Il galateo di Giovanni Della Casa – di Carlo Zacco

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L’idiota parla al
giovinetto.
Particolare finzione che presiede al trattato del Della Casa: il
della casa ci presenta questa opera di fatto come scritta da un vecchio
idiota
, illetterato, ad un giovanetto. Quello che qui
compare come titolo è nella sostanza una rubrica, messa dagli stampatori.
Prima della princeps. C’è un problema filologico su
cui si è discusso, perché noi abbiamo una precedente redazione manoscritta, che
è una copia in pulito di una redazione precedente rispetto al testo della
princeps. La princeps è la prima edizione, ed è del 1558,
pubblicato postumo, l’autore era morto da un paio di anni. Alcuni
studiosi hanno sostenuto una tesi secondo la quale ( in particolar modo
Barbarisi
ha sostenuto questa tesi e pubblicato anche questa redazione
manoscritta del Galateo) la prima redazione sia la redazione autentica,
corrispondente alla volontà dell’autore. La seconda redazione,
l’edizione, sarebbe stata normalizzata sotto il profilo
linguistico ed espressivo ad opera dei curatori, che sono il segretario del
Casa, e Carlo Gualteruzzi, noto per essere stato editore di testi
che condivideva le istanze di Bembo.
La rappresentazione
vivace dell’illetterato.
Nella prima redazione tramandata dal manoscritto
vaticano, le connotazioni proprie di questo illetterato ne danno di fatto una
immagine anche da un punto di vista espressivo. Viene messa in evidenza quella
componente, presente nell’opera, di divertimento letterario da
parte dell’autore. L’autore letteratissimo che assume la maschera
dell’illetterato: cosa più efficace nella prima edizione, più espressionistica.
La fortuna. Qui
abbiamo il testo dell’edizione a stampa, che ebbe grandissima fortuna. Ci furono
una quarantina di edizioni nel secondo cinquecento, e subito traduzioni in più
lingue. Come il trattato del casa si mette sulla scia, traendo lo spunto della
trattazione sul comportamento, della grandissima fortuna che aveva avuto il
Cortegiano, così a sua volta il trattato del Della Casa ha una grande fortuna e
diffusione, ed intorno ad esso fioriscono trattati sul comportamento. La fortuna
deriva dal titolo stesso «il galateo» rimane il libro della buona creanza per
antonomasia.
Il titolo. Il titolo
è il nome latinizzato di Galeazzo Florimonte: importante è il
ruolo di questa figura: uno dei quattro giudici del concilio di Trento, siamo
ormai nell’età del concilio.
Datazione. L’opera fu
scritta dopo il 1551 ed entro il 1555. Questo clima
controriformistico si avverte nell’opera che per altro si pone in
un momento di passaggio tra quelli che sono i punti di riferimento
rinascimentali, e condivisi col Castiglione (armonia, bellezza, proporzione,
convenienza, ecc) d’altra parte proprio nella precettistica a volte minuta, si è
visto anche un riflesso di quella tendenza controriformistica a voler
tutto regolamentare
. Tutto mettere sotto norma. L’unico tratto che
emerge in relazione al giovinetto per quello che riguarda aspetti di carattere
etico e religioso è l’indicazione dell’ammaestramento dato «perché tu possi
tenere la diritta via con salute dell’anima tua» e si aggiunge il motivo topico
dell’onore e della familia: « e con laude e onore della tua orrevole e nobile
famiglia»
il nipote è il destinatario Annibale Ruccellai.
C’è un carattere in questa
scrittura che in linea di massima punta ad una medietà espressiva,
un tono colloquiale, con punte espressive di carattere comico realistico e dei
tratti all’opposto alti e pomposi (nel proemio) ma complessivamente
conguagliando il tutto possiamo dire che ha una certa medietà espressiva. Con
tratti in cui la vivacità prevale.
Apertura pomposa.
Presumibilmente la apertura pomposa è dovuta ad un intento di carattere
ironico
: chi si presenta con la maschera dell’illetterato si mette a
parlare pomposamente nel proemio. D’altra parte questo suo essere pomposo si
contrappone alla materia che, per quello che è, è dichiarata come materia che
può essere considerata frivola. L’apertura dell’opera infatti è dedicata ad una
annunciazione della materia e difesa da parte dell’autore. C’è un gioco della
maschera del vecchio idiota, col letteratissimo Della Casa che ha avuto
formazione eccellente.
La materia «frivola».
Allora, qual è l’argomento dell’opera, perché potrebbe sembrare frivolo
questo argomento? Perché l’ammaestramento è dato
«al modo di fare per poter in comunicando ed
in usando con le genti»
, cioè nella vita associata,
«essere costumato e piacevole e di bella
maniera»
. Quello che qui va considerato è che si tratta di un discorso
relativo alla comune conversazione.
Ma niente affatto inutile.
