La ginestra di Leopardi


di Fabrizia Di Pietro

G. LEOPARDI LA GINESTRA”(O IL FIORE DEL DESERTO”)

La Ginestra”, scritta presso Torre del Greco nel 1836 e pubblicata da Ranieri nell’edizione dei Canti del 1845, può essere considerata il testamento spirituale di Leopardi. Il poeta, infatti, fonda una nuova idea del progresso proprio sul pessimismo: gli uomini, accomunati dall’infelicità e dalla loro misera condizione, possono coalizzarsi contro la Natura interrompendo lotte e guerre civili. Per la stesura di questo componimento Leopardi probabilmente si era ispirato al poeta spagnolo N. Alvàrez de Cienfuegos, autore della poesia Rosa del desierto ma il tema della rovina era tipico della poesia del ‘700 che intendeva mettere in crisi la fiducia nel progresso. Oggetto di critica per Leopardi sono lo spiritualismo, perché offre per il male degli uomini la falsa consolazione nella fiducia nell’aldilà, e qualsiasi altra pretesa verità che esalti il progresso umano. La filosofia moderna, invece, ha reso evidente che con il progresso si è rivelato l’inganno di quanto si è conosciuto precedentemente. Solo gli antichi erano davvero felici in quanto erano vissuti anteriormente a quelle scoperte di cui l’uomo attuale conosce solo la falsità.
 

I STROFA (vv. 1-51): il Canto si apre con la visione del paesaggio lavico sul quale la ginestra fiorisce. Leopardi ricorda le antiche città ricche di vita distrutte dall’eruzione del Vesuvio insieme ai loro abitanti; ciò offre lo spunto per riflettere in maniera sarcastica su quanto poco la Natura si preoccupi degli uomini e del loro destino.
La ginestra assume un denso valore simbolico: rappresenta la pietà dello stesso Leopardi verso gli esseri perseguitati dalla Natura. Per il poeta, infatti, esiste un solo conforto alla misera condizione umana: la poesia. Oltre a rappresentare la pietà del poeta, la ginestra si identifica anche con la vita che si oppone al deserto, immagine della forza devastante della Natura; in essa vi si proietta inoltre l’atteggiamento coraggioso e non rassegnato tipico dell’ultimo Leopardi. Nei versi conclusivi della strofa si ha un brusco passaggio dal momento lirico a quello polemico contro lottimismo e la fiducia nel progresso.
 

II STROFA (vv. 52-86): Leopardi polemizza contro le certezze del secolo superbo” nel quale è radicata la convinzione che la migliore consolazione per gli uomini sia nascondere la reale condizione di miseria data loro dalla Natura. Il poeta denuncia come nell’età in cui vive si esaltino il progresso e la libertà quando in realtà l’epoca è costituita soltanto da barbarie e dalla schiavitù dei dogmi e dell’autorità religiosa. Questo avviene perché non si ha il coraggio di guardare il vero”, cioè la sorte infelice e il posto meschino assegnato all’uomo dalla natura, verità queste svelate dalla filosofia. A tali atteggiamenti il poeta contrappone la propria figura eroica e solitaria con un atteggiamento fiero, combattivo e orgoglioso della propria nobiltà spirituale.
 

III STROFA (vv. 87-157): il poeta sottolinea quanto sia stolto l’uomo che, nato in mezzo ai dolori, dichiara di essere stato creato per provare piacere e promette attraverso i suoi scritti con orgoglio disgustoso esaltanti destini e straordinarie felicità. La realtà, invece, è ben diversa perché un maremoto, una qualsiasi epidemia o una scossa sismica possono distruggerlo al punto che non ne rimanga neanche il ricordo. È evidente la svolta avvenuta nel pensiero del poeta: infatti, è vero che l’infelicità è radicata nell’esistenza ma è altrettanto possibile un progresso basato sulla solidarietà e su rapporti più civili tra gli uomini. Avendo consapevolezza della loro infelicità e del fatto che la causa della loro miseria sia la Natura, gli uomini potrebbero coalizzarsi contro di essa e rinsaldare i vincoli sociali. Dalla comune lotta contro la Natura potrebbero nascere il vero amor” tra gli uomini, il senso di giustizia e di pietà. La società che verrebbe a crearsi, comunque infelice ma giusta e civile, si fonderebbe sul bisogno reale degli uomini di salvaguardare la propria sopravvivenza; inoltre ognuno verrebbe in soccorso all’altro che venisse minacciato dalla Natura. Il compito dell’intellettuale, perciò, è quello di mostrare il vero agli uomini e spingerli alla solidarietà.
 

IV STROFA (vv. 158-201): lo scenario, con un netto stacco rispetto alla strofa precedente, si sposta dalle rovine vulcaniche, immagine del piccolo mondo degli uomini, agli spazi sconfinati dei cieli. Al confronto con l’universo gli uomini, definiti misera prole”, appaiono degni di riso, per il loro stolto orgoglio, e di pietà per la loro cecità e debolezza. Lio” del poeta è totalmente affronta eroicamente la realtà esterna che è terribile, funebre e non è più trasfigurata  da alcuna illusione. La prospettiva si allarga a questo punto fino alla volta celeste che non evoca più nell’io” del poeta le memorie infantili, bensì una vasta meditazione sulla nullità della terra e dell’uomo nell’universo. L’idea dell’infinita piccolezza dell’uomo offre lo spunto a Leopardi per polemizzare nuovamente sulle favole” della religione in base alle quali l’uomo sarebbe signore dell’universo e le divinità converserebbero piacevolmente con gli uomini.
 

V STROFA (vv. 202-236): la strofa è occupata da una lunga similitudine in cui Leopardi paragona la Natura e la condizione umana al piccolo pomo che cadendo dall’albero distrugge le formiche e le rispettive case. Il paragone serve a sottolineare che la Natura in qualsiasi momento può travolgere l’uomo esattamente come è accaduto per le città di Ercolano e Pompei sepolte dall’eruzione vulcanica. Il poeta intende sottolineare come la casualità di un evento possa avere conseguenze disastrose per chi lo subisca. Si ritorna, come nella prima strofa, al tema della potenza distruttiva della Natura: quest’ultima, infatti, è madre di parto ma di volere matrigna”: dal suo grembo cioè esce la vita ma potrebbe derivarne anche la morte.
 

VI STROFA (vv. 237-296): la prima parte della strofa è occupata da un quadro potenzialmente idilliaco, costituito dal villanello” che abita ai piedi del Vesuvio, in contrasto con l’immagine grandiosa e sinistra della Natura distruttrice, indifferente alle varie civiltà che si susseguono nel tempo. Nella seconda parte della strofa è evidente il motivo delle rovine delle città distrutte che tornano alla luce grazie agli scavi archeologici; emerge anche il tema del tempo immobile della Natura che ignora completamente i ritmi del tempo umano con la sua eterna minaccia.
 

VII STROFA (vv. 297-317): il poeta in maniera circolare torna a rivolgersi alla ginestra; quest’ultima è pronta ad affrontare la catastrofe che si prepara sