Così nel mio parlar voglio esser aspro. Parafrasi interlineare e commento delle rime petrose di Dante – di Carlo Zacco

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Così nel mio parlar
voglio esser aspro

 
È la
più complessa e movimentata delle rime petrose, sia per le scelte metriche sia
per la materia trattata, distribuita tra raffigurazione oggettiva della donna e
sfogo della soggettività del poeta. Le immagini e lo stile definiscono una
materia e una disposizione psicologica violente ed esasperate. Domina
inizialmente nel poeta la consapevolezza che la donna è invulnerabile all’amore.
Si passa quindi a un proposito di vendetta che rovescia la situazione nel sogno
di un incontro carnale degradato in senso sadico. Importante è la
rivendicazione, soprattutto iniziale, del nesso tra materia e forma, cioè la
consapevolezza in sede di poetica del valore conoscitivo delle scelte lessicali,
linguistiche, tematiche e metriche.

 


1.


Così nel mio


parlar


voglio esser
aspro,


com’è


ne li atti


questa bella


 


Nel mio

[modo
di]


parlare
[:di scrivere]


voglio essere
violento,


così come lo è


nel suo modo di
fare


questa bella

 


petra,


la quale impetra
ognora


maggior durezza


e più natura
cruda,


e veste


[donna
di]
pietra,


la quale
racchiude sempre


maggiore durezza


e maggiore
crudeltà di carattere,


e ricopre

 


sua persona


d’un diaspro


tal, che per lui,


o perch’ella


s’arretra,


non esce


il suo corpo


di un diaspro


tale che grazie
ad esso,


o a causa del
fatto che ella


si tira indietro,


non esce

 


di faretra


saetta che già
mai la colpa ignuda:


ed ella ancide,


e non val


ch’om


giammai dall’arco


una freccia che
la sorprenda indifesa;


e però lei uccide


e non serve


che uno

 


si chiuda


né si dilunghi


da’ colpi
mortali,


che giuncono


altrui


e spezzan


si difenda

[in
una corazza]


né che si
allontani


dai corpi
mortali,


i quali
raggiungono


il destinatario


e spezzano

 


ciascun’arme


com’avesser ali:


sì ch’io non so
da lei né posso atarme.


ogni arma


come avessero le
ali:


così che io non
posso difendermi.

 

La
durezza del linguaggio deve corrispondere alla durezza della donna, cioè il
discorso al suo soggetto. La situazione è squilibrata rispetto alla
tipologia dell’amore cortese, data la invincibile difesa messa in opera
dalla donna e data la sua inesorabile capacità di colpire chi vuole, cioè di
farlo innamorare.
 


Petra:

è
forse nome proprio o comunque soprannome (senhalh) .


Diaspro:


pietra durissima, del genere del diamante, catalogata nei lapidari come
capace di proteggere chi la porti con sé a patto che sia casto. Il nesso con
la inattaccabilità,  specialmente sessuale, della donna è evidente.


Giungono..spezzan:

si
riferiscono, con chiasmo, a si chiuda e a si dilunghi.

 


2.


Non trovo


scudo


ch’ella non mi
spezzi


né loco


che m’asconda


dal suo viso:


 


Non trovo


[nessuno]


scudo


che ella non mi
spezzi



[nessun]
luogo


che mi nasconda


dal suo sguardo:

 


ché


così de la mia
mente tien la cima


come fior


di fronda.


Par che


si prezzi


perché


ella occupa la
cima della mia mente


come il fiore



[occupa]

la cima del ramo.


Mostra


di curarsi

 


cotanto del mio
mal


quanto legno


di mar


che non lieva
onda

[:calmo. Cioè non
di cura

affatto del mio
dolore]


del mio dolore


altrettanto che
una nave


si cura di un
mare


che non solleva
onda

 


e ‘l peso


che m’affonda


è tal che


non potrebbe
adequar rima.


e l’angoscia


che m i abbatte


è così grande che



[nessuna]

espressione
poetica potrebbe esprimer[lo].

 


Ahi lima
angosciosa


e dispietata


che scemi


sordamente


la mia vita,


perché non ti
ritemi


Ahi lima
angosciosa


e spietata
[d’Amore]


che consumi


segretamente

[=senza manifestazioni esteriori]


la mia vita,


perché non hai
ritegno

 


di rodermi


il core a scorza
a scorza


sì com’io


di dire altrui


chi ti dà forza?


di mangiarmi


il cuore pezzo
per pezzo


così come io


[ho ritegno]
di dire in giro


[il nome di]

chi ti dà la
forza di consumarmi?


L’inizio di questa strofa riprende alcuni termini e concetti dell’inizio
della strofa precedente.
 

