Il fu Mattia Pascal

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Io non so più ch’io mi sia

appunti su Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello

di Raffaella Ballerio

Mattia Pascal personaggio umoristico

“… Vedremo che nella concezione di ogni opera umoristica, la riflessione non si nasconde, non resta invisibile, non resta cioè quasi una forma del sentimento, quasi uno specchio in cui il sentimento si rimira; ma gli si pone innanzi, da giudice, lo analizza, spassionandosene,; ne scompone l’immagine; da questa analisi, però, da questa scomposizione, un altro sentimento sorge o spira: quello che potrebbe chiamarsi, e che io difatti chiamo il sentimento del contrario.” Così afferma Pirandello nel saggio L’umorismo e, per spiegare che cosa sia questo sentimento del contrario, da cui scaturisce il riso umoristico (non comico), porta il celebre esempio della “vecchia signora…parata d’abiti giovanili”.

   Analogamente il protagonista del romanzo pirandelliano si presenta subito tutt’altro che definibile univocamente e coerente nel carattere e nella personalità. Passa attraverso due cambi di identità (Mattia Pascal e Adriano Meis) per arrivare a definirsi secondo un’identità improbabile, una non-identità (il fu Mattia Pascal).  Anche quando è Mattia Pascal a Miragno e successivamente Adriano Meis a Roma non incarna un personaggio unitario, ma è comunque scisso. A Miragno avverte su di sé sempre più insopportabile il peso della “trappola” borghese; a Roma, nei panni di Adriano Meis, vive lo sconforto più amaro del suo disinganno (“vedevo la frode della mia illusione…”); di nuovo a Miragno comprende di non poter più rientrare nel suo ruolo e trova per sé quella definizione tanto assurda quanto efficace: “Io sono il fu Mattia Pascal” .

   Un particolare fisico di Mattia sembra diventare segno esteriore della sua personalità scomposta: l’occhio strabico.  A Miragno Mattia Pascal è un comune borghese, ma un occhio “guarda altrove”; quando diventa Adriano Meis, l’occhio strabico è l’unica particolarità che rimane del vecchio Mattia e che lo segue sempre, come un’ombra; dopo l’intervento, quando abbandona le vesti di Adriano per tornare Mattia, l’occhio, ormai corretto, diventa segno dell’esperienza fatta. Dopo la “bislacca avventura” Mattia Pascal non può più essere la persona di prima e quell’occhio corretto non manca di ricordarglielo.

   Si può ridere della “bislacca avventura”  di Mattia, ma dietro al riso non si può non “sentire” tutto il dramma del protagonista, che soffre, sia quando è oppresso dalle “leggi” della convivenza sociale, sia quando ne vive al di fuori, ma ne prova struggente nostalgia.

 

La crisi dell’identità individuale

“Io non so più ch’io mi sia”. Mattia non sa più chi è. Comprende che le “leggi” e le “particolarità”, ossia le convenzioni sociali e le “parti” che ciascuno si trova ad interpretare nella vita quotidiana non bastano a contenere l’”io”. Mattia ha sperimentato di “non essere affatto rientrato nelle leggi e nelle sue particolarità”, ha sperimentato che l’”io” è più grande, ma a quale dimensione attinga … resta un mistero. E così ai curiosi che gli rivolgono la fatidica domanda sulla sua identità “stringendosi nelle spalle e socchiudendo gli occhi” risponde: “Io sono il fu Mattia Pascal”. L’ossimoro, nel marcato contrasto dei due tempi verbali, esprime tutta la stranezza e l’assurdità della condizione di Mattia: un morto-vivo o, se si preferisce, un vivo-morto. Davvero in “pace”? O dietro il riso che suscita la sua bizzarra risposta o meglio, non-risposta si cela la sofferta drammaticità della sua contraddittoria posizione? “Forestiere della vita” si era definito Mattia sperimentando il disinganno delle sue successive trasformazioni. Mattia redivivo non riesce a ricomporsi, come sin dall’inizio Mattia a Miragno si sentiva scomposto tra ciò che era (oppresso da una famiglia soffocante e dalla rovina finanziaria) e ciò avrebbe desiderato o sarebbe dovuto essere e poi, quando diventa Adriano Meis tra ciò che credeva (di aver trovato un’insperata libertà) e una realtà ancor più insopportabile della precedente. Mattia non sa più chi è, ma forse non lo sapeva neppure prima, quando almeno per l’anagrafe non c’erano dubbi. “Io sono il fu Mattia Pascal”: la risposta, degna di quell’atteggiamento di fronte alla vita e alla realtà che Pirandello definirà “umorismo” nel celebre saggio di qualche anno posteriore (e che non a caso dedicherà alla buon’anima di Mattia Pascal bibliotecario), intepreta il senso di mistero che avvolge l’esistenza dell’uomo e storna ogni illusoria pretesa di ricomporne i contrasti e i dilemmi.

