Gli Asolani di Pietro Bembo – di Carlo Zacco

Pubblicità

Sharing is caring!

Pubblicità

Datazione.
Ci spostiamo in tutt’altro ambito, in tutt’altro mondo, a rigore
si potrebbe obiettare sulla disposizione cronologica che ho messo: perché la
prima edizione degli Asolani precede il principe. Però l’edizione che qui
vi ho dato, è quella definitiva degli Asolani ed è del 1530, la
prima edizione degli Asolani è del 1505. Quindi qui noi vediamo un
testo rivisto dal Bembo, anche  stilisticamente.
Una
cornice ampia.
Allora, in quale linea si inserisce un opera come questa?
Ecco, qui noi trattiamo soprattutto per quello che riguarda da un lato la
tematica
, che però in questa parte che  qui ho riportato è solo
introdotta
, sia per quello che riguarda il modo in cui è costituito e
strutturato il trattato soprattutto per quello che riguarda la cornice
e l’ambientazione. Infatti come avremo modo di vedere questo trattato ha una
cornice molto ampia.
Il
titolo.
Il titolo gli Asolani è di fatto ricalcato sulle Tusculanae
di Cicerone: Tuscolo per Cicerone, Asolo per il Bembo. Ha una
cornice estremamente estesa che potremmo anche definire ipertrofica rispetto a
quello che è lo status che abbiamo visto fin qui.
La
trattatistica d’amore.
Brevemente, il contesto in cui si inserisce: il
contesto è duna trattatistica relativa all’amore che ha a sua
volta una ampia tradizione. Una tradizione classica, medievale e umanistica. Le
radici nelle quali si radica l’opera del Bembo sono radici ficiniane,
neoplatoniche.
• La
concezione ficiniana.
Il riferimento è alla cultura dell’ambiente
laurenziano in modo particolare appunto all’opera del Ficino: teniamo presente
che anche laddove opere non erano state pubblicate, il Bembo poteva, per ragioni
di frequentazione, poteva averle personalmente acquisite nella diffusione e
nella conoscenza dei manoscritti. Certamente ci sono legami precisi. La
tradizione di fatto rinnovata nei temi dell’amor platonico fatta dal Ficino ci
porta ad una celebrazione ed esaltazione dell’amore laddove si giunga alla
perfezione dell’amore stesso, in una scala ascensionale: dalla
bellezza della donna, creatura, fino alla contemplazione di
Dio
. Ricordiamoci che secondo il Ficino Amore, platonicamente, è
desiderio di bellezza. E dal desiderio della bellezza e dalla sua
contemplazione, in una scala ascensionale che porta al suo vertice la
contemplazione divina.
• la
linea contraria.
C’è però nella tradizione un opposta linea deprecatoria
relativa all’amore che mostra come l’amore sia un male, questa linea è presente
per essere confrontata e discussa nell’opera del Bembo.

Patrizio veneziano
. La sua formazione originaria è in anni in cui il Bembo
non aveva definito ancora del tutto la sua posizione sociale, teniamo presente
che il Bembo era di importante famiglia veneziana, e in quanto patrizio
veneziano aveva una serie di diritti, e doveri, dopo la sua formazione che gli
spettavano per nascita.
La
predilezione per la dimensione cortigiana
. Ma già attraverso questa opera il
Bembo mostra con chiarezza come le sue attitudini e disposizioni vanno in una
direzione non cittadina ma cortigiana. Le date sono interessanti:
il Bembo aveva già frequentato corti importanti, e tra l’altro si parlò anche di
un suo pericoloso amore per Lucrezia Borgia, pericoloso per
Lucrezia Borgia, sorella del Valentino, era la moglie di Alfonso I, duca d’Este.
La prima fase della scrittura si situa tra il 1497 e e il
1502
, l’ultima revisione è tra il 1503 e il  1504, e infine l’opera fu
stampata da Aldo nel 1505. E proprio a questa data risalgono i presunti amori
del Bembo con la Borgia.
Rottura
con gli impegni veneziani.
Nel 1506 Bembo avrebbe lasciato definitivamente
la sua condizione di patrizio a Venezia, e questa è una rottura
indicativa per gli Asolani, per quello che significa il contesto in cui si pone
la scrittura. Gli Asolani hanno una significato nel modo di porsi nel contesto
della scrittura cortigiana a nell’orientare la scrittura cortigiana in una
direzione già chiaramente definita per quello che riguarda gli aspetti poetici,
perché ci sono parti in versi, e sotto questo profilo potrebbe rientrare nella
definizione di prosimetro, in una direzione non  più eclettica come era proprio
della scrittura poetica cortigiana, ma petrarchesca, che poi diventerà sempre
più chiara ed evidente, fino ad essere canonizzata nelle prose; e d’altra parte
mostra nella prosa la volontà di adeguarsi nella scrittura, sotto il profilo
linguistico, a Boccaccio. Boccaccio maggiore, il Decàmeron, ma anche Boccaccio
delle opere minori.
La
collaborazione con Manuzio.
Teniamo presente un aspetto importante che
completa questo quadro e che ci interesserà per le Prose: Aldo
Manuzio era stato per Bembo un personaggio di grande importanza per la stessa
collaborazione del Bembo con Aldo Manuzio. Il Bembo ha nei confronti dell’opera
di stampatore di Aldo Manuzio un ruolo tutt’altro che secondario. Che cosa stava
facendo Aldo in quel tempo tra fine 400 primissimi anni del 500: non solo
pubblica opere in latino e in greco, ma anche in volgare. E
dobbiamo tener presente che curò la pubblicazione in volgare sia di Dante e
dello stesso canzoniere, che curò il Bembo. Il modo di operare del Bembo nel
contesto della stamperia del Manuzio lo mette anche di fronte ad un problema
rilevante per la stampa, e per quello che l’introduzione dell’arte della stampa
significa e dei nuovi sviluppi che ormai la stampa aveva, lo mette di fronte al
problema del rapporto tra l’opera stampata e del pubblico a cui si rivolge. Il
problema della lingua, dell’uniformità stessa delle pubblicazioni
a stampa non è secondario. Anche l’attività del Bembo come collaboratore nella
opera editoriale del Manuzio, è importante da tener presente. Dobbiamo
considerare la notevole variazione dei volgari in quel tempo.
Una
discussione filosofica.
Fatte queste premesse torniamo agli Asolani. Come
avevo detto gli Asolani è titolo che richiama le tuscolane di cicerone, e lo
vogliono richiamare anche perché l’impostazione che viene data è quella di un
dialogo filosofico
: la posizione di Bembo è più quella i un
retore
che di un filosofo: non possiamo certo riconoscergli profondità e
originalità di un filosofo.
La struttura
I
ragionamenti d’amore.
Come sono strutturati gli Asolani? In tre
libri, che ci riportano i ragionamenti che secondo l’autore furono
svolti nel contesto di una festa di nozze tenuta ad Asolo, in
quella che era l’unica corte possibile che il Bembo poteva individuare nello
stato di Venezia, e cioè quello della ex regina di Cipro, Caterina Cornaro.

