Prose della volgar lingua di Pietro Bembo – di Carlo Zacco

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Bembo però
non vuole dare una norma arcaizzante alla lingua: vuole cerare quello che nelle
prose della volgar lingua definisce l’oro della lingua. E cioè
vuole trovare un riferimento ad un canone, che imitato, riprodotto, dia il
modello assoluto della miglior lingua possibile, per la scrittura del volgare:
se noi pensiamo a quelli che sono i modelli per il Bembo nella scrittura in
latino, capiamo che la posizione di Bembo non è a livello teorico arcaizzante:
perché i suoi modelli latini eccellenti sono in prosa Cicerone, e in poesia
Virgilio, il canone aureo per eccellenza.
La
composizione delle prose si intreccia con quella del Cortegiano: il Bembo resta
a Venezia fino al 1506, poi compie un opera di rottura, lascia Venezia e i suoi
compiti di Cortegiano, e si trasferisce ad Urbino, dove c’era Castiglione, il
Bembo rimane a Urbino tra il 1506 e il 1512, poi passa a Roma e a Roma diventa
segretario pontificio di Leone X.
Il Bembo
scrive le prose almeno in una prima fase ad Urbino: almeno i primi due libri. Li
completa poi successivamente. Ma le prose non vengono pubblicate fino al
1525
: il Bembo vuole retrodatare la scrittura della sua opera per avere
la palma nella idea di una scrittura anche normativa per quello che riguarda la
grammatica del volgare. Per questo vuole retrodatare la composizione dell’opera
in un periodo posto tra il 1515 e prima del marzo 1516.
Perché nel 1516 erano uscite le regole della grammatica di Fortunio.
Per questo Bembo vuole stabilire la propria precedenza e la non dipendenza dal
Fortunio.
Comunque
la prima edizione è del 1525 e viene dedicata al Papa, colui che era ancora
cardinale, come lo era nella dedica: il cardinal Giulio de Medici
che  nel frattempo era diventato papa col nome di Leone X. Si
rivolge al cardinale spiegandolo scopo della sua opera e la struttura, e poi
come sempre stabilisce il proprio rapporto col dedicatario attraverso l’invito
al dedicatario a leggerlo tra le sue grandi attività, e finisce con una captatio
benevolentiae. Tutti i rapporti di carattere personale sono qui ricordati con
precisione nelle note. Due dei personaggi che qui dialogano e cioè giuliano de
medici, e Federico Fregoso, sono due personaggi del Castiglione. C’è una
circolarità di presenze. I temi discussi in questo primo libro sono ripresi dal
Castiglione nel primo libro del Cortegiano.
Dedicatoria
La
natura.
Il Bembo parte da una considerazione generale dal tema della
variazione
delle lingua: di fatto c’è un espressione di una deprecatoria
sul fatto che la natura non abbia dato gli uomini un unica
lingua. La variazione d elle lingua è vista in relazione al parlare lingue
diverse in un ottica in cui la lingua è considerata in relazione ai rapporti di
comunicazione e di relazione tra uomini, e in prima istanza in un ottica di
coordinate di carattere spaziale.

Persuadère.
D’altra parte se la lingua è considerata per la relazione tra
uomini, la forza della lingua, nella sua capacità di persuadere,
si connette anche con quello che vi è nella lingua di bello e
grazioso
: se si parla in modo grazioso, efficace, tanto più si può
convincere.
Spazio
e tempo.
Si introduce un elogio sulla forza delle parole: tra tutte le cose
idonee a commuovere è grande la forza delle umane parole. E da qui la
dislocazione del discorso fa si che alle coordinate spaziali si
connettano le coordinate temporali: la lingua è considerata non
solo come strumento di comunicazione ma come lingua che dura nel
tempo, se la lingua fosse uguale per tutti, non ci sarebbe difficoltà a metterla
per iscritto ed a capirla per tutti.
La
lingua scritta.
La scrittura è più importante del parlato perché dura di
più, perché è un parlare sensatamente: occorre puntare ad un grado maggiore di
perfezione possibile. E ciò sarebbe facile se tutti parlassero o scrivessero la
stessa lingua, ma non è così.
La
variazione diatopica.
