Essere cittadino


Giovanni Ghiselli

25 ottobre 2015

Sommario della conferenza Essere cittadino del 25 ottobre. Mediateca di San Lazzaro.

Giovanni Ghiselli membro del direttivo del Centrum Latinitatis Europae

 

Essere cittadino (polivth~) significa avere una cultura politica, vuole dire essere educato alla vita democratica della polis.

 La tirannide è associata alla prepotenza e all’ignoranza del bene comune.

Il dibattito costituzionale nelle Storie di Erodoto.

Il tiranno non deve rendere conto ai suoi sudditi dei propri atti spesso criminosi.

Il tuvranno~ nella storiografia greca, in quella latina, nella tragedia greca e in Platone.

Critiche alla dhmokrativa. Anche il popolo può gestire il potere con prepotenza, ossia non sottostando alle leggi  (Senofonte, Polibio, Platone, Aristotele).

I discorsi di Pericle nelle Storie di Tucidide. La politeiva ateniese e la nostra costituzione: analogie e differenze.

 

Paideia si può identificare, in un certo senso, con formazione politica : Uso questo termine non nel suo senso contemporaneo di istruzione scolastica formale ma nel senso antiquato, nell’antico senso greco: per paideia i greci intendevano l’educazione, la formazione” (la Bildung tedesca), lo sviluppo delle virtù morali, il senso della responsabilità civica, della cosciente identificazione con la comunità, i suoi valori e le sue tradizioni”[1].

Già lOdisseo dellIliade  possiede l’arte politica[2] che consiste essenzialmente nel maneggiare il linguaggio”[3].

 

Erodoto

 

Il discorso tripolitico del dibattito costituzionale ( Storie, III, 80 ss.) forse deriva dalle Antilogie di Protagora che parte da premesse relativistiche ma non fu anarchico: venne chiamato a preparare le leggi per la città di Turi.

Nelle Antilogie si trovano i dissoi; lovgoi con la loro logica aperta al contrasto

Questi di Erodoto sono trissoiv.

 

Erodoto scrive che dopo la magofoniva,  la strage che aveva soppresso i  Magi, a partire dal Mago Medo senza orecchi[4] il falso Smerdi, il quale si spacciava per Smerdi figlio di Ciro,   i Sette[5] nobili persiani che si erano ribellati all usurpazione, tennero un consiglio dove  vennero pronunciati alcuni discorsi incredibili per alcuni Greci: lovgoi a[pistoi me;n ejnivoisi   JEllhvnwn (III, 80, 1).

 Tuttavia questi discorsi furono pronunciati.

 

In un passo delle sue Storie, Erodoto sostiene molto chiaramente che prima di Clistene la democrazia politica era stata inventata” in Persia da uno dei dignitari persiani implicati nella congiura che aveva abbattuto lusurpatore, il falso Smerdis. Erodoto si lamenta del fatto che i Greci, durante le sue letture pubbliche, non avevano accettato questa informazione molto netta e dettagliata (III, 80). Un grande storico della Grecia e della Persia, David Asheri, ha scritto bene in proposito che in questo passo Erodoto ha di mira, in maniera velata, il pregiudizio tipicamente ateniese (più in generale greco) che la democrazia sarebbe un invenzione” greca[6][7]. 

Più avanti (VI, 43, 3) Erodoto scrive che ci sono dei Greci i quali non credono che Otane abbia consigliato il regime democratico per i Persiani. Ebbene costoro saranno sorpresi nel sentire che Mardonio quando, nel 492, giunse nella Ionia, ne depose i tiranni e istituì nelle città governi democratici.

 

 

Nel VI libro lo storiografo racconta che nella primavera del 492 Mardonio, genero di Dario depose tutti i tiranni degli Ioni e istituì governi democratici. Erodoto chiarisce che  lo dice per quanti non accettano che Otane abbia esposto agli altri sei nobili   il parere che i Persiani dovessero avere una costituzione  democratica (wJς creon ei[h dhmokratevesqai Pevrsaς, VI, 43, 3).

Secondo Diodoro (Biblioteca storica, X, 25) questo provvedimento di Mardonio sarebbe stato suggerito da Ecateo come mezzo di pacificazione.

 

Comunque questi lovgoi  secondo Erodoto vennero effettivamente pronunciati da Otane, Megabizo e Dario, i tre nobili persiani che avevano la possibilità di  succedere a Cambise .

 

Parlò per primo Otane il quale propose di affidare il potere al popolo dicendo che non era cosa piacevole né buona (ou[te ga;r hJdu; ou[te ajgaqovn, 80, 2) che uno di loro diventasse re.

Voi sapete a che punto è arrivata l u{briÏ‚ di Cambise e avete provato anche quella del Mago”. Cambise, racconta Erodoto era un pazzo che fece uccidere suo fratello Smerdi da Pressaspe cui aveva ammazzato il figlio.

 Non solo: ” pantach’/ wn moi dh’lav ejsti o{ti ejmavnh megavlw” oJ Kambuvsh”“( III 38) da ogni punto di vista dunque per me è evidente che  molto matto era Cambise; altrimenti non si sarebbe messo a schernire religioni e costumi. Questo despota l’unatico” arrivava perfino a bruciare  le immagini dei santuari (III, 37, 3).

