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22 Giugno 2026
La Spagnola e la Grande Guerra: quando il mondo morì due volte
Prefazione: un’epidemia nell’ombra dei cannoni
C’è un paradosso crudele nella storia della Grande Guerra, uno di quei paradossi che la storiografia ha impiegato decenni a mettere a fuoco con la dovuta chiarezza. Mentre l’Europa intera tratteneva il fiato davanti all’avanzata degli eserciti, mentre i generali spostavano divisioni sulle mappe con la disinvoltura di chi muove pedine su una scacchiera e i governi contavano i morti caduti in trincea, un nemico di tutt’altra natura si muoveva silenzioso tra le file dei soldati e nelle strade delle città. Non portava divisa, non rispettava frontiere, non si fermava davanti ai fili spinati. Si chiamò, per un capriccio della geografia e della censura militare, «influenza spagnola». E uccise più persone della guerra stessa.
Raccontare la Spagnola significa raccontare una delle pagine più oscure e insieme più rimosse del Novecento. Significa entrare nelle trincee non come storici della strategia militare, ma come testimoni di un’agonia collettiva che si consumava nel buio, nell’indifferenza imposta dai governi e nella paura silenziosa di una popolazione già stremata da quattro anni di conflitto.
Capitolo 1 — Le origini: un virus che non veniva dalla Spagna
1.1 Il nome sbagliato di una malattia vera
Cominciamo da un equivoco, perché la storia della Spagnola inizia proprio con un equivoco. La penisola iberica non aveva niente a che fare con l’origine della tremenda malattia: essendo la Spagna fuori dal conflitto, i suoi giornali non erano sottoposti alla pesante censura di guerra, e publicarono liberamente le notizie sulla misteriosa malattia sbarcata in Europa nella primavera del 1918. Così, mentre le nazioni belligeranti imponevano il silenzio stampa, la stampa degli altri Paesi negò a lungo che fosse in corso una pandemia, sostenendo che il problema fosse confinato solamente alla Spagna. La malattia prese il nome del paese che aveva avuto il coraggio — o la libertà — di parlarne.
È un dettaglio che dice molto sul clima di quei mesi. La verità era una risorsa pericolosa, da dosare con attenzione. Le popolazioni in guerra erano già al limite della sopportazione, e i governi temevano che la notizia di un’epidemia avrebbe potuto spezzare quel fragile filo di consenso che teneva insieme lo sforzo bellico.
1.2 Dove nacque davvero il virus
Le origini geografiche del virus rimangono ancora oggi oggetto di dibattito tra gli studiosi. Gli epidemiologi concordano nel ritenere che il virus H1N1 sia stato il risultato di una mutazione genetica, forse avvenuta in Cina. Tra le ipotesi più accreditate figura anche quella che individua il primo focolaio in un campo di addestramento militare americano. L’11 marzo 1918, a Camp Funston, un campo di addestramento militare americano costruito nella riserva di Fort Riley, in Texas, si registrarono i primi casi di quella che sarebbe diventata la pandemia più letale del XX secolo.
La catastrofe fu provocata da un virus A/H1N1 di probabile origine aviaria, completamente nuovo per la popolazione umana, che quindi non aveva difese nei suoi confronti. Nel 2005, un gruppo di ricerca ha annunciato su Science e Nature di aver determinato la mappatura del genoma, grazie al recupero dal corpo di una vittima sepolta nel permafrost dell’Alaska e da campioni di soldati americani morti di Spagnola.
Capitolo 2 — La guerra come moltiplicatore del contagio
2.1 Le trincee: l’incubatore perfetto
Per capire perché la Spagnola diventò la catastrofe che fu, è necessario tenere sempre presente il contesto in cui si diffuse. Nel 1918, il conflitto durava ormai da quattro anni ed era diventato una guerra di posizione: milioni di militari vivevano ammassati in trincee sui vari fronti, favorendo così la diffusione del virus.