Caterina Cornaro.
Il nostro commento mette in evidenza gli estremi di
questo: la Cornaro che era stata regina di Cipro, e dopo la morte del marito
aveva lasciato a Venezia i suoi possedimenti. Venezia in cambio di questo nel
1489 le aveva consentito di avere, all’interno della repubblica di Venezia, una
propria corte ad Asolo, che è località amena nel trevigiano dove Caterina
Cornaro teneva corte. Caterina Cornaro, come detto all’inizio della cornice, era
imparentata con il Bembo, un legame diretto con l’autore.
Il proemio
Una
ricerca di aulicità e artificiosità
. Prima di venire a questa ampia cornice,
vediamo brevemente come impostato il proemio. Qui è da dire che se noi guardiamo
ai modi, allo stile, alla forma, riconosciamo subito una intenzione aulica da
parte del Bembo che in questa parte (e la parte proemiale è sempre la più
ricercata comunque, la più in vista nelle opere) qui si può manifestare con
chiarezza una ricerca di una aulicità molto alta da parte del
Bembo: il dettato è qui artificiosissimo. Nella ricerca di uno
stile per altro, dove ci sono molte amplificazioni, e dove ricerca in modo tale
da mostrare con chiarezza l’artifizio, in modo da mostrare con chiarezza, è
stato detto, una certa concinnitas, un gusto dell’armonia, che però sarebbe un
po’ arduo definire effettivamente ciceroniano, perché è come un’oltranza di
artificio molto caricato.
• la
semplicità nei temi.
A questa oltranza, artificiosità, questa complicazione
dal punto di vista formale, non corrisponde però una complicazione, o una
complessità nell’esposizione dei punti che tratta il Bembo: il
discorso si segue chiaramente nel suo articolarsi in diversi punti ed è posto in
modo tale che il lettore lo segua chiaramente.

Viandanti e Naviganti
. Il succo che riassumo è questo: si parte da una
doppia ampia comparazione il cui carattere sarà evidenziato successivamente. Si
imposta in una chiave metaforica attraverso quella che è la condizione dei
naviganti
, e la condizione dei viandanti:
metaforicamente il viaggio per mare ma anche per terra, il viaggio travagliato,
complicato, difficile, rimanda al viaggio della vita, al cammino
della vita.
• il
desiderio dei viandanti
. Allora che cosa si dice in queste due comparazioni
iniziali? Che i naviganti hanno caro, che ai naviganti giova, che i naviganti
desiderano avere questo, cioè il poter ritrovare mediante la pietra mediana,
ovvero la calamita, il nord; ritrovando il nord
ritrovano la direzione per poter giungere in port ed uscire dai pericoli della
tempesta.
il
desiderio del viandante.
Così il viandante ha altrettanto caro che quando
giunge in un punto intricato di vie, trovi chi gli indica la
strada.
Il
ruolo dell’autore.
Allo stesso modo, con la stessa valenza che ha la
calamita da un lato, e la guida dall’altro,
così altrettanto l’autore ha
sempre giudicato un grazioso ufficio, quindi un compito, un assumersi un compito
che è gradito a coloro per cui è assunto, ma che anche è un dono,
da parte di chi aiuta chi si trovi nelle proprie condizioni di
vita in una situazione di difficoltà e pericolo.

