Intervista a Patrizio Fariselli

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di Ida Maffei

PROGRAMMAZIONE DEL PERCORSO DIDATTICO

Compresenza di italiano e linguaggi non verbali e multimediali

Ricerca e sperimentazione nei linguaggi del gruppo musicale degli Area

MUSICA E VITA: ABOLIRE LE DIFFERENZE

Studenti di liceo intervistano il musicista Patrizio Fariselli degli Area 

IL SUONO HA UN POTERE IMMENSO:

ABOLIRE LE DIFFERENZE TRA MUSICA E VITA

La classe 2M intervista Patrizio Fariselli degli Area

“Fu la musica il motore di quanto sto per raccontare, ovvero dell’irriducibile desiderio di alcuni ragazzi di praticare la propria arte senza compromessi. Lo show business avrebbe voluto che suonassimo in chiave di denaro, senz’altro scopo se non quello di compiacere il maggior numero di persone e vendere il più possibile. La sinistra ortodossa premeva per l’arte al servizio delle masse e tendeva a liquidare la complessità formale come ‘cervellotica antipopolare’. Noi eravamo determinati a seguire la nostra ispirazione e a fare i conti con il nostro talento. In un’ epoca in cui tutti vogliono qualcosa da te, questo atteggiamento è già di per sè rivoluzionario.” (Patrizio Fariselli)

La nostra classe ha seguito un percorso didattico, nella materia di compresenza italiano-linguaggi non verbali e multimediali, sulle potenzialità espressive di suono e parola nelle composizioni musicali, in particolare nell’elaborazione del gruppo musicale degli Area, che, negli anni ’70, ha segnato il passo nella sperimentazione e nell’esplorazione dell’incommensurabile potenza espressiva del suono nell’intreccio con tipologie differenti di linguaggi. Inizialmente, abbiamo svolto una veloce analisi di alcuni tra i più importanti cantautori italiani, analizzando le diverse parti di una canzone, poi ci siamo soffermati su un gruppo italiano di culto degli anni ‘70, tra i più importanti della storia, per la particolarità della loro musica e per i temi di stampo politico affrontati nei loro brani: gli Area. Il precorso si è concluso con un evento, svoltosi nella nostra aula scolastica, lunedì 22 marzo 2010: l’intervista al grande musicista Patrizio Fariselli, uno dei componenti del gruppo. Gli Area sono stati, negli anni ‘70, il simbolo dell’avanguardia musicale e, attraverso i testi delle loro canzoni, dell’impegno politico. Dal punto di vista musicale, i loro brani si sono sempre distinti da quelli degli altri gruppi, anche grazie alla particolarissima voce del cantante Demetrio Stratos; dal punto di vista politico, invece, i temi affrontati nei loro pezzi erano vicini alle ideologie della sinistra extraparlamentare dell’epoca. Lo stile del gruppo fu caratterizzato dalla fusione di svariati generi musicali: dal pop al free- jazz e alla sperimentazione elettronica e contemporanea, fino ad arrivare al folk mediorientale.

È proprio al mondo della musica free – jazz e alla sperimentazione elettronica che apparteneva Patrizio Fariselli, tastierista del gruppo. Ha sempre prestato grande interesse per gli Area, che lui stesso nell’intervista ha definito come un miracolo, come la sua scuola di vita, ma il suo impegno e la sua determinazione lo hanno portato anche a seguire altre attività molto importanti, da una premiata colonna sonora per film a realizzazioni in televisione, come le musiche del programma televisivo per bambini “L’albero azzurro”. In tutte queste attività, ma soprattutto nel notevolissimo Patrizio Fariselli Project, la musica è stata l’assoluta protagonista, il centro di ogni suo interesse. Dal punto di vista didattico, è stata veramente una bella esperienza, perché abbiamo avuto la possibilità di cimentarci in un nuovo lavoro, ma ancor più dal punto di vista umano, perché abbiamo avuto il piacere di conoscere e di chiacchierare con un grande artista. L’aspetto che più ci ha colpito è il fatto che, nonostante Fariselli sia un musicista di grande rilevanza storica (conosciuto soprattutto all’estero) è un uomo estremamente semplice: ha scherzato con noi, ci ha ascoltato ( rendendo così il clima molto amichevole) ma, soprattutto, ha messo da parte la sua “grandezza artistica” per essere prima di tutto un uomo dal quale noi potessimo imparare ad apprezzare tutte le varie sfaccettature della musica; per esempio, ci ha fatto notare come il suono abbia una grande rilevanza all’interno della canzone, della quale noi tendiamo ad ascoltare principalmente le parole e ad apprezzarla se, nel suo complesso, è orecchiabile, ha una bella melodia ed è facile da ricordare, anche se è proprio il suono che, in realtà, caratterizza la canzone, perché il testo, senza musica, sarebbe “solo” una poesia.

