Gabriele D’Annunzio

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di Stefano Pazienza

1. La vita di Gabriele D’Annunzio

Gabriele D’Annunzio nacque a Pescara nel 1863 da Francesco Paolo e Luisa De Benedictis, essendo stato adottato da una zia materna e dal marito, Antonio D’Annunzio, assunse il cognome del padre adottivo, che trasmise ai figli. Dopo aver frequentato il Ginnasio e il Liceo nel Collegio “Cicognini” di Prato, s’iscrisse alla facoltà di Lettere dell’Università di Roma, ma non giunse mai alla laurea, solo nel 1919 gli fu conferita dalla stessa università la laurea honoris causa in Lettere. Ciò accadde perché allo studio sistematico preferì la vita mondana della capitale, dove visse da gaudente, frequentando i salotti più rinomati, i circoli letterari e le redazioni dei giornali e delle riviste. Con pseudonimi vari (famoso quello di “Duca minimo”) fu collaboratore de “La Tribuna”, del “Fanfulla della Domenica”, del “Capitan Fracassa”, della “Cronaca bizantina”, del “Convito”.

Tuttavia questa intensa partecipazione alla vita mondana non impedì al poeta di dedicarsi con lavoro instancabile a una feconda attività letteraria, frutto di una fedeltà assoluta alla propria arte, che riscatta in parte frivolezza della sua vita in questo periodo.  Nel 1883 rapì e poi sposò donna Maria Hardouin, duchessina di Gallese, dalla quale poi si separò passando ad altri amori. Momenti salienti della sua vita furono il viaggio in Grecia con alcuni amici sul panfilo “Fantasia” di Edoardo Scarfoglio, la relazione amorosa con l’attrice Eleonora Duse, il soggiorno in Toscana, a Settignano presso Firenze, nella villa detta “La Capponcina” perché nel ‘600 era appartenuta alla famiglia Capponi, la partecipazione alla vita politica come deputato nel collegio di Ortona a Mare. Egli sedeva in Parlamento sui banchi della Destra, ma al tempo dell’ostruzionismo della Sinistra contro le leggi repressive del Governo Pelloux, passò clamorosamente all’estrema sinistra dicendo che, come uomo d’intelletto, “andava verso la vita”. Alla Capponcina visse per qualche tempo come un signore del Rinascimento, circondato da belle donne, armi, cavalli e servi, conducendo una vita sfarzosa di raffinato gaudente, ma senza pagare i debiti che via via contraeva. Per evitare i fastidi dei creditori lasciò l’Italia e andò in “volontario” esilio in Francia, ad Arcachon, sulla costa dell’Atlantico, presso Bordeaux.

Allo scoppio della Grande Guerra, tornò in Italia e partecipò al conflitto, compiendo numerose azioni di valore, tra cui la “Beffa di Bùccari” e il volo dimostrativo su Vienna. “La Beffa di Bùccari” consistè in un attacco condotto da tre torpediniere italiane, al comando di Costanzo Ciano e Luigi Rizzo, nella notte tra il 10 e l’11 febbraio 1918, contro la flotta austriaca ancorata nella baia di Bùccari (Croazia). Il volo su Vienna fu compiuto il 9 agosto 1918 da una squadriglia di apparecchi, che lanciarono sulla città migliaia di manifestini, in cui si leggeva: <Viennesi! Imparate a conoscere gli Italiani. Noi voliamo su Vienna, potremmo lanciare bombe a tonnellate. Non vi lanciamo che un saluto a tre colori: i tre colori della libertà>.

Finita la guerra, poiché gli alleati non volevano riconoscere l’annessione di Fiume all’Italia, nel 1919, D’Annunzio con i suoi legionari partì da Ronchi e occupò Fiume, reggendola fino al “Natale di sangue” del 1920, quando si ritirò per non spargere sangue fraterno combattendo contro le truppe inviate dal Governo di Roma, presieduto da Francesco Nitti. Dopo l’impresa di Fiume, D’Annunzio, nominato dal re principe di Montenevoso, visse fino alla morte, avvenuta nel 1938 a Gardone Riviera (Brescia), sulle rive del lago di Garda, nella villa Cargnacco, da lui acquistata e chiamata “Il Vittoriale degli Italiani” perché in essa raccolse numerose reliquie della Grande Guerra.