C’è un meccanismo biologico, quasi paradossale, che spiega la particolare ferocia della seconda ondata. Nella vita civile, la selezione naturale favorisce i ceppi di virus miti: quelli che si ammalano seriamente rimangono a casa, mentre coloro che sono solo lievemente malati continuano con le loro vite, diffondendo una malattia non grave. Nelle trincee, invece, la selezione naturale risultava invertita: i soldati con una forma leggera rimasero dove erano — al fronte, accalcati con i compagni, continuando a trasmettere il virus — mentre quelli gravemente colpiti venivano portati negli ospedali da campo, dove però contagiavano il personale sanitario e altri feriti. La guerra, insomma, aveva creato le condizioni ideali per far evolvere il virus verso le sue forme più letali.
2.2 Il vettore umano: i soldati americani
I soldati americani che facevano parte dell’American Expeditionary Forces, il corpo militare guidato dal generale John Pershing, sbarcando nel 1918 nei porti francesi portarono il virus in Europa. La Spagnola nell’autunno del 1918 iniziò rapidamente a diffondersi in Francia, nelle trincee del fronte occidentale, e poi in Gran Bretagna, in Italia e nella neutrale Spagna.
Nella primavera del 1918, nuovi focolai di una devastante influenza emorragica scoppiarono ad Étaples e poi nel resto della Francia. L’epidemia si estese rapidamente all’esercito tedesco, dall’altro lato del fronte, e arrivò nel Regno Unito, oltre il canale della Manica. Facilitata dallo spostamento di truppe ai quattro angoli del mondo, l’epidemia arrivò in pochi giorni in Italia, negli Stati Uniti, in Russia, in India e in Africa.
Capitolo 3 — Le tre ondate: una guerra dentro la guerra
3.1 La prima ondata: l’inganno della mitezza
La prima ondata della Spagnola fu relativamente blanda, come un’influenza stagionale, e non scatenò il panico. Questo fu forse l’errore più grave: la tranquillità iniziale abbassò le difese, sia psicologiche che sanitarie. I governi erano già impegnati a gestire la macchina della guerra e non si preoccuparono di predisporre misure straordinarie di contenimento. La malattia sembrava passare come tante altre, e la stampa — dove poteva parlarne — la trattava come un fastidio stagionale.
3.2 La seconda ondata: il volto del mostro
Fu l’estate del 1918 a rivelare la vera natura di questo virus. Quando ad agosto si manifestò la seconda ondata, all’alta contagiosità del morbo si aggiunse un elevato tasso di mortalità. Queste due caratteristiche si accentuarono tra l’autunno e l’inverno, con tassi di mortalità insolitamente alti tra i giovani adulti.
Il quadro clinico che i medici si trovarono di fronte era qualcosa di mai visto. Roy Grist, un medico dell’ospedale militare, scrisse ad un collega descrivendo il decorso della malattia: «Questi uomini iniziano con quello che sembra essere un normale attacco di influenza e quando vengono portati in ospedale sviluppano molto rapidamente il tipo più vizioso di polmonite che sia mai stato visto. Due ore dopo l’ammissione iniziano a presentare segni rossi sugli zigomi e poche ore dopo iniziano a diventare cianotici».
3.3 La curva a W: perché morivano i giovani
Una delle caratteristiche più inquietanti della Spagnola — e quella che ancora oggi affascina e turba i virologi — è la sua distribuzione per fasce d’età. Le influenze normali colpiscono soprattutto i bambini piccoli e gli anziani; questa no. Circa la metà delle vittime era nella fascia dei giovani adulti. Gli studiosi parlano di una distribuzione a W, dove il picco centrale della lettera indica la mortalità proprio tra i giovani adulti.
Il tasso di mortalità risultò maggiore nei giovani adulti fra i 20 e i 40 anni che non fra gli anziani: si parlò allora di una possibile immunità acquisita dai più vecchi nell’epidemia influenzale del 1889-90 detta «russa», che uccise in Europa 250 mila persone. In altre parole, chi aveva già incontrato un’influenza simile decenni prima portava in sé una memoria immunitaria che i giovani non avevano.