 

Politica, si diceva, è associata a educazione

Secondo Platone, Cambise e Smerdi ricevettero una trofh;n gunaikeivan, una cura di donne da parte di femmine appena arrivate al potere, e di eunuchi, e crebbero in un tipo di allevamento licenzioso trofh̃/ ajnepivplhktw/  (ejpiplhvssw, colpisco, punisco).

Sicché ereditarono il regno trufh̃ς mestoi; kai; ajnepiplhxivaς, gonfi di lussuria e di sregolatezza ( Leggi, 695b)

 

Il tiranno non deve rendere conto ai suoi sudditi

Al monarca-continua Otane- è lecito (e[xesti) fare quello che vuole senza renderne conto (ajneuquvnw/[8] poievein ta; bouvletai III, 80, 3)

 

Aristofane nelle Vespe   fa dire a Filocleone che i giudici parziali dellEliea non dovevano rendere conto del male che facevano.

(ajnupeuvqunoi drw̃men, 587).

Anzi, davanti a lui se la fanno sotto i ricchi e i potenti ( ejgkecovdasiv m j oiJ ploutoũnteς (627).

 

Nei Persiani di Eschilo,  Serse conduce uomini privi di libertà ai quali  non deve rendere conto dei propri atti, nemmeno degli insuccessi.

Il grande re  pur se sconfitto, non è tenuto a rendere conto alla città ” oujc uJpeuvquno” povlei” (Persiani, v. 213),  come  lo è uno stratego eletto dal popolo.

 

Eschilo contrappone al potere assoluto il sistema democratico di Atene  quando la regina madre Atossa domanda ai vecchi dignitari   chi sia il pastore e il padrone dell’esercito greco. Allora il corifeo risponde:”ou[tino” dou’loi kevklhntai fwto;” oujd j uJphvkooi”  (v. 242), di nessun uomo sono chiamati servi né sudditi.

 

 

Essere cittadino, polivthς, dunque, e avere un ruolo direttivo, significa  renderne conto alla povliς.

 

Ma torniamo a quanto dice Otane nelle Storie di Erodoto contro il potere incontrollato del mouvnarcoς che di fatto è un despota.

 

Al monarca viene lu{briÏ‚ dai beni presenti, mentre l’invidia gli è connaturata dall’origine: fqovnoÏ‚ de; ajrch̃qen  ejmfuvetai ajnqrwvpw III, 80, 3)/.

 Ha ogni malvagità (e[cei pãsan kakovthta, 80, 4)  che   compie  per arroganza e invidia

 Cfr. la storia di Trasibulo di Mileto, Periandro di Corinto e Policrate di Samo.

Periandro, dopo la lezione di Trasibulo: pãsan kakovthta ejxevfane eς tou;ς polivtaς (V; 92, h).

 Cfr. anche Tarquinio il Superbo in Tito Livio.

 

 

La  prima caratteristica del despota è  l’insofferenza dell’opposizione.

La mania della distruzione delle teste pensanti fa parte dalla mente autocratica:  sappiamo da Erodoto  che la scuola dei tiranni insegna a uccidere gli oppositori in generale, e prima di tutti chiunque dia segni di intelligenza e indipendenza. Periandro di Corinto, quando era ancora tiranno apprendista e la sua malvagità non si era  scatenata, accolse il suggerimento di Trasibulo di Mileto il quale:”oiJ uJpetivqeto(…)tou;” uJperovcou” tw’n ajstw’n foneuvein”, gli consigliava di mettere a morte i cittadini che si distinguevano (Erodoto,  Storie , V, 92 h).

 Il despota esperto aveva dato il consiglio criminale in maniera simbolica: mostrandosi a un araldo, mandato da Corinto a domandargli come si potesse governare la città nella maniera più sicura e bella, mentre recideva le spighe più alte di un campo di grano. Periandro comprese e allora rivelò tutta la sua malvagità (” ejnqau’ta dh; pa’san kakovthta ejxevfaine”).

Diogene Laerzio I, 7) riferisce da Aristippo (Della lussuria degli antichi in realtà di ignoto autore del III a. C.) che Periandro si unì con la madre Crateia innamorata di lui.

Periandro ha in comune con Edipo anche la zoppia razziale (cfr. Labda nonna di Periandro  e Labdaco, nonno di Edipo).

La tirannide è una sovranità claudicante.

 

Su questa linea si trova anche Platone il quale  chiama in causa Omero che ha rappresentato Tantalo, Sisifo e Tizio “ejn jAidou to;n ajei; crovnon timwroumevnou””( Gorgia, 525e), puniti nell’Ade per sempre: questi erano appunto re e dinasti; mentre Tersite, e chiunque altro sia stato malvagio da privato cittadino (“ijdiwvth””) non ha avuto occasione di fare tanto male, e per questo si può considerare più fortunato dei potenti dai quali provengono “oiJ sfovdra ponhroiv” ( 526a) quelli malvagi assai. Da i  potenti provengono quelli che hanno commesso i crimini più atroci e perciò sono ajnivatoi (525c), incurabili. Da questi si traggono esempi (ejk touvtwn ta; paradeivgmata gignetai).  Il giudice infernale Radamanto, quando gli si presenta il  Gran Re o  altri sovrani ne vede l’anima piena di piaghe (oujlw’n mesthvn) causate dalla falsità e dall’ingiustizia (uJpo; ejpiorkiw’n kai; ajdikiva”, 525a). L’anima è marchiata perché è cresciuta lontano dalla verità. Radamanto la vede piena di disordine e di bruttura (ajsummetriva” te kai; aijscrovthto” gevmousan th;n yuch;n eiden (525a).   