maggior pregio per chi aiuta.
Se da lodare è chi esce da solo
da pericolo; ancora di più lo è non solo chi conosce questo per sé ma chi 
conoscendo questo per sé se ne avvale per aiutare gli altri. E qual è quella
forma di travaglio maggiore che può accadere a sconvolgere la vita dell’uomo?
Naturalmente la passione amorosa, e dunque che cosa è necessario
per dare questo ufficio grazioso agli uomini? Il conoscere e dunque indicare
agli altri quale amore sia buono e quale sia reo. L’oggetto degli Asolani
ha dunque come tema l’amore. Il ritrovare, cioè il trattare quale amore sia
buono e quale sia reo. Mostrando le cose che di debbono seguire e quelle che
si debbono fuggire.

 

L’occasione.
L’autore si assume questo compito, e per questo ha voluto
raccogliere dei ragionamenti fatti nell’occasione che avevo anticipato. Detti,
ragionamenti: non abbiamo una indicazione cronologica precisa, ma l’autore dice
che erano stati fatti pochi giorni prima che egli li raccogliesse, senza altre
indicazioni. Discussi poi da tre giovani in tre giornate: i
personaggi in realtà sono sei: tre giovani donne e tre giovani uomini. Ma quelli
che discutono, che questionano sono gli uomini. In presenza delle
tre donne, e l’ultima giornata vede anche la presenza del nume del luogo, della
regina, la più alta autorità in questa piccola corte.
Il
pubblico.
Allora, il pubblico a cui si rivolge il nostro autore scrittore
qual è? Come opera che giova si rivolge naturalmente a tutti.
L’amore è una passione propria della vita di tutti, ed è inevitabile che in un
momento gli uomini incontrino la forza dell’amore, però in particolar modo
ritiene che possa esser utile da parte di lui che giovane era, ai giovani:
e questo è il pubblico di elezione in maniera tale che possano far giudizio
sull’amore, avere un giudizio sull’amore, prima che l’amore faccia prova di
sé su di loro
.
Elogio
della letteratura.
Questo discorso relativo al giovamento che si ha quando
si può avere un’esperienza fatta attraverso quanto altri hanno provato e detto,
porta lo scrittore a fare un elogio delle lettere e della
scrittura: nella parte conclusiva di questo proemio infatti il Bembo afferma che
«bellissimo ritrovamento delle genti è da dir
che sieno le lettere e la scrittura, nella qual noi molte cose passate, che non
potrebbono altramente essere alla nostra notizia pervenute, tutte quasi in uno
specchio riguardando e quello di loro che faccia per noi raccogliendo, da gli
altrui essempi ammaestrati ad entrare nelli non prima o solcati pelaghi o
caminati sentieri della vita, quasi provati e nocchieri e viandanti, più
sicuramente ci mettiamo».
Ritorna la metafora iniziale. Il peso, il
significato, la forza, l’importanza della letteratura. specchio di
ammaestramento, ma anche diletto. L’importanza della lettura è dato da quello
che attraverso la lettura possiamo conoscere ma certo anche attraverso il
piacere che ne ricaviamo.

