Fonte di speranza e consolazione – di Emilia Ramundo Crippa

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Era il 1972. Cominciavamo le medie .Non lo sapevamo, ma sarebbe iniziata la vita! Questo fu l ‘ arrivo di Don Savino per Baranzate , per quel microcosmo  dell’ Italia del boom che era Via Gorizia:  Sicilia, Puglia, Calabria, Veneto, bassa Lombardia….Ogni famiglia si imbatte’ in questo giovane prete fresco di ordinazione, quando ancora non c’ era la chiesa, quando la Messa si celebrava in un capannone, ma gia’ si coglievano i segni di una novita’ capace di abbracciare tutto della vita: la scuola, il gioco, la cultura.
Per molti di noi l’esperienza dell’oratorio- don Savino era coadiutore del parroco don Ettore Lessa- fu letterlamente la possibilità di conoscere e avventurarci nel mondo, nella bellezza, col desiderio di diventare grandi  con la stessa intelligenza di chi avevamo davanti: dalle esperienze piu semplici – gita sulla neve, vacanze in montagna insieme ai giovani , uguali a noi, delle parrocchie dei  suoi amici preti, don Mario, don Adelio, don Gianni- alla curiosità e alla valorizzazione di  tutto ciò che accadeva.
Cosi poteva accadere che il sabato si facesse porta a porta la raccolta della carta per una  missionaria che tempo prima dell’arrivo di Don Savino era partita per l’Africa , che si organizzasse una mostra sulla Resistenza a partire dalle foto che una di noi piu grande aveva del papà , che si andasse in visita al Cottolengo di Torino , per  poi invitare alcuni di quei  ragazzi per una giornata insieme nel nostro oratorio , che’ nel frattempo la chiesa, , Sant’ Arialdo, era sorta. La stessa  chiesa in cui si celebrarono il funerali di Claudio Varalli – studente  del quartiere che mori a Milano  in quell’aprile del ’75 durante scontri tra neofascisti ed extraparlamentari – con  don Savino che mentre fuori una folla immensa urlava slogan pieni di rabbia , ci guidava nei canti, invitandoci a tirar fuori tutta la voce.
Erano anni tumultuosi, ma nulla restava fuori dall ‘orizzonte della speranza e della gioia: se non avevi gli scarponi per andare sulla neve, o la giacca a vento per andare in montagna- e in molti tra quelle famiglie , emigrate dal sud, papa’ operai o artigiani, mamme casalinghe , non li avevamo- la bellezza di una gita si faceva carità , con i tratti della sollecitudine premurosa .La stessa che portava don Savino a conoscere le difficoltà familiari, nei rapporti tra marito e moglie, in quelle economiche , che si dilatava a coinvolgere chi aveva piu vicino: come  quella volta che – avevo appena iniziato il liceo- mi chiamo’  perché provvedessi al pranzo , in casa sua, per dei bambini che vivevano una drammatica situazione familiare. Quando arrivammo in terza media e si doveva scegliere la  scuola superiore da frequentare ecco  un incontro con studenti che da Milano e da vari istituti vennero a raccontarci   della loro esperienza…e se c’erano le elezioni amministrative – e in molti ancora non votavamo- organizzava  un incontro per spiegare cosa fossero gli enti locali…Fino a coinvolgere genitori  con appena la quinta primaria nell’ impegno di presenza a scuola nei nascenti Decreti Delegati  in Comunità Educante e Partecipazione Democratica.
Ci portava a teatro – “Processo a Gesù ” di Diego Fabbri, “Annuncio a Maria” – o ci radunava per pregare, come in occasione della strage in Piazza della Loggia . Arrivo’persino  a chiudere  l ‘ oratorio, per scuoterci e richiamarci all ‘essenziale . Perché  l’ origine di tutto si andava svelando passo passo nel volgere  dei giorni, dei mesi, di quei cinque anni in cui rimase a Baranzate : la Messa infrasettimanale dei giovani , attorno all ‘altare, preparata con cura, era il ritrovarsi attorno a Colui che scoprivamo sempre piu come il Padre, che non ci avrebbe mai piu abbandonato, per le strade del mondo che ciascuno di li’ avrebbe percorso. E se per molti quella scintilla di vita  e’ diventata  strada e storia personale,  per tutti per le vie  di  Baranzate- villaggio Gorizia  restera’ ‘ fonte indimenticata  di speranza e consolazione.

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