3.4 La terza ondata: il tramonto della pandemia
La terza ondata si scatenò quasi a ridosso della seconda. A New York il picco fu raggiunto nell’ultima settimana di gennaio 1919, e l’influenza arrivò a Parigi mentre si svolgevano i negoziati di pace. Si ammalarono i delegati di diversi Paesi, ulteriore prova che il virus trascendeva i confini geopolitici.
È una scena di un’ironia quasi sinistra: i potenti del mondo riuniti a Parigi per ridisegnare la carta dell’Europa venivano colpiti dallo stesso virus che falciava i contadini dell’Umbria e i minatori del Galles. La Spagnola era democratica, in questo: non chiedeva i documenti.
Capitolo 4 — Il silenzio imposto: censura, propaganda e verità taciuta
4.1 Il sistema della menzogna organizzata
Il conflitto agevolò la rapida diffusione della malattia nel globo, ma condizionò soprattutto la gestione dell’emergenza sanitaria, che fu subordinata alle esigenze belliche. Per garantire il funzionamento dell’indotto produttivo, furono applicate blande misure quarantenali.
Gli altri stati belligeranti obbligarono gli organi di stampa al silenzio circa la divulgazione dei dati epidemici, onde evitare un’ulteriore demoralizzazione della popolazione. I cittadini di questi paesi erano del resto abituati alla censura dal 1914, messa in pratica dai governi all’inizio della Grande Guerra.
4.2 Come la gente capì lo stesso
Eppure la verità filtra sempre, anche attraverso le maglie più strette della censura. Malgrado la censura, la gente iniziò a capire quale incredibile strage si stesse scatenando quando cominciarono ad apparire sui giornali, listati in nero, una quantità inusitata di necrologi dedicati alle vittime illustri del luogo decedute a causa di un morbo fatale e improvviso. I necrologi non potevano essere censurati tutti: ogni famiglia che perdeva qualcuno era una finestra aperta sulla realtà.
L’11 gennaio il periodico socialista «La Squilla» di Bologna ancora scriveva: «Censura / Morti in guerra: 462.740 / Feriti: 987.340 / Invalidi e mutilati: 500.000 / Non c’è la statistica dei morti di spagnuola, perché la “maledetta” continua ad ammazzare!». Una denuncia durissima, che fotografa perfettamente il clima di quei mesi: la morte era quantificabile in trincea, ma quella nelle case e nelle strade rimaneva senza numero. Linkiesta
Capitolo 5 — L’Italia: una tragedia nella tragedia
5.1 I soldati, il fronte, la casa
In Italia la Grande guerra aveva mobilitato quasi sei milioni di uomini ed era costata circa 650.000 morti; in questo bilancio sono compresi i 50.000 soldati vittime della pandemia. Ma i morti militari erano solo una parte del bilancio complessivo. La Spagnola si abbatté anche sulla popolazione civile con una ferocia sproporzionata, in un paese già impoverito dal conflitto, con ospedali al collasso e medici al fronte. Il Sole 24 ORE
Il tasso di mortalità in Italia fu tra i più alti in Europa, secondo solo a quello registrato in Russia dove le situazioni climatiche proibitive avevano peggiorato la situazione.
5.2 Il disastro demografico di lungo periodo
La dimensione più profonda di questa catastrofe si misura non solo nei morti, ma nella ferita che lasciò nella struttura della popolazione italiana. La pandemia, combinata alla Grande Guerra, uccise circa un milione e 200.000 persone per lo più comprese tra i 18 e i 30 anni nel quinquennio 1915-1920. Il combinato delle due cause devastò la piramide demografica italiana in modo talmente profondo che secondo alcuni demografi ne siamo venuti fuori solo dopo la Seconda Guerra Mondiale.
È un dato che lascia senza parole. L’Italia perse in cinque anni un’intera generazione di giovani adulti, quella che avrebbe dovuto ricostruire il paese, lavorare le terre, costruire le famiglie, fare i figli. Il silenzio demografico che ne seguì non fu solo una statistica: fu un vuoto che si sentiva nelle campagne, nei quartieri operai, nelle classi scolastiche che nel dopoguerra si trovarono ad essere più piccole del previsto.