Si introduce dopo aver messo in evidenza coordinate
spaziali e temporali, il rapporto tra nazioni diverse nonché quello che accade
all’interno di una stessa provincia, alla latina. Considera la situazione dell’
Italia e del volgare: «maravigliosa
cosa è a sentire, quanta variazione oggi è nella volgar lingua pur solamente con
la quale noi e gli altri italiani parliamo e quanto è malagevole lo eleggere e
trarne quello esempio col quale più tosto formar si debbano e fuori mandarne le
scritture»
attenzione: i due aspetti sono collegati: non solo il modo di
scrivere, anche per mandare fuori le scritture, che non è solo un
farle conoscere, ma c’è in evidenza la consapevolezza del Bembo in relazione
alla stampa. Ho già fatto osservare l’importanza della
collaborazione con Manuzio: la norma comune per la stampa era una esigenza:
Bembo coniuga questa esigenza con un criterio di eleganza, bellezza, dolcezza,
convenienza nello scrivere.
La
causa di una tale varietà
. Allora, perché c’è questa grande varietà nei
volgari italiani? Secondo il Bembo perché non c’è stato nessuno che a
sufficienza abbia dato norma allo scrivere: attenzione, al Bembo
interessa la scrittura, non il parlato. Il Bembo di ciò si stupisce e reputa la
cosa necessaria ed importante proprio perché lo scriver non è altro che
parlare
pensatamente.
Il modo
migliore di parlare.
E se ciò che ci distingue dagli animali è la parola,
dice il Bembo «che cosa c’è di più bello per
un uomo che cercare di essere superiore agli altri, specialmente trovando il
modo migliore di parlare
, il più gentile e il più vago»
.
Questo è lo scopo della sua scrittura, e per questa ragione ha pensato di
giovare l’utilità agli studiosi di questa lingua.

Necessità di una norma.
Ma che cosa ci dice ancora? Una cosa non scontata
all’epoca: vuole ribadire l’importanza e il significato di scrivere in volgare.
E proprio perché ormai riconosce che  molti scrivono in volgare,
allora è importante dare loro, per giovamento, quelle norme della scrittura non
dare precedentemente da altri.
La
finzione dei dialoghi riportati.
E come fare? Si introduce qui la finzione
dei dialoghi riportai: vuole riportare i dialoghi svolti parecchi anni prima, ci
dice che è stato svolto il 10 Dicembre 1502,
a
Venezia
, nella casa del fratello Carlo, morto
prematuramente, nel 1503. I personaggi sono quattro:
1)
Giuliano de Medici
, ora duca di Nemour: nella finzione data se Giuliano
de medici è duca di Nemour, significa che Giuliano nel momento in cui Bembo si
rivolge al Cardinale de medici era ancora vivo. E dunque se Giuliano era ancora
vivo siamo a prima del marzo 1516; ma doveva essere stato nominato anche duca di
Nemour, e lo fu nel gennaio 1515: viene a riportare la scrittura della sua
opera, in questo lasso di tempo 1502 – 1515.
2)
Federico Fregoso
, altro personaggio importante;
3) messer
Ercole Strozzi, di Ferrara, personaggio chiave della vicenda,
rappresentato come accanito sostenitore del latino, e che rifiuta accanitamente
il volgare. Ercole Strozzi effettivamente si sarebbe convertito alla scrittura
in volgare, perché abbiamo scritti in volgare suoi.
4)
Carlo Bembo
, il fratello, in casa del quale si svolgono i dialoghi.
Lo
sforzo di fedeltà.
Dialoghi che si svolgono in tre giornate e che sarebbero
stati riferiti dal fratello Carlo a lui Pietro che si trovava là a
Padova pochi giorni dopo i dialoghi, dove li ha sentiti racocntare. Bembo dice
che il dialogo «alla sua verità» secondo ciò che è stato detto veridicamente da
Carlo «più somigliantemente che
io possa»
lo aveva recato in scrittura, perché questi dialoghi
contenevano allo scopo del suo trattato.
Abbiano
l’autore non presente che dice di aver sentito riferire dal fratello, presente,
e che gli ha detto in maniera veridica il contenuto delle conversazioni, e che
lui di fatto più somigliantemente che può li trascrive. Il Cortegiano è simile.
