
Neorealismo
27 Gennaio 2019
Cesare Pavese
27 Gennaio 2019
Leggere alcuni brani del Partigiano Johnny è come ascoltare una radio che capta due frequenze contemporaneamente e, invece di disturbarsi a vicenda, si fondono in qualcosa di assolutamente nuovo.
C’è l’italiano — un italiano già di per sé non comune, denso, arcaico, muscoloso — e poi, all’improvviso, senza preavviso e senza virgolette di scuse, arriva l’inglese. He always wore the very uniform for the very chief. Dropped la sua arma. Clean and tidy. Doomed. Non sono citazioni. Non sono dialogo riportato. Sono la lingua stessa del narratore, la voce di Fenoglio che pensa in due lingue perché pensa in due lingue, e non vede motivo di nasconderlo.
Questo è il primo grande scandalo stilistico del romanzo, quello che sconcertò i contemporanei e che ancora oggi, rileggendolo, produce un effetto di straniamento potentissimo. Fenoglio non usa l’inglese per fare il verso agli angloamericani, né per esibire la propria cultura. Lo usa perché è la lingua in cui certi concetti gli arrivano con maggiore precisione, maggiore nitidezza, maggiore onestà. Doomed — destinato alla morte, condannato, segnato dal fato — non ha in italiano un equivalente altrettanto compatto, altrettanto definitivo. Clean and tidy ha una secchezza morale che “pulito e in ordine” non riesce a restituire del tutto. La contaminazione linguistica non è un vezzo: è una scelta epistemologica. È il segno di uno scrittore che ha costruito la propria visione del mondo su due culture e non è disposto a rinunciare a nessuna delle due per compiacere il lettore monolingue.
Nord: il capo come icona
Nord aveva allora trent’anni scarsi, aveva cioè l’età in cui a un ragazzo appena sviluppato come Johnny la maturità trentenne appare fulgida e lontana ma splendidamente concreta come un picco alpestre. […] I prigionieri fascisti usavano riconoscerlo di primo acchito, al suo solo apparire lontano, anche prescindendo dall’individuale splendore della sua divisa.
He always wore the very uniform for the very chief. Al momento dell’introduzione di Johnny, vestiva una splendida, composita divisa di panno inglese, maglia e cuoio; ed altre divise, numerose, tutte formidabili ed eleganti, uniche per invenzione, taglio, composizione e generale apparire, pendevano alla parete del comando.
da «Il Partigiano Johnny» di Beppe Fenoglio
Il primo dei brani scelti introduce il comandante Nord — nome di battaglia del comandante Mauri, il capo badogliano delle Langhe sotto cui Fenoglio stesso combatté — attraverso uno sguardo che mescola ammirazione quasi fanciullesca e precisione quasi militare. Nord aveva trent’anni scarsi, l’età in cui a un ragazzo appena sviluppato come Johnny la maturità trentenne appare fulgida e lontana ma splendidamente concreta come un picco alpestre. È una similitudine di grande bellezza: la maturità come vetta visibile ma ancora irraggiungibile, qualcosa che si vede nitidamente da lontano proprio perché ci si trova ancora nella pianura dell’adolescenza.
La descrizione fisica di Nord è costruita interamente sull’elemento visivo della divisa, che in questo contesto non è un semplice indumento ma un linguaggio. I prigionieri fascisti usavano riconoscerlo di primo acchito, al suo solo apparire lontano, anche prescindendo dall’individuale splendore della sua divisa. Il nemico catturato lo riconosce prima ancora di vederlo bene in faccia: è il portamento, è l’autorità fisica che precede la persona. E poi quella frase ibrida — He always wore the very uniform for the very chief — che traduce il principio in una formula quasi proverbiale, come se fosse un assioma della leadership militare anglosassone. La divisa non è un accessorio del potere: è il potere reso visibile, portato addosso come una seconda pelle.
Al momento dell’introduzione di Johnny, Nord vestiva una splendida, composita divisa di panno inglese, maglia e cuoio; ed altre divise, numerose, tutte formidabili ed eleganti, uniche per invenzione, taglio, composizione e generale apparire, pendevano alla parete del comando. Quelle divise appese alla parete come trofei — o come costumi teatrali — dicono qualcosa di importante sul modo in cui Fenoglio concepisce il comando partigiano: non come una funzione burocratica ma come una performance, quasi un’opera d’arte. Nord si costruisce come icona, e lo fa consciamente, perché sa che la guerra si combatte anche con i simboli.
