“Idolatria” secondo Salvatore Natoli – di Giovanni Ghiselli

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Conferenza di Natoli. Carpi 16 settembre.

Il 16 settembre ho ascoltato
Natoli. Il tema della sua lectio
magistralis
era Idolatria.
Il professore di Filosofia
teoretica presso l’Università di Milano-Bicocca è partito dalle definizioni di res, 
pra`gma. Vocaboli che coprono una gamma vasta di significati,
incl’uso quello di attività.

Pravssw infatti significa “faccio”, “compio”, “conseguo un
risultato”, e pra`gma  “affare”.
Tra le varie res c’è la res  nella quale si manifesta
il divino, la res sacra  che, passato il periodo più antico, poi, con
il giudaismo,  scade nella categoria del
feticismo, quindi nell’idolo. Nella prima fase delle religioni, la fase del
culto, la differenza tra il sacro e il profano era di ordine spaziale: il sacro
era legato a un luogo che poteva essere chiuso da un recinto (e{rko~). Zeus aveva, tra i tanti epiteti, quello di eJrkei`o~[1], protettore del recinto.
Luoghi profani erano invece
quelli legati alla nutrizione: i campi coltivati e da coltivare.
All’interno del luogo sacro
gli oggetti non dovevano essere tanto preziosi, quanto significativi per la
comunità. Ma il significato più grande di tali luoghi era la presenza o il
passaggio del dio. Tuttora la religione cristiana presenta santuari con segni
lasciati da Dio o dalla Madonna, o da qualche santo importante.  
Tra i Greci, lo qei`on significa la potenza divina, una forza
incommensurabile con quella dell’uomo che sperimenta la sproporzione tra le
proprie facoltà e quelle del dio da cui scaturiscono eventi deinav, terribili e meravigliosi nello stesso tempo. La
statua (a[galma) era la dimensione simbolica che ricordava
l’accadimento.
Il feticcio, parola ricavata
dal latino facticius[2], “fatto
artificialmente”, in origine, nel tempo del culto, era res sacra.
Oggi noi siamo neofeticisti
senza culto: adoriamo quello che fabbrichiamo senza ravvisare nell’idolo una
presenza e un accadere sacri.
Nel culto, il manufatto
significa un accadere, da noi indica un eccesso.
Il nostro oggetto può essere
significativo se manifesta la creatività del poihthv~, di chi lo ha fatto.
Sono stati
i monoteismi, inaugurati da Amenofi IV, il faraone eretico del quale Mosé
secondo Freud  era un seguace[3], a spogliare gli oggetti sacri
della loro sacralità, a degradarli in idoli maledetti. Del resto la parola latina sacer è vox media: significa “sacro”, consacrato, e pure “esecrabile”.
Natoli ha
individuato tre periodi nella storia: il Neolitico nel quale l’umanità esce
dallo stato ferino dei “primitivi bestioni” vichiani e produce pravgmata. Quindi il politeismo che pensa al
mondo come a un insieme di potenze in conflitto tra loro. Zeus dopo aspra lotta
prevale e cosmizza il caos che però continua a minacciare e deve essere sempre
tenuto a bada come si vede nel Prometeo
incatenato di Eschilo. In questa
stessa tragedia del resto il Titano si consola del proprio martirio affermando
che nemmeno Zeus “potrebbe in alcun modo sfuggire alla parte
che gli ha dato il destino (ou[koun a}n
ejkfuvgoi th;n peprwmevnhn[4])”.
Dal politeismo con
le potenze divine in lotta tra loro, come si vede nell’Orestea di Eschilo dove le Erinni della cosiddetta mitologia
inferiore e del matriarcato lottano con Apollo e Atena, figli di Zeus, fautori
del patriarcato, si passa al summoteismo di Zeus dove prevale l’ordine, sia
pure ancora minacciato, poi al  cosmoteismo con potenze ordinate e ritmiche,
quindi al monoteismo che depotenzia la natura.
La nota
espressione di Talete: “tutto è pieno di dèi”[5]
si può interpretare in due modi: il mondo è abitato da potenze soverchianti,
oppure tutti dèi=nessun dio.
Amenofi IV il
faraone del monoteismo, appena morto, riceve una damnatio memoriae da parte dei sacerdoti di Ammone in quanto
ritenuto ateo, o per lo meno eretico.
Il monoteismo comunque mette
dio fuori dal mondo. L’Altissimo del resto lascia all’uomo uno spazio
illimitato.