 

Una sapienza “speciosissima”

“… ciascuno di noi porta in sé acceso … un lanternino che proietta tutt’intorno a noi un cerchio più o meno ampio di luce, di là dal quale è l’ombra nera …” (cap.XIII) Anselmo Paleari, lo stravagante “filosofo” titolare della pensione presso cui alloggia Mattia-Adriano, intrattiene il suo ospite, convalescente dell’operazione all’occhio, esponendogli “una sua concezione filosofica, speciosissima, che si potrebbe forse chiamare lanterninosofia.”  Per consolare l’infelice paziente del fastidio del buio, cui è costretto ancora per giorni, il Paleari intende dimostrargli che esso non esiste, è una nostra illusione, come “tutta la realtà fuori di noi”. Noi crediamo di poter arrivare ad una conoscenza oggettiva: in realtà vediamo solo il cerchio che illumina il nostro lanternino. Tale scoperta disorienta l’uomo moderno, che si sente come la marionetta di Oreste, nel momento in cui nel bel mezzo della scena improvvisamente si accorge di “uno strappo nel cielo di carta del teatrino” (cap. XII).

Paleari continua: “di là (dal cerchio di luce prodotto dal nostro lanternino) è l’ombra nera, l’ombra paurosa che non esisterebbe, se il lanternino non fosse acceso in noi, ma che noi dobbiamo purtroppo creder vera, fintanto ch’esso si mantiene vivo in noi. Spento alla fine a un soffio ci accoglierà la notte perpetua dopo il giorno fumoso della nostra illusione, o non rimarremo noi piuttosto alla mercè dell’Essere, che avrà soltanto rotto le vane forme della nostra ragione?” Qui si affaccia il tema della forma che imprigiona il flusso vitale, un tema che, affine a varie filosofie contemporanee (Bergson, Simmel) avrà ampio sviluppo nell’opera di Pirandello. Nel fu Mattia   Pascal resta in nuce: Mattia-Adriano mostra di non comprendere il discorso del Paleari. Mattia non comprende ancora la necessità di sbarazzarsi della “trappola” della forma (ossia la “maschera” dell’identità individuale), per librarsi nel flusso vitale (ossia nella negazione delle convenzionalità della vita sociale fino alla follia), come faranno altri eroi pirandelliani (cfr. in particolare Vitangelo Moscarda, il protagonista di Uno, nessuno, centomila). Secondo questa concezione vitalistica tutta la realtà è “perpetuo movimento vitale”, eterno divenire, “flusso continuo”; ciò che si stacca da questo flusso e assume un’individualità propria si irrigidisce, si cristallizza in una forma destinata a rinsecchirsi e a “morire”. Così è per l’uomo, imprigionato nell’identità che crede propria, nel ruolo che altri, la società, gli ha attribuito, ma che egli vive come una “trappola”, “una camera della tortura” (Giovanni Macchia). Mattia, a Miragno, si sente soffocare dalla sua condizione di piccolo borghese, costretto ad un lavoro frustrante e vincolato ad un matrimonio funestato dalle angherie della suocera. Tuttavia, quando gli si presenta l’occasione della libertà, non riesce a concepirsi senza un’identità: costruendosi la nuova personalità di Adriano Meis, non fa altro che indossare una nuova “maschera” e finirne “intrappolato”.

 

La tecnica narrativa

   La costruzione del discorso narrativo merita particolare attenzione sia perché è strettamente legata ai significati della storia sia perché, sperimentando soluzioni inedite, contribuisce ad inaugurare la nuova stagione del romanzo italiano ed europeo del Novecento.

   La storia è raccontata dal protagonista stesso che, giunto al termine della sua “bislacca avventura”, decide di raccontarla, per vedere “che frutto se ne possa ricavare”. Il racconto, dunque, è in prima persona ed è sostanzialmente condotto dal punto di vista del personaggio: l’informazione e il giudizio si limitano a ciò che egli conosce e comprende, mentre si svolgono i fatti. Nonostante il protagonista racconti la sua storia dopo la conclusione della vicenda, quindi possedendo una visione completa dell’accaduto e degli esiti di ogni singolo fatto, il narratore rinuncia a questa conoscenza “superiore” e preferisce raccontare quello che vede, che sente, che prova, che pensa, mentre si svolge la vicenda, mentre vive le diverse situazioni. Il narratore, benché parli di se stesso, di una avventura a lui capitata, rappresenta la storia nel suo farsi, in fieri, senza anticipare giudizi o interpretazioni.