Qui c’è il rapporto col dedicatario. Questo non potrà dispiacere al dedicatario
illustre perché, si sa, non solo gli piacciono nel cose in latino, ma anche le
cose in volgare. Di fatto si occupa anche delle cose in volgare, e quando gli è
possibile dà orecchi a ciò che hanno scritto i fiorentini poeti. Poi la captatio
in riferimento allo zio: allora, Giulio de medici era il figlio naturale di
Giuliano, fratello di Lorenzo morto nella congiura dei pazzi. Il Lorenzo più
famoso, il Magnifico per antonomasia è suo zio: la captatio è verlo appunto
Lorenzo per il suo ruolo nel rilancio del volgare per quello che riguardava la
cultura fiorentina, e per il fatto che Firenze sarà lodata per i suoi grandi
scrittori in questi dialoghi.

 
La
cornice.
Fatta questa premessa siamo già introdotti all’argomento. La
cornice, molto breve, e diegetica, ci dà una ambientazione cittadina,
a Venezia, con personaggi storicamente
individuati
coi loro nomi, ci viene indicata la data precisa, relativa
ad un anno esatto prima della morte del fratello.
Il
Rovaio.
Il dialogo è avviato in maniera colloquiale come se si stesse
svolgendo un comune discorso e come se casualmente si toccasse un punto che
desse origine alle discussioni. Ci troviamo dopo pranzo, e dato che fa freddo,
c’è il fuoco acceso e Messer Ercole chiede di potersi
avvicinare al fuoco
per scaldarsi. Inizia un dialogo
apparentemente realistico tra personaggi che si trovano in una stanza, e
interviene le voce di giuliano che dice di accostarsi ed aggiunge che
«questo rovaio, che tutta
mattina ha soffiato, acciò fare ci conforta»
allora, il rovaio è la
parola che fa da pretesto per introdurre il discorso: Ercole dice a
Giuliano
che  non ha mai sentito questa parola, che ha capito che cosa
significhi (il vento di tramontana) ma lo ha capito soltanto perché la
situazione consente che si comprenda. Non ha mai sentito quella parola. Noi
vediamo che rovaio compare una sola volta nel Decameron, come espressione
volgare, però Giuliano De Medici che è rappresentante dei sostenitori della
lingua fiorentina contemporanea, non parla come parlava Boccaccio: noi vediamo
la parola rovaio è presente in un’opera popolaresca del Pulci, quindi rovaio
doveva essere una parola che aveva corso in quel periodo. Giuliano dice che è
così, e iniziano a parlare del volgare passando da una cosa all’altra: come se
casualmente, in modo non studiato e non preordinato il discorso ci
portasse alla nostra questione.
Tre
contro uno.
Qui troviamo subito una dislocazione particolare dei personaggi:
sono tre contro uno, nel senso che tutti e tre Carlo,
Giuliano
e Federico lodano il volgare, e dicono che è bene
scrivere in volgare in questi tempi; Ercole è di
avviso opposto, è desideroso solo della lingua latina. Allora,
interviene Ercole e dice che non capisce perché si possa lodare la scrittura in
volgare e vorrebbe essere persuaso di avere torto, oppure persuadère loro che
hanno torto
. E soprattutto gli dispiace che Pietro Bembo abbia scritto in
volgare, e non in latino come bisognerebbe fare per essere veri scrittori.
Carlo,
portavoce di Pietro.
  Carlo rappresenta il portavoce di Pietro, e d’altra
parte difendendo la scrittura in volgare di Pietro evidenzia che diverse persone
aveva accusato il Bembo per aver scritto in volgare, dicendo che bisognava usare
il latino.
Facendosi
portavoce di Pietro, difende il volgare con un argomento: dicendo che scrivere
in volgare è lo scrivere adoperando uno strumento più naturale e più vicino a
quello che è la lingua propria: chi scrive in latino si pone lontano da essa, e
fa il paragone di chi vuole creare un bel palazzo e ornarlo in un
paese lontano e nella propria città voglia abitare in vilissime
case; esercitandosi col volgare si fa un qualcosa che è in relazione con la
propria lingua.
Greco >
Latino > volgare.
Allora comincia a questo punto inizia un dibattito: Ercole
contesta che il latino sia lontano e il volgare non lo sia, e la risposta di
Carlo si pone sulla analogia: il rapporto che c’è tra il mondo
contemporaneo tra il latino e il volgare, è lo stesso che c’era al tempo dei
romani tra il Greco che era lingua straniera e il latino che era lingua propria
.
Così per analogia ala lingua propria è il volgare, e la lingua estranea è il
latino. Dunque attraverso questa analogia, viene posta questa differenza: il
latino è una lingua che si studia, ma la scrittura nella quale ci si deve porre
oggi è soprattutto il volgare.