Necessità della cornice.
Su questo tema però non vuole svolger un discorso
più ampio, cosa che potrebbe fare, ma lasciando questo vuole venire a ragionar
di cose d’amore: i discorsi sull’amore svolti in questi tre giorni. Ma prima di
giungere a questi sottolinea come sia necessario che si spieghi come il
ragionare avesse luogo: in quest’ultima parte del proemio sottolinea la
necessità della cornice in una qualche misura giustifica anche l’ampiezza della
cornice.
Analisi
del periodo iniziale.
Un aspetto dello stile da questo breve passo potete
averlo avuto, però almeno un esempio lo facciamo per quello che riguarda
l’apertura, che più è fatta in alto stile. E che più mette in evidenza il modo
di procedere da un punto di vista anche di ricerca di ritmo e suono delle
parole: la ricerca di quelle clausole ampullose e magnifiche cui
Machiavelli assolutamente si contrapponeva. Dato che gli Asolani furono
pubblicati in prima edizione nel 1505 non è da escludere che Machiavelli avesse
anche in mente cose di questo genere. Allora, è esemplato il passo iniziale su
un passo di un opera minore del Boccaccio: la Fiammetta. Anche le opere minori
del Boccaccio sono ben presenti al Bembo. Ed è esattamente articolato su due
parti, è un ampio periodo strutturato in due parti uguali tra di loro: è
talmente ricco di incidentali che a una prima lettura il lettore se non fa pause
dovute rischia di perdersi; tornando a legger e trova poi l’organismo di questo
periodare, che è retto nella sostanza nelle due parti del periodo da due forti
iperbati:
I
navicanti.
«Suole a’ faticosi navicanti
esser caro
[e qui parte per la
tangente], quando la notte, da oscuro e
tempestoso nembo assaliti e sospinti, né stella scorgono, né cosa alcuna appar
loro che regga la lor via, col segno della indiana pietra ritrovare la
tramontana
[e questo è quello
che ci serviva per finire l’iperbato: essere caro … la tramontana].
in guisa che [+ qui adesso riparte il
periodo con di nuovo un iperbato] quale vento
soffi e percuota conoscendo, non sia lor tolto il potere e vela e governo là,
dove essi di giugnere procacciano o almeno dove più la loro salute veggono,
dirizzare»
[ed ecco che troviamo il nostro infinito da collegar a
potere:
il potere dirizzare e vela e governo]. Iperbato naturalmente anche
anastrofi nella anteposizione di parti che se seguissimo l’ordo naturalis
sarebbero diverse. Dirizzare, verbo in clausola che conclude la prima parte del
periodo, il primo paragone; prima di vedere la seconda parte vediamo un altro
aspetto dell’articolazione di questo periodare: l’uso dei parallelismi
che scandiscono questo periodare è che si rifanno al gusto per la
dittologia
: c’è la presenza, pur nella prosa, di un gusto
petrarchesco
: oscuro e tempestoso; assaliti e sospinti; e vela e
governo
; eccetera.
I
viandanti.
L’altro periodo è articoalto in un modo parallelo:
«e piace a quelli che per contrada non usata
caminano, qualora essi, a parte venuti dove molte vie faccian capo, in qual più
tosto sia da mettersi non scorgendo, stanno in sul piè dubitosi e sospesi,
incontrare
[piace a quelli… incontrare]
chi loro la diritta insegni, sì che essi possano all’albergo senza errore, o
forse prima che la notte gli sopragiunga, pervenire
[possano…pervenire]».
Di nuovo il verbo che chiude tutto il periodo con clausola finale. Vediamo i
nostri infiniti: ritrovare – dirizzare – incontrare danno un eco
fonica, sonora: sono tutti e tre della prima coniugazione e sono in omoteleuto.
Abbiamo poi una variatio, necessaria perché senza varietà c’è un eccessiva
sazietà. Si vede lo studio, è ricercatissimo: il Castiglione direbbe che è una
scrittura affettata, un esempio di affettazione: non implica che il Bembo
vada giudicato partendo da Machivelli o Castiglione: è per mettere in evidenza
le differenze: il gusto del Bembo è un gusto diverso: storicamente gli Asolani
hanno avuto a loro volta una funzione significativa nella prosa cinquecentesca,
linguisticamente prima che stilisticamente.
Esempio
di clausola.
Per quello che riguarda le clausole, vi è fatto notare dal
commentatore che è Dionisotti, un esempio sulla base degli studi della retorica
antica: nella nota 9, pg 183: «senza fallo
molte volte a molti uomini di molto giovamento è stato»
clausola sonante,
ampollosa.
La cornice

Situazione: le nozze in Asolo.
Come è articolata la cornice? È molto ampia,
vediamo i punti chiave: innanzitutto come sempre nelle cornici viene presentato
il luogo, la situazione in cui sono poi collocati i dialoghi e
vengono presentati i personaggi e qui si parte da una rappresentazione che
riguarda il luogo, Asolo, nella sua bellezza,
vago e piacevole castello
(ricorre costantemente, in tuta questa cornice, di
espressioni dell’area semantica della bellezza, della leggiadria, della soavità,
della dolcezza della piacevolezza); la collocazione in Asolo è correlata con la
regina di Cipro perché qui c’è la corte della regina di Cipro: non
solo una collocazione cortigiana, ma una collocazione nella festa di corte:
festa
di nozze, che ci porta dunque in un contesto in cui ci sono
tutta una serie di intrattenimenti di corte: la corte si manifesta al suo grado
di eccellenza nel modo in cui si propone anche nei confronti di
quelli che estranei ed esterni alla corte sono qui accolti per i
festeggiamenti. festeggiamenti di nozze legati alla regina: perché si marita una
delle sue damigelle.
Giovani
nobili cavalieri.
I personaggi che ci interessano per il nostro dialogo sono
i personaggi che sono venuti qui per la festa di corte. In primo luogo sono
presentati i tre interlocutori del dialogo, e sono definiti come
veneziani, nobili, personaggi di alto livello, sia
da un punto di vista sociale sia per quello che ne riguarda la nobiltà
d’animo
, sia per quello che ne riguarda la formazione:
sono letterati e hanno avuto caro lo studio fin dai loro primi anni e lo hanno
continuato. Ma oltre a questo hanno anche acquisito sul piano dei costumi
e sul modo di essere, il pregio di ogni bel costume. Insomma sono nobili
cavalieri, che hanno tutto ciò che a nobili cavalieri si appartiene: una
rappresentazione che ci dà una connotazione, diciamo, molto puntuale di ciò che
vuole essere rappresentato di questi giovani.
Le
donne
. Non altrettanto si dice, se non in termini generali, delle tre
donne
, se non che sono belle (vaghe giovani), ornate nei
gentili costumi: si dice che erano imparentate, e sposate ma qui senza i mariti.
In una cornice che in realtà è molto stilizzata e ha molti tratti
di verosimiglianza, questo è uno dei pochi elementi che vorrebbero ricondurre ad
una verosimiglianza del discorso. Sono presentate come giovani che
hanno caro nello stare con questi uomini, sempre in ragionamenti sollazzevoli,
espressione boccacciana quant’altre mai, appunto conducendo il loro tempo in
modo al tempo stesso piacevole ma anche onesto.
Il
primo personaggio: Perottino.
I
personaggi non ci vengono presentati tutti insieme per nome, e questa è un’altra
della peculiarità di questa cornice, ma via via. Il primo ci 
viene presentato con il nome di Perottino. Ed è personaggio dell’amante
infelice
: è colui che svolgerà nel primo libro il tema dell’amor
doloroso, e dell’amore come male e come danno.
Gli
pseudonimi.
Non è chiamato col suo nome, viene usato uno pseudonimo,
e qui subito noi ci ritroviamo in un clima che ci fa capire, se non l’avevamo
già capito, che è quello della cornice decameroniana: usa
pseudonimi giustificandolo allo stesso modo con cui lo aveva giustificato il
Boccaccio: sia nella introduzione alla narrazione nel ritrovo dei giovani nella
chiesa di Santa Maria Novella, e d’altra parte, in relazione a quello che lo
stesso Boccaccio dive nella volontà di evitare il cattivo giudizio dei
malevoli
. Boccacciana è la giustificazione che viene data che questa:
«non pochi sogliono esser coloro che le cose
sane le più volte rimirano con occhio non sano»
. Quindi per
difendere
la onestà di questi giovani, e l’onestà dei ragionameti non
dice i loro nomi.