 

 

Dai capitoli erodotei (III, 80-82) ricordati sopra derivano alcuni modelli costituzionali della filosofia ( Platone, Aristotele ) e della storiografia (Polibio) successive. E non solo la storiografia greca.

 

Tito Livio attribuisce lo stesso gesto di Trasibulo, con le stesse intenzioni, al re Tarquinio il quale indicò al figlio Sesto cosa fare degli abitanti di Gabi con un’analoga risposta senza parole:” rex velut deliberabundus in hortum aedium transit sequente nuntio filii; ibi inambulans tacitus summa papaverum capita dicitur baculo decussisse “(I, 54), il re quasi meditabondo passò nel giardino della reggia seguito dall’inviato del figlio; lì passeggiando in silenzio, si dice che troncasse con un bastone le teste dei papaveri[9]. 

 

Il falso sciocco in Livio

Bruto, per salvarsi, aveva stabilito di non lasciare al re nulla da temere dall’animo suo, nulla da desiderare nella sua fortuna, e di trovare sicurezza nell’essere disprezzato:”Ergo ex industria factus ad imitationem stultitiae, cum se suaque praedae esse regi sineret, Bruti quoque haud abnuit cognomen ” (I, 56, 8) pertanto fingendosi stolto apposta, lasciando se stesso e i suoi beni al re, non rifiutò neppure il soprannome di Bruto.

Perché non vi è nulla di più pericoloso di un uomo che rifiuta di sottomettersi alla tirannia”[10].

Ma quella che sembrava pazzia agli stupidi era invece genio. Quando l’oracolo delfico infatti preconizzò che avrebbe avuto il sommo potere a Roma quello che per primo avesse baciato la madre, Bruto, avendo capito, “velut si prolapsus cecidisset, terram osculo contigit, scilicet  quod ea communis mater omnium mortalium esset ” I, 56, 12, come se fosse caduto per una scivolata, diede un bacio alla terra, evidentemente poiché quella era la madre comune di tutti i mortali. Cfr. lAmleto di Shakespeare.

 

 

Il despota non dovrebbe essere invidioso poiché ha tutti i beni.

Invece invidia i cittadini migliori, si compiace dei peggiori (caivrei de; toĩsi kakivstoisi tw̃n astw̃n) ed è ottimo ad accogliere le calunnie ( diabola;ς de; a[ristoς ejndevkesqai, Erodoto,  III, 80, 4).

 

Il tiranno nella storia romana e nella tragedia greca

 Cfr. Tiberio e Domiziano in Tacito.

Quanto allo fqovno”, Tacito attribuisce più di una volta l’invidia ai suoi Cesari: Tiberio (14-37) temeva dai migliori un pericolo per sé, dai peggiori disonore per lo stato (ex optimis periculum sibi, a pessimis dedÄ•cus publicum metuebat , Annales , I, 80).

Ma il vizio capitale di  Tiberio eral’ipocrisia:  si serviva di formule antiche per nascondere scelleratezze recenti : Proprium id Tiberio fuit scelera nuper reperta priscis verbis obtegere” (4, 19).

 

 

 Domiziano (81-96) invidiava e odiava Agricola per i suoi successi in Britannia:”Id sibi maxime formidolosum, privati hominis nomen supra principem attolli ” ( Agricola[11], 39), gli faceva paura soprattutto il fatto che il nome di un suddito fosse messo al di sopra di quello del principe.

 

La letteratura greca è percorsa dal motivo antitirannico: da Alceo che esulta per la morte di Mirsilo (fr. 332 LP), o copre di insulti Pittaco “to;n kakopatrivdan”( fr. 348 L P) dal padre ignobile,

a Platone che certamente non risparmia biasimi al   turanniko;” ajnh;r. Costui, nella Repubblica  (573c) è uomo, per natura, o per le abitudini, “mequstikov”.. ejrwtikov”, melagcolikov””, incline al bere, al sesso, alla depressione; inoltre è di animo sostanzialmente servile”oJ tw’/ o[nti tuvranno” tw/’ o[nti dou’lo”“(579e).

 

 Questa  considerazione che sembra paradossale, magari dettata a Platone da un risentimento personale nei confronti dei despoti incontrati, è confermata da uno psicoanalista moderno: E. Fromm in Fuga dalla libertà  sostiene che” l’impotenza dà luogo all’impulso sadico a dominare; nella misura in cui l’individuo è capace, cioè in grado di realizzare le sue possibilità sulla base della libertà e dell’integrità del suo io, non ha bisogno di dominare e non prova alcuna brama di potere” (p. 144).

