Il piacere di nascere donna – di Rory Previti

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Un’attenta analisi delle conquiste e dei
numerosi ostacoli che restano ancora da rimuovere sul cammino
dell’equiparazione tra generi può essere il 
modo giusto per valutare una ricorrenza, l’8 Marzo, che altrimenti
rischia di perdere il suo vero significato di celebrazione dei valori più
autentici della donna moderna. Senza sminuire, con ciò, il valore del genere
maschile la cui complementarietà al 
femminile dona un significato più profondo alla vita di entrambi che,
nella diversità, si armonizzano completandosi a vicenda.

La storia della donna s’intreccia con la
storia della sua discriminazione per quasi due millenni.  Con qualche eccezione per alcuni periodi
storici o per alcune civiltà, la donna ha vissuto in secondo piano, è stata
scarsamente considerata e quando è riuscita ad emergere si è vista tradita
dalla storiografia ufficiale, tramandata dagli uomini. In una società umana
imperniata sul genere maschile le legittime aspirazioni della donna, che sono
sempre esistite, sono state filtrate da padri, mariti, fratelli. E oggi?

 La donna oggi combatte ancora duramente per
realizzare il suo profondo bisogno di pensare, di partecipare, di decidere e
lavora alla costruzione di una società in cui la distinzione maschio-femmina
non sia più rilevante come in passato. Esiste, è vero, tra maschio e femmina
una diversa costituzione ormonale che modifica quello che Claude Bernard, il
più importante fisiologo dell’ ’800, chiamava 
le milieu intérieur,  il
flusso degli umori circolanti, che fanno dei due generi, pur nella differenza,
i due complementari aspetti di una stessa realtà umana.
Si è dibattuto a lungo sull’intelligenza maschile e quella
femminile, sull’emisfero destro del cervello, più emotivo e creativo, che sarebbe
predominante nelle donne, rispetto a quello sinistro, logico e razionale, che
nell’uomo prenderebbe il sopravvento.
Non è stato,
però, mai dimostrato il primato intellettivo di un sesso rispetto all’altro.
Dell’intelligenza
fanno parte le abilità mentali interpersonali, relazionali e sociali e ogni
componente sociale ha in sé una componente cognitiva. Al tradizionale
“comportamento intelligente “, che nella donna certo non fa difetto e che si
nutre di comprensione verbale, di capacità di ragionamento aritmetico e di
orientamento spaziale, vanno aggiunte le abilità interpersonali, la capacità di
ottenere l’attenzione degli altri e, in buona sostanza, la capacità di
fronteggiare le situazioni proposte, momento per momento, nella vita reale.
Il più importante
volano dell’emancipazione femminile degli ultimi secoli è stato sicuramente
l’accesso al sapere. In particolare il ‘900 ha visto moltissime donne accedere
ai diplomi superiori e all’università. 
Nel passato, a parte rare eccezioni, la donna era stata esclusa dal
sapere. E quindi stava nell’ombra. Ma  la
storia dà ragione a Darendhorf* quando dice che “ l’esclusione è economicamente dannosa, socialmente corrosiva e
politicamente esplosiva
“. Oggi le cose vanno meglio  per tutti col contributo della donna
nell’economia, nel sociale, in politica. Oggi viviamo nella società della
conoscenza o “ Learning society “. Come definire, altrimenti, infatti, una
società postmoderna, postindustriale in cui ogni giorno uomini e donne
incontrano il sapere? Accedere al sapere consente la realizzazione del sé, la
libertà, l’autonomia. Accedere a un sapere non fine a sé stesso, ma atto a
sviluppare la capacità di capire a fondo il significato dei fatti e dei
problemi, le innovazioni che attraversano tutti i settori, diventa patrimonio
di tutti, diventa valore.
 La
donna   che vive nella learning society
ha fiducia in se stessa, non può più tollerare che siano gli altri a fare le
scelte per lei. Non vuole tutela, ma libertà. Libertà di arrivare a delle
posizioni di successo grazie alle qualità personali e alle battaglie che sa
condurre. E  sempre più spesso ci
riesce.
 Ci  chiediamo allora che senso abbia l’8 Marzo. Si
celebra tutti gli anni. Ne vale  ancora
la pena?
L’aspetto commerciale non merita attenzione,
se non per prenderne le distanze.
No alle mimose in rachitici e costosi
mazzetti che il giorno dopo perdono colore e sporcano la casa! No alle