E, come ha detto Fariselli, “la canzone è un truccaggio per il quale si veicola un’emozione attraverso il suono”.

 

L’intervista

L’intervista è stata elaborata dagli studenti della 2M e particolarmente interessante è stato l’approccio tra Fariselli ed i ragazzi. Inizialmente, nella classe sembrava esserci un po’ di tensione (forse solo perché era la prima volta), ma il ghiaccio è stato subito rotto da un’introduzione molto interessante riguardante le importanti sperimentazioni elettroniche effettuate dagli Area. Fariselli comincia con l’illustrare l’importanza dell’influenza di John Cage per il gruppo, descrivendo come le conversazioni “Per gli uccelli” abbiano ispirato la sperimentazione, in occasione del concerto tenuto all’interno dell’Università statale di Milano, registrato in Event‘76. Il tema principale era l’improvvisazione collettiva, la creazione di una musica organica, l’innovativa idea di introdurre il caso nella musica. Ci fu quella sera una grande partecipazione del pubblico, che si trovò ad assistere ad una creazione di suoni, ispirati da una serie di input e bigliettini, la cui funzione era di sperimentare suonando senza ascoltarsi.

Mentre Fariselli parlava, la tensione all’interno dell’aula ha lasciato posto ad una grande curiosità e apertura comunicativa, che ha permesso approfondimenti sulle domande. In conclusione dell’intervista, sul pianoforte scordato presente in classe, Fariselli ha eseguito, su richiesta dei ragazzi, Il bandito del deserto, il brano di apertura dell’album del 1978 Gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano, lasciando un clima di curiosità per quella che è, ma soprattutto per quella che è stata, la musica concepita da una generazione passata. L’iniziativa sembra aver segnato in modo particolare i ragazzi che hanno partecipato, dando la possibilità di una riflessione maggiore sulla musica di oggi e accendendo, in qualche modo, il desiderio di rivivere e comprendere i modelli musicali del passato, non unicamente mirati al commercio e alla produzione, ma frutto di una grande ed interminabile passione.

 

Introduzione di Patrizio Fariselli.

Prima di iniziare l’intervista, Fariselli espone alla classe le premesse concettuali alla base della sua attitudine musicale: “La mia generazione è quella elettronica. Le prime sperimentazioni di suoni elettronici sono iniziate negli anni ‘50 con nastri oscillatori e studi di fonologia. Con le tastiere che generavano suoni elettronici è nata la possibilità di gestire l’inaudito; trascorrevamo molto tempo a sperimentare nuovi suoni ed effetti elettronici nei nostri studi. Nel ‘76, a New York, il mio amico Cage fece un esperimento con un gruppo musicale jazz di Chicago basato sull’improvvisazione collettiva: ogni musicista doveva suonare senza pensare e senza creare un legame tra gli altri musicisti. Ma l’esperimento con il gruppo non andò tanto bene. Anche gli Area hanno provato l’esperimento di Cage, facendo un concerto senza seguire nessuno spartito, soltanto degli input casuali scritti sulla carta. Il pubblico si indispettì inizialmente, ma poi accolse il messaggio e, ad un certo punto, si iniziò a sentire il tintinnio delle chiavi, innescando la partecipazione al concerto.”

1. Signor Fariselli, lei ha fondato il gruppo degli Area negli anni ’70, potrebbe raccontarci la sua esperienza sia dal punto di vista musicale, sia storico culturale e la motivazione della scelta del nome? 