Vicinanza e lontananza con Decameron.
Se questo ci introduce in una
imitazione-emulazione
decameroniana, segna però bene anche le
differenze
: innanzitutto sono presentati prima i giovani uomini
e saranno loro a presentare il discorso: c’è dunque una posizione di disparità,
nel modo in cui vengono presentati i personaggi. (qui sono presentati invece
pari come numero, tre più tre). E d’altra parte subito emerge con chiarezza la
disparità di collocazione di queste che non saranno novelle, ma
ragionamenti
: siamo nel clima della festa, un contesto
del tutto diverso rispetto a quello della cornice decameroniana.
Festa che
richiama, nel modo in cui sono rappresentati i diletti di questa cornice alcuni
tratti che sono rappresentati in modo stilizzato, il modo di vivere dei giovani
nella cornice decameroniana, per quello che riguarda i diletti della musica, i
diletti del canto: in questo senso sono introdotti qui dei componimenti poetici,
ma riportati pur con una analoga stilizzazione, nel gusto della festa
rinascimentale: viene fatta dunque una attualizzazione. Dopo aver presentato i
personaggi ed aver fatto il nome di uno solo di loro, e il fatto che si
astraeva, tendeva ad astrarsi dai discorsi degli altri per la sua condizione di
tristezza, per cui si poteva notare questa sua connotazione, torna alle nozze
della regina.
La due
canzoni.
Torna alle nozze e alla festa che si svolge su più giorni: in un
giorno tra gli altri, alla fine del desinare splendido, entrano due fanciulle,
una di maggiore una di minore età, una delle due, sulle corde di un bellissimo
liuto, suonando intona e canta; canta quella che verrà detta
canzone, e in realtà la sua forma metrica è quella della ode-canzonetta.
Anche qui naturalmente il suono è piacevole, la voce soave, e il modo di cantare
è dolcissimo. Quando questa ode-canzonetta è terminata, e torna la melodia,
perché sul liuto, dopo che era conclusa le melodia della canzone ritornano le
note sullo stesso motivo della propria ode, allora interviene al seconda
fanciulla che canta, una canzonetta su melodia identica ma di
differente significato nel testo.
Amore
doloroso – amore lieto.
Il dolore dell’amore nella prima,
l’amore come elemento doloroso che si insinua in una vita lieta e di gioia, e
invece l’amore che in una vita che invece era di dolore e travaglio, ha
introdotto la felicità: entrambe le canzonette sono articolate
parallelamente e entrambe sono concluse da un mito: un mito negativo: quello di
Medea da un lato; e dall’altro uno positivo: quello di
Andromeda
.
La
terza canzone.
Questo bilanciamento, questo gioco di opposti
negativo-positivo
, vede un ulteriore incremento in una terza canzone,
questa volta è una vera e propria strofa di canzone, e per volontà della regina
viene chiamata una damigella che canta questa canzone su una sua viola di
meraviglioso suono: liuto e viola sono strumenti aulici, e strumenti che
accompagnavano i canti del Decameron. Questa strofa di canzone invece svolge il
motivo dell’amore che è giudicato malamente perché non è conosciuto.
Il mondo non consoce l’amore, nel modo in cui l’amore dovrebbe essere
conosciuto, perché la gente, da viltate offesa (Dante!) segue il suo danno e
fugge sua salute. Ma se davvero conoscesse l’amore vero, allora le cose
starebbero in modo diverso: la nostra vita prenderebbe cammino dritto e sicuro e
tornerebbe il tempo dell’età dell’oro.
I tre
libri: l’ascesa dell’amore.
Questa è la terza tappa di un cammino
ascensionale: la prima è l’amore come dolore e sofferenza, la
seconda l’amore come gioia, e sarà svolta nel tema della felicità
nel senso del’amore sensuale ( sarà svolta nel secondo libro) , il
terzo è l’amore puro, ascesa in una chiave neoplatonica e
religiosa, e sarà svolta nel terzo libro: una anticipazione dei temi, fatta
informa poetica. Allora, questi componimenti poetici non sono alti, ma sono
tuttavia rigorosamente richiamati in una chiave petrarchesca. Ci sono anche
spunti danteschi: la pargoletta, e il richiamo alla viltate offesa, ma il
tessuto espressivo è già fortemente orientato in una direzione di adesione
petrarchesca. Questo vale come introduzione-anticipazione dei temi.
Il resto
della cornice come si svolge? Anche qui per certi aspetti sul modello della
cornice decameroniana. La regina si ritira nelle ora più calde del
giorno (ma è settembre) e viene aggiornata la festa alle ore verso il vespro.
Mai nostri giovani si sono attardati nell’attraversare le sale, e
nel compiere questo cammino nelle sale del palazzo, si sono affacciati da un
balcone e hanno visto uno splendido giardino, ricco di ombre, che
attira anche per la sua frescura per quello che riguarda l’ora ormai più calda
del giorno.
Il
secondo personaggio: Gismondo.