abominevoli feste con lap dance e spogliarelli maschili! Parità non è questo.
La parità si raggiunge guardando sempre più in alto, non certo mercificando   o svilendo la ricorrenza.
Sì, o meglio, forse, ai ristoratori che
lavorano un po’ di più a patto che non alzino i prezzi e non portino a tavola
alimenti adulterati o scaduti. Ma se la festa della donna serve a fare il punto
sulle attuali condizioni di vita dell’universo femminile, sulla strada fatta e
su quella ancora da fare, allora un senso ce l’ha ancora.
Dalle numerose tavole rotonde, dai dibattiti
televisivi, dai convegni, dagli speciali su riviste e quotidiani sono emerse
molte verità incontrovertibili.
Spesso manca il rispetto per la donna. Da
questo triste punto di partenza si può arrivare e purtroppo si arriva a volte
al femminicidio.
Per aiutare le donne bisogna sostenere le
famiglie.
Bisogna sostenere le donne che si occupano
ogni giorno di disabili gravi o di anziani non autosufficienti.
Bisogna sostenere la maternità e il diritto
alla procreazione, resa così difficile da mancanza di lavoro e di asili nido.
Nella “ Lettera a un bambino mai nato “,
Oriana Fallaci sostiene, a ragione, che “essere mamma non è un mestiere, non è
nemmeno un dovere, ma solo un diritto tra tanti diritti “.
La donna ha ancora molti diritti da
rivendicare e non ha ancora raggiunto la piena parità di diritti con l’altro
genere.
Ha sicuramente raggiunto parità di doveri.
Il doppio lavoro, dentro e fuori casa,
continua a penalizzare molte donne, che troppo spesso non scelgono liberamente
l’attività lavorativa che sognerebbero o che sia in linea con gli studi fatti,
ma ripiegano su insoddisfacenti part-time per potersi dedicare a famiglia e
figli.
 Ma la
famiglia non va avanti se non c’è condivisione di tutto, nel bene e nel male,
se non c’è complicità, se non c’è pietas
reciproca.
La 
capacità  della donna di
conciliare molti ruoli, il suo amore per il proprio paese e  per la famiglia, i suoi elevati valori
emergono da un’indagine condotta dall’istituto di ricerca del Prof
Piepoli .  Dalle stessa indagine è emerso
anche che alle donne  preme sì che ci siano più donne in politica,
ma ciò che conta è, soprattutto, che ci sia più politica a favore delle donne e
della famiglia.
A noi donne preme raggiungere  i traguardi desiderati o consolidare le
nostre posizioni, se li abbiamo già raggiunti, ma ciò che più ci preme affermare
è la distinzione e la distanza dal femminismo sguaiato che tanti danni ha
prodotto all’immagine e all’identità della donna italiana.  
E l’ 8 Marzo dobbiamo ammettere che la donna  è grande.
Perché la donna
è grande? Cos’è che rende grande una donna?
Quanta fatica e quanto orgoglio occorrono ad ogni donna per diventare
grande e per mantenersi tale?
E’ grande solo la donna manager, la professionista di successo, la
dirigente? O lo è pure la donna anonima, ma non meno importante per la società
tutta, che lavora sedici ore al giorno per amore della sua famiglia?
Una donna, ogni donna, è grande nell’amore che profonde generosamente, a
piene mani, in tutto quello che fa. E’ grande perché segue con amore  i suoi cari, è grande perché lavora con
amore, da impiegata o da dirigente, da operaia o da manager.
 Il segreto della sua grandezza è
proprio questo: qualunque cosa faccia, una donna, ci mette sempre il massimo
impegno e, soprattutto, ci mette sempre il cuore. A partire dalla capacità di accoglienza,
di attenzione e di ascolto che manifesta in famiglia e nelle relazioni sociali
e lavorative. La donna ha grandi capacità organizzative, una forte
autocoscienza, molta intraprendenza ed è abile nel tenere insieme una grande
rete di relazioni.
E di donne
grandi, dai meriti riconosciuti, la storia ce ne consegna tante. Premi Nobel
per la pace, per la letteratura, per la scienza. Pochissime donne scienziate
hanno avuto il premio Nobel e, quasi mai, in tempo “attivo”, ma, magari, a
tanti anni di distanza dal momento in cui avevano reso noti i risultati delle
loro ricerche.
Il fatto che,
comunque, il Nobel sia stato conferito, sottolinea il grande ingegno della
donna anche in campo scientifico e contribuisce a smantellare il pregiudizio di
genere che sulla sua intelligenza e sulla sua sconfinata operosità ancora, pur
se in toni più lievi che in passato, continua a gravare.