Area è un piccolo miracolo, dove diverse tipologie musicali si fondono per dar vita ad un unico cuore con gli stessi ideali socio-politici che, infatti, ci accomunavano, specialmente in quel particolare periodo storico che erano gli anni ’70. In realtà, il gruppo non si formò subito come entità unita e compatta; ci volle più di un anno per la formazione completa del gruppo, che fu determinata da un importante e fondamentale lavoro di intesa comune. Quando il complesso musicale cominciò ad essere concepito come rifugio libero, un luogo di raccolta e libertà musicale, in quel momento nacque il gruppo degli Area. La base era la denuncia dei propri schieramenti politici, contro la musica commerciale e contro il modello americano; a fomentare maggiormente i nostri ideali è stato sicuramente il clima di protesta che si stava sviluppando in quegli anni. C’era, in particolare, un concetto che tutti all’interno del gruppo portavamo avanti: abolire le differenze tra musica e vita.

Dal punto di vista compositivo, prima venivano scritti la musica e i suoni, in un secondo momento il testo, che veniva considerato non superiore alle parti strumentali.

Il nome Area è stato tratto dal sottotitolo di una raccolta di poesie di Ginsberg: “il messaggio è allargate l’Area della coscienza”, dove area veniva inteso come spazio libero, proprio quello che rappresentava il nostro gruppo.

2. Quali sono le influenze musicali e culturali alla base dell’ispirazione degli Area?

Ogni componente del gruppo aveva avuto i propri maestri, ma ci accumunavano il jazz e l’improvvisazione. Il nostro gruppo è stato influenzato anche dalla musica balcanica che si basava sulla particolarità del ritmo, ad esempio, la canzone Luglio, Agosto, Settembre Nero fu una sfida per l’inserimento del ritmo orientale. Importante figura è stato Frank Zappa, un grandissimo chitarrista che incontrammo per la prima volta a Bologna, in uno dei suoi concerti ,divenendo poi per noi fonte di istruzione e grande disciplina.

3. Dopo la morte del cantante Demetrio Stratos gli Area si sono ufficialmente sciolti o avete avuto ancora il desiderio di suonare? 

Fu una beffa inaudita. Demetrio Stratos morì nel 1979, era già da sei mesi fuori dal gruppo perché ricoverato in una clinica in America: noi degli Area, insieme ad un vasto panorama musicale italiano, organizzammo un concerto di solidarietà all’arena di Milano per pagargli le cure mediche, ma sfortunatamente morì due giorni prima e, così, suonammo in suo omaggio. Nonostante il nostro pessimo stato d’animo, lo facemmo per abbracciare simbolicamente e condividere il dolore insieme alla sua famiglia e a tutti i fans; è stato un giorno davvero toccante, è stato difficile suonare, ma è stato giusto farlo. Fu una perdita molto significativa.

Gli Area erano verso la fine del loro percorso già prima che Demetrio morisse. Ogni membro stava prendendo una propria strada: io, ad esempio, mi ero interessato alla composizione di musica per il cinema. Dopo esserci distaccati, abbiamo avuto di nuovo occasione di rincontrarci per suonare assieme e, talvolta, ancora lo facciamo.

4. Oggi i giovani (e non solo) sono poco informati sugli Area. Crede che sia dovuto allo stile musicale,  piuttosto particolare e ricercato degli Area oppure ad aspetti generazionali e storici? 

Beh, sicuramente il nostro era ed è un genere che se non te lo vai proprio a cercare meticolosamente, non ti può piovere addosso, in quanto comprende sperimentazioni particolari, difficilmente apprezzabili da un vasto pubblico. Non penso c’entri un aspetto generazionale, in quanto riscontro io stesso, durante le nostre esibizioni, un generale rinfoltimento di un pubblico giovane. Riguardo ad un aspetto storico, gli argomenti dei  nostri vecchi testi rimangono tutt’ora attuali

5. Gli Area, rispetto ad altri gruppi musicali, utilizzano la voce in modo molto sperimentale; può descriverci lo stile vocale di Demetrio Stratos e le motivazioni alla base delle vostre sperimentazioni? 

