Il gioioso mendicante

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di Louis De Wohl

Tanto per cominciare questo libro ha i seguenti pregi, che sono poi pregi in generale dei libri di De Wohl, cioè valgono per tutti loro.
1) è un romanzo storico, non è quindi un testo agiografico, teologico, ecc…, quindi è u ottimo libro anzitutto per conoscere in modo semplice e coinvolgente la storia, così come abbiamo visto insieme il suo “Attila”

2) prevalgono le sequenze dialogate, dialogiche, su quelle riflessive, descrittive, e anche narrative. Il risultato, che a noi appare ancora più convincente per lo scopo per il quale leggiamo questi testi, è quello di porci davanti dei fatti, delle persone in carne ed ossa, e non dei discorsi, dei pensieri, o peggio ancora delle interpretazioni.

Fatte queste necessarie premesse, fa piacere, in questa prospettiva, osservare che i capitoli sono scanditi in base ad una rigorosa sequenza temporale. Come a dire che quello che si sta scrivendo ha le sue coordinate storiche ben precise.

La narrazione incomincia con la ben nota partecipazione di Francesco alla battaglia tra Assisani e Perugini, nel contesto di una serie nascente di contrasti fra i Comuni per la conquista dell’egemonia su un territorio o una regione. Anche in questo caso, però, la figura di Francesco non risulta centrale o avulsa dal corso della storia, tanto è vero che viene introdotto, ed in realtà era così, come il figlio un po’ viziato del mercante Pietro Bernardone e di Monna Pica, ambizioso, tanto signorile e raffinato di modi da essere soprannominato Ser Velluto dagli altri soldati assisani prigionieri con lui dopo la battaglia di Collestrada del 1202, quando le milizie perugine fecero cadere in un tranello cittadini e mercenari di Assisi. Singolare la coincidenza fra le vicende storiche di un altro protagonista della storia della letteratura del duecento, cioè un tale Durante, detto Dante, che fece una esperienza simile di partecipazione ad una battaglia, anche se in questo caso vincente, in quel di Campaldino nel 1289 fra i fiorentini Guelfi, e gli aretini Ghibellini. In quel contesto, e qui abbiamo il primo inserto di invenzione narrativa, la vita di Francesco fu salvata miracolosamente da Ruggero di Vandria, nobile in cerca di fortuna e di recuperare il suo castello.

Anzi il libro inizia proprio  con l’arrivo di Ruggero ad Assisi, il quale, alla ricerca di un prestito per armare una truppa da comandare alla volta dell’Italia meridionale, prima non ottiene il prestito dal banchiere Bernardo di Quintavalle, poi viene accusato di simpatie perugine dal connestabile messer Cuomo, poi convinto a partecipare all’azione di guerra da Revini, il console di Assisi, infine accompagnato dal mercante Pietro Bernardone, dove fa la conoscenza del figlio Francesco. Poi, si diceva, la battaglia, e Ruggero, proprio sul punto di scappare vista la mala parata che generosamente salva la vita di Francesco Bernardone. Poi la prigionia (quasi un anno) allietata solo dalle prestazioni musicali di Francesco, allievo menestrello e cantore, e dall’interesse di Chiara Scifi, una nobildonna assisana cacciata dal suo paese quando fu instaurato il comune, e accolta con tutta la sua famiglia a Perugia. Chiara, malgrado il dissenso dei suoi due genitori, il conte Favarone di Offreduccio e la contessa Ortolana, e dello zio conte Monaldo Scifi, con l’aiuto di una zia Bona (vedova di Guelfuccio), offre ristoro ai prigionieri.

L’anno seguente, dopo il rientro ad Assisi di Francesco, che si era anche ammalato durante la prigionia, Francesco e Ruggero partono verso Sud per combattere al fianco delle milizie papali, ma una volta giunto a Spoleto, Francesco ammalatosi, ha un sogno rivelatore che gli spiega che dovrà servire il padrone, cioè Dio, e non un servo di Dio, cioè il Papa.