Viene introdotto per nome il secondo personaggio maschile: Gismondo,
quello di umore festevole, quello cui sarà dato lo svolgere nel secondo libro la
parte relativa all’amore sensuale. Di questo Gismondo nel secondo
libro ci darà una indicazione dell’età: 26 anni, che sarebbe in coincidenza con
quella che avrebbe avuto il Bembo nel tempo della composizione. E
questo Gismondo è in parte esemplato sulla figura di Dionèo; è
Gismondo che propone di non andare a passare le ore dormire ma di
andare nel giardino, e propone di passare il tempo prima che cominci la festa
prima che ritorni la regina, occupando il tempo novellando o di cose dilettevoli
ragionando.
Il
giardino.
Mentre si innesta sullo sfondo la cornice decameroniana, ne mette
in evidenza anche le differenze: non il novellare, ma lo svolgere il dilettevole
ragionamento. Le donne sono d’accordo, i giovani anche, e tutte liete festose le
donne vanno con lui e insieme gli altri giovani. Tutto il paragrafo 4 è dedicato
alla descrizione del giardino: una descrizione ampia
che mette in evidenza gli elementi cardine del giardino: la bellezza data dalla
disposizione ad arte delle sue parti, e il rigoglio di carattere naturale. Tra
l’altro qui presumibilmente c’è anche una descrizione che riguarda il giardino
effettivo della reggia di Asolo: ci sono particolari che fanno pensare a questo.
Il giardino è il locus amoenus: fiori, cespugli, ruscelli, fiori.
È Gismondo che stabilità come argomento quello dell’amore.
Nella seconda ode
canzonetta al verso due: le mie scorte vuole dire letteralmente ‘guide’ è da
interpretare col verso due della canzone precedente. Le scorte sono a loro
volta i pensieri che accompagnano la giovinetta. Ed è espressione
petrarchesca.
Altro aspetto è la
presenza della parola amore in tutte e due le odi canzonette in tutte le
quartine. Nella terza, la strofa di canzone, la parola ‘amor’ è in posizione
iniziale di verso, in apostrofe.
Amore reo la prima
canzone; amore che porta gioia la seconda; amore che se conosciuto e potesse
risplendere alle genti condurrebbe al giusto cammino la vita degli uomini
riportandoci all’età dell’oro.
Una
bellezza data sia dalla disposizione ad arte delle sue parti sia dal rigoglio
della natura. Giunti nella parte più ombrosa, i giovani trovano un pratello
pieno di fiori, una fonte e tutti gli elementi del locus amoenus. Qui iniziano i
dilettevoli ragionamenti.

Gismondo coordina il gruppo.
Questo luogo piace a tutti e interviene, sul
modello decameroniano, la maggiore delle fanciulle: il nome è Berenice,
loda il luogo e l’avvedimento, il giusto consiglio di Gismondo e gli affida
l’arbitrio
delle decisioni da prendere: sia dove sedersi, sia pe ril
ragionamento: sarà Gismondo a decidere di cosa si ragioni. E cosa fa Gismondo?
In primo luogo lietamente (Gismondo rappresenta un po’ Dionèo, opposta a quella
di Perottino, il triste per eccellenza, che può essere assimilato a Filostrato).
In 
cerchio.
Gismondo lietamente appunto accetta questa decisione, questa
maggioranza, questa posizione di superiorità, e in primo luogo fa sedere in
cerchio
gli altri giovani. Disposizione a corona che corrisponde a
quella dei giovani del Decameron: indicativa si una parità e
mancanza di subordinazione gerarchica. Il Bembo poi come autore
giustificherà la presenza delle donne dicendo che esse sono pertinenti
all’argomento trattato, dicendo che è ben consapevole delle possibili critiche,
e si lancia in una sorta di celebrazione della parità di virtù tra uomini e
donne.
Ruolo
delle donne.
Anche qui questo lo vediamo nella disposizione a corona: ma
anche qui le donne, come nel Cortegiano, hanno una parte di
contorno: intervengono ma non svolgono la trattazione, che è interamente svolta
dai maschi.
Prima
proposta:  l’amore triste.
Gismondo piacevolmente introduce il discorso per
proporre l’argomento: si riferisce ai canti fatti prima: ricorda
che due di quei canti lodavano l’amore, e il primo si doleva del’amore. Allora
introduce come argomentare il fatto che se vi sia qualcuno che abbia la
stessa
convinzione negativa
relativa ad amore della prima canzone
dovrebbe farsi avanti a parlarne. In modo da potere rispondere:
«che io gli risponderò, e dammi il cuore di dimostrargli quanto egli con suo
danno da così fatta openione ingannato sia. La qual cosa se voi farete, e
doverete voler fare, se volete che mio sia quello che una volta donato m’avete,
assai bello e spazioso campo aremo oggi da favellare -. E, così detto, si
tacque»
.
A questo
punto c’è, sempre nella parte diegetica della cornice, l’introduzione di un
motivo che pure riprende informa più attenuata uno spunto decameroniano, una
esitazione da parte delle donne: il parlare d’amore potrebbe far introdurre
argomenti inadatti alle donne.