Capitolo 6 — Il destino del mondo e la Conferenza di Parigi
C’è un episodio che più di altri illumina l’intreccio tra la guerra, la pace e la pandemia. L’influenza arrivò a Parigi mentre si svolgevano i negoziati di pace, e si ammalarono i delegati di diversi Paesi. Alcuni storici hanno ipotizzato che anche le condizioni fisiche dei negoziatori, debilitate dalla malattia, possano aver influenzato le trattative che portarono ai trattati del dopoguerra. Woodrow Wilson, in particolare, si ammalò gravemente durante la conferenza, e la sua capacità di resistere alle pressioni degli alleati europei — soprattutto sulla questione della pace punitiva nei confronti della Germania — sembrò indebolirsi proprio in quei giorni. Non è un nesso dimostrabile con certezza assoluta, ma è un’ipotesi che la storiografia ha preso sul serio.
Il virus, in qualche modo, era entrato anche nelle stanze della diplomazia.
Capitolo 7 — I numeri di una catastrofe senza nome
In soli 18 mesi, l’influenza contagiò almeno un terzo della popolazione mondiale. Le stime sul numero dei morti variano enormemente, da 20 a 50 o addirittura 100 milioni di vittime. Se la cifra più alta fosse attendibile, la pandemia del 1918 avrebbe ucciso più persone di quante ne abbiano uccise, insieme, le due guerre mondiali.
Il confronto con la guerra è impressionante: la Prima guerra mondiale, durata più di quattro anni, causò dieci milioni di morti fra i combattenti, più alcuni milioni di vittime civili. Con la pandemia fu persino peggio.
Eppure questa epidemia è rimasta, per decenni, ai margini della memoria collettiva. Si sa tutto della Grande Guerra — le trincee, il Piave, Caporetto, i generali, le date — e si sa pochissimo della Spagnola. La spiegazione è in parte psicologica: una morte anonima per malattia, senza il rituale del lutto eroico, senza una medaglia, senza una battaglia da commemorare, era più difficile da integrare in una narrazione nazionale. I governi avevano interesse a minimizzarla durante la guerra, e dopo non avevano interesse a ricordarla. La Spagnola fu il grande rimosso del Novecento.
Riepilogo operativo
La Spagnola e la Grande Guerra non furono due eventi paralleli e indipendenti: furono due facce della stessa catastrofe. La guerra creò le condizioni per la diffusione del virus, lo accelerò, lo amplificò, lo rese più letale attraverso il meccanismo perverso della selezione nelle trincee. La censura militare ne oscurò la portata reale, impedendo alle popolazioni di capire cosa stesse accadendo e ai governi di rispondere in modo adeguato. E quando la guerra finì, la pandemia continuò per un altro anno e mezzo, silenziosa e invisibile, a portare via le ultime energie di una civiltà già stremata.
Ciò che resta, a distanza di oltre un secolo, non è solo la memoria di una catastrofe sanitaria. È la consapevolezza che le grandi tragedie raramente arrivano da sole, e che la guerra — qualsiasi guerra — non distrugge solo con i suoi proiettili. Distrugge i corpi, gli ospedali, i sistemi sanitari, la fiducia, la verità. E in quel vuoto, il virus trova sempre la strada.
Fonti e riferimenti
Eugenia Tognotti, La Spagnola in Italia. Storia dell’influenza che fece temere la fine del mondo (1918–1919), Franco Angeli, Milano, 2015 (seconda edizione riveduta e ampliata).
Laura Spinney, 1918. L’influenza spagnola. La pandemia che cambiò il mondo, Marsilio, Venezia, 2018.
John M. Barry, The Great Influenza: The Epic Story of the Deadliest Plague in History, Penguin, New York, 2004.
Gina Kolata, Epidemia, Mondadori, Milano, 2000.
Storicamente.org — Davide Cutolo, L’influenza «spagnola» e la Prima guerra mondiale: il caso italiano, 2022.