Anche queste vicende note della agiografia di Francesco, sono in realtà inserite perfettamente nel corso della narrazione storica, come

1) la nascita presso una stalla di famiglia di Francesco, poi assunta a testimonianza di quanto la vita di Francesco imiti quella di Cristo sin dagli inizi;

2) i sogni premonitori (di uno abbiamo già parlato). L’altro, precedente è quello di Francesco che sogna di avere un castello pieno di armi in suo possesso. In realtà l’esperienza chiarisce in seguito a Francesco che lui sicuramente diventerà un principe, ma non nel senso mondano e militare del termine, ma nel senso che sarà un principe della Chiesa e la restaurerà dall’interno.

Prima però di continuare con le vicende biografiche di Francesco, il libro si sofferma molto su quanto accade a Ruggero di Vandria, che segue (Walter) Gualtieri di Brienne, duca di Taranto, che viene poi però sconfitto da Diepold, conte di Acerra. Miracolosamente scampato alla morte, anche se colpito dalla terribile mazza ferrata del temibile tedesco Lanzberg, in realtà protetto dalla fantastica armatura donatagli da Francesco in quel di Spoleto, Ruggero passerà poi a combattere sotto Diepold di Acerra, e con lui attraverserà lo stretto di Messina alla volta di Palermo, dove si trova l’undicenne Re Federico, come ben sappiamo dalle note fonti storiche, e come abbiamo letto nell’altro bel romanzo storico “La sposa Normanna” di Carla Maria Russo, affidato alle cure del legato pontificio, ma in realtà molto amico della popolazione siciliana, palermitana, anche di origine saracena. Il tutore di Federico e il governatore di Palermo, Guglielmo Capparone, riusciranno a sventare l’assalto di Diepold di Acerra, grazie anche alla furbizia di Federico, che si sottrae ad ogni cattura. Anche in questa occasione la magica armatura di Francesco preserverà Ruggero di Vandria da morte certa, e lui, passato al servizio del re, si vede promettere la restituzione del suo castello in Sicilia, e l’accoglienza tra i fedeli nobili nella nascente corte di Federico, che, come ben sappiamo, sarà centrale nella storia del duecento italiano, e non solo.

Tornando alle vicende di Francesco, la prospettiva originale del racconto sta nel farci assumere il punto di vista degli amici di Francesco e di suo padre, il meschino mercante Pietro Bernardone, e del suo fedele capo-contabile, Fabiello. Geniale la scena in cui il padre saluta il figlio prima di un suo viaggio di affari, e mostra di non intuire le scelte che sta facendo Francesco, e non dà al figlio neanche il tempo di svelargliele, mostrando con ottusità i suoi progetti sul figlio.. (pag. 131-133)

Gli amici conoscono Francesco per un cantore, un menestrello, e gli credono quando lui dice loro che si sta per sposare, ma in realtà, come Dante ricorda nell’ XI del Paradiso, lui ha intenzione di sposarsi non con una gentildonna di Assisi, ma con Madonna Povertà.

E questa sua decisione diventa irrevocabile dopo l’incontro con un lebbroso, tanto che decide di prendere dal padre, mentre lui è assente, dei rotoli di seta e un cavallo, e di venderli. Il ricavato di questa vendita dovrà servire per il restauro della piccola chiesa di San Damiano.

Francesco decide anche di andare a vivere presso quella chiesetta, e di offrire i soldi a Padre Livoni, il parroco di quella chiesetta, ma lui non li accetta.

Pietro Bernardone prima cerca Francesco, poi, una volta trovatolo, lo riempie di botte, sfogando così la sua rabbia. Francesco scappa di nuovo, e suo padre lo fa ricercare dal console Revini, ma lui non può far altro che rivelargli che suo figlio ha deciso di rinunciare al mondo.

Così, davanti al vescovo Guido, Francesco restituisce tutto a suo padre, anche i vestiti, e rimane solo con una camicia piena di chiodi, mostrando così la sua reale volontà di espiazione, e facendo mutare parere persino alla gente di Assisi, che inizialmente aveva giustificato il risentimento del padre.

Incomincia quindi la storia di un contagio, il contagio che suscita Francesco.