 

 

La paura del tiranno. Metus tyranni: Genitivo soggettivo e oggettivo

 

Il tiranno  fa paura, come affermano la nutrice della Medea di Euripide (119 sgg.), e Antigone di Sofocle, a proposito della sottomissione dei Tebani a Creonte (vv. 502-507).  

 Il despota vive circondato dal fovbo” :  fa paura e  ne ha.

Un doppio ruolo sintetizzato bene da Creonte nell’Oedipus  di Seneca:” Qui sceptra duro saevus imperio regit,/timet timentes; metus in auctorem redit ” (vv. 703-704), chi tiene crudelmente lo scettro con dura tirannide, teme quelli che lo temono; la paura ricade su chi la incute  chi lo dice.

In forma meno sintetica Cicerone fa la stessa denuncia nel De officiis: Qui se metui volent, a quibus metuentur, eosdem metuant ipsi necesse est” ( II, 24), quelli che vorranno essere temuti, è inevitabile che essi stessi temano quelli dai quali saranno temuti. Cicerone fa gli esempi di due tiranni del IV secolo Dionigi il vecchio di Siracusa e di Alessandro di Fere il quale sospettava perfino della moglie, non a torto del resto poiché questa era un’altra furente che infine lo uccise propter pelicatus suspicionem (II, 25), per sospetto di adulterio. La conclusione di Cicerone è. Nec vero ulla vis imperii tanta est, quae premente metu possit esse diuturna“, non c’è nessuna forza di potere tanto grande che possa essere durare a lungo sotto la pressione della paura.  

 

 Nell’Edipo re   di Sofocle il tiranno di Tebe teme complotti e chiama Creonte “lh/sthv” t j ejnargh;” th'” ejmh'” turannivdo”” (v. 535), ladro evidente della mia tirannide. Il cognato più avanti ribatte che preferisce riposare tranquillo piuttosto che comandare con paura (“a[rcein…xu;n fovboisi”, v. 585).

Perfino Eteocle delle Fenicie , il teorico del valore assoluto del potere, rivolge una preghiera a eujlavbeia, cautela, invocata come crhsimwtavth qew’n, (v. 782), la più utile delle dee.

 “La paura e la diffidenza appaiono dunque connaturate al tiranno”[12].

Il tiranno ha paura che gli tolgano il bene più grande che per lui è il potere

Per Eteocle la divinità più grande è la tirannide (v. 506) e per lei può essere bellissimo anche commettere ingiustizia:” ei[per ga;r ajdikei’n crhv, turannivdo” pevri-kavlliston ajdikei’n, ta[lla d j eujsebei’n crewvn”, (Fenicie vv. 524-525), se davvero è necessario commettere ingiustizia, è bellissimo farlo per il potere assoluto, altrimenti bisogna essere pio. Cicerone considera questo Eteocle o addirittura Euripide meritevole di pena di morte (Capitalis Eteocles vel potius Euripides ) che fece eccezione proprio per quell’unico caso che era il più scellerato di tutti. Questi versi delle Fenicie  li aveva sempre in bocca l’ambizioso Cesare:”Nam si violandum est ius, regnandi gratia/violandum est; aliis rebus pietatem  colas “, (De Officiis , III, 82).

La paura che il tiranno ha, è stata messa in evidenza anche dal cesariano Sallustio:”Nam regibus boni quam mali suspectiores sunt, semperque iis aliena virtus formidulosa est [13], infatti ai re sono più sospetti i valenti che gli inetti, e la virtù degli altri per loro è sempre motivo di paura.

Si ricordi ancora il formidolosum dell’Agricola  (39) di Tacito.

 La sua paura accompagna il suo potere: governare in mezzo alle paure, questa è la condizione del tiranno (Sofocle, Edipo re, v. 585[14]).

 

L argomento del timore del principe  viene ripreso da Machiavelli  che gli antepone e preferisce quello di Dio.

L’XI capitolo del I libro dei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio  (1517) verte sulla religione dei Romani

Questa fu introdotta beneficamente  da Numa, il secondo dei re.

Quindi il segretario fiorentino nomina  Licurgo e Solone tra i legislatori che “ricorrono a Dio”.

 Infine tira le somme:”Considerato adunque tutto, conchiudo che la religione introdotta da Numa fu intra le prime cagioni della felicità di quella città, perché quella causò buoni ordini, i buoni ordini fanno buona fortuna, e dalla buona fortuna nacquero i felici successi delle imprese. E come la osservanza del culto divino è cagione della grandezza delle repubbliche, così il dispregio di quello è cagione della rovina di esse. Perché dove manca il timore di Dio, conviene o che quel regno rovini o che sia sostenuto dal timore d’uno principe che sopperisca a’ defetti della religione”.