Settimo e Tarzan: la guerra come fatto fisico
E qualcosa doveva essere accaduto a Settimo, perché urlò e dropped la sua arma e con ambo le mani si sollevò la gamba destra e al coperto del camion Tarzan stava prendendoselo a spalla e cautamente, con immensa fatica, lo ritirava oltre il fossato, lungo un rittano
da «Il Partigiano Johnny» di Beppe Fenoglio
Il brano dedicato all’episodio di Settimo è quello stilisticamente più ardito di questa selezione, e probabilmente uno dei più straordinari dell’intero romanzo. Qui Fenoglio fa qualcosa di radicale: inserisce un verbo inglese — dropped — nel mezzo di una frase italiana perfettamente costruita, come un’ascia che spacca il legno. Qualcosa doveva essere accaduto a Settimo, perché urlò e dropped la sua arma e con ambo le mani si sollevò la gamba destra e al coperto del camion Tarzan stava prendendoselo a spalla e cautamente, con immensa fatica, lo ritirava oltre il fossato.
Quel dropped nel mezzo della frase non è una svista, non è un errore di revisione: è una scelta precisa. Il verbo italiano “lasciò cadere” o “abbandonò” avrebbe rallentato il ritmo, avrebbe dato alla scena una qualità narrativa, riflessiva. Dropped è immediato, secco, istantaneo come il fatto che descrive — la mano che si apre, il fucile che cade, il gesto involontario di chi è stato colpito. Il linguaggio mima l’azione con una fedeltà che nessuna traduzione avrebbe potuto garantire.
E poi c’è Tarzan — un nome che già dice tutto, quel soprannome da eroe fisico, da forza della natura — che recupera il compagno ferito con una modalità quasi animale, con il corpo, con la fatica, con la cura silenziosa di chi non ha tempo per le parole. La scena non ha nessuna enfasi eroica: è solo lavoro, peso, sforzo. È il modo in cui Fenoglio racconta la guerra — non come avventura ma come fatica corporea, come peso letterale che si porta sulle spalle.
Pierre: il contraltare elegante
[Piero Ghiacci (PIERRE)] Tenente di aeronautica, antagonista dei caccia inglesi su Malta e Napoli.
I suoi capelli tendevano al rossiccio, e tutti arricciati con quella minuta densità che Johnny aveva sempre malsopportato, ma che amò sul capo di Pierre.
Vestiva assolutamente clean and tidy, ma senza l’ombra di quello sfarzo vigile che distingueva gli altri capi badogliani
da «Il Partigiano Johnny» di Beppe Fenoglio
Il ritratto di Pierre — Piero Ghiacci, tenente di aeronautica, uomo che ha combattuto sopra Malta e Napoli contro i caccia inglesi, quindi nemico di quelle stesse forze con cui ora combatte — è costruito per contrasto rispetto a Nord. Vestiva assolutamente clean and tidy, ma senza l’ombra di quello sfarzo vigile che distingueva gli altri capi badogliani. La differenza è cruciale: Nord si distingue per eccesso visivo, per lo splendore delle divise, per la presenza scenica. Pierre si distingue per sottrazione, per un ordine quieto che non cerca di impressionare nessuno.
C’è in questo ritratto una simpatia evidente di Fenoglio per il personaggio, che emerge anche dal dettaglio fisico più inaspettato: I capelli di Pierre tendevano al rossiccio, tutti arricciati con quella minuta densità che Johnny aveva sempre malsopportato, ma che amò sul capo di Pierre. È un momento di rara tenerezza in un romanzo dominato dalla violenza e dalla tensione. Johnny — alter ego dell’autore — scopre che una caratteristica fisica che in chiunque altro lo infastidisce, sullo stesso Pierre diventa amabile. È la logica dell’affetto: trasforma i difetti in tratti caratteristici, li rende parte dell’identità della persona amata. In poche righe, senza nessuna dichiarazione esplicita, Fenoglio ha costruito un legame.
Le staffette e la stagione d’amore
Le staffette partigiane praticavano il libero amore, ma erano giovani donne, nella loro esatta stagione d’amore coincidente con una stagione di morte, amavano uomini doomed e l’amore fu molto spesso il penultimo gesto della loro destinata esistenza.
da «Il Partigiano Johnny» di Beppe Fenoglio
Il brano finale è probabilmente il più letterariamente alto dell’intera selezione, quello in cui la voce di Fenoglio si alza di registro fino a toccare qualcosa che assomiglia alla poesia. Le staffette partigiane praticavano il libero amore, ma erano giovani donne nella loro esatta stagione d’amore coincidente con una stagione di morte: amavano uomini doomed e l’amore fu molto spesso il penultimo gesto della loro destinata esistenza.
