Ladri di biciclette

 

dalla Tesina L’impegno degli intellettuali nel ‘900

Esame di Stato di Pellegata Maria Beatrice Esame di Maturità 2002

Cinema: “LADRI DI BICICLETTE”(1948)

Introduzione

  • Nell’autunno del 1958, esattamente dieci anni dopo l’uscita in Italia di “Ladri di biciclette”, la “Confrontation des meilleurs films de tous les temps”, indetta dalla Cinémathèque de Belgique per l’Esposizione Universale di Bruxelles stila una lista dei primi dodici capolavori. La febbre dell’oro” di Chaplin e “Ladri di biciclette” di De Sica sono al secondo posto a pari merito con 85 voti. Per sensibilità e umanità De Sica è senza dubbio accostabile al grande modello (Chaplin); come attore De Sica non recita nei suoi capolavori neorealisti e come regista si avvale di interpreti non professionisti, “presi dalla strada” si diceva allora. Invece Chaplin comunica sempre attraverso Charlot. Ora un operaio della Breda romana, quale Lamberto Maggiorani non avrebbe potuto competere con Charlot. Ma anche “Ladri di b’ciclette” non sarebbe stato lo stesso se lo avesse interpretato Cary Grant che gli americani offrivano ma che De Sica rifiuta deciso a realizzare da solo il suo film.

  • Mentre la risonanza all’estero sarà enorme, il pubblico italiano è assente. Tutti gli sforzi della critica si infrangono contro il muro dei mercato: in quel dannato 1948, anno di elezioni sfortunate, il neorealismo più avanzato è sconfitto e, tra i crescenti ostacoli dei suoi potenti nemici, inizia la parabola discendente. Il ricordo del periodo può servire ad entrare meglio nello spirito dei film, strettamente legato al suo tempo, e che insieme lo trascende per l’universalità del suo nucleo poetico.

L’intreccio

  • Il film si apre con la presentazione del protagonista, Antonio Ricci, che vive con la sua famiglia a Roma, in attesa di un posto di lavoro che gli consenta una vita migliore. Il rapporto pa&e-figlio, su cui si incentra la vicenda, dopo l’incisivo disegno iniziale della madre, perde ogni astrazione sentimentale e si fa sempre più duro e amaro, anche perché calato nella Roma del dopoguerra e nella sua precarietà sociale. In una città dove per andare al lavoro, ma anche allo stadio la domenica, si adopera la bicicletta, non averla può voler dire disoccupazione, ma esserne privati appena ottenuto il posto conduce alla tragedia. Il racconto in pratica accomuna la vittima al ladro: per entrambi infatti, la bicicletta , da mezzo di trasporto, diventa simbolo di sopravvivenza.

  • Dall’ufficio periferico di collocamento al monte di pietà, dall’appartamento della Santona (la moglie ci va per ringraziamento, il marito ci tornerà per disperazione) al centro municipale da cui Antonio esce felice con la divisa e gli strumenti dell’attacchino: questo è il breve prologo della speranza dove la vita sembra addirittura rosea. Ma, mentre attacca il suo primo manifesto (Rita Hayworth in “Gilda”), il poveretto è derubato della sua bicicletta recuperata impegnando le lenzuola di casa. E da qui comincia il calvario: una consequenzialità inesorabile trasforma l’incidente in un dramma. Sfumato l’inseguimento del ladro si entra al commissariato troppo intento a spedire agenti al comizio mentre il furto di una bicicletta è meno di niente. Poi la cellula di partito con attiguo teatrino di varietà, il mercato delle pulci di Piazza Vittorio dove telai e ruote, campanelli e pompe abbondano, ma il corpo del reato è introvabile. E ancora Porta Portese con i seminaristi stranieri che si n’parano dalla pioggia, la messa-mensa dei poveri, la trattoria, la casa di tolleranza, la “Santona” rivisitata (“o la trovi subito, o non la trovi più”), l’incontro con la madre del ladro e la crisi epilettica del giovane. Un’intera domenica di angosciosa e vana ricerca, che è insieme esplorazione di una metropoli ed esplorazione dell’animo dell’uomo, delle sue delusioni, del suo doloroso litigio con il figlioletto Brano, che in tutti i modi cerca di assisterlo. Finché, al colmo dello sconforto, Antonio si accinge a sua volta al gesto per il quale è negato: rubare una bicicletta a uno come lui, che nel lavoro non può fame a meno. Immediatamente preso, umiliato, picchiato ma soprattutto visto dal bambino, la sua umiliazione è totale. Sarà il piccolo, con il suo pianto irrefrenabile a salvarlo dalla denuncia. E mentre prima si era allontanato offeso quando il padre l’aveva ingiustamente schiaffeggiato, adesso lo conforta dandogli la mano. Se la città è il motivo unificante del film, questo ometto di dieci anni, coprotagonista, ne è la forza emotiva.

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