Mentre il poeta rispetta le convenzioni cortesi della discrezione, non
rivelando il nome della donna che dà ad Amore la forza di consumargli il
cuore, invece la donna tralascia di rispettarle, se non altro nella forma
doverosa della pietà.
La
lima in quanto strumento usato da Amore è, secondo la magg. pt. degli
interpreti, la donna: ma si può anche intendere che sia Amore in quanto
strumento di Lei.
 


3.


Ché


qualora io penso
di lei


in parte ov’altri


li occhi induca


per tema


 


Infatti


quando io penso a
lei


in luogo dove
qualcuno


mi veda


nel timore che

 


non traluca


di fuor


lo mio penser


sì che si scopra,


più mi triema il
cor


non traspaia


all’esterno


il mio pensiero


[:amore]


così da essere
scoperto,


ho paura più

 


ch’io non fo


de la morte,


che già mi
manduca


ogni senso


co li denti


di quanto io non
ne abbia


della morte,


la quale già mi
sta mangiando


ogni senso

[:ogni facoltà conoscitiva]


coi denti

 


d’Amor;


ciò è


che la lor


vertù


bruca ‘l pensier


sì che


n’allenta l’opra.


di Amore;


questo significa


[che dico]
che la loro


forza
[:dei
denti d’Amore]


logora il
pensiero
[:le
facoltà intellettuali]


così che


ne annulla le
attività
.

 


E’


m’ha percosso in
terra,


e stammi sopra


con quella spada


ond’elli ancise
Dido,


Egli


[:Amore]


mi ha gettato in
terra,


e mi sta sopra


con quella spada


con la quale egli
uccise Didone,

 


Amore, a cui io
grido e


il priego
umilmente


merzé chiamando:


ed el par


quell’amore che
io invoco


e prego
umilmente,


invocando pietà:


ed egli si mostra

 


messo al niego


d’ogni merzé.


 


intenzionato al
rifiuto


di ogni pietà.


 


L’aggressione che l’Amore porta al poeta ne annulla tanto le capacità
sensoriali di rapporto con la realtà quanto le facoltà intellettive di
elaborazione concettuale, facendo emergere un unico elemento interiore, il
pensier d’amore, con il rischio conseguente di essere scoperto.
Insomma, l’amore agisce sul soggetto in due modi: rendendolo indifeso
rispetto al potere della passione e sottraendogli la facoltà di controllo
rispetto al mondo esterno. Si annuncia in tal modo la replica vendicativa, e
incontrollata delle due strofe conclusive.


Con quella spada..Dido: 

Il
richiamo letterario stabilisce un parallelo tra Dante e Didone (considerata
nel medioevo un esempio di lussuria) puntando sulla conoscenza da parte del
lettore del notissimo episodio classico: anche Dante è dunque un innamorato
passionale non riamato, e anche lui si trova sulla strada del suicidio.

 


4.


Egli,


esto perverso,


alza ad ora ad or
la mano


e sfida


la debole mia
vita,


 


Egli,


[Amore]


questo spietato,


alza
ripetutamente la mano


e minaccia


la mia debole
vita,

 


che mi tiene in
terra


disteso


a riverso


d’ogni guizzo
stanco:


allor


mi surgon


 


che mi tiene in
terra


disteso


supino


incapace di ogni
reazione:


allora


mi nascono


 

 


ne la mente


strida


e ‘l sangue,


ch’è disperso


per le vene,


fuggendo corre
verso


nell’immaginazione


grida

[:immagino di gridare senza
riuscirci]


e il mio sangue,


che è distribuito


per le vene,


corre fuggendo

verso

 


lo cor, che ‘l
chiama;


ond’io rimango
bianco.


Elli


mi fiede sotto il
braccio manco


il cuore che lo
chiama;


per cui io
rimango pallido.


Egli


[Amore]


mi ferisce sotto
il braccio sinistro


[:dalla parte del cuore]

 


sì forte,


che ‘l dolor


rimbalza


nel cor:


allor dico:


“S’elli alza


un’altra volta,


così fortemente


che il dolore


si ripercuote


nel cuore;


allora dico:


«Se egli alza

[la
mano]


un’altra volta,

 


Morte


m’avrà chiuso


prima che ‘l
colpo sia disceso giuso”.


Morte


mi avrà chiuso

[: il
cammino della vita = ucciso]


prima che il
colpo sia disceso giù».

[a colpirmi].


Amore personificato è qui introdotto nell’azione con gli stessi caratteri
crudeli e violenti che qualificano l’amata.

 


5.


Così vedess’io


lui


fender


per mezzo


lo core a la
crudele


che ‘l mio
squatra!


 


Potessi io vedere


da lui


spaccare


a metà


il cuore alla
donna crudele


che squarta il
mio;

 


poi


non mi sarebb’atra
la morte,


ov’io


corro


per sua bellezza:


ché


dopo

[aver
visto ciò]


non mi sarebbe
dolorosa la morte


verso la quale


corro


a causa della sua
bellezza:
[:della donna]


perché

 


questa scherana


micidiale


e latra


dà tanto nel sol


quanto nel rezzo.


questa bandita


assassina


e ladra


colpisce tanto
nel sole


quanto
nell’ombra.