Quella congiunzione tra stagione d’amore e stagione di morte è una delle immagini più potenti di tutta la narrativa resistenziale italiana. Non c’è nessuna condanna morale nel “libero amore” — Fenoglio lo registra come un fatto, con la stessa neutralità con cui registra la pioggia o il freddo delle colline. Poi però aggiunge quella qualifica terribile: amavano uomini doomed. Uomini destinati. Uomini già segnati, anche se ancora vivi. E l’amore — l’atto più vivo che esiste — diventava in quel contesto il penultimo gesto, il gesto che precede di poco la fine.
La parola doomed qui è insostituibile, e Fenoglio lo sapeva. In italiano “condannati” o “destinati alla morte” porta con sé una connotazione giuridica o religiosa che appesantisce il concetto. Doomed ha invece qualcosa di cosmico, di mitologico — è la parola del fato anglosassone, dello wyrd delle saghe nordiche, di una forza che non si discute e non si evita. Quegli uomini partigiani erano doomed come lo sono gli eroi dell’epica, come lo è Ettore nelle mura di Troia sapendo già come finirà. E quelle donne che li amavano lo sapevano, e li amavano lo stesso.
La lingua come resistenza
Leggere questi brani uno accanto all’altro fa emergere qualcosa che forse non è immediatamente visibile nella lettura del romanzo intero: Fenoglio costruisce il suo stile come si costruisce una posizione difensiva. Ogni scelta linguistica — il latinismo arcaico, il calco dall’inglese, il verbo inglese inoculato nella frase italiana, l’aggettivo composito che non esisteva prima — è una scelta tattica. Serve a tenere la realtà a distanza giusta: abbastanza vicina da essere vista con chiarezza, abbastanza lontana da non essere travolta dall’emozione.
È una lezione di scrittura che va molto al di là del contesto storico in cui nasce. Fenoglio ci insegna che la lingua non è un mezzo trasparente attraverso cui passa la realtà: è essa stessa realtà, è essa stessa resistenza, è essa stessa scelta morale. Scegliere una parola invece di un’altra — doomed invece di “condannati”, dropped invece di “lasciò cadere” — è un atto che dice qualcosa su chi scrive e su come guarda il mondo.
Per questo il Partigiano Johnny è ancora vivo, ancora necessario, ancora capace di disturbare chi lo legge con attenzione. Non perché racconti la Resistenza, ma perché la pensa — in italiano, in inglese, nelle Langhe, nell’Inghilterra dei romanzi amati da ragazzo — con una libertà e una precisione che sono esattamente il contrario della retorica. E il contrario della retorica, in letteratura come in politica, si chiama verità.
Brani scelti

di Beppe Fenoglio
Nord aveva allora trent’anni scarsi, aveva cioè l’età in cui a un ragazzo appena sviluppato come Johnny la maturità trentenne appare fulgida e lontana ma splendidamente concreta come un picco alpestre. […] I prigionieri fascisti usavano riconoscerlo di primo acchito, al suo solo apparire lontano, anche prescindendo dall’individuale splendore della sua divisa.
He always wore the very uniform for the very chief. Al momento dell’introduzione di Johnny, vestiva una splendida, composita divisa di panno inglese, maglia e cuoio; ed altre divise, numerose, tutte formidabili ed eleganti, uniche per invenzione, taglio, composizione e generale apparire, pendevano alla parete del comando.
E qualcosa doveva essere accaduto a Settimo, perché urlò e dropped la sua arma e con ambo le mani si sollevò la gamba destra e al coperto del camion Tarzan stava prendendoselo a spalla e cautamente, con immensa fatica, lo ritirava oltre il fossato, lungo un rittano
[Piero Ghiacci (PIERRE)] Tenente di aeronautica, antagonista dei caccia inglesi su Malta e Napoli.
I suoi capelli tendevano al rossiccio, e tutti arricciati con quella minuta densità che Johnny aveva sempre malsopportato, ma che amò sul capo di Pierre.
Vestiva assolutamente clean and tidy, ma senza l’ombra di quello sfarzo vigile che distingueva gli altri capi badogliani
Le staffette partigiane praticavano il libero amore, ma erano giovani donne, nella loro esatta stagione d’amore coincidente con una stagione di morte, amavano uomini doomed e l’amore fu molto spesso il penultimo gesto della loro destinata esistenza.