 

Nel Principe (XVII), Machiavelli menziona la disputa: selli è meglio essere amato che temuto”

Ebbene: rispondesi, che si vorrebbe essere l’uno e l’altro; ma perché elli è difficile accozzarli insieme, è molto più sicuro essere temuto che amato, quando si abbia a mancare dell’uno de dua”

E, poco più avanti: Debbe, non di manco, el principe, farsi temere in modo, che, se non acquista lo amore, che fugga l’odio; il che farà sempre, quando si astenga dalla roba de sua cittadini e de sua sudditi e dalle donne loroma, sopra a tutto, astenersi dalla roba d’altri; perché li uomini dimenticano più presto la morte del padre che la perdita del patrimonio”.   

 

Fine tiranno


 

 

 

Ma torniamo a Otane di Erodoto (III, 80, 6)

I misfatti più gravi del tiranno sono questi: “novmaiav te kinevei pavtria kai; bia’tai gunai’ka” kteivnei te ajkrivtou”” (III, 80, 5) sovverte le patrie usanze, violenta le donne e manda a morte senza giudizio. “Così il persiano Otane riassume ciò che è in sostanza il motivo comune fra i Greci per l’opposizione alla tirannide”[15]. 

 Nelle tragedie, il tiranno è il paradigma mitico- o storico- di questo principio ( Serse nei Persiani di Eschilo, Creonte nellAntigone di Sofocle  e nelle Supplici di Euripide.

 

Invece il governo del popolo, sostiene Otane, ha il nome più bello, l’uguaglianza davanti alla legge: plh̃qoÏ‚ de; a[rcon prw̃ta me;n ou[noma pavntwn kavlliston e[cei, ijsonomivhn (6), poi esercita a sorte le magistrature (pavlw/ me;n ajrca;Ï‚ a[rcei ) e ha un potere soggetto a controllo (uJpeuvqunon de; ajrch;n e[cei) e presenta tutte le deliberazioni del consiglio all’assemblea pubblica (bouleuvmata de; pavnta ejÏ‚ to; koino;n ajnafevrei).

 I bouvleumata infatti non sono khruvgmata, ordinanze, editti come quello di Creonte nellAntigone di Sofocle.

 

Otane dunque propone la democrazia, perché nella massa deve stare ogni potere.

 

Megabizo invece parlò in favore dell’oligarchia (I, 81). Accetta la critica alla tirannide ma non l’elogio del popolo. Infatti dice non c’è niente di più stupido (oujdevn ejsti ajxunetwvteron, cfr. sunivhmi), né più prepotente ( uJbristovteron) di una moltitudine buona a nulla (oJmivlou ajcrhivou).

Il monarca è caratterizzato dallybris, il dh̃moς è sfrenato (ajkovlastoς)

La moltitudine non ha imparato niente da altri e non conosce da sé nulla di buono, e sconvolge lo Stato scagliandosi a[neu novou simile a un fiume invernale (ceimavrrw/ potamw̃/ i[keloς, 81, 2).

 

D’Annunzio in Il piacere  denuncia “il grigio diluvio democratico odierno, che molte belle cose e rare sommerge miseramente“; un nubifragio sotto il quale “va anche a poco a poco scomparendo quella special classe di antica nobiltà italica, in cui era tenuta viva di generazione in generazione una certa tradizione familiare d’eletta cultura, d’eleganza e di arte” (p. 38).

Nelle Supplici di Euripide, laraldo tebano di Creonte parla contro la democrazia: il popolo che non sa tenere in piedi i propri discorsi, come potrebbe tenere dritta la città? (417-418).

 

Una curiosità: Ciano nel suo Diario ha scritto che Mussolini diceva: il popolo non sa mai quello che vuole, tranne guadagnare molto e lavorare poco” (22 maggio 1938)

Poi: Solo un paese vile, brutto, insignificante può essere democratico. Un popolo forte ed eroico tende all’aristocrazia” (24 giugno 1938)

 

 

 

Dunque, aggiunge Megabizo,  il potere va affidato a un gruppo ristretto di uomini migliori (ajndrw̃n tw̃n ajrivstwn)

 

 

 

Torniamo a Erodoto. Per ultimo parlò Dario. Approva Megabizo sulla democrazia, lo confuta sull’oligarchia.

Secondo lui il sistema migliore è la monarchia anche se tw̃/ lovgw/, a parole, sono ottime tutte e tre.

Non c’è niente di meglio di un uomo ottimo il quale con il suo senno (gnwvmh/, III, 82, 2) guida tutto il popolo in modo irreprensibile ajmwvmhtoÏ‚. Nell’oligarchia invece gli oligarchi giungono a grandi inimicizie, da cui nascono stragi, quindi si passa alla monarchia che così si rivela il regime migliore. Quando invece comanda il dh̃moÏ‚ (dhvmou te au a[rcontoÏ‚, III, 82, 4)  è impossibile che non sopravvenga la malvagità (ajduvnata mh; ouj kakovthta ejggivnesqai) e i malvagi instaurano tra loro filivai ijscuraiv, salde amicizie, poiché danneggiano gli interessi comuni cospirando tra loro.

Questo accade finché li fa cessare uno che viene proclamato monarca. E ancora una volta si vede wJς hJ mounarcivh kravtiston.

Del resto per farla breve: a noi la libertà chi l’ha data? Non il popolo né l’oligarchia ma un monarca, ossia Ciro. Manteniamo dunque la monarchia

III, 83.