La  carriera e la vita di Stratos furono esemplari, segnate da continue svolte, proprio come i grandi maestri. Era un cantante rock di successo, con il gruppo I ribelli, del clan Celentano; quando conobbi era in un periodo di crisi. Il grosso problema  che si presentò con Demetrio fu quello di inserire la voce nei pezzi del gruppo; il suo desiderio causò discussioni interne, quasi al punto di escluderlo, perché gli Area erano un gruppo solo strumentale. Stratos, però, migliorò, fece un salto di qualità, iniziando ad usare la sua voce come uno strumento, così riuscì, pian piano, a portarci anche dalla sua parte, nell’idea di inserire, a volte, la voce all’interno di alcuni brani. Demetrio Stratos aveva un dono particolare per quanto riguarda la voce, ma le sue sperimentazioni così particolari furono il risultato soprattutto della sua grande curiosità verso tecniche sempre diverse; una continua ricerca e crescita lo portarono verso gli orizzonti delle tecniche vocali orientali, provenienti dall’India e dalla Mongolia (che caratterizzano  in modo significativo la sua impostazione vocale). La motivazione è una sola: sconvolgere le regole della canzone italiana, sopprimendo in qualche modo il significato più concreto e superficiale della parola e facendo emergere la musica sul testo. La voce, infatti, non è altro che uno degli altri strumenti, al pari con essi.

6. Quale è stata l’evoluzione musicale ed umana del gruppo dopo la morte di Stratos, una persona tanto significativa per la caratterizzazione del gruppo?

Il gruppo durò poco perché aveva esaurito il suo percorso: ognuno di noi aveva interessi diversi perciò ci interessammo a esperienze individuali; l’ultima composizione degli Area fu Chernobyl 7991, pubblicato nel 1997. Tra il 1979 e il 1982, gli Area hanno avuto una disgregazione; tra il 1993 e il 1997, ci fu una riunificazione, improntata al jazz, in cui svolgemmo un lavoro diverso da quello iniziale. Durante i concerti, nella prima parte eseguivamo atti solistici, poi duetti e trii, rare volte partecipavano anche ospiti: nella seconda parte, invece, suonavamo in gruppo brani vecchi, non certo come li proponevamo in origine, ma variati con la maturità che abbiamo acquisito negli anni, poiché non riteniamo giusto replicare l’ombra di se stessi di quando si aveva vent’anni. Ora siamo rimasti in tre, insieme a Tofani e Tavolazzi, ci incontriamo ancora per suonare, ma sono incontri che hanno il puro scopo del piacere della musica, ci divertiamo e, in qualche modo, riviviamo i tempi passati.

7. Lei ha dichiarato che il Patrizio Fariselli Project è stata una delle esperienze più significative della sua vita. Potrebbe raccontarcela e spiegarcela?

In effetti, è stata una delle esperienze più importanti della mia vita, sia dal punto di vista musicale, sia umano, in quanto frutto delle numerose esperienze che avevo avuto in precedenza; è stato come vedere venir fuori tutto ciò che avevo imparato in un solo progetto, tutto in una volta.. E’ stato un lavoro di grande responsabilità, poiché organizzavo tutti gli aspetti dell’ensamble. Io amo riprodurre suoni della quotidianità e con questi musicisti ci sono riuscito; fondamentale è la mancanza della parola: essa fagocita il suono. Il suono dei nostri strumenti fa, quindi, da protagonista, con l’assoluta mancanza di un testo.

8. Inoltre, lei ha dato vita anche ad un Jazz Trio; ci può descrivere tale esperienza?

Anche questa è stata un’esperienza significativa per me, in quanto mi piace maneggiare materia sonora differente; da un sound prettamente elettro-acustico fino al jazz, con temi vari che vengono, poi, sviluppati attraverso gli assoli. L’obbiettivo era quello di creare delle suggestioni sonore.. Abbiamo anche sperimentato un interplay, ovvero ogni strumento aveva i suoi spartiti e noi suonavano indipendentemente con la batteria, il contrabbasso e il pianoforte, cosi che tutti suonavamo insieme e nessuno era solista. Erano molto interessanti gli assoli di tutti e tre gli strumenti che si alternavano in modo equilibrato, evocando un effetto sonoro molto forte e particolare; ti trovavi improvvisamente inserito in questo flusso musicale, flusso ritmico, sonoro e strumentale…

9. Può descriverci, dal punto di vista politico e sociale, come avete inteso l’impegno degli Area?

Sin da subito, abbiamo deciso di palesare il nostro schieramento politico e sociale e di farne oggetto delle nostre canzoni e delle nostre musiche. Questo tipo di esplicitazione segna chiaramente il percorso di un artista, esponendolo più facilmente alla continua critica; noi, comunque, non aderimmo mai ai termini banali dei singoli partiti, ma parlavamo delle nostre scelte, degli stili di vita del gruppo .