   Tecnicamente si parla di romanzo a focalizzazione interna: la prospettiva non è di chi narra, ma di chi agisce nella storia.  Solo nella parte iniziale, che costituisce una sorta di antefatto alla vicenda vera e propria, Mattia Pascal narra della sua vita a Miragno secondo i moduli di un tradizionale racconto di memorie: si possono cogliere gli interventi e i giudizi su se stesso dati dal protagonista che scrive a distanza di tempo.  Ma non appena accade l’evento fortuito che dà il via alla singolare avventura del protagonista, ossia la cospicua vincita a Montecarlo, la prospettiva cambia: il narratore abbandona la consapevolezza di chi ha già vissuto l’esperienza e sa come va a finire, per raccontare i fatti così come li vive il protagonista. Il lettore partecipa alle vicende di Mattia attraverso quello che il personaggio vive e pensa, di evento in evento, di avventura in avventura, senza (se non raramente) anticipazioni o giudizi sull’esito.  Un esempio? Mentre Mattia gioca alla roulette il lettore sa solo quello che Mattia sa in quel momento. Mattia narratore sa bene quello che gli sarebbe accaduto, ma non lo rivela. Lascia che il lettore viva insieme a lui la sua esperienza, momento per momento. Lascia che il lettore veda attraverso gli occhi di Mattia, formuli giudizi attraverso la conoscenza di Mattia nel momento in cui si svolgono i fatti. Di conseguenza il lettore, condividendo il punto di vista di Mattia, partecipa anche dei suoi errori. Il lettore arriverà ad un giudizio lucido, se vi perverrà, come Mattia, solo alla fine. Tecnicamente parliamo di personaggio focale inattendibile, ossia il personaggio attraverso il cui punto di vista è condotta la narrazione, non ha una visione “superiore”, una conoscenza completa e attendibile dei fatti, ma al contrario spesso si inganna, commette errori, di cui al momento non si rende conto. Quando Mattia, grazie ai due colpi di fortuna della vincita al casinò e della notizia del falso suicidio, è euforico per la ritrovata (almeno così crede!), libertà (“Ero morto, ero morto: non avevo più debiti, non avevo più moglie, non avevo più suocera: nessuno! Libero! Libero! Libero! Che cercavo di più?”, cap. VII), il lettore vive insieme a lui il suo entusiastico stato d’animo. Mattia narratore sa benissimo come andrà a finire, che la presunta libertà si rivelerà “tiranna” (cap. X), ma tace, lascia che il lettore viva con lui le sue emozioni, le sue illusioni e disillusioni. Mattia narratore accompagna il lettore a comprendere la vicenda, il significato della vicenda, così come l’ha compresa passo dopo passo, disinganno dopo disinganno, Mattia protagonista. Anche quando Anselmo Paleari, lo stravagante “filosofo” ospite di Mattia-Adriano, enunciando le teorie dello “strappo nel cielo di carta” (cap. XII) e della “lanterninosofia” (cap. XIII), esprime una precisa “visione del mondo” che potrebbe indurre Mattia a comprendere i propri errori e ad evitarsi nuove disillusioni, il nostro protagonista ha una reazione molto significativa: non capisce, mostra un atteggiamento di sprezzante sufficienza (“Dalle vette nuvolose delle sue astrazioni il signor Anselmo lasciava spesso precipitar così come valanghe, i suoi pensieri..”). L’esposizione di Paleari è provocatoria: non compresa da Mattia-Adriano, (e forse non ancora dal lettore stesso!) tuttavia segnala la parzialità e l’inattendibilità del personaggio focale. Il lettore, dunque, prosegue insieme a lui il difficile percorso della conquista della consapevolezza attraverso gli errori. Solo alla fine, dopo l’ennesima delusione, quando Mattia tenta di riassumere la vecchia identità, comprende di non sapere più “ch’io mi sia” e accetta la condizione di “forestiere della vita”.

  Comprendiamo, allora, quanto sia significativa la scelta di abbandonare i moduli tradizionali del romanzo naturalista: racconto in terza persona, da parte di un narratore esterno alla narrazione, onnisciente, che dà ordine oggettivo e organico ai fatti narrati. Il racconto in prima persona e, per di più, dal punto di vista dell’io personaggio che vive i fatti di volta in volta, costituisce la tecnica narrativa adeguata ad esprimere la “visione del mondo” propria di Pirandello (vedi Premessa seconda) : una realtà imprevedibile e sfuggente, quale si è palesata all’uomo moderno, rifiuta ogni pretesa di oggettività e organicità. All’uomo non è consentito di conoscere se non in una prospettiva parziale e soggettiva.  Di ciò può ottenere consapevolezza.

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