Gli ignavi del terzo canto


Tema svolto di italiano: “Commenta il terzo canto dell’Inferno della Divina Commedia” di Samuele Gaudio

Dante all’inizio del terzo canto della Commedia” passa la porta dell’Inferno seguendo Virgilio. Prima di incontrare Caronte che traghetta le anime sull’altra riva del fiume all’interno dell’Inferno, Dante vede le anime degli ignavi e domanda a Virgilio chi fossero queste persone: Virgilio risponde che gli ignavi sono coloro che vissero sanza ‘nfamia e sanza lodo”, cioè sono persone che in vita non commisero atti malvagi, ma che non si impegnarono neanche in azioni giuste e lodevoli. Sono degli ignavi anche quegli angeli che non furono né ribelli né fedeli a Dio quando Lucifero affrontò Cristo, che rimasero indifferenti, affidandosi unicamente a se stessi.

La pena che gli ignavi devono sopportare è quella di dover continuare a inseguire uninsegna, una bandiera, senza mai poterla raggiungere, girando sempre in tondo inutilmente.

Secondo me la condizione degli ignavi è la peggiore, infatti anche Virgilio dice che gli ignavi invidiosi son d’ogni altra sorte”, cioè qualsiasi destino è migliore del loro, dato che non possono neanche essere giudicati da Dio, visto che non hanno scelto né il bene né il male; dice anche che la lor vita è tanto bassa” cioè che la loro vita non ha un fine ed è ignobile. Gli ignavi infatti non possono nemmeno essere considerati uomini perché non riconoscono che dipendono da qualcos’altro al di fuori di loro stessi.

Di conseguenza, non possono neanche desiderare e il desiderio di qualcos’altro che ci possa rendere felici è la caratteristica principale che costituisce l’uomo.

Negli ignavi manca la tensione alla ricerca della felicità; pensano di poter trovare la risposta al loro bisogno, al loro desiderio unicamente in loro stessi. Hanno la presunzione di potersi bastare da sé. Inoltre non riconoscendo nient’altro che se stessi non si accorgono nemmeno della realtà che li circonda in quanto segno di qualcosa, in quanto indizio di una risposta al loro bisogno. Essi considerano le cose unicamente fini a loro stesse, come succede anche a Giuseppe Prezzolini, il quale non essendosi impegnato nella ricerca della verità, non desiderando di arrivare a una risposta, ma solamente aspettando, attendendo una rivelazione, si è limitato a considerare la realtà esclusivamente per quello che è, in modo superficiale, non accorgendosi che quella stessa realtà è segno e può rivelare la presenza di qualcosa di più grande di sé da cui io e tutta la realtà dipendiamo.

Ugo da San Vittore identifica questa presenza come Dio, e vede la realtà come creata: usa la metafora del mondo come un libro scritto da Dio, nel quale in ogni elemento si manifesta la volontà del Creatore. Gli ignavi sono come degli analfabeti che, secondo Ugo da San Vittore, vedono la realtà (vedono i segni, le lettere del libro), ma non ne capiscono interiormente il significato (non capiscono il senso delle parole). Questo comporta che un ignavo è un uomo triste perché, come riconosce Prezzolini, è solo, senza verità, costretto a riconoscere le cose proprio e soltanto per quelle che sono, prive di un significato, di un valore, di un mistero”.

Gli ignavi sono inoltre uomini insignificanti, come fa intuire metaforicamente la loro pena ( continuano a girare a vuoto senza mai arrivare a prendere la bandiera che rincorrono). Essi non arriveranno mai a una risposta perché si limitano a guardare in loro stessi, non impegnano la loro libertà né nel bene né nel male. Le loro azioni non hanno un fine; anche nellAntinferno continueranno a girare e a correre inutilmente in tondo senza arrivare mai a nulla.

Per questo, secondo me, la condizione degli ignavi è la peggiore, in quanto non vengono neanche riconosciuti come veri uomini: non avendo giocato la loro libertà rimangono senza giudizio, fuori sia dall’Inferno sia dal Paradiso.