La fede in un solo Dio nega
la sensibilità e sviluppa l’intelligenza, un processo già iniziato con le Eumenidi di Eschilo dove prevale  Zeus protettore dell’assemblea (ajgorai’o~
, v. 973).
Questo significa
la vittoria della parola colta e persuasiva sul mugolio[6]
e la paratassi ripetitiva, ossessiva[7]
con la quale si erano presentate le Erinni entrando in scena.
 Isocrate nel Panegirico metterà in rilievo che Atene, di cui fa un caldo elogio,
elargisce al mondo intero i doni di civiltà e di religione ricevuti dai suoi
dèi.
Isocrate, principe
della retorica del IV secolo, allievo del grande sofista Gorgia, pratica il
culto della parola.
Il predominio del lovgo~ sulla sensibilità prosegue con il divieto di produrre
immagini tra gli Ebrei. Tra i Greci procede con Socrate e Platone.
Leopardi, come Aristofane, annovera
Socrate tra i sofisti[8].
  Nietzsche considera “Socrate e Platone come
sintomi di decadimento, come strumenti della dissoluzione greca, come
pseudogreci, antigreci ”[9].
E inoltre: “Il cristianesimo è un platonismo per il popolo”[10].
Freud riconosce che gli Ebrei hanno
rotto l’equilibrio tra il sensibile e l’intelligibile, scegliendo comunque la
via migliore.
Per dirla tutta però, l’inventore
della psicoanalisi attribuisce l’invenzione del monoteismo a un egiziano, a un
Mosé egiziano.
George Steiner sostiene che lo ha
fatto per stornare dagli Ebrei il risentimento 
creato dal monoteismo: “ Nel
politeismo, dice Nietzsche, consisteva la libertà dello spirito umano, la sua
poliedricità creativa. La dottrina di una singola divinità…è “il più mostruoso
di tutti gli errori unani” (“die ungeheuerlichste aller menschlichen Verirrungen”).
In una delle sue ultime opere, L’uomo
Mosé e la religione monoteistica
, Freud attribuì questo “errore” a un
principe e veggente egiziano del casato disperso degli Ikhnaton. Molti si sono
chiesti perché abbia cercato di togliere dalle spalle del suo popolo quel
supremo fardello di gloria…Uccidendo gli ebrei, la cultura occidentale avrebbe
sradicato quelli che avevano “inventato” Dio…L’Olocausto è un riflesso, ancor
più completo in quanto lungamente inibito, della coscienza sensoriale naturale,
degli istintivi bisogni politeistici e animistici…  Quando, durante i primi anni di regime
nazista, Freud cercava di scaricare su spalle egiziane la responsabilità dell’
“invenzione” di Dio, stava facendo, pur forse senza averne piena coscienza, una
disperata mossa propiziatoria, sacrificale. Stava tentando di strappare il
parafulmine dalle mani degli ebrei”[11].
Ma torniamo alla lectio magistralis di Natoli.
Si crea dunque questa frattura tra
l’Altissimo scorporato, liberato dal sensibile, e l’uomo legato ai sensi. In
seguito però l’Altissimo è svaporato e l’uomo, cercandone un surrogato, è
caduto nell’idolatria.
Tra le res è rimasta particolare, singularis,
 la Res
publica
, la cosa fondante che è lo stare insieme tra noi uomini. Essa
comporta discussione e condivisione, altrimenti degenera nello  Stato totalitario, lo Stato idolo mostruoso.
Nel Novecento ci sono stati totalitarismi quali religioni secolari.
Natoli ha concluso leggendo pagine di
Gadda sul periodo fascista, quando le discussioni sulla cosa pubblica giravano
a vuoto, quando la politica era impotente, e l’idolatria del capo sostituiva
l’indagine, l’esame, lo spirito critico, ossia quello del krivnein, del distinguere e giudicare.
in Quer pasticciaccio
brutto de via Merulana
, l’autore ricorda la capacità seduttiva di
Mussolini:”già principiavano invaghirsene, appena untate de cresima, tutte
le Marie Barbise d’Italia, già principiavano invulvarselo, appena discese
d’altare, tutte le Magde, le Milene, le Filomene d’Italia”.
Oggi abbiamo un rapporto sbagliato con le cose e siamo
pieni di oggetti dai quali spesso dipendiamo.
