GABRIELE D’ANNUNZIO

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Anni ottanta

Le opere narrative

Il mondo di “Terra Vergine” (1882) è idillico non problematico: in una natura rigogliosa e sensuale esplodono passioni primordiali, soprattutto sotto forma di un erotismo irrefrenabile, ma anche di una violenza sanguinaria.

I versi degli anni Ottanta e l’estetismo

È questo il periodo in cui D’Annunzio abbandona la linea del vitalismo e si rivela l’influenza dei poeti decadenti. L’arte è il valore supremo, la vita stessa è un opera d’arte.

La stessa matrice è evidente nella copiosa produzione in versi degli anni Ottanta, che abbandoni la linea dei vitalismo “pagano” del Canto novo e rivela l’influenza profonda dei poeti decadenti francesi ed inglesi. L’Intermezzo di rime (1883) è giocato sulla confessione della stanchezza sensuale, della sazietà della carne viziosa. Isotta Guttadauro (1886) è un esercizio raffinato ed estetizzante di recupero delle forme poetiche quattrocentesche, la Chimera (1890), pubblicata insieme all’Isotteo, nuova edizione dell’Isotta Cuttadauro, insiste su temi di sensualità perversa, compendiati in immagini di una femminilità fatale e distruttrice.
Queste opere poetiche sono il frutto della fase dell’estetismo dannunziano, che si esprime nella formula “il Verso è tutto”. L’arte è il valore supremo, e ad essa devono essere subordinati tutti gli altri valori. La vita si sottrae alle leggi del bene e del male e si sottopone solo alla legge del bello, trasformandosi in opera d’arte. Sul piano letterario, tutto ciò dà vita ad un vero e propria culto religioso dell’arte e della bellezza, in una ricerca di eleganza estenuante, di squisiti artifici formali. La poesia non sembra nascere dall’esperienza vissuta, ma da altra letteratura. I versi dannunziani pertanto sono fitti di echi letterari, che provengono dai poeti classici, da quelli della tradizione italiana, dai contemporanei poeti francesi e inglesi. Come lo scrittore dice dell’eroe del Piacere, anch’egli sembra aver bisogno “d’una intonazione musicale datagli da un altro poeta” per incominciare a comporre.
Questo personaggio dell’esteta, che si isola dalla realtà meschina della società borghese contemporanea in un mondo rarefatto e sublimato di pura arte e bellezza, e la cui maschera indossa D’Annunzio nella vita coma nella produzione letteraria, è a ben vedere una risposta ideologica ai processi sociali in atto nell’Italia dopo l’unità, che, in conseguenza dello sviluppo capitalistico in senso moderno, tendevano a declassare e ad emarginare l’artista, togliendoli quella posizione privilegiata e di grande prestigio di cui aveva goduto nelle epoche precedenti, oppure lo costringevano a subordinarsi alle esigenze della produzione e del mercato. Il personaggio dell’esteta, costruito nell’opera letteraria, è una forma di risarcimento immaginario da una condizione reale di degradazione dell’artista.

di Francesco Avolio

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