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LA VIOLENZA NEL MEDIOEVO

Al di là delle competizioni militari, molto frequenti in questo periodo, sollecitate dall’esigenza della difesa dei propri beni o dalla volontà di conquista, la VIOLENZA conferiva una generale caratteristica di aggressività ai rapporti tra le persone nel Medioevo. In particolare, il problema della violenza è stato ricondotto e identificato principalmente a quello dello sfruttamento. Il rapporto di subordinazione del SERVUS rispetto al SENIOR era simile a quello tra il dominus e lo schiavo. Il senior imponeva la propria autorità basandosi sulla forte dipendenza economica dei servi e sul loro bisogno di protezione.

Inoltre, già dal secolo VII d.C., precisamente dal 643, con l’Editto di Rotari, si denota la presenza della violenza anche negli aspetti giuridici della Società medioevale. Le leggi espresse nell’Editto sono nate dalla fusione tra la legislazione Romana (più avanzata, progredita) e le leggi consuetudinarie Longobarde.

L’editto di Rotari poteva essere considerato una parziale sostituzione della “Legge del Taglione”, poiché prevedeva la possibiltà di un risarcimento in denaro alla famiglia del danneggiato, per evitare la faida, la vendetta personale (che peraltro sussisteva ancora).

Seppure l’Editto di Rotari rappresenti un passo avanti nel sistema legislativo, non esisteva però ancora una vera e propria parità di diritti: infatti, per quanto riguarda il risarcimento, questo variava a seconda della condizione sociale dell’offeso: Esempio: Art.48 Dell’occhio levato: “Se qualcuno strappa un occhio a un altro, si calcoli il valore (della vittima) come se fosse stata uccisa. Chi ha strappato l’occhio paghi la metà di questo valore.”

Il corpo più massiccio delle disposizioni è costituito da quelle criminali e le norme si riferiscono in gran parte a violenze nei riguardi dei servi; nei primi secoli del Medioevo infatti, la pratica della violenza non è ancora prerogativa di un ceto nobiliare, ma bensì pratica di tutti verso tutti, in primo luogo dall’alto verso il basso: è la violenza degli uomini liberi sui servi.

Ma soprattutto dal secolo X in poi, all'”aristocratizzazione società” conseguì un’ “aristocratizzazione della violenza”; le leggi stesse si appuntano soprattutto sull’oppressione dei liberi da parte dei potenti, quel ceto nobiliare che anche in Italia ormai si andava costituendo come classe di governo. I potenti erano guerrieri professionisti, che la Chiesa classificherà come ordo pugnatorum (e quindi, come ceto vero e proprio) e ammonirà a non cozzare tra di loro, sa a non usare violenza agli inermi. Ma questa stessa violenza è il riflesso di una realtà negativa: i nobili amavano la guerra e il sangue e non si fermavano di fronte alle sofferenze più crude. “Quando non mancava molto tempo, ormai, alla fine del dominio Longobardo in Italia, Ariberto , conquistato il trono, fece cavare gli occhi ad un figlio del suo concorrente; tagliò naso e orecchie alla moglie e alla figlia. “Questo è nulla di fronte alle più gravi azioni di violenza che i dotti del Medioevo ci raccontano inorriditi; sono avvenimenti usuali, che segnano il trascorrere del tempo e che scandiscono sinistramente le pagine dei cronisti. Le vicende dei Longobardi sono marcate spesso dalle azioni di un’umanità rozza e primitiva, oscillanti tra il valore militare e la ferocia, sullo sfondo di passioni, aneliti brucianti di potere, volontà di vendetta, odi e invidie cocenti