[:in
qualunque circostanza]

 


Ohmè,


perché


non latra


per me nel caldo
borro


com’io per
lei?         


ché tosto
griderei:


Ahimé,


perché



[l’amata]

non urla

[d’amore]


per me nel caldo
torrente

[della passione]


come io

[faccio]

per lei?


dato che subito
griderei:

 


“Io vi soccorro”


e fare’l
volentier,


sì come quelli
che


metterei mano


ne’ biondi
capelli


«io vi vengo in
aiuto»


e lo farei
volentieri,


ma in questo
modo:


metterei mano


nei capelli d’oro

 


ch’Amor increspa


e dora


per consumarmi


e allora le
piacerei.


che amore
arriccia


e colora d’oro


per consumarmi

[di
passione]


e piacere’le
allora.

[:cioè l’afferrerei per i capelli]


Cominciano qui a a delinearsi i conclusivi propositi sadici di vendetta da
parte del poeta, con un violento rovesciamento delle posizioni e dei ruoli;
ad Amore è affidato il compito di avviare lo scenario desiderato.

L’aggressione sadica alla seducente fisicità della donna amata si scatena
concentrandosi innanzitutto sui capelli, espressione di femminilità e
ragione fondamentale di attrattiva per il poeta.


Caldo borro:


interpretato anche come abisso infernale, cioè secondo la prospettiva della
dannazione eterna a causa della passione e in seguito alla morte evocata al
v. 51.
 

 


6.


S’io avessi le
belle trecce prese,


che fatte son


per me scudiscio
e ferza,


pigliandole


 


Se io avessi
afferrate le belle trecce,


che sono
diventate


per me frusta e
sferza,


afferrandole

 


anzi terza,


passerei


con esse


vespero e
squille:


e non sarei


pietoso né
cortese,


prima delle nove,


trascorrerei


con esse


pomeriggio e sera


e non sarei


[né] pietoso né
cortese,

 


anzi


farei com’orso
quando scherza;


e se


Amor


me ne sferza,


anzi


farei come l’orso
quando scherza

[sarei
violento]


e se [ora]


Amore


mi frusta
attraverso di esse,

[:le trecce],

 


io mi vendicherei


di più di mille.


Ancor


guarderei presso


e fiso,


ne li occhi,


io mi vendicherei


oltre le mille
volte tanto.


E in più


[la]guarderei da
vicino


e fissamente,


negli occhi

 


ond’escon le
faville


che m’infiammano
il cor,


ch’io porto
anciso,


per vendicar


lo fuggir


dai quali escono
le scintille

[:la
luce]


che mi infiammano
il cuore,


che io porto
ucciso,
[dentro di me]


per vendicare


lo sfuggire

 


che mi face;


e poi le renderei
con amor pace.


che [ora] fa
davanti a me;


e poi la
perdonerei e tornerei ad amarla.

 



Terza..vespero e squilla:


tre delle sette ore canoniche in cui era suddivisa la giornata, secondo uno
schema basato su vari momenti liturgici: squille allude al suono
delle campane dell’Angelus che accompagnava Compieta.


Farei..scherza:


con riferimento forse al proverbio: «non ischerzare coll’orso, se non vuogli
esser morso».
 

Dopo i capelli, gli occhi, altro luogo simbolico della femminilità,
anch’esso valorizzato dalla tradizione poetica cortese e stilnovistica e qui
profanato da uno sguardo impudico per insistenza e vicinanza. E infine la
prospettiva dell’amoroso e rasserenato scioglimento finale della tensione
tra i due: compiuta la vendetta, tornerebbe possibile l’amore, essendo stato
concesso il perdono alla donna.

 


C. 


Canzon,


vattene dritto a
quella donna


che m’ha ferito
il core


e che m’invola


 


O canzone,


vattene
direttamente da quella donna


che  mi ha ferito
il cuore

[:mi
ha fatto innamorare]


e mi sottrae

 


quello ond’io ho
più gola,


e dàlle per lo
cor d’una saetta;


ché


in far vendetta


ciò di cui io ho
più desiderio

[:lei
stessa e il suo amore]


e colpiscila in
mezzo al cuore con una freccia :


poiché


nel vendicarsi

 


bell’onor
s’acquista.


 


si guadagna
piacevole onore.


 

È
il congedo rivolto energicamente alla canzone perché compia lei stessa con
la propria durezza la vendetta del poeta che Amore di fatto si rifiuta di
realizzare. In questo modo al poeta è possibile recuperare il proprio onore,
la dignità distrutta dalla passione e il desiderio infelice

 
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