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C’è un aneddoto, spesso ripetuto da chi ha frequentato Giorgio Caproni negli ultimi anni della sua vita romana, che racconta di un uomo capace di parlare della morte con la stessa leggerezza con cui avrebbe commentato il tempo atmosferico, e di parlare del tempo atmosferico con la gravità di chi sta, in realtà, parlando della morte.
Nato a Livorno il 7 gennaio 1912, in una famiglia di condizioni modeste segnata dall’assenza del padre richiamato al fronte nella Grande Guerra, Caproni porta con sé fin dall’infanzia quella tensione fra la concretezza livornese, fatta di vicoli, di porto, di suoni popolari, e un bisogno di trascendenza che non troverà mai pace in una fede consolatoria. Si trasferisce presto a Genova, città che diventerà per lui quello che Trieste fu per Saba: un paesaggio dell’anima prima ancora che un luogo geografico, con le sue salite ripide, i suoi caruggi, il mare che promette e che al tempo stesso delimita. È a Genova che insegna, che suona il violino – passione mai sopita, che tornerà nella musicalità cristallina dei suoi versi – e che partecipa alla Resistenza, vivendo sulla propria pelle l’esperienza della lotta partigiana che segnerà per sempre il suo sguardo sulla storia e sulla violenza del secolo. Dopo la guerra si stabilisce a Roma, dove insegna alle elementari e lavora come giornalista e traduttore – memorabili le sue versioni da Proust e da Céline – fino alla morte, nel gennaio 1990, quasi in coincidenza con l’anniversario della nascita.
Una lingua povera per pensieri non poveri
Chi affronta per la prima volta i versi di Caproni resta colpito, prima di ogni altra cosa, da un tratto che la critica ha definito con l’espressione, tanto abusata quanto calzante, di “parola povera”. Non ci sono, nei suoi testi, i tecnicismi lessicali degli ermetici né le sperimentazioni ardite della neoavanguardia che pure gli fu contemporanea negli anni Sessanta e Settanta. Caproni sceglie invece rime piane, spesso in -are, cadenze quasi cantabili, un lessico che potrebbe appartenere al parlato quotidiano. Lui stesso, con quella lucidità un po’ ironica che lo contraddistingueva, amava dire che l’importante fosse risparmiare il più possibile il rumore delle parole: una dichiarazione di poetica che vale quanto un intero saggio critico, perché rivela come la sobrietà non fosse per lui un limite ma una scelta consapevole, quasi etica, contro l’oscurità fine a se stessa.
Questa scelta di essenzialità, però, va intesa correttamente: non si tratta affatto di semplicismo, e nemmeno di un rifiuto della complessità retorica. È piuttosto l’esito di un lavoro di levigatura estenuante, in cui ogni parola viene scelta e ripesata fino a raggiungere quella che potremmo chiamare una trasparenza densa – un’espressione che sembra apparire senza sforzo sulla pagina ma che, a ben guardare, è il risultato di una disciplina formale rigorosissima. Le forme metriche che Caproni predilige, penso ai versi brevi, alle strofe chiuse, alla ballata di ascendenza popolare, sono scarne nell’aspetto ma tutt’altro che casuali: obbediscono a una musicalità interiore che il poeta, non a caso violinista mancato, costruisce con l’orecchio prima ancora che con la ragione.
Il conflitto sotto la superficie
Se ci si fermasse qui, al piano della forma, si coglierebbe soltanto una parte, forse la meno interessante, della grandezza di Caproni. Perché sotto quella superficie limpida si agita un magma di sentimenti tutt’altro che semplici: il rimpianto, il senso di colpa filiale che percorre “Il seme del piangere” dedicato alla madre Annina, l’angoscia dell’assenza – di un padre, di una fede, di un senso ultimo delle cose – che sfocia, nelle raccolte più tarde, in una vera e propria teologia negativa. Penso a “Il franco cacciatore” e a “Il conte di Kevenhüller”, dove Caproni mette in scena un Dio che si cerca e non si trova, o che forse, ancora più inquietante, non esiste mai stato, lasciando l’uomo a rincorrere un’assenza che continua però a interpellarlo, a chiamarlo per nome. È qui che la parola povera rivela il suo paradosso più profondo: proprio perché scarnificata di ogni orpello, riesce a farsi carico di un’esperienza interiore complessa, stratificata, in perenne bilico fra ironia e malinconia, fra leggerezza del dettato e gravità del pensiero.
Non è un caso che la critica più recente, penso agli studi che hanno accostato Caproni al dibattito filosofico novecentesco sulla voce – da Heidegger fino ad Agamben – abbia individuato già nei suoi sonetti giovanili degli anni Trenta e nei componimenti scritti durante la guerra un nucleo speculativo legato all’idea di caducità, all’immagine del vento e del respiro come metafore di una voce che si perde nell’aria nello stesso istante in cui viene pronunciata. È una riflessione che sfiora davvero temi limite come la finitezza, la morte, il vuoto: definirla “nichilismo” nel senso comune e un po’ sommario del termine, però, rischia di appiattire la complessità del suo pensiero. Non c’è in Caproni la freddezza di chi dichiara semplicemente il nulla, quanto piuttosto l’inquietudine di chi continua, nonostante tutto, a interrogare quel nulla, a rivolgersi a un’assenza come se fosse ancora, in qualche modo, una presenza possibile. È un’angoscia metafisica venata di speranza mancata, più che un’ideologia negativa assunta come approdo definitivo.
Cosa resta, quando si tolgono gli orpelli
Tornando dunque ai tratti che più propriamente definiscono la sua poetica, e mettendo da parte per un momento le etichette troppo nette, si può dire che Caproni sia soprattutto il poeta di un cortocircuito fecondo fra due poli apparentemente inconciliabili: da un lato una semplicità espressiva autentica, fatta di forme metriche scarne, di rime piane, di un lessico quotidiano scelto con cura quasi calligrafica; dall’altro una complessità dei sentimenti che va dall’ingorgo emotivo più straziante – il rimorso, il lutto, la nostalgia dell’infanzia – fino a una limpidezza di pensiero quasi geometrica, capace di affrontare senza retorica i grandi interrogativi dell’esistenza. È questa coesistenza, e non l’uso di artifici retorici vistosi come la prosopopea o il paradosso figurato – strumenti che Caproni tende anzi a evitare, fedele com’è a un anti-intellettualismo programmatico – a rendere la sua voce così riconoscibile nel panorama del Novecento, in un’epoca dominata prima dall’ermetismo e poi dalla poesia decostruita della neoavanguardia.
Ecco perché continuiamo a leggerlo, e perché continua a essere materia viva anche per chi si prepara agli esami, dalla maturità ai concorsi per l’insegnamento: perché Caproni dimostra, con l’evidenza di chi non ha bisogno di dimostrare nulla, che la vera profondità non ha bisogno di travestirsi da difficoltà. Ha semplicemente bisogno di essere ascoltata, come si ascolta una nota tenuta a lungo, fino a quando anche il silenzio che le succede diventa parte della musica.
Audio Lezioni su Giorgio Caproni del prof. Gaudio
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