10. Le vostre posizioni hanno suscitato critiche, non solo nell’ambito di ideologie a voi contrastanti, ma anche da parte della frange più estreme della sinistra “proletaria”, che vi ha accusato di utilizzare messaggi politici per rincorrere il successo. Ci può esprimere il suo punto di vista a riguardo?

Devo correggerti: non è la sinistra proletaria ad essersi posta contro di noi, ma una piccola frangia di agitatori,di provocatori, che aveva come motto “la musica è nostra, riprendiamocela”. Gli Area non hanno mai portato avanti alcun tipo di slogan perché crediamo che ognuno abbia il diritto di pensare con la propria testa e assumere autonomamente le proprie posizioni; è proprio per questo che il 90% della nostra musica invita tutti a pensare con la propria testa, senza curarsi del pensiero comune della società, senza farsi soggiogare da chi ha un elevata coltura e lasciare che il potere condizioni le menti. 

11. Ci può descrivere come ha conciliato, se è riuscito a farlo, la sua vita da musicista con la famiglia e gli affetti personali?

Essere un musicista vuol dire essere disposti a continui spostamenti e viaggi. Mia moglie si è adattata e anche mia figlia, che oggi ha 28 anni. Tanti ragazzi musicisti hanno il problema di mettere su famiglia, anche dal punto di vista economico perché ci sono poche certezze.

12. Rispetto al suo vissuto politico e musicale, come vede noi giovani per quanto riguarda il nostro rapporto con la società e con la musica?

Ora come ora, la musica mira alla vendita, al commercio e voi giovani siete i primi alimentatori di questo meccanismo. Il mondo in cui viviamo è prefabbricato ed, insieme ad esso, anche la musica; c’è come una reazione etnica prefabbricata che cerca di incanalare reazioni emotive, una sorta di condizionamento delle menti. La canzone è un trucco con il quale il suono e la parola stimolano delle zone del cervello e, attraverso la corteccia uditiva, arrivano poi alla mente, veicolando l’emozione. Purtroppo, pian piano, è come se si stesse andando perdendo la coscienza di quello che è il mondo reale, accettando e credendo solo ai prodotti offerti da una società prestampata e scontata…così, la musica viene ridotta ad una rete prefabbricata nella quale si stimolano, in voi giovani, solo reazioni emotive precise; non c’è più quella libertà che vedeva i giovani dei miei tempi vivere la musica come simbolo di libertà e di valori da portare avanti, anche se, come voi stessi mi riferite, la musica  resta sempre come elemento di fondamentale importanza nella vostra vita.

13. C’è una canzone da lei composta a cui è rimasto particolarmente legato?

A questa domanda rispondo come farebbe Merola: “e figli so’ piezz’ e’ core”. Sono affezionato a tutte le mie composizioni.

14. C’è un episodio negativo o positivo che le è rimasto particolarmente impresso durante la lunga esperienza con gli Area?

Ricordo un episodio piuttosto negativo, che, però, non ci demoralizzò, anzi ci diede più forza di andare avanti: nel 1973, eravamo andati a Londra a presentare il nostro album Arbeit Macht Frei alla casa discografica Virgin e aspettavamo, in un hotel, il produttore. Quando arrivò e gli dicemmo che volevamo far uscire il disco anche a Londra, lui disse: “Why?”

Ci guardammo tutti in faccia: “Perché volevamo? Qual era il motivo? “

Uscimmo tutti dall’hotel senza nessuna risposta!

Per consolazione, andammo al bar di fianco a giocare a biliardino contro due ragazzini giapponesi che erano lì, perdemmo anche quella partita, anche se la sfida fu appassionante…fu una giornata particolarmente sfortunata per noi, ma, come già detto, cercammo di non demoralizzarci troppo e tornammo in Italia senza contratto discografico, ma ugualmente con la voglia di continuare a suonare.

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