Riassunto del ventesimo canto dell’ Orlando furioso di Ludovico Ariosto – di Carlo Zacco

CANTO XX
Sommario. – Donne antiche famose — Guidon Selvaggio narra la propria storia
— Guidone prepara la fuga — Astolfo suona il corno, facendo fuggire tutti —
Marfisa e i compagni giungono a Marsiglia, dove essa prende congedo —
Sansonetto, Grifone, Aquilante e Guidone giungono ad un castello, dove sono
fatti prigionieri — Marfisa incontra la vecchia Gabrina — Marfisa abbatte
Pinabello e fa vestire Gabrina con gli abiti della sua donna — Marfisa
abbatte Zerbino e lo obbliga ad accompagnare Gabrina — Gabrina dà a  Zerbino
false notizie di Isabella.
Donne antiche famose (1-3)
– Le donne antiche hanno compiuto mirabili cose, come Arpalice e Camilla per
valor militare, Saffo e Corinna nella poesia. Se dopo l’antichità non si
conoscono donne famose, lo si deve forse all’ignoranza o all’invidia degli
scrittori. Ma nella nostra età non mancano donne degne di essere tramandate ai
posteri e capaci di superare in fama la stessa Marfisa.
Guidon Selvaggio narra la
propria storia (4-64)
– Marfisa rivela il suo nome al cavaliere nemico, e
questi si dà a conoscere per Guidon Selvaggio, discendente dalla gloriosa stirpe
di Chiaramonte, dalla quale discendono anche Orlando e Rinaldo. Egli nacque sul
Mar Nero dal duca Amone e da una gentildonna. Mentre dalla patria era diretto in
Francia, una tempesta lo aveva sbattuto in quella terra maledetta, dove, dopo
aver vinto entrambe le prove, regnava da dieci mesi.
Poi Guidon. a richiesta dei
cavalieri, narra l’origine dello strano ordinamento di quella città. Quando i
Greci tornarono dalla guerra di Troia, trovarono che le loro donne, stanche
della lunga attesa, avevano generato molti figli illegittimi. Essi perdonarono
alle mogli, ma vollero che i figli fossero banditi dalla patria. Tra costoro fu
anche Falanto, figlio di Clitennestra, un bellissimo giovanetto diciottenne, il
quale con cento compagni fu assoldato dai Cretesi, che avevano appena bandito
Idomeneo e avevano bisogno di consolidare il novello Stato. Egli e la sua
schiera furono posti a guardia della città di Dictea, la più ricca e la più
piacevole di Creta, dove le donne si innamorarono perdutamente di loro. Quando
essi, cessato il soldo, dovettero lasciare l’isola, le donne fuggirono
segretamente con loro, dopo aver spogliato le proprie case. Ma una tempesta li
gettò tutti su quella spiaggia, allora disabitata. Qui i guerrieri si stancarono
presto delle loro donne, e, bramosi più che altro di guadagni e di rapine. si
allontanarono segretamente con le loro ricchezze e passarono in Puglia, dove
fondarono la città di Taranto Le donne, dopo i primi giorni di sbigottimento,
furono in dubbio se ritornare a Creta, a subire dai loro uomini il meritato
castigo, o gettarsi in mare, o darsi per il mondo a vita disonesta; ma prevalse
il consiglio della giovane e bella e accorta Orontea, discendente dal re
Minosse, k quale aveva per Falanto lasciato la casa paterna. Essa propose che si
dovesse ormai restare in quella terra fertile, ricca di fiumi e di selve, ma che
si dovesse uccidere ogni uomo che capitasse nell’isola. La legge fu
rigorosamente osservata per alcuni anni; ma poi le donne, avvedendosi che per la
mancanza di uomini la loro stirpe si sarebbe estinta, scelsero per qualche
tempo, fra gli uomini che approdavano   all’isola,   dieci 
belli  e   gagliardi   cavalieri, ognuno dei quali, essendo le donne in numero
di cento, avrebbe dovuto far da marito a dieci di esse. Tutti dovevano inoltre
giurare di mettere a fil di spada gli uomini che fossero sopraggiunti. Ma
poiché, crescendo il numero dei figli, sorse il timore che i maschi potessero
prevalere sulle femmine, si stabilì che ogni madre dovesse tenere un solo figlio
maschio presso di se, e che gli altri o fossero soffocati o venduti fuori del
regno o barattati con altre femmine.  Quando  poi giungessero una volta sola
dieci o venti o più uomini, si dovevano subito incarcerare, e ogni giorno si
doveva estrarre a sorte uno da sacrificare sull’altare della Vendetta, nel
tempio che Orontea aveva edificato.