Nei confronti del Fascismo, D’Annunzio tenne un atteggiamento ambiguo, fatto ora di indipendenza sprezzante, ora di benevolo appoggio, usufruendo in ogni caso di sovvenzioni notevoli. Con D’Annunzio – disse un giorno Mussolini al segretario del poeta – qualche volta mi sembra di trattare una donna costosa, profumata e ingioiellata. Un’altra volta Mussolini disse: “D’Annunzio è come un dente guasto: o lo si estirpa o lo si copre d’oro”, e preferì coprirlo d’oro.

Nell’insieme, per quanto riguarda la biografia, D’Annunzio seppe realizzare quel vivere inimitabile, eccezionale, dominato da una continua ricerca di bellezza e di grandezza, che era nel gusto estetizzante del Decadentismo, di una vita cioè costruita come un’opera d’arte. Gli stessi atti di valore in guerra testimoniano non tanto il suo amor di patria e la sua audacia, quanto il gusto dell’avventura, il compiacimento del bel gesto, la ricerca della bella morte come coronamento del vivere inimitabile. Perciò egli potè scrivere di sé: “Non sono e non voglio essere solo un poeta. Tutte le manifestazioni della vita e dell’intelligenza mi attraggono ugualmente”. Questo pensiero non restò soltanto come aspirazione; anzi si può dire, se non sembrasse un paradosso, che l’unica opera d’arte di D’Annunzio perfettamente riuscita, fu la sua stessa vita di esteta decadente.

2. Il Decadentismo dannunziano

D’Annunzio assimilò le tendenze più superficiali e appariscenti del Decadentismo europeo, egli non solo divenne il simbolo di questo movimento, ma seppe creare un proprio stile di vita e di arte che va sotto il nome di “dannunzianesimo”, un fenomeno culturale e di costume talmente diffuso da indurre ad affermare che all’Italia largamente carducciana della seconda metà dell’Ottocento, seguì un’Italia altrettanto largamente dannunziana, nonostante l’accanita polemica degli oppositori e dei denigratori.

Gli aspetti più significativi del decadentismo dannunziano sono:

Ø      L’estetismo artistico, la concezione della poesia e dell’arte come creazione di bellezza, in assoluta libertà di motivi e di forme, sorta come reazione alle miserie e alle “volgarità” del Verismo;

Ø      L’estetismo pratico, che ha un rapporto di analogia con l’estetismo artistico: anche la vita pratica deve essere realizzata in assoluta libertà, al di fuori e al di sopra di ogni legge e di ogni freno morale;

Ø      L’analisi delle sensazioni più rare, sofisticate e raffinate;

Ø      Il gusto della parola, scelta più per il valore evocativo e musicale che per il suo significato logico;

Ø      Il panismo, ossia la tendenza ad abbandonarsi alla vita dei sensi e dell’istinto, a dissolversi e a immedesimarsi con le forze e gli aspetti della natura, astri, mare, fiumi, alberi; a sentirsi parte del TUTTO, nella circolarità della vita cosmica.

Per dannunzianesimo si intende il complesso di quegli atteggiamenti deteriori di D’Annunzio che influenzarono la vita pratica, letteraria e politica degli Italiani del suo tempo.

Nella vita pratica D’Annunzio suscitò interesse e curiosità in certa aristocrazia e borghesia parassitaria e sfaccendata, e ne influenzò il costume con i suoi atteggiamenti estetizzanti, narcisistici, edonistici, immorali e superomistici.

Nella vita letteraria, con i suoi virtuosismi lessicali e stilistici diventò il modello di tanti poeti del suo tempo.

Nella vita politica, con la sua eloquenza fastosa di interventista e con le imprese eroiche e leggendarie di combattente, galvanizzò, sia pure entro certi limiti, l’Italia in guerra; poi, con il gusto estetizzante dell’avventura e della ribellione all’autorità costituita (al tempo dell’impresa di Fiume) influenzò il Fascismo, al quale il dannunzianesimo fornì gli schemi delle celebrazioni esteriori, dei discorsi reboanti e vuoti, dei messaggi e dei motti (cito, fra i tanti, il famoso Memento audere semper, <ricorda di osare sempre>, parole le cui iniziali fornirono il nome ai MAS, le velocissime torpediniere d’attacco della flotta italiana), l’uso del gagliardetto, la teatralità dei gesti e le pose istrionesche del capo, nonché il saluto col braccio alzato, la cintura col pugnale, il grido di alalà, la camicia nera istoriata di teschi, tutto il funebre armamentario che in seguito doveva caratterizzare il Fascismo.