Il contesto non è di corte: il sistema delle corti italiane era entrato i n 
crisi da diverso tempo, ma tutto il trattato riguarda non tanto la personalità
di chi agisce, ma la capacità che questi ha di adeguarsi ai modi e costumi con i
quali egli ha conversazione. Modi e costumi che devono essere propri del
costumato gentiluomo. Si tratta di un rapporto con persone che si dispongono in
un contesto di buona creanza. Allora, può sembrare frivolo l’argomento, ma di
fatto questo ammaestramento finalizzato a far diventare il lettore
piacevole
e di bella maniera viene definito o virtù o cosa
che a virtù molto si avvicina.
Le virtù etiche. E
c’è una distinzione tra quello che sono le virtù etiche (Aristotele,
Etica nicomachea
) ma d’altra parte, se queste virtù sono più grandi, l’uomo
non sempre ha l’occasione di darne prova, né d’altra parte si può essere sempre
adeguato ad alte virtù mentre essere costumato e piacevole richiede un uso molto
più frequente, ed è utile averlo. Si osserva, con
qualche polemica, che ci sono stai molti che senza avere delle grandi qualità
proprio perché erano dotati di questo modo di essere costumato e piacevole sono
saliti a gradi molto superiori rispetto a quelli che erano le loro qualità
effettive
, lasciando alle loro spalle quelli che erano
più nobili d’animo di loro. Se polemica vi è in questo, resta comunque implicita
perché il tema non è svolto.
Una punizione ben più
grave.
Per diventare costumati e piacevoli, c’è il fare cose
positive, ma anche evitare il negativo: evitare il contrario: si
essere zotichi e rozzi. Se essere costumato e piacevole rende
amabili, al contrario essere zotichi e rozzi causa odio e disprezzo. Beninteso:
non ci sono leggi che puniscono questo comportamento, ma la
punizione è più dura: è la natura stessa che interviene: chi non è
amabile e socievole è allontanato dal consorzio e dalla
benevolenza
degli uomini, e questo si deve evitare. Questo fastidio dato
da chi non è amabile e piacevole e paragonato al fastidio dato da mosche
e zanzare. E d’altra parte appunto risulta che di fatto si viene
ad essere tanto fastidiosi da incorrere in un odio altrettanto quanto i malvagi,
o addirittura più. Non c’è cosa più utile nella società che imparare ad essere
costumati e piacevoli, ed il giovamento che deriva da quest’ opera. Questa
attitudine si acquisisce con atti e con parole.
Adeguarsi all’aspettativa
altrui
. Perché impari a fare questo, e qui inizia a spiegare su quale via
deve introdursi il giovinetto, «devi sapere
che a te convien temperare i tuoi modi non secondo il tuo
arbitrio ma secondo il piacer di coloro
con i quali tu usi»
si ribadisce con grande chiarezza che il punto è
adeguarsi. Potremmo anche dire un modo di conformismo in relazione a quello che
è di piacere, di uso, e anche di moda, in relazione a color che si frequentano.
Bisogna però procedere evitando gli estremi: procedere mezzanamente.
• evitando gli estremi,
naturalmente.
Evitare di assecondare troppo, per non diventare
«boffoni o giugulari o
adulatore
»
e invece di essere costumati gentiluomini si arriva
all’eccesso; al contrario bisogna evitare di essere zotici,
scostumati
e disavvenenti. Porsi in una via mezzana.
L’indagine: quello che
diletta, e dispiace.
Che cosa bisogna investigare?
«se noi investigheremo quali sono quelle cose
che dilettano più generalemtne il più degli uomini, e quali quelli
che noiano, potremo agevolmente trovare quali modi siano da
schifarsi
col viver ein esso loro, e quali siano da eleggerisi»
.
E quali sono gli ambiti della trattazione:
«Diciamo adunque che ciascun atto che è di noia ad alcuno de’ sensi,
e ciò che è contrario all’appetito, et oltre a ciò quello che
rappresenta alla imaginatione cose male da lei gradite, e similmente ciò che lo
‘ntelletto have a schifo, spiace e non si dèe fare».
• il paradigma negativo.
Questa clausola introduce un motivo che come una sorta di ritornello segna tutto
il trattato: è la spiacevolezza il valore negativo su cui si fonda tutto il
sistema degli esempi del trattato. Il paradigma negativo. In alcuni tratti sono
introdotti esempi di quello che si deve fare, ma in particolare viene segnalato
attraverso esempi ciò che si deve evitare. E questo risulta evidente anche
proprio dalla ripetizione continua dell’avverbio di negazione ed espressioni di
negazione: « non solamente non sono da fare» oppure «al nominarlo si disdice».
D’altra parte si punta anche
alla vivacità, la precettistica potrebbe risultare pedantesca: così non è perché
è molto mossa e resa vivace anche dall’inserzione diretta di aneddoti e
racconti. Qui si tratta delle cose che danno fastidio ai sensi, si tratta di
quelle cose che danno fastidio a vederle o a sentirle, cose fatte con le mani,
con la bocca e con il naso: la vivacità in relazione al far fiutare viene messa
in evidenza in modo espressivo col discorso diretto. Si parla qui di cose
stomachevoli: «E molto meno il porgere altrui
a fiutare alcuna cosa puzzolente, come alcuni soglion fare con grandissima
instantia
, pure accostandocela al naso e dicendo: – Deh, sentite di
gratia come questo pute! -; anzi doverebbon dire: – Non lo fiutate, perciò che
pute».