Ma non è idolo tanto l’oggetto quanto il piacere del
possesso di oggetti illimitati che poi del resto distruggiamo, come facevano
con il totem i primitivi dell’orda ricordata da Freud nel saggio citato sopra.
Così siamo idolatri senza saperlo, e cadiamo nel
nichilismo.
“Nichilismo: manca il fine; manca la risposta al
“perche?”. Che cosa significa nichilismo?-che i valori supremi perdono ogni
valore”[12].
Natoli ha ricevuto molti applausi. Sono seguite
delle osservazioni
Riporto le mie.
Collegandomi ai pravgmata menzionati dal
relatore, ho citato l’espressione di Tucidide ta; e[rga tw’n pracqevntwn (I, 22, 2), le azioni, tra i fatti
compiuti. L’altra componente dei pracqevnta della guerra del Peloponneso sono le parole dette dai capi: sul
modo di riferirle Tucidide dichiara le intenzioni e il metodo nella prima parte
del capitolo metodologico (I, 22, 1).
L’azione infatti presuppone il lovgo~ come pensiero e come parola.
Ribalterei il motto di Catone rem tene, verba sequentur,  in verba
tene, res sequetur
. Infatti tra le azioni della guerra, Tucidide nomina ta; pracqevnta solo dopo i lovgoi. Discorsi che possono essere anche dissoiv, contrapposti, in una logica aperta al contrasto
tipica dei Greci preplatonici.
I dissoi; lovgoi sono l’antidoto della
tirannide e dell’idolatria. Il krivnein, il giudicare, lo spirito critico fa parte del lovgo~ che per i Greci valeva
almeno quanto il pra`gma, l’azione. Infatti la civiltà dei Greci è
logocentrica. Tutto per loro era pieno di dèi, e il lovgo~ era uno di questi.
Del resto il Vangelo di Giovanni inizia affermando
l’identità tra il lovgo~ e Dio ”  jEn ajrch’/  hn oJ lovgo”, kai; oJ lovgo~ hn
pro;” to;n qeovn, kai; qeo;” hn oJ lovgo”. In principio
erat Verbum, et Verbum erat apud Deum et Deus erat Verbum.
Natoli ha replicato con interesse a queste mie ossevazioni,
condividendole e avvalorandole.
Notata l’attenzione del pubblico, ho fatto un’aggiunta. Ho ricordato il
nesso stabilito da alcuni autori tra monoteismo e tirannide quale suo
correlativo politico. Ho ricordato in breve le parole che avevo in mente di
Vittorio Alfieri e di Sigmund Freud.
Le riporto qui per esteso, copiandole dai testi di questi autori.
Nel trattato Della tirannide (del 1777) l’Astigiano
distingue la religione cristiana dalla pagana, rilevando l’incompatibilità
della prima con la libertà: “La religion pagana, col suo moltiplicare
sterminatamente gli dèi, e col fare del cielo quasi una repubblica, e
sottomettere Giove stesso alle leggi del fato, e ad altri usi e privilegi della
corte celeste, dovea essere, e fu infatti, assai favorevole al vivere libero…La
cristiana religione, che è quella di quasi tutta la Europa, non è per se stessa
favorevole al viver libero: ma la cattolica religione riesce incompatibile
quasi col viver libero…Ed in fatti, nella pagana antichità, i Giovi, gli
Apollini, le Sibille, gli Oracoli, a gara tutti comandavano ai diversi popoli e
l’amor della patria e la libertà. Ma la religion cristiana, nata in popolo non
libero, non guerriero, non illuminato e già intieramente soggiogato dai
sacerdoti, non comanda se non la cieca obbedienza; non nomina né pure mai la
libertà; ed il tiranno (o sacerdote o laico sia egli) interamente assimila a
Dio” (I, 8).
Concludo con
Freud del saggio già più di una volta citato a proposito del monoteismo del
faraone Amenofi IV- Ekhanatòn.
“Si trattava di un rigoroso monoteismo, il
primo tentativo del genere nella storia mondiale, per quanto ne possiamo
sapere; e con la fede in un unico dio nacque inevitabilmente l’intolleranza
religiosa[13],
sconosciuta all’antichità prima di allora e per molto tempo dopo. Ma il regno di Amenofi durò solo
diciassette anni; subito dopo la sua morte, avvenuta nel 1358, la nuova
religione fu spazzata via, e la memoria del re eretico proscritta…Vorrei adesso
arrischiare una conclusione: se Mosé fu Egizio e se egli trasmise agli Ebrei la
propria religione, questa fu la religione di Ekhanatòn, la religione di Atòn”[14].