Egli adesso ha capito che San Damiano non ha bisogno di soldi per essere restaurata, ma del suo rimboccarsi le maniche, e comincia così a chiedere pietre alla gente del paese, le porta su fino a San Damiano, e così ripara la chiesa, poi un’altra Chiesa (quella di San Pietro) , poi quella della Porziuncola, poi predica, e intanto crea una curiosità, un’ammirazione nella gente, che si vede costretta a rivedere i propri progetti di vita.

Il primo è proprio Bernardo da Quintavalle, il ricco mercante e banchiere, poi il canonico Pietro Cattani, poi Padre Silvestro, il prete della chiesa di San Giorgio, dove era stato concesso a Francesco di predicare. In breve diventano 12 i fratelli che seguono Francesco.

La cosa importante, però, è che Francesco non obbliga nessuno a seguirlo, né si presenta come un rivoluzionario che intenda dividere il mondo in buoni e cattivi, come invece stavano facendo altri (vedi i Catari, per i quali o si era fra gli eletti, gli scelti, oppure si era dalla parte del male.

Francesco non critica le gerarchie ecclesiastiche, anzi insiste sulla necessità di amare e rispettare i sacerdoti.

(leggi pag. 186)

Intanto a Palermo Federico II si è sposato con Costanza d’Aragona e osserva con preoccupazione gli sviluppi della situazione politica, in particolare l’incoronazione dell’imperatore Ottone IV di Brunswick (il guelfo bue di Brunswick) da parte del Papa Innocenzo III (la volpe di San Pietro).

Ruggero di Vandria rimane fedele vassallo di Federico, ma gli rimprovera l’eccessivo astio nei confronti del papa.

1209-10 Francesco guida i suoi 12 frati a Roma per un’approvazione della loro scelta di vita, ma il papa è troppo occupato dalla contingenza politica, in particolare turbato dalla prepotenza di Ottone di Brunswick, che dopo l’incoronazione, ha tradito i patti, fatto stragi con il suo esercito, invaso vasti territori dello Stato Pontificio e tutta l’Italia meridionale peninsulare (la cosiddetta Sicilia continentale, mentre quella insulare era nelle mani di Federico), decide poi di scomunicarlo e di incoronare Federico nuovo imperatore, anche se della odiata casata degli Hohenstaufen.

È solo il sogno della sua chiesa traballante tenuta su dal fraticello mendicante che convince Innocenzo ad accogliere Francesco in udienza. Il tutto è sempre visto da una prospettiva straniante, come quella di un nobile dignitario della corte papale, il Conte Narciso Vitali (Leggi pag 223 Discorso indiretto libero che fa venire in mente il cappellano crocifero con l’Innominato).

Intanto Ottone in un primo tempo sembra non risentire della scomunica, e progetta perfino di invadere la Sicilia, ma poi ci ripensa, e Federico, che stava per fuggire a Tunisi, passa al contrattacco e, con l’appoggio del re francese Filippo Augusto, sconfigge Ottone, viene proclamato imperatore ad Aix-en-Chapelle, ma poi tergiversa quando il Papa propone una nuova crociata in Terra Santa. Del resto nei dialoghi con Ruggero di Vandria emerge la posizione scettica di Federico riguardo la fede. Nel 2012 Ruggero, che segue Federico nei suoi viaggi, passa da Assisi e rivede Chiara Scifi, ormai diciottenne, se ne innamora, ma lei è risoluta a lasciare tutto per seguire Francesco, che affiderà a lei e alle sue sorelle Povere San Damiano, e chiederà nel 2015 a Roma l’approvazione anche dell’ordine femminile delle clarisse. Qui incontrerà San Domenico, giunto a Roma per ottenere approvazione al suo ordine mendicante di frati predicatori (egli decide di combattere l’eresia catara-albigese con la parola e non con la spada). Questo incontro fra i due fondatori di ordini religiosi fa venire in mente i due canti del Paradiso di Dante, l’ XI e il XII, in cui i due ordini sono presentati come complementari e in sintonia fra loro.