Vennero dati dunque questi 3 pareri e gli altri quattro dei sette aderirono all’ultimo.

Otane che voleva dare ai Persiani lisonomia, sconfitto, non volle entrare in lizza per diventare re, e disse: ejgw; me;n nun uJmĩn oujk enagwnieũmai: ou[te ga;r a[rcein ou[te a[rcesqai ejqevlw” (III, 83, 2).

 

In Erodoto c’è, come in Eschilo, una logica aperta al contrasto: lo storiografo conferisce nobiltà a Otane e pure allo spartano Demarato che  era al servizio di Serse e disse al re che ai Greci è sempre stata compagna assidua penivh, la povertà, mentre la virtù (ajrethv) è un acquisto successivo, operato attraverso la saggezza (ajpo; te sofivhÏ‚) e leggi severe (kai; novmou ijscuroũ)

Avvalendosi di queste, la Grecia si difende dalla povertà e dalla tirannide (VII, 102, 1).

Quanto agli Spartani in particolare, essi sono liberi, ma non del tutto (ouj pavnta ejleuvqeroiv eijsi, VII, 104, 4)  perché su di loro comanda la legge (e[pesti ga;r sfi despovthς novmoς).

 

Mazzarino riconosce alla cultura dei Greci una maggiore disponibilità a considerare e accettare punti di vista diversi tra loro

Così in Erodoto: c’è la “tirannide” dei Greci nemica di Dike; ma c’è anche la “tirannide” di Deioce[16] per cui i Medi hanno kòsmos  :”La nostra logica è rettilinea, astratta: quella dei Greci è sempre aperta al contrasto. Nell’Oresteia  di Eschilo Divka Divkai (xymbaleî  ) “Dika si scontrerà con Dika”[17]: ci possono essere due Dikai, due Giustizie nel caso dell’Oresteia , quella “matriarcale” di Clitennestra ( e delle Erinni, a cui il ghénos di Eschilo non può sacrificare) contro quella “patrilinea” di Oreste , la democrazia dei Greci e la “tirannide” di Ciro, dalla quale i Persiani ricevono “libertà“, eleutherìa[18].

  

 

 

 

 

Per quanto riguarda la prepotenza del popolo, cfr. Senofonte (Elleniche II) e Polibio (Storie VI). Il popolo che non sottostà alle leggi e rivendica il diritto di fare ciò che vuole.

 

La battaglia delle Arginuse e il processo agli strateghi ( tarda estate del 406 a. C.). Teramene.

Nel 406 gli Ateniesi con grande sforzo misero insieme centocinquanta navi per la loro ultima vittoria. La battaglia avvenne presso le tre isolette Arginuse situate tra Mitilene di Lesbo e la costa asiatica. Callicratida fu sconfitto e, caduto in mare scomparve (“ajpopesw;n eij” th;n qavlattan hjfanivsqh”, Elleniche , I, 6, 33) ma anche ai comandanti vincitori toccò una sorte non buona:  il vento e una tempesta impedirono che si portasse soccorso alle navi danneggiate. Fatto che indusse gli Ateniesi a destituire gli strateghi tranne Conone. Invece elessero Adimanto e Filocle. Quindi sei strateghi, tra cui Pericle il Giovane, figlio di Pericle e di Aspasia, e Trasillo, furono arrestati e accusati, soprattutto da Teramene, poiché era giusto che rendessero conto del motivo per cui non avevano raccolto i naufraghi:”dikaivou” einai lovgon uJposcei’n diovti oujk ajneivlonto tou;” nauagouv”” ( I, 7, 4).

A proposito della condanna a morte del figlio di Pericle si può notare che il padre non poté, o non volle, trasmettere il proprio potere al figlio: Uomini come Pericle costituirono certamente unélite politica, ma non era unélite capace di perpetuare se stessa; ad essa si accedeva per meriti pubblici, specialmente in seno all’Assemblea; era aperta a tutti, e per continuare a farne parte era necessaria unattiva presenza continua”[19].

A ruling group is a ruling group so long as it can nominate its successors“, una classe dirigente continua ad essere tale soltanto fino a quando è in grado di nominare i propri successori”[20].

Secondo Orwell non importa che questi siano i figli: Il Partito non si preoccupa di perpetuare una linea di discendenza sanguigna, ma  di perpetuare se stesso”.

 Teramene continua ad essere il personaggio peggio che ambiguo e camaleontico che abbiamo conosciuto attraverso Tucidide: infatti proprio a lui, e a Trasibulo, che erano trierarchi, ossia comandanti di triremi, gli strateghi avevano ordinato di soccorrere le navi danneggiate (I, 6, 35). Gli strateghi nella loro difesa, breve poiché non fu concesso loro il tempo di parlare stabilito dalla legge “kata; to; novmon”(I, 7, 5), ricordarono di avere appunto ordinato a Teramene e Trasibulo di soccorrere i naufraghi, ma non volevano incolparli solo perché venivano accusati da loro, anzi ribadivano che era stata la violenza della tempesta a impedire il recupero:”ajlla; to; mevgeqo” tou’ ceimw’no” einai to; kwlu’san thvn ajnaivresin”(I, 7, 6).