Freud cerca di avallare questa tesi con vari indizi : entrambe le religioni
“sono forme di rigido monoteismo”; inoltre “l’assenza nella religione ebraica
di una dottrina concernente l’aldilà e la vita ultraterrena, che pure, sarebbe
stata compatibile col più rigoroso monoteismo” corrisponde al rifiuto di tale
presenza anche nella religione di Ekhnatòn che “aveva bisogno di combattere la
religione popolare nella quale il dio dei morti 
Osiride aveva forse una parte maggiore di quella di ogni altro dio del
mondo superiore”. Terzo indizio: Mosé introdusse presso gli Ebrei “la
consuetudine della circoncisione”. Ebbene: “Erodoto, il “padre della storia”,
ci informa che la consuetudine della circoncisione era da lungo tempo familiare
in Egitto”[15]. Dunque
Mosé “non era ebreo ma egizio, e allora la religione mosaica fu probabilmente
una religione egizia” [16].
  
    Giovanni
Ghiselli g.ghiselli@tin.it
 
  




[1] Cfr. Odissea XXII, 335; Antigone
487. Il primo recinto sacro è quello della casa e della famiglia. Nella Pharsalia di Lucano, Cesare vincitore,
inseguendo Pompeo, sbarca a Troia e cammina sull’erba alta cresciuta sopra le
rovine. Allora un Frigio gli vieta di calpestare la tomba di Ettore. Poi la
guida gli domanda: “Herceas non respicis
aras
?” (IX, 979, non ti fermi a guardare l’altare Erc’èo?
 Nella tragedia Agamennone di Seneca,  Greci salpati da Troia distrutta rievocano
episodi della guerra vinta, e alcuni ricordano sparsum cruore regis  Herceum Iovem (v. 448), l’altare di
Giove Erceo spruzzato dal sangue di un re, quello di Priamo. .
[2] .Nell’Asino d’oro di Apuleio, facticia
lumina
sono lucerne, fiaccole, ceri che la folla della processione di Iside
portava per propiziarsi la dèa (XI, 9).
[3]              S. Freud, L’uomo Mosé e la religione monoteistica ,  in Freud  Opere 1930-1938 , pp. 350 e sgg.
[4] Eschilo, Prometeo incatenato, v. 518.
[5] “Qalh'” wj/hvqh pavnta
plhvrh qew’n einai” Aristotele, Sull’anima, 411a 8
[6] Muvgmov~ (Eumenidi,
117 e 129)
[7] Labe; labe; labe; labev: fravzon (Eumenidi, v, 130), prendi, prendi, prendi, stai attenta!
[8] “E Socrate stesso, l’amico
del vero, il bello e casto parlatore, l’odiator de’ calamistri e de’ fuchi  e d’ogni ornamento ascitizio e d’ogni
affettazione, che altro era ne’ suoi concetti se non un sofista niente meno di
quelli da lui derisi?” (Zibaldone,
3474).
[9] Crepuscolo degli idoli, p. 12.
[10] Di là dal bene e dal male, prefazione.
[11] Gerorge Steiner, Nel castello di Barbablù, p. 39 sgg.
[12] F. Nietzsche, fr. 9 (35)
in Frammenti postumi 1887-1888.
[13] Leopardi nello Zibaldone  (3833-3834)  afferma invece che il culto del sole rende
più umano e più civile chi lo pratica :”Quando gli Europei scoprirono il
Perù e i suoi contorni, dovunque trovarono alcuna parte o segno di
civilizzazione e dirozzamento, quivi trovarono il culto del sole; dovunque il
culto del sole, quivi i costumi men fieri e men duri che altrove; dovunque non
trovarono il culto del sole, quivi (ed erano pur provincie, valli, ed anche
borgate, confinanti non di rado o vicinissime alle sopraddette) una vasta,
intiera ed orrenda e spietatissima barbarie ed immanità e fierezza di costumi e
di vita. E generalmente i tempii del sole erano come il segno della civiltà, e
i confini del culto del sole, i confini di essa (5 Nov. 1823.). Ndr.
[14] S. Freud, Op. cit., secondo saggio,  p. 353.
[15] Nelle Storie
leggiamo che “Colchi, Egiziani e Etiopi si circoncidono dal tempo più antico”
(II, 104, 2). Ndr.
[16] S. Freud, Op. cit.,  p. 355
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