Il lavoro – di Giovanni Ghiselli

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Forse è opportuno aggiungere
ai tecnicismi a volte anche oscuri che girano ovunque a proposito del lavoro,
di chi non lo trova, di chi lo perde, di chi è flessibile come una canna al
vento, di chi, con termine orrendo, è “esodato”, qualche parola chiara sul
significato culturale e umano dell’idea, e della parola bella, “lavoro”.
 

Il lavoro costituisce una parte
non piccola dell’identità dell’uomo, della sua dignità e, quando è fatto bene,
con cura, con amore, esso attribuisce pure alle cose da lui formate forti
significati, se non anche armonia e bellezza. Da Odisseo che  costruisce con le proprie mani il letto
nuziale, per giacervi con la moglie, e la zattera per tornare da lei, l’uomo è
animale polymèchanos, industrioso, e
non può rimanere a lungo inattivo senza ammalarsi, in certi casi addirittura
senza morire. Infatti Odisseo che nell’isola di Ogigia poteva avere tutto
quanto gli procurava l’amante Calipso, eternamente giovane, bella e molto
innamorata di lui, ma non aveva il lavoro, né l’amore, andava a piangere sulla
riva del mare, guardando l’orizzonte poiché quella vita inattiva, simile alla
morte, e la ninfa immortale, non gli piacevano più.  Sono parole del V canto dell’Odissea di Omero che con questo episodio
ci dà uno dei suoi insegnamenti più grandi. Ulisse che non può stare senza fare
niente, e piange, è il paradigma mitico degli uomini che si disperano, in casi
estremi si uccidono, poiché hanno perduto il lavoro e con tale perdita,
smarriscono spesso la stima, perfino il rispetto di se stessi. E quando non lo
ritrovano, talvolta cercano di recuperarlo togliendosi la vita in preda a una
cieca disperazione. 
 Ma colei che ha in mano la vita di Odisseo,
Calipso, lo ama, e non lo tratta come fa chi getta i lavoratori in mezzo a una
strada, o in un fiume in piena facendone degli esodati, neologismo orribile,
inventato per confondere, un vocabolo  che con bisticcio non troppo arbitrario evoca
la parola “inondati”. Calipso dunque, pur soffrendo il distacco, voluto solo
dall’amante, lo aiuta a partire, con cuore amico, in modo che possa cavarsela
nella difficile traversata marina. “Ti procuro  quello che a me stessa procurerei, perché ho
mente giusta e non nel mio petto non c’è un cuore di ferro, ma compassionevole ”,
dice all’uomo in fuga, siccome non vuole che muoia tra le onde. Consiglio la
lettura di questo episodio a donne e uomini che hanno in mano destini di donne
e di uomini.
Odisseo dunque costruisce  la zattera del bramato ritorno. A Itaca lo
aspetta la fedelissima moglie Penelope. Ma quando l’atteso e agognato marito
arriva, pure lui agognante, la sposa stenta a riconoscerlo poiché sono
trascorsi vent’anni dall’ultima volta e l’uomo ne ha passate di tutti i colori:
ha patito molti dolori, prima nella guerra di Troia, poi nel ritorno sul mare “cercando
di salvare la sua vita e il ritorno dei compagni”. Solo lui ce l’ha fatta, grazie alla sua intelligenza, pazienza,
accortezza. Arrivato a casa sua, dove ancora  ha dovuto lottare e soffrire per eliminare i
nemici interni, i proci oziosi e invadenti, finalmente seduto davanti alla
moglie, le descrive il loro letto nuziale, un oggetto particolare che lo sposo
aveva costruito con le sue mani su un tronco d’olivo con le salde radici
fissate nel suolo, mettendoci perizia, ingegnosità e amore. Quel letto costituisce
“un segno sicuro ” di riconoscimento, assume il significato di un simbolo,
quello dell’intesa profonda tra un uomo e una donna. E’ il segno inoppugnabile
del quale la sposa si fida. Tale è l’oggetto del lavoro e tale dovrebbe essere
il lavoro stesso, una certezza di cui potersi fidare, per mettere su una casa,
permettersi “il lusso” di una famiglia con dei figli. Chi non è assicurato da
un impiego sicuro, saldamente radicato in un terreno solido, è in balia delle
onde in un mare di inquietudini e tormenti, un pelago terribile che talvolta fa
naufragare la nave dell’identità e inghiotte il naufrago, per sempre.
Giovanni Ghiselli g.ghiselli@tin.it
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