Anche da questo brevissimo tratto si può capire come entriamo nei
comportamenti quotidiani e comuni. E possiamo trarne indicazioni gustose di
costume nell’insieme di indicazioni che ci vengono dati. Il Casa è molto
efficace nelle sottolineature dal punto di vista fonico:
«E come questi e simili modi noiano quei sensi
a’ quali appartengono, così il dirugginare i denti, il sufolare, lo stridere e
lo stropicciar pietre aspre et il fregar ferro spiace agli orecchi, e dèesene
l’uomo astenere più che può.»
Lo sbadiglio. Tutta
una serie di indicazioni date, spesso brevi, ma anche che possono esse più
ampie: un quadro più ampio e dato dallo sbadiglio. Qui si
introduce in elemento che riguarda non solo quello che è brutto a
vedersi, ma anche quello che chi ci guarda e ci osserva desume in relazione al
nostro essere nei confronti di coloro che stanno intorno a noi: lo sbadiglio
come gesto indica fastidio, noia nei confronti della brigata nella
quale si sta, ed offre un giudizio negativo sulla nostra indole rendendoci poco
amabili.
Troppo minuzioso? È
l’effetto esterno, il modo in cui è accolto che importa. Molte indicazioni
possono sembrare troppo minute, ma il vecchio idiota sottolinea che sarebbe un
errore considerarle di poca importanza, spiega infatti, con
qualche enfasi : «E non guardare perché le
sopra dette cose ti paiano di picciolo momento, perciò che anco le leggieri
percosse, se elle sono molte, sogliono uccidere.»
.
Ricciardo. Viene
introdotta una vera propria novella: questo è un modo per variare
la materia in questo trattato non sistematico. È in questa novella che si
introduce la figura del Galateo, che è colui che ha spinto il nostro autore a
scrivere quest’opera: si narra come il vescovo Giovanni Matteo Giberti
accogliesse in modo liberale il Magnifico ospite nella sua casa e tra questi
c’era un nobile conte, chiamato Ricciardo, ed aveva tutti i nobili
tratti per cui avremmo potuto giudicarlo un nobile cavaliere, e però aveva un
difetto: mentre mangiava faceva uno strano strepito con la bocca. Allora che
cosa fa il nostro vescovo Giberti? È un difetto che macchia l’essere costumato
cavaliere. E quando questo si allontana dalla sua casa, manda con lui un
personaggio che stava presso di lui, e che è per l’appunto Galateo,
e domanda perché essendo un uomo prudente e discreto sapesse in modo accorto
comunicargli questo difetto in modo che questi non si offendesse ma potesse allo
stesso tempo difendersi. E in questo raccontino svolto come una novella, con
discorso diretto, vediamo questo personaggio che con bel modo riesce a
comunicare ciò che il vescovo gli aveva incaricato di comunicare a questo conte.
E viene ad essere presentato come un dono, una liberalità del vescovo che in
questo modo aveva saputo correggere l’unico difetto che questo nobile uomo
aveva. Anche realisticamente ci viene presentata la reazione di questo conte che
in un primo momento accoglie con rossore, imbarazzo ciò che gli viene detto, ma
poi apprezza la correzione.
A questo racconto che ci
porta una atmosfera che ha tratti di cortesia, si contrappone l’immagine
espressionistica di chi si comporta in modo diverso:
«Ora, che crediamo noi che avesse il Vescovo e
la sua nobile brigata detto a coloro che noi veggiamo talora a guisa di porci
col grifo nella broda tutti abbandonati non levar mai alto il viso e mai non
rimuover gli occhi, e molto meno le mani, dalle vivande? E con amendue le gote
gonfiate, come se essi sonassero la tromba o soffiassero nel fuoco, non
mangiare, ma trangugiare: [40] i quali, imbrattandosi le mani poco meno che fino
al gomito, conciano in guisa le tovagliuole che le pezze degli agiamenti sono
più nette? Con le quai tovagliuole anco molto spesso non si vergognano di
rasciugare il sudore che, per lo affrettarsi e per lo soverchio mangiare,
gocciola e cade loro dalla fronte e dal viso e d’intorno al collo, et anco di
nettarsi con esse il naso, quando voglia loro ne viene? [41] Veramente questi
così fatti non meritarebbono di essere ricevuti, non pure nella purissima casa
di quel nobile Vescovo, ma doverebbono essere scacciati per tutto là dove
costumati uomeni fossero. Dèe adunque l’uomo costumato…»
ricomincia
l’insegnamento. In questo punto così espressivo, con tratti grotteschi, e
caricaturali. Il resto del discorso riguarda il convito ed aspetti analoghi.

Con il capitolo cinque
finisce ciò che riguarda i sensi, e inizia ciò che riguarda l’appetito:
quello che gli uomini naturalmente desiderano: benevolenza, onore e sollazzo.
Ognuno nel proprio comportamento non deve dare l’idea che le persone con cui sta
gli diano fastidio, non gli interessino, o altro. C’è un tratto di costume di
qualcuno che quando parla con un altro lo tocca, e lo punzecchia col gomito.
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