Gli strateghi volevano in definitiva salvare tutti, diluendo le responsabilità fra se stessi e i trierarchi a loro subordinati; ma è proprio Teramene che, ad evitare anche ogni possibile sviluppo negativo, parte all’attacco, calcando la mano sulla responsabilità degli strateghi, i quali finiscono necessariamente schiacciati tra il furore del popolo e le accuse del subordinato”[21].

Già gli accusati stavano convincendo l’assemblea, quando il dibattito venne aggiornato dopo tre giorni di festa, e per la volta seguente i seguaci di Teramene prepararono uomini vestiti di nero e rasati (“pareskeuvsan ajnqrwvpou” mevlana iJmavtia e[conta” kai ejn crw’ kekarmevnou”[22]“, I, 7, 8) perché si presentassero in assemblea come se fossero parenti dei morti. Quindi convinsero il consigliere Callisseno a formulare una proposta di condanna a morte. Si presentò perfino un tale a dire che si era salvato sopra un barile di farina (favskwn ejpi; teuvcou” ajlfivtwn swqh’nai, I, 7, 11) e che i naufraghi morendo lo avevano incaricato di accusare gli strateghi di mancato soccorso. Ci fu un tentativo di difesa, ma nella massa oramai era stato inoculato l’odio e il desiderio del capro espiatorio ed essa gridava che è  grave se qualcuno non permetterà al popolo di fare quanto vuole (“to; de; plh’qo” ejbova deino;n einai, eij mhv ti” ejavsei to;n dh’mon pravttein   o}  a]n   bouvlhtai”, I, 7, 12).”E’ la rivendicazione che riecheggia minacciosamente in assemblea ad Atene durante il processo popolare contro i generali delle Arginuse”, è, come vedremo, “la formula che caratterizza, secondo Polibio, la degenerazione  della democrazia (VI, 4, 4:” quando il popolo è padrone di fare quello che vuole”)”.[23]

Da notare che la parola plh`qo~ , dalla radice pla-/plh (q), è imparentata con i vocaboli latini plebs, plenus, impleo (riempio).

 

Sentiamo quindi Polibio: paraplhsivw~ oujde; dhmokrativan, ejn h|/ pa’n plh’qo~ kuvriovn ejsti poiei’n o[ ti pot j a]n aujto; boulhqh’/ kai; proqh’tai” (6, 4 , 4), similmente non è democrazia quella in cui la massa sia padrona di fare tutto ciò che voglia e preferisca; invece, continua Polibio, lo è  quella presso la quale è tradizionale e abituale venerare gli dèi, onorare i genitori, rispettare gli anziani, obbedire alle leggi; presso tali comunità, quando prevale il parere dei più (o{tan to; toi’~ pleivosi dovxan nika’/), questo bisogna chiamare democrazia.

Il fatto che Polibio più avanti scriva (9, 23, 8) che ai tempi di Pericle ad Atene gli atti crudeli  erano pochi (ojlivga me;n ta; pikrav) mentre prevalevano quelli buoni e santi (polla; de; ta; crhsta; kai; semnav) fa pensare che lo storico considerava se non vanificata”, certo contenuta” e limitata da Pericle, la prepotenza del plh’qo~ nel primo periodo della democrazia radicale.

Aristotele nella Politica (1292a) scrive che dove non comandano le leggi non c’è costituzione: o{pou ga;r mh; novmoi a[rcousin, oujk e[sti politeiva.

 

Nella Costituzione degli Ateniesi (41) Aristotele passa in rassegna 11 regimi succeduti in Atene. Biasima la riforma di Efialte  (del 462 a. C.) che ridusse i poteri dellAreopago. Da allora i governi commisero più errori a causa dei demagoghi. Dopo la tirannide dei Trenta, il popolo si è reso padrone assoluto di ogni cosa.

 Anche Cicerone critica questo potere eccessivo: Si vero populus plurimum potest omniaque eius arbitrio reguntur, dicitur illa libertas, est vero licentia” ( de rep., 3, 23), se poi il popolo ha il massimo potere e tutto viene retto secondo il suo arbitrio, quella si chiama  libertà, ma è piuttosto licenza.

 

 

Tucidide

 

 

 Il torneo oratorio di Sparta 432

 

I Corinzi parlano degli Ateniesi con l’acume dell’odio alla I assemblea (non plenaria) dei delegati della lega Peloponnesiaca che si tenne a Sparta nel 432

Per tutta la vita essi si affaticano tra prove e pericoli-meta; povnwn kai; kinduvnwn mocqoũsi e godono pochissimo di quello che hanno, perché sempre acquistano-dia; to; aijei; ktãsqai, e non considerano una festa  altro che fare ta; devonta, quello che devono, e una sventura non meno una tranquillità inattiva che un’attività penosa ( I, 70) 

Anche nella tecnica prevale la scoperta più recente. Così nella politica, che è una tecnica, ci vogliono sempre innovazioni: pollh̃ς th̃ς ejpitecnhvsewς deĩ (I, 71).

Voi Spartani non vi rinnovate.