Maggior
dignità
. L’obiezione che porta lo strozzi è il fatto che il latino ha
maggiore dignità e che anche nei tempi antichi aveva maggior dignità e stima la
lingua greca piuttosto che la latina. E dunque se è da stimare di più nel tempo
attuale, perché ha scrittori più grandi la lingua latina rispetto alla lingua
volgare, perché mai si deve lasciare ciò che ha più dignità per ciò che ne ha
meno?
La
dignità di una lingua.
A questo punto entra in campo il magnifico, e mette
in evidenza la consapevolezza della variazione delle lingua: c’è un tempo in cui
una lingua ha una particolare dignità, poi nell’evoluzione del tempo e delle
lingua, altre assumono dignità. Se si volesse sceglie una lingua per tutti
allora bisognerebbe risalire al’indietro: se noi dobbiamo usare il latino e non
in volgare i latini avrebbero dovuto usare il greco, i greci il fenicio e così
via.. Qui c’è una posizione di una derivazione di una lingua dall’altra, con la
convinzione che il latino derivasse dal greco: c’è un discorso di questo genere:
il latino derivato dal greco, il volgare dal latino. Secondo questa trafila il
magnifico dice che così’ come noi usiamo il volgare, i latin a loro volta, dopo
che la loro lingua aveva raggiunto una dignità nella scrittura, hanno usato il
latino e non il greco. E sceglie una serie di argomenti presenti anche in
cicerone, il quale difende la scrittura in materia filosofica in latino e non in
greco, si riteneva allora ai tempi di cicerone che la scrittura filosofica fosse
da fare in greco e non in latino.
La
perfettibilità del volgare.
Quindi per analogia presenta il Magnifico il
discorso del rapporto tra latino e volgare: il volgare è lingua propria, e il
volgare può essere perfezionato così come hanno fatto i latini
perfezionando la loro lingua, nelle opere. E qui cita come autori che  hanno
operato migliorando e perfezionando rispetto alle origini della loro lingua,
Cino
da Pistoia, Dante, Petrarca e
Boccaccio
. Cino ha una posizione particolare che si spiega anche con il
rilievo che gli era stato dato. D’altra parte se noi proseguiamo per questa
linea, il nostro volgare sempre più può migliorare.
Portare
alberi alla selva.
Se il volgare è la nostra lingua materna allora noi
saremmo crudeli ad abbandonarla. Altra ragione: che cosa pensiamo di acquistare
in termini di grazia e di fama scrivendo in latino e non in volgare, è come
portare alberi alla selva! Come possiamo pensare di ottenere più grandezza e più
grazia di quella che hanno già avuto i latini. Quella della selva è metafora
oraziana
: Orazio se ne serve per giustificare lo scrivere nella
propria lingua in latino e non in greco.
La
diglossia romana.
D’altra parte qui torna da capo il discorso su una
ulteriore articolazione: ad un certo punto lo Strozzi aveva avanzato una
obiezione in relazione al volgare, nella parte dove dice che la lingua «è meno
prezzata» aveva avanzato la stessa obiezione trovata nei libri della famiglia
dell’Alberti: aveva ricordato che c’era chi riteneva che al tempo dei latini,
c’era chi scriveva in latino ma parlasse in volgare: quella tesi che era stata
attribuita al Bruni, della doppia presenza della lingua latina e della volgare.
Questa posizione è ripresa nelle prose, il che vuol dire che non
era rimasta circoscritta nel quattrocento, ma che c’era ancora chi
la sosteneva, e il Bembo riteneva di doverla respingere.
Ma la
posizione è diversa da quella dell’Alberti: Alberti si avvale di due modi: il
latino
e la nostra oggi lingua toscana. Alberti aveva
tra l’altro scritto una grammatichetta fatta sul volgare parlato, cercando di
rendere normativa la lingua volgare toscana di oggi, sull’esempio delle
grammatiche latine. Che cosa significa? L’Alberti si vuole servire del latino
per irrobustire il volgare
. Il Bembo fa un’altra cosa: vuole distinguere ciò
che è proprio del volgare, da ciò che è il latino. Cioè il Bembo riconosce le
radici romanze del volgare, e quelle vuole per seguire: il Bembo al contrario di
quella operazione di latinizzazione fatta dall’Alberti fa una cosa diversa: le
due lingue sono e devono restare diverse. Il volgare è autonomo e come tale deve
essere studiato e perfettibile. Il volgare deve essere diverso dal latino e
seguire la propria strada di perfettibilità, non essere per forza
esemplato sul latino.