Un giorno, dopo molti anni,
approdò nell’isola un giovane della stirpe di Ercole, valoroso e leggiadro, di
nome Elbanio, il quale fu, come gli altri, gettato in catene; ma, per la sua
rara bellezza e per la dolcezza della sua parola, il suo arrivo fu  annunciato 
ad Alessandra, figlia  della vecchia Orontea. Alessandra, ottenuto dalla madre
il permesso di vedere il giovane, subito se ne innamorò. Allora Elbanio,
facendosi ardito, chiese alla fanciulla che nei suoi confronti fosse mitigata la
legge, e che gli fosse almeno permesso di morire da cavaliere con le armi in
mano invece di essere condotto come un bruto ad un barbaro sacrificio. E poiché
Alessandra non gli nascose la grave difficoltà di esaudire il suo voto, egli si
dichiarò pronto a difendere la sua vita anche da solo contro dieci armati. La
fanciulla intercedette tosto per lui presso la madre; ed Orontea, convocato il
consiglio, propose che ogni cavaliere giunto in quella terra potesse optare fra
l’essere fatto prigioniero ed ucciso, o il combattere contro dieci campioni.
A questa proposta si oppose la
vecchia Artemia, affermando che sarebbe stato pericoloso accogliere uomini così
forti; poiché avrebbero potuto in breve tempo togliere A potere alle donne; e,
inoltre, poiché ognuno di essi renderebbe vedove cento donne, avrebbe dovuto per
giustizia far da marito a cento donne. Ma Orontea, per compiacere alla figlia,
riuscì a far prevalere la sua proposta, tanto più che le più giovani,
affascinate dalla bellezza di Elbanio, si dichiararono tutte per lui. Fu però
stabilito che, dopo l’uccisione dei dieci uomini, egli avrebbe dovuto far da
marito a dieci donne, Elbanio, liberato dalle catene, superò facilmente la
duplice prova; ed Orontea, in compenso, gli diede in isposa la figlia
Alessandra, che diede poi il nome alla città ( = Alessandretta ), e lo lasciò
erede del regno con la figlia, ma col patto, per lui e per la sua discendenza,
di far rigorosamente rispettare la legge.
Il costume dura ormai da duemila
anni, e raramente avviene che uno vinca la prima prova, più raramente ancora che
le vinca entrambe. Tuttavia qualcuno riesce, come Argilone, che per sua grande
sventura, mentre era signore della città fu ucciso dallo stesso Guidone. Ora
signore della città è Guidone, che è costretto a passare qui il fiore degli
anni, mentre gli altri del suo sangue si acquistano gloria per imprese ben più
nobili.
Guidone prepara la fuga (65-36) –
Appena Guidone ha finito il suo racconto, Astolfo, fatto cerio che il giovane
appartiene proprio alla stirpe di Chiaramente, si dà a conoscere per suo cugino
e lo abbraccia commosso. Ma Guidone non sa vincere la sua mestizia, perché non
vede per Marfisa e per i suoi compagni alcuna speranza di salvezza Infatti, se
egli vincerà Marfisa, essa e i suoi compagni  resteranno in schiavitù; e, se
anche Marfisa
riuscirà vincitrice, essa e i suoi
compagni, non potendo la donna superare la seconda prova, resteranno ugualmente
in schiavitù.
Allora Marfisa propone a Guidone
di unirsi a lei ed ai compagni per sterminare con le armi l’intera popolazione
femminile e incendiare la città. Guidone, per quanto non abbia alcuna speranza
di trionfare di quell’immensa moltitudine, acconsente all’invito, e, a sua
volta, fa un piano di fuga. Egli pensa di valersi della sua moglie più fida,
Aleria, per far apparecchiare di notte un naviglio, che dovrà accogliere tutti,
quando la spada avrà in parte compiuto l’opera sua. Trova infatti la moglie
dispostissima a compiacerlo. Essa prende una nave, la fa armare col pretesto di
voler il giorno seguente uscire con le compagne, e, inoltre, procura armi alla
ciurma.
Il mattino seguente le donne
riempiono la piazza per assistere alla ripresa del duello; ma, con loro grande
sorpresa, vedono Guidone e gli altri cavalieri, seguiti dalla ciurma, che
attraversano la piazza diretti al porto. Esse, sospettando subito la fuga,
pongono mano agli archi e circondano la schiera. Marfisa e i suoi compagni fanno
prodigi di valore, ma temono di essere sopraffatti.
Astolfo suona il corno, facendo
fuggire tutti ( 87-98)
– Allora Astolfo, vedendo le cose disperate, dà fiato
al suo corno, che col suo orribile suono fa tremare la terra. Tutti si danno
alla fuga, si gettano dalle finestre, cadono gli uni sugli altri alla rinfusa.
Anche la stessa Marfisa si dà alla fuga, e dietro a lei si slanciano Sansonetto,
Guidone, Grifone e Aquilante: essi corrono al porto, vi trovano la nave già
pronta e salpano in gran fretta. Astolfo, dopo aver percorso col suo corno tutta
la città, facendo intorno a sé il vuoto, arriva anch’egli al mare, credendo di
trovarvi i compagni; ma vede invece la nave già lontana.