I rapporti di D’Annunzio con il fascismo non sono ben definiti: se in un primo tempo la sua posizione è contraria all’ideologia di Mussolini, in seguito l’adesione scaturisce da motivi di convenienza, consoni allo stato di spossatezza fisica e psicologica, nonché ad uno stile di vita esclusivo ed estetizzante. Non rifiuta, quindi, gli onori e gli omaggi del regime fascista, che pur non fidandosi a pieno, lo protegge e lo ritiene un “Vate”.

2.1 I romanzi del Superuomo

Il primo romanzo in cui si comincia a delineare la figura Superuomo è il “Trionfo della morte” (1894), dove non viene ancora proposta compiutamente la nuova figura mitica, ma c’è la ricerca ansiosa quanto frustrata di nuove soluzioni. Il romanzo è incentrato sul rapporto contraddittorio e ambiguo di Giorgio Aurispa con l’amante Ippolita Sanzio, ma su questo tema di fondo si innestano e si sovrappongono altri motivi ed argomenti: il ritorno del protagonista alla sua casa natale in Abruzzo è il pretesto per ampie descrizioni del paesaggio e del lavoro delle genti d’Abruzzo.

Travagliato dall’oscura malattia interiore che lo svuota delle energie vitali, Giorgio va alla ricerca di un nuovo senso della vita.

Non lo trova né ritornando alle origini della sua stirpe né nel misticismo religioso.

Il suicidio di Giorgio Aurispa è come il sacrificio rituale che libera D’Annunzio dal peso angoscioso delle problematiche negative sino a quel momento affrontate. Soppresso quel personaggio emblematico, quell’alter ego in cui proietta la parte oscura e malata di sé, lo scrittore si sente pronto ad affrontare un nuovo cammino, a percorrere la strada del superuomo. Per questo vive il rapporto con l’amante come limitazione, come ostacolo: per il suo fascino irresistibile Ippolita Sanzio è sentita come la “nemica”. Solo con la morte Giorgio si libererà da tale condizione: per questo si uccide con Ippolita che stringe a sé, precipitandosi da uno scoglio.

Anticipata nel “Trionfo della morte”, la vera e propria ideologia del superuomo viene tematizzata nell’articolo “La bestia elettiva”, pubblicato sul “Mattino” nel 1892, prima di esplodere nelle “Vergini delle rocce” (1895). In questo romanzo D’Annunzio non vuole più proporre un personaggio debole, tormentato, incerto, ma un eroe forte e sicuro. Claudio Cantelmo che va senza esitazioni alla sua meta. Il romanzo, che è stato definito “il manifesto politico del Superuomo” (Salinari), contiene l’esposizione più compiuta delle nuove teorie aristocratiche, reazionarie ed imperialistiche di D’Annunzio.

Superuomini saranno anche i due successivi protagonisti, Stelio Effrena (“Il Fuoco”) e Paolo Tarsis (“Forse che sì forse che no”): il primo in senso eminentemente artistico ( il Salinari propone il romanzo come “manifesto artistico” del superuomo), il secondo in direzione modernistico – tecnologica (Paolo è uno sportman, automobilista, pioniere dell’aviazione).

Nonostante le loro velleità artistiche ed eroiche, i protagonisti dannunziani restano sempre deboli e sconfitti, incapaci di tradurre le loro aspirazioni in azione. La decadenza, il disfacimento, la morte esercitano sempre su di essi, che dovrebbero essere gli eroi della vita e della forza, un’irresistibile attrazione.

Dai personaggi dannunziani protagonisti di tali opere emerge chiaramente che il superuomo è il dominatore di un mondo al di là del bene e del male, che l’istinto è la sola verità, che la morale è una menzogna, che il dominio è l’unica legge, che avvicinandosi alla belva l’uomo supera l’uomo, si accosta all’eroe, e come dunque sia necessario oltrepassare l’umano, cioè andare oltre il cristianesimo che afferma la coscienza del male. Bisogna liberarsi insomma di quell’etica che vieta la lussuria, porre l’arbitrio di poter osare tutto ciò che risuona come piacere. Idee queste che ritroviamo espresse nelle opere del D’Annunzio attraverso lunghe dissertazioni dei suoi personaggi che celano una tremenda aridità interiore, diremo del cuore. Fu questa, come è stato osservato, una via d’uscita del poeta che credette di poter fare della morale eroica il proprio mondo come, per esempio, la mitologia greca fu il mondo di Omero e al dottrina cattolica costituì il mondo di Dante.