Spingere Perottino a parlare.
Ma sapendo quale era la indole di Gismondo e
degli altri, si rassicurano e questo dubbio viene cacciato via. Si rendono
subito conto di quale si al’intenzione di Gismondo: che voglia spingere
Perottino a parlare: «perciò che sapevano che
egli di cosa amorosa altro che male non ragionava giamai.»
a questo punto
ci si aspetterebbe una  risposta, ma nessuno parla. Interviene Gismondo:
giustifica le donne sostenendo la convinzione che se le donne parlassero
loderebbero anch’esse l’amore. D’altra parte però pensa che sia la vergogna a
trattenerle quantunque d’amore sai possa per ciascun sempre onestissimamente
parlare. Se duqnue giustifica le donne mostra di stupirsi che  non intervengano
gli altri due, o meglio «essendovene uno per
aventura qui, che siede, il quale male d’Amor giudicando tiene che egli sia reo,
e sì si tace -.»
Perottino, chiamato in causa, vorrebbe sottrarsi. Invece
intervengono le donne, lo sollecitano nonostante i suoi rifiuti:
alla fine tutte le donne cercano di persuaderlo, e alla fine, vinto,
dichiara che lo farà. Annunciando che la materia che tratterà è una materia che 
non induce affatto diletto ma dolore. Ed annuncia in questo modo quello che sarà
il tono che  il lettore, come il pubblico interno, troverà:
«Perciò che né voi udirete cose che piacevoli
sieno ad udire, e io di noiose ragionerò, e esso per aventura ciò che egli non
cerca sì si troverà; il quale, credendosi d’alcuna occasion dare a’ suoi
ragionamenti col mio, ogni materia si leva via di poter, non dico acconciamente,
ma pure in modo alcuno favellare. Perciò che ravedutosi, per quello che a me
converrà dire, in quanto errore non io, cui egli vi crede essere, ma esso sia,
che ciò crede, se egli non ha ogni vergogna smarrita, esso si rimarrà di prender
l’arme contra ‘l vero; e quando pure ardisse di prenderlesi, fare no ‘l potrà,
perciò che non gli fia rimaso che pigliare».
Dunque i miei argomenti
saranno così forti che non gli sarà in nessun modo possibile
combattere con me. La risposta è fatta sulla stessa falsa riga:
«O armato o disarmato – rispose Gismondo – in
ogni modo ho io a farla teco questa volta, Perottino»
e dice che le cose
non stanno come dice Perottino eccetera.
Gusto
cortigiano per la battaglia.
Allora, mi sono soffermata su questo passo
perché qui più che altrove emerge un aspetto proprio di una messa in scena
cortigiana
: la metaforica battaglia: i giovani come
cavalieri che si confrontano a battaglia su due campi opposti che riguardano due
opposte concezioni dell’amore: anche nel Cortegiano si affaccia il tema della
battaglia. Il peso degli Asolani in questo senso si fa sentire sul Castiglione.
D’altra
parte su questo tema si va avanti nella parte della cornice che segue: le donne
ridono, il contesto è scherzoso, metaforico. Interviene la seconda donna,
Lisa
(la terza è Sabinetta) e la seconda delle donne
nominate tira in campo il terzo giovane: Lavinello. Questo cerca a
sua volta di sottrarsi al combattimento: dichiarando che non
sarebbe cortese intervenire perché essendo due i contendenti sarebbe costretto a
schierarsi con uno dei due ed il combattimento sarebbe fatto ad
emi impari, e non sarebbe giusto. Scusa non accolta: questi non sono
combattimenti di maniera, e non nuore nessuno in cosiffatte
battaglie (scherzosamente).
E come
risponde Lavinello? Altro aspetto di sottolineatura del gusto del gioco, degli
scherzi prima che inizi il dibattito vero e proprio:
«Lisa, Lisa, tu hai avuto un gran torto –
rispose allora Lavinello, così con un dito per ischerzo minacciandola
giochevolmente».
Insieme con le parole sono introdotti i gesti,
«Indi, all’altre due giratosi disse: – Io mi
tenni, testé, donne, tutto buono, estimando, per lo vedervi intente alla zuffa
di costor due, che a me non doveste volger l’animo, né dare altro carico di
trappormi a queste contese. Ora, poscia che a Lisa non è piaciuto che io in pace
mi stia, acciò che almeno doler di me non si possano i miei compagni, lasciamgli
far da loro a lor modo; come essi si rimarranno dalla mischia, non mancherà che,
sì come i buoni schermidori far sogliono, che a sé riservano il sezzaio assalto,
così io le lasciate arme ripigliando, non pruovi di sodisfare al vostro disio».