Infine Francesco assiste alla morte di Innocenzo III nel palazzo papale di Perugia, il quale gli chiede, in punto di morte, di fare quello che non stanno facendo i grandi potenti della terra, come Federico, cioè di andare a Gerusalemme, per riaprire la Terra Santa ai cristiani.

Così nel Capitolo generale che si tiene nel 1219, quando ormai i frati sono cinquemila, provenienti anche da Spagna, Francia e Germania, Francesco, dopo aver parlato con il Cardinale Ugolino da Ostia, grande amico dell’ordine, decide di guidare la missione dei frati in Egitto, mentre altre missioni partono per Marocco e Tunisia. Nel frattempo era diventato papa il mite Onorio, che comunque continua a chiedere a Federico di andare alla crociata, ed egli non ci va di persona, ma manda il conte di Vandria alle dipendenze del  capo della spedizione, il cardinale Pelagio. In Umbria, nel colloquio con il cardinale Ugolino da Ostia, Francesco mostra intransigenza nei confronti delle richieste dei frati durante il capitolo, di avere documenti papali o lettere di presentazione per tutelarsi durante le missioni: egli ricorda solo il Vangelo, e ricorda che gli apostoli non viaggiavano tutelandosi, quando hanno iniziato a diffondere il cristianesimo.

In Egitto Ruggero viene accolto dal sultano Al Kamil e gli trasmette la proposta di Federico: un’alleanza contro Mongoli (e contro il cugino minaccioso del sultano), la liberazione dei luoghi santi dei cristiani, in cambio della libertà per i musulmani di operare in Europa anche per diffondere la loro religione.

Egli assiste anche al colloquio del sultano con Francesco, che non ottiene dal sultano la conversione al cristianesimo, ma almeno di poter entrare, solo lui e i suoi frati, in Gerusalemme. Poi Ruggero viene congedato dal sultano con un “nulla di fatto” riguardo la proposta di Federico, ma trattenuto come ospite per lungo tempo, tanto che in patria Federico lo ritiene disperso e dà il suo feudo di Vandria a Eccelino (Ezzelino) da Romano, uno dei suoi più fedeli collaboratori.

Il cardinale Pelagio attacca e conquista Damietta e fa strage di musulmani, sotto gli occhi amareggiati di Francesco, che torna in Italia e si rifiuta di parlare dei luoghi santi (leggi pag. 346)

Nell’ultima parte del romanzo, più che seguire Francesco, si segue Ruggero di Vandria, che ritorna infine in Italia, dove trova parecchi musulmani reinsediatisi lì, in particolar modo a Lucera.

Infatti Federico, pur rifiutando di combattere i musulmani in Terra Santa, li aveva cacciati dalla Sicilia e aveva favorito il loro re insediamento in Puglia, come spiega egli stesso a Ruggero, nell’ultimo colloquio che ha con lui.

Sembra un romanzo quasi più che su Francesco, su Federico, e il suo agnosticismo, che considera aristocraticamente superstizioni, da trattare con i dovuti riguardi per i propri scopi politici, sia la religione musulmana sia quella cristiana.

Alla fine del colloquio, quando Federico spiega a Ruggero che il suo feudo è ormai in mano ad un altro, Ruggero si ritiene libero di lasciare la corte di Federico e si dirige in Umbria, dove il seguito di Francesco, che ha ormai preso le stimmate e sta vivendo gli ultimi suoi anni di vita, è ancora cresciuto.

Francesco, non senza tentennamenti, scrive la Regola, poi istituisce un Terzo Ordine, dopo il primo dei Frati Minori e il secondo delle Sorelle Povere di San Damiano.

Ruggero torna da Beatrice, la sorella di Chiara e la confonde per la seconda volta per Chiara, mentre i cittadini di Assisi subiscono una scorreria da parte di alcuni saraceni provenienti proprio da Lucera, fermati solo dalla fede della Badessa del Convento.

Il romanzo si chiude con il racconto della morte di Francesco, che accoglie la morte più o meno  come aveva fatto nel suo Cantico, lodando Dio con un salmo e dicendo “Benvenuta, sorella morte”

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