 
Da dove
viene il volgare?
L’ultima parte del passo riguarda le domande fatte dallo
strozzi: vuole sapere, riconoscendo di essere solo contro tre, da dove è nato il
volgare, e dove è nata la poesia in volgare. Il Fregoso si prende
il compito di spiegare come sia nato il volgare, e poi in quanto esperto di
poesia provenzale allora spiega come è iniziata la poesia italiana, come nella
lingua volgare si sia iniziato a scrivere poesia. Il Bembo scavalca però la
poesia siciliana, non le dà importanza, ma la fa derivare
direttamente dalla poesia provenzale. Teniamo presente che il Bembo conosce
Convivio e De vulgari; conosce la grammatichetta dell’Alberti; conosce, anche se
sul manoscritto, il Comento sopra alcuni sonetti d’amore  di Lorenzo il
Magnifico. Perché tracce di queste opere sono presenti nell’opera del Bembo.
Come è
strutturato il resto dell’opera? Lo strozzi ad un certo punto si distrae e
quando incomincia a parlare pone il problema di fondo: che cosa può fare chi
vuole imparare a scrivere in volgare? Questo è il punto focale su cui si
organizza tutto il resto del trattato.
La
teoria cortigiana del Calmeta.
Viene presentata una prima ipotesi, poi
respinta, di lingua cortigiana attribuita al Calmeta. Lingua
cortigiana per il Calmeta è la lingua parlata alla corte di Roma:
corte frequentata da gente di tutta Italia e di tutta Europa: e che lingua mai
si può trarre da li? E poi è una lingua che  non ha scrittori. Una
lingua perciò per essere tale deve avere scrittori.
Le
teorie di Giuliano e Carlo. .
Allora quali altre ipotesi si confrontano tra
di loro: quella sostenuta in un primo tempo dal magnifico giuliano: cioè la
fiorentina a lui contemporanea, e quella sostenuta da Carlo
portavoce di Pietro: quella lingua che costituisce l’oro della lingua,
cioè scegliere la forma, il modo di scrivere di quegli autori che al loro tempo
hanno avuto l’eccellenza: e chi sono? L’eccellenza del volgare è stata raggiunta
nel trecento: per la prosa da Boccaccio; per la poesia da
Petrarca
. Questi sono i modelli assoluti.
Il
toscano contemporaneo: lingua mescidata
. Perché non la lingua toscana
contemporanea? Perché è una lingua mescidata: troppo segnata da
connotazioni di carattere popolaresco ed ha perso l’antico carattere di
eccellenza. Quindi si afferma addirittura che essere nati a Firenze non è un
vantaggio, perché per scrivere bene in volgare, bisogna imparare la lingua sui
libri dai migliori scrittori. Questo viene proposto per essere svolto nei due
libri successivi. Quali sono gli argomenti dei due libri successivi?
Il
secondo libro
riguarda la retorica della lingua volgare, la forma, lo
stile in prosa e in verso.
Il
terzo libro
, dove il dialogo non ha parte ed è svolto dal magnifico,
riguarda la grammatica del volgare. Ha una amplissima parte, e
dettagliata, sulla morfologia del volgare. Il terzo libro è molto più ampio dei
primi due.
Il vero e
proprio dialogo si svolge nel primo libro: negli altri due è soprattutto una
trattazione continuata con poche interruzioni.
Da un
punto di vista letterario la parte più interessante è il terzo libro, per la
scrittura letteraria. Nella trattazione svolta nel 2 e 3 conta più per i
contenuti. Il Bembo aveva una grande sensibilità per la poesia: aveva a
disposizione autografi petrarcheschi. E nel secondo libro fa considerazioni
importanti sulla poesia, per il verso, la variazione eccetera, considerazioni
significative anche per la storia della critica dello stile.

La
posizione del Bembo di fatto si impone non tanto per le prose, ma viene
divulgata, soprattutto il terzo libro, in compendi, trattazioni più brevi, è
ripreso da altri autori, e soprattutto viene divulgata da opere di stampatori: e
di fatto si impone nella prassi degli stampatori per problemi di carattere
tipografico.
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