La guerra fece del D’Annunzio un eroe, per quanto non si possa negare, d’accordo con gli storici d’oggi, che egli rimase sempre un “avventuriero privilegiato”, estraneo agli orrori putridi e comuni della trincea, ma pronto, a sfidare la morte con la logica singolare del giocatore d’azzardo, come risulta chiarissimo dai suoi taccuini di combattente, sia che confessi che “la vita non ha più pregio poiché non può rischiarla nel più temerario dei giochi” sia che si sorprenda a notare come “tante immagini di voluttà accompagnino uno stato eroico” o lodi “l’amore del destino” in una “carne che domani può essere un pallido sacco d’acqua amara”.

Le sue azioni da grande soldato sono altrettante espressioni di superomismo.

D’Annunzio ricorse al Superuomo per formarsi un senso della vita che sentiva mancargli. Egli non si contentava, come uomo, di essere un sensuale o meglio solo una voce destinata ad esprimere particolarmente la vita del mondo fisico, aveva bisogno di una più alta, più comprensiva, più larga concezione del mondo. Il Superuomo dannunziano sa che il mondo è il suo giardino, di cui egli può cogliere tutti i frutti; i frutti sono proprio fatti apposta per lui, disposti per la soddisfazione del suo infinito desiderio.

La scoperta di Nietzsche costituisce per D’Annunzio la conclusione quasi necessaria di tutta la sua avventura estetica. Si potrebbe persino dire che il suo “niccianesimo” preesiste, come un fatto istintivo, alla conoscenza del filosofo e delle sue opere. Come ammette del resto lo stesso D’Annunzio, le concordanze con il pensiero “nicciano” derivano “dal fondo della sua natura” e si trovano già in germe nel libro della sua adolescenza. L’esperienza del superuomo dà al D’Annunzio la rivelazione definitiva di sé stesso; infatti a differenza di tanti altri scrittori, egli non pare avere una storia, un lento graduale evolversi verso atteggiamenti spirituali ed artistici sempre più maturi a complessi, pare invece che egli giunga d’un tratto, giovanissimo, alla scoperta di sé, di quel motivo che resterà sempre centrale di tutta la sua opera e della sua vita d’uomo: la figura dell’esteta che verrà inglobata e non sopraffatta da quella del superuomo. Nella prefazione del suo romanzo “ Il ritratto di Dorian Gray”, pubblicato nel 1890, affermava: “Non esistono libri morali o immorali. I libri sono scritti bene o scritti male: questo è tutto”. Ebbene, per Gabriele D’Annunzio la vita è come un libro, né morale né immorale, scritto bene o scritto male. Il suo ritiene di averlo scritto bene. E’ sostanzialmente questo il suo estetismo.

2.2 L’estetismo e il tema del superuomo

L’estetismo è la corrente letteraria e filosofica che esprime l’atteggiamento tipico dell’artista decadente, che è un soggetto che vive una crisi, un’estraneità al mondo che lo circonda e ai suoi valori. Egli prova un odio ed un disgusto per i valori, li considera mediocri e rispetto ai quali si sente superiore. Il poeta fugge dalla realtà verso un mondo di bellezza raffinata, insolita, preziosa. Tutto questo non solo nell’arte, ma anche nella vita. La vita stessa, cioè, è un’opera d’arte da costruire con raffinatezza e ricercatezza. L’esteta ha il culto del bello fine a se stesso, ritiene i valori estetici primari e riduce in subordine tutti gli altri Ü “un’azione non dev’essere giusta, ma bella!”. L’eroe decadente si considera eccezionale, speciale, disprezza l’uomo comune e la massa mediocre, costruisce la sua vita come un’opera d’arte attraverso l’artificio, sprezzando la spontaneità. Egli giunge ad un fallimento finale inevitabile.

Il superomismo è la dottrina di Nietzsche secondo la quale il superuomo è il protagonista della storia. Egli è colui che realizzerà un nuovo esemplare di umanità al di là della morale comune, della mediocrità borghese, del bene e del male. Il superuomo è l’espressione della “volontà di potenza”, dell’esaltazione della forza, dello spirito agonistico: non presuppone nessuna pietà per i deboli, i quali sono inevitabilmente destinati a soccombere.

Le doti del superuomo sono: l’energia, la forza, la volontà di dominio, lo sprezzo del pericolo, la volontà di affermazione, il velleitarismo (=la sproporzione fra gli obiettivi e le forze per raggiungerli, fra la volontà e l’esito finale).

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