 

Quindi parlarono gli Ateniesi invitati a questo convegno.

Rivendicano i loro meriti nelle guerre persiane, soprattutto nella seconda: ci misero il maggior numero di navi, lo stratego più intelligente[24] e l’impegno più risoluto proqumivan ajoknotavthn (I. 74).

 

Al nostro successivo potenziamento siamo stati costretti. kathnagkavsqhmen dal timore (malivsta uJpo; devouς) , dallonore (e[peita kai; timh̃ς) e dallutile (u{steron kai; wjfelivaς). E la logica del potere.

Quindi proclamano il diritto del più forte.

 E stabilito da sempre che il più debole sia sopraffatto da più forte (aijei; kaqestw̃toς to;n h{ssw ujpo; toũ dunatwtevrou kateivrgesqai, I, 76) e noi ne siamo degni. Noi esercitiamo la supremazia con moderazione metriavzomen.

 

I processi

Abbiamo fama di amare i processi: filodikeĩn dokoũmen (I, 77), e lo riconosciamo: quelli  che possono fare violenza infatti non hanno bisogno di processi biavzesqai ga;r oi|ς a}n ejxh̃/ , dikavzesqai oujde;n prosdevontai (I, 77).

Per la mania dei processi Le Nuvole di Aristofane del 422.

 

Il primo discorso[25] di Pericle del 431  ( Storie, II, 140-144)

Tucidide  introduce questo discorso scrivendo che Pericle era prw`to~  jAqhnaivwn , il primo degli Ateniesi e il più capace di parlare e di agire: levgein te kai; prassein dunatwvtato~.

Essere cittadini significa anche avere delle capacità: in primis quella di parlare, poi quella di agire conseguentemente[26].

 

 

Pericle chiede di non cedere agli Spartani (mh; ei[kein, I, 140, 1).

 

Tucidide si rifà a un’idea razionale dell’uomo e della storia e, come poi Cesare[27]. e dà poco spazio ai motivi irrazionali delle imprese.

.Tuttavia egli non elimina del tutto il para; lovgon: a volte la tuvch conduce i fatti para; lovgon appunto contro il ragionato calcolo.

 

Dunque: Non bisogna cedere alle richieste degli Spartani di abrogare il decreto di Megara e di togliere l’assedio a Potidea, altrimenti arriveranno altri ordini

Sono i capitali , le eccedenze che sostengono le guerre (aiJ periousivai tou`~ polevmou~ ajnevcousin) e i Peloponnesiaci ne sono privi. 

Senza denaro non si colgono le occasioni le quali non aspettano[28] (oiJ kairoi; ouJ menetoiv, I, 142, 1), sarà importante dominare il mare e gli Spartani non possono poiché la nautica è fatta di tecnica e di capitali.

 

(Cfr, lajcrhmativa di, I, 11. Essa  inficiava la grandezza e la potenza della flotta contro Troia).

 

Non importa se i campi verranno danneggiati; basta che si salvino le vite umane, poiché sono gli uomini ad acquistare le cose, non le cose gli uomini. Grande cosa è il dominio sul mare: mevga ga;r to; th̃ς  qalavsshς kravtoς (I, 143, 3).

 

 

Pericle conclude il primo discorso, non senza una contraddizione: ricorda che i loro padri che pure non avevano tante risorse e anzi abbandonarono quelle che possedevano,  affrontarono i Medi  con l’intelligenza (gnwvmh/) più che con la fortuna (plevoni h] tuvch/), con il coraggio più grande della potenza (tovlmh/ meivzoni h] dunavmei) I, 144, 4.

Si vede che qui entra anche l’elemento irrazionale (tovlmh/).

Gli Ateniesi votarono come lui volle.

 

 

 

 

Secondo discorso di Pericle

LovgoÏ‚ ejpitavfioς  (II, 35-46) tenuto nell’inverno 431-430.

 

La lode dei caduti sta nelle loro gesta, non nelle espressioni dell’oratore  che deve solo trovare parole adeguate ai fatti.

Soloo i pepaideumevnoi sono capaci di farlo.

Chi parla è spesso portato a straparlare: è difficile infatti parlare con misura (calepo;n ga;r to; metrivwς eijpeĩn, II, 35, 2). Di chiacchierare sono capaci tutti, ma come dice Pelasgo nelle Supplici di Eschilo: makra;n ge me;n dh;  rJh̃sin ouj stevrgei povliς (273), la città non ama i lunghi discorsi.

 

Talora gli ascoltatori provano invidia davanti alleroismo e non credono a ciò che supera la loro mediocrità.

Pericle cercherà comunque di seguire la tradizione e di incontrare le aspettative degli uditori.

Il figlio di Agariste d’altra parte poteva pure permettersi di contraddire i gusti del suo popolo e provocarlo fino allira pro;Ï‚ ojrghvn  in quanto era chiaramente incorruttibile riguardo al denaro : diafanw̃ς ajdwrovtatoς  genovmenoÏ‚ kateĩce to; plh̃qoÏ‚ ejleuqevrwÏ‚” (II, 65),  teneva in pugno il popolo lasciandolo libero. E il commento di Tucidide