Marfisa e i compagni giungono a
Marsiglia, dove essa prende congedo (99-103) –
Intanto Marfisa e i suoi
compagni, appena rimessi dallo stordimento del corno, si sentono avviliti per la
loro fuga e non osano guardarsi in faccia. La nave passa attraverso le isole
Egee, gira intorno alla Sicilia, costeggia l’Italia e prende terra a Luni, dove
il nocchiero aveva lasciato la sua famiglia. Un’altra nave trasporta quindi i
cinque guerrieri a Marsiglia, dove non trovano Bradamante, che aveva il governo
di quella terra e che certo li avrebbe ospitati. Qui Mar-fisa, che ama la vita
solitaria e avventurosa, si separa dai compagni.
Sansonetto, Grifone, Aquilante
e Guidone giungono ad un castello, dove sono fatti prigionieri (104-105)

Sansonetto, Grifone, Aquilante e Guidone proseguono insieme il cammino, e
giungono ad un castello, dove sono ospitati con molta cortesia; ma nella notte,
mentre dormono, sono presi a tradimento dal signore del castello e costretti a
giurare un patto malvagio.
Marfisa incontra la vecchia
Gabrina (106-112)
-Marfisa intanto, procedendo sola nell’interno della
Francia, s’imbatte lungo un torrente nella vecchia Gabrina, che Orlando aveva
trovato nella spelonca dei malandrini, e che da più giorni fuggiva sospettosa e
guardinga nel timore di essere riconosciuta. La vecchia, vedendo che Marfisa
porta insegne forestiere, si ferma al guado del torrente e la prega di portarla
in groppa al di là di quelle acque. Marfisa gentilmente l’accontenta e la porta
per un più lungo tratto di strada, fuori dal terreno limaccioso. Qui incontrano
un cavaliere, accompagnato da una bellissima ma altera donzella e da uno
scudiero. Questi altri non è che Pinabello, colui che aveva gettato Bradamante
nella grotta del mago Merlino. Scomparso il castello incantato per opera di
Bradamante, egli aveva ritrovata la sua compagna e con questa andava allora da
un castello all’altro.
Marfisa abbatte Pinabello e fa
vestire Gabrina con gli abiti della sua donna ( 113-116
) – La donzella, non
appena scorge la vecchia, si dà a motteggiarla. Allora Marfisa, che non tollera
oltraggi, le risponde che quella vecchia è più bella di lei, e sfida Pinabello a
sostenere il contrario. Se egli sarà vinto, la schernitrice dovrà dare alla
vecchia le vesti e il palafreno. Pinabello non può rifiutare il duello, e
Marfisa al primo colpo lo getta di sella. Così la fanciulla è costretta a donare
le vesti e il palafreno alla vecchia, che, rivestita di quei panni, appare
ancora più brutta.
Marfisa abbatte Zerbino e lo
obbliga ad accompagnare Gabrina (117-131) –
Poi Marfisa e la vecchia
riprendono il cammino, e al quarto giorno s’imbattono in un cavaliere, che
galoppa da solo senza alcun accompagnamento. Costui è Zerbino, che è ancora
tutto adirato per non aver potuto raggiungere il feritore di Medoro. Egli,
vedendo la vecchia camuffata da donzella, non riesce a trattenere le risa.
Marfisa, per prendersi spasso, finge di adirarsi, risponde che la sua donna è di
rara bellezza, e sfida Zerbino, se non è un vile, a contendere con lei per avere
in premio la donna. Ma Zerbino non si sente di combattere per un premio che è
più degno del vinto che del vincitore; e allora Marfisa propone che la vecchia
sarà di chi perde, ma che costui dovrà sempre tenerla con sé e seguirla dovunque le farà piacere.
Zerbino, per non essere accusato di viltà, è costretto ad accettare, e Marfisa
al primo colpo lo getta di sella. Poi le presenta giocondamente la vecchia,
ricordandogli le condizioni stabilite, e, senza attendere risposta, scompare
nella foresta.
Zerbino, avvilito per lo scorno
subito, chiede alla vecchia chi sia il cavaliere che lo ha abbattuto; e
apprende, per maggior vergogna, che è una donna venuta dall’Oriente per
misurarsi coi Paladini.
Gabrina dà a Zerbino false
notizie di Isabella (132-144)
– Egli impreca alla sua sventura, che gli ha
dato per compagna una vecchia odiosa, dopo avergli tolto la sua bellissima
Isabella, che ora è in preda ai pesci del mare. La vecchia, udendo tali parole,
comprende che egli è il principe scozzese, di cui le parlava Isabella nella
spelonca dei malandrini; e sebbene s’accorga che egli la crede perita in
naufragio, non gli dice la verità, ma lo tormenta dichiarando che essa ha
notizie della sua donna, ma non gliene vuol dare. Il giovane la supplica e la
scongiura, e allora la vecchia megera inventa un’infame menzogna. Gli narra che
la fanciulla non è morta, ma è caduta in mano a più di venti ladroni. Il povero
principe la prega di dargli qualche indicazione più precisa, ma la vecchia si
chiude in un crudele silenzio. Pieno di gelosia, egli vorrebbe andare in capo al
mondo per cercare la sua donna, ma per la fede data è costretto a seguire la
vecchia dove le pare e piace. Così procedono odiandosi, per monti e per valli,
finché incontrano un cavaliere.