’ansia del viaggio, quella forza centripeta che lo allontana dalla sua Calabria e lo porta nella Turchia primitiva e dignitosa, un  viaggio che è per Alvaro  come un ritorno   ai confini di un mondo naturale del proprio spirito ( G. Ferrata ) .

Nel1934 sempre per conto della Stampa” si reca nella Russia  un  Paese dove  tutto è provvisorio [19],un Paese dove al di là di sperate  palingenesi rivoluzionarie, l’arcangelo che liberi l’uomo dal lavoro duro non è venuto e non verrà  mai e  le rivoluzioni che promettono il paradiso  sono inebrianti per pochi giorni” [20].

Tornato in Italia  nel 1935  in pieno fascismo e con la guerra dEtiopia alle porte, Alvaro scopre ancor più profondo il senso della solitudine dell’uomo  nell’Europa dei totalitarismi.  Mussolini  ha saputo monopolizzare  il mondo culturale italiano e molti intellettuali  hanno già capitolato.  Il suo antifascismo  è  tiepido ma  sicuro  e quand’anche nel 1939   viene chiamato a  Il  Popolo di Roma , Alvaro non ha tessera, né è iscritto al Fascio, ciò nonostante nel 1940  gli viene attribuito il Premio dell’Accademia d’Italia.

E  mentre l’Italia fascista è  in guerra,  lo scrittore torna  a San Luca per i funerali del padre ( 1941 ).  E sarà l’ultima volta  che vedrà il suo paese.  La caduta di Mussolini  e l’occupazione tedesca  lo costringono a rifugiarsi  a Chieti dove vive sotto falso nome e impartendo lezioni private. Finita la guerra, Alvaro, come preso da rimorso per  ingenue contaminazioni con il regime  e per rompere il suo isolamento fisico,     produce  il  suo  impegno di intellettuale  a fianco di altri intellettuali come Jovine e Bigiaretti con i quali fonda il Sindacato nazionale degli scrittori, assumendo la direzione di alcuni giornali ( Il Risorgimento di Napoli ),  dedicandosi intensamente alla  letteratura e collaborando come sceneggiatore per il cinema . 

Gli  ultimi anni della sua vita li  vive tra  Roma  e Vallerano, un paesino del viterbese, dove ha acquistato una casa in campagna frequentata da  pochi amici . Nel 1950 esce  Quasi una vita , una raccolta di appunti che copre il ventennio dal 1927 al 1947 e che gli faranno vincere il Premio Strega ( 1951 )  .

 Nel 1954  è arpionato dalla  fatale malattia che lo condurrà alla morte all’età di 61 anni.  Era l’11 giugno del  1956.

 


 


1) C. Alvaro, Quasi una vita, Milano, Bompiani, p. 62

[2] C.Alvaro,  L’età breve, Milano , Bompiani, 1963

[3]  C. Alvaro, Gente in Aspromontecit. p.  29

4 Ibidem,  p.78  

 

[5] L’esperienza  del collegio verrà sublimata e raccontata nel romanzo:  L’età breve,  pubblicato nel 1946,  opera scopertamente autobiografica e  critica   verso  la corruzione dilagante   nei collegi gesuitici . Il protagonista del romanzo, Rinaldo, coincide con l’alter ego dello scrittore. 

 

[6] Sulla  moralità   come limite insiste Carlo  Bo quando dell’arte di Alvaro  dice che  è sempre  trattenuta da  un sottinteso morale che rallenta tutte le operazioni dell’invenzione  Cfr:  C.Bo in La Fiera letteraria” , (4 gennaio 1951 ) .  Che sia un limite la moralità nell’arte ? [6]

16 P. Crupi  definisce  l’opera   un libro – gioiello   .  P. Crupi:  Storia  cit.  p.53 

  

[8]  E un ennesimo romanzo sulle conseguenze emozionali e ideologiche  della guerra   rivissuta    post eventum ,  perciò distanziata dalla memoria  ed osservata dallo scrittore  non  come evento  storico ma  come exemplum   di una condizione di abbrutimento dell’uomo.  D’altra parte Alvaro non è solo  come poeta  della prima grande guerra. Per un esempio si pensi  all Allegria di naufragi (1919) di Ungaretti  o all’altro  calabrese Francesco Perri  che  raccontò la sofferenza della guerra nei versi di  Rapsodia di Caporetto (1919 )

 

[9]  una donna che con me ha avuto molta pazienza e che ha retto ai colpi di tante traversie”   in  C.Alvaro,  Ultimo diario,  Milano, Bompiani,  1983, p. 217

 

[10] Leditore Alpes, che allora pubblicò il romanzo, ricevette un telegramma  da  tale Ciarlantini  del quale  informò lo scrittore ODIERNA POLEMICA FIERA LETTERARIA IMPERO  PRESTEREBBESI  ALVARO FARE DICHIARAZIONI SCAGIONANTESI ANTIFASCISMO CIO NON AVVENENDO ASSICURAZIONI BONTEMPELLI  CIRCA REALI INTENZIONIDI  ALVARO RISULTEREBBERO INGANNEVOLI  E DOVREI VIETARE VENDITA ROMANZO E PUBBLICITA

 

[11]  F. Virdia,  C.Alvaro, in Dizionario biografico degli italiani, Roma. Ist.della Encicl. Ital, II,1960, p 583

[12]  Scrive G.Vigorelli : Umiliati e pentiti di aver peccato di zelo e di servilismo chiedendo a Mussolini un consenso e provocandone un divieto”  , in G. Vigorelli, Vita difficile di C. Alvaro, in Il Tempo“, 28 giugno 1956

  

[13] A Berlino lo scrittore  si sente come un errore grave in un compito di scuola

[14] Il manoscritto viene pubblicato da Ugo Ojetti su due numeri di Pegaso  nel 1930

 

[15]  C. Alvaro, Ultimo diario, Bompiani, Milano,  pp. 218 –2198

[16] Cfr: M. Del Gaudio, L’uomo e il suo specchio: una rilettura alvariana, in  AA.VV. Alvaro, uomo mediterraneocit.. pp. 91 –92 . Scrive ancora Del Gaudio : Il ritorno in patria da Berlino (1929) ebbe un prezzo da pagare sollecitato da Sillani a chiarire la sua posizione, Alvaro non accettò

provocazioniisolandosi con Bontempelli, Barilli, Cecchi, Saba, Bacchelli, Angioletti e Montale ” 

  

[17] Sui rapporti  tra  Alvaro  e il fascismo è  rilevante la viva  testimonianza dello scrittore calabrese Mario La Cava il quale in una intervista  del 1985 a  Stefano de Fiores così si esprimeva : Per ciò che riguarda il fascismo, lui ( Alvaro ) era antifascista , con me abbiamo sempre parlato di antifascismo. Però per  vivere lui spuntava l’attrito per quanto riguarda le  Paludi pontine  lui faceva il giornalista per vivere  e il giornalista non lo poteva fare se non accettando gli argomenti ”    S. De Fiores, La Cava parla di Alvaro ,  in AA.VV. , Alvaro, uomo mediterraneocit..p.168

[18]  Lirismo e  realismo  connotano le prose di viaggio,  dalle quali emerge un Alvaro attento osservatore delle  cose più umili e delle fatiche degli uomini  .  Si veda :  C. Alvaro, Viaggio in Turchia,  Treves, Treccani, 1931

 

[19]  C. Alvaro, Viaggio in Russia, Sansoni, Firenze, 1943

[20]  ibidem, p. 119-120

Prof. Franco Caristo