I Fiori del Male


Relazione di Mazzotta Mattia IV F

Con la seguente relazione analizzeremo la poetica in Baudelaire.

Partiamo, a titolo di premessa, con dei cenni biografici; in essi sarà  possibile cercare una chiave di lettura utile per godere pienamente dell’opera in esame.

Charles Pierre Baudelaire nasce a Parigi, il nove aprile 1821, da padre aristocratico, la madre sarebbe morta poco dopo.  A soli sei anni perde anche il padre, abbracciando una condizione di figlio “non figlio”; i suoi genitori sono ora un giovane militare devoto alla carriera ed un’aristocratica londinese.  Il giovane Charles cresce orfano di veri e propri punti di riferimento: il patrigno si sposta spesso, famiglia al seguito, per lavoro.  Saranno questi, per Baudelaire, anni segnati dallo scontro con le istituzioni scolastiche e dall’ambiguità  di un ambiente al tempo stesso “bigotto e commerciante, cattolico e protestante”.  Nel 1838, abbracciato dal silenzio dei Pirenei (vi si era recato coi patrigno), scrive Incompatà­bilà­tè, una giovanile fra le prime.  Con il 1841 arrivano per il giovane poeta i p#4ni debiti, causati perlopiù da una vita dissoluta; viene fatto imbarcare per ]’India dal padre, ma tornerà  pochi mesi dopo senza aver raggiunto la destinazione, forte però di un bagaglio d’incancellabili immagini oniriche ed esotiche.  Diviso fra il Saiòn ed il Club des Haschischins, Baudelaire scrive le sue prime opere, figlie dell’idea dei Paradis Artificiels; partecipa nel 1848 alle giornate dei febbraio e dei giugno parigino.

Muore, nell’aprile dei 1857, suo padre, da generale.  Da qui, i rapporti con la matrigna si faranno per lui sempre più stretti ed affettuosi, arrivando persino alla violenza.

La vita dell’autore prosegue cos’, fra alti e bassi, sino al 1867, anno della sua morte.

Ci lascia una nutrita lista di recensioni (recensisce e traduce anche Poe), critiche artistiche e musicali; oltre ovviamente alla raccolta di poesie I Fiori del Male.

 

Passiamo ora ad un’analisi tecnica dell’opera considerata.

Ad un’indagine metrica, l’opera (traduzione di G. Raboni) si mostra sfuggente e cangiante: non esiste una struttura cui le poesie siano sempre conducibili o riducibili (rari i sonetti, ad esempio).  Si oscilla fra il verso libero ed un doppio settenario -non alessandrino- affiancato (in maniera a tratti volutamente conflittuale) al nostro alessandrino, l’endecasillabo.  Un’alternanza fra forme più o meno classiche scandisce quindi il passaggio tra momenti alti e bassi.

Reso altrettanto ambiguamente il lessico, subordinato all’umore dello specifico componimento.  Momenti di struggente elegia (vd Gli Occhi di Berthe) sbocciano in un linguaggio addirittura aulico, austero, retrodatato.  Al contrario, altre liriche evidenziano mezzi espressivi tali per cui ciò che emerge non è altro che un vero e proprio discorso, informale e scorrevole (Spleen LXXVI, LXXVII; Lei, Intera).  In ogni caso, tutti i registri, dal più alto al più basso, vengono acuiti: l’alto diventa antico, il basso a volte persino grottesco; assente ogni modello di medietà .

Tutto ciò a sublimare quel gusto (e siamo finalmente al Baudelaire originale) per la dissonanza, “arte”, avrebbe puntualizzato Thibaudet, “più sottile e più delicata che non l’arte della consonanza”.

Frutto, questa considerazione, di un intelligente slancio intuitivo, che unisce anziché dividere momenti prosastici e poetici nelle liriche di Les Fleurs.

 

Auerbach dal canto suo, si sofferma sulla capacità  del poeta di spogliare alcuni soggetti classicamente NN ridicoli” di tale parvenza, dandogli nuova e splendida forma.

 

Giusto quindi, imporre ad ogni discorso sulla modernità  di Baudelaire di passare per questi due fondamentali punti.