 Troppo poche rispetto agli uomini
anche le donne che hanno conseguito il Nobel per la letteratura o quello per la
pace ma il progresso non si può fermare e l’enpowerment  femminile  continua a crescere sensibilmente di anno in
anno.
Una donna è in grado di realizzarsi in pieno in famiglia e nel lavoro con
il sostegno di adeguati servizi che ha il diritto di pretendere. Senza essere
costretta a fare dolorose rinunce vincerà le sfide del futuro, un futuro nel
segno della globalizzazione.
Principi,
pratiche, iniziative, infatti, varcano oggi i confini delle nazioni, superano
la territorialità, riguardano tutti. E’ un processo a cui non ci si può
sottrarre, un processo che arreca benefici all’umanità ma presenta anche dei
limiti. La donna ne è coinvolta, nel bene e nel male. Il primo e più evidente
limite è la mancanza, per i singoli individui, della possibilità di esercitare un
controllo su un sistema che, comunque, si afferma. Il pregio più importante è
la libertà di diffusione dell’informazione e della comunicazione da un
qualunque punto del pianeta a tutti gli altri.
Durante la
Conferenza Internazionale sulla Globalizzazione e la cittadinanza, Antony
Giddens, nel 1996,  già affermava che:
“Ci sono pochi
termini usati così frequentemente e concettualizzati  così poveramente come quello di
globalizzazione”, mentre Clare Short, nel New Internationalist, nel 1997, sulla
globalizzazione  già affermava che:
“Parlare di
fermarla è come provare a fermare la rivoluzione industriale e conservare il
feudalesimo. La storia si va muovendo. L’economia del mondo si sta
riorganizzando. Questo è un fatto della storia. Ma la domanda di come è
governato e controllato e come i frutti sono distribuiti è completamente aperta
all’intervento umano”.
Le donne sentono
fortemente una responsabilità “globale” nei confronti del resto dell’umanità,
una responsabilità che comporta la capacità di rispondere ai bisogni di chi
vive nel mondo contemporaneo, senza intralciare la risposta ai bisogni di chi
vivrà nel futuro, senza condizionarne la libertà di scelta, senza distruggere
la loro possibilità di vita. Questa responsabilità che la donna d’oggi vuole
assumersi può attuarsi solo attraverso un processo di apprendimento costante.
Le donne sono in
grado di mettere a fuoco gli abbinamenti tra i problemi e le idee.
Acquisendo nuove
abilità tecnologiche e di linguaggio, comunicando con gli altri le donne sanno
essere individui produttivi, “globalmente” colti, consapevoli delle minacce
ecologiche per la terra, di quelle economico-politiche e delle relative
interconnessioni sociali.
Il lavoro che  in ogni luogo del pianeta  la donna svolge in campo educativo come nel
sociale e  nei servizi, promuove la pace nella
propria comunità, la giustizia  e una
migliore qualità della vita per se stessa e per gli altri e, in questa
prospettiva, deve essere incoraggiato ed incentivato.
La
globalizzazione sta provocando la trasformazione del mondo del lavoro. Sempre
più donne lavorano, ma non è cresciuta significativamente la loro capacità di
guadagno. Per garantirsi posto e ruolo nella nuova comunità economica globale è
molto importante che, tra tutte loro, ci sia collegamento, cooperazione e
consenso, perché mai, come oggi, proprio perché protagoniste del processo di
globalizzazione, gli antagonismi e le rivalità furono nocive. Se la donna vuole
rappresentare il futuro dell’umanità migliorando quello del proprio genere,
deve imparare ad apprezzare anche le altre donne superando i pregiudizi di
genere che troppo spesso, ancora, continua a nutrire.
  E nel lottare per ottenere  ciò che le spetta deve tenere ben presente la
lezione  che Simone Weil   ha
rivolto a tutte le donne quando ha affermato che:
“ Esiste un
cattivo modo di avere dei diritti e un cattivo modo di credere di non averne “
  
*Ralph
durendhorf- “Quadrare il cerchio: benessere economico, coesione sociale e
libertà politica “ 1995-2009 ed. laterza

                       
Donne premi Nobel  
 dal sito ufficiale www.nobelprize.org
ECONOMIA: 2009 Elinor Ostrom

Un pensiero riguardo “Il piacere di nascere donna – di Rory Previti

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    24 Febbraio 2014 in 18:08
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