A questo punto può cominciare la trattazione che viene svolta interamente, nel
primo libro, affidata a Perottino. [21:51 – ]
I primi
due libri si svolgono di fatto come una disputa in utramque partem: perché l’una
è sull’amore-amaro, e nell’altro l’amore felice.
La
trattazione viene svolta da Perottino, con inserzione di versi ancora. Il primo
libro si conclude con un gesto che ha un significato simbolico che corrisponde
ad un giusto di celebrazione di gestualità vera e propria e teatrale: Perottino
termina piangendo, e si trae fuori dal seno un drappo, che si intende donato
dalla sua donna. Questo drappo serve per asciugare le lagrime, e porta il tema
dell’amore infelice sulla scena simbolicamente. Talmente rattristato Perottino
che non riesce più a partecipare alla festa che poi riprenderà. I due altri
giovani passano con lui il resto del tempo confortandolo.
Nel
secondo si rovescia specularmente. Gismondo tratta dell’amore felice con
carattere sensuale: e quasi non riesce a concludere il discorso perché la festa
sta per ricominciare: all’opposto, Gismondo cessa di parlare lasciano ciò che si
poteva ancora dire a Lavinello. C’è una variante, un effetto trascinamento della
cornice, perché la conclusione della cornice della seconda giornata non è alla
fine del secondo libro, il terso libro inizia con il proemio e di fatto accade
che la regina viene a sapere dei discorsi fatti: tutti accorrono e si stabilisce
che Lavinello dovrà svolgere la sua trattazione ma alla presenza della regina.
Significato simbolico per l’importanza del discorso di Lavinello.
Nella
parte proemiale l’autore con voce sua sottolinea che nella sua opera non lascia
il discorso aperto né contraddittorio: avrebbe potuto lasciarlo aperto in
utramque parte: amore negativo e positivo, ma non è così. Il discorso di
Lavinello che è il culmine, in realtà sposta il piano del discorso in altra
direzione:
Il terzo
libro è bipartito: lavinello riprende alcune considerazioni di Gismondo, ma ne
confuta al tempo stesso gli estremi, che si ponevano in una direzione di
carattere sensuale. E dà una impostazione di carattere neo platonico alla
impostazione. Ma non conclude il discorso, Lavinello dice che mentre era immerso
in queste considerazioni aveva incontrato un eremita e questi gli aveva fatto
una sorta di lezione: la lezione dell’eremita comporta una correzione di rotta:
l’impostazione di carattere neoplatonico che aveva dato viene ulteriormente
ripresa e reindirizza vero un platonismo cristiano. Con la conclusione di
Lavinello il discorso si chiude.
In questo
discorso che è ascensionale, l’ultima parte non è una sintesi dei primi due, ma
è un portare il discorso in un’ altra direzione.
Lo stile
Gli
Asolani sono testo nuovo anche per quello che riguarda la lingua: questo effetto
ci viene dato in relazione a quei tratti di artificiosità. Quell’oltranza
stilistica indubbia che percepiamo. Ma, i contemporanei del Bembo non ne
avrebbero avvertito solo questi aspetti, ma avrebbero avvertito ciò che a noi,
abituati a leggere testi dei primi secoli, toscani, non fa la stessa
impressione: il Bembo era veneziano e quando parlava, parlava in modo diverso:
questo è il primo esempio di prosa toscana scritta da un non toscano. Quindi da
un punto di vista linguistico è un effetto importante. Al di là dell’artificio.
Alcuni
esempi, perché anche il Castiglione  non è toscano, è Mantovano. Qual è di fatto
la morfologia di Bembo? I veneziani non scrivono nella loro lingua abituale per
esempio:
• non
abbraccio  ma > abbrazzo
• non
trecce ma > trezze
E al
contrario:
• non
pazzia ma > paccia
• non anzi
ma > anci
Per le
forme del verbo, nella seconda plurale non dicono per esempio vedreste,
ma vedresti, potresti, eccetera. Oppure un personaggio che parla alla
terza singolare del congiuntivo dirà: dichi, naschi. Forme lontane da
quelle toscane. Una volontà di adeguarsi da un punto di vista linguistico, ma
anche retorico e stilistico.

Ora la
prosa degli Asolani è arcaizzante, sia sintatticamente ma anche per altri
aspetti: soprattutto perché è esemplata sul Boccaccio. Ma il problema di dare
norma alla lingua scritta, una norma che facesse raggiungere il grado maggiore
di perfezione possibile, è ciò che il Bembo cerca di fare. E questo dice anche
nelle prose della volgar lingua. 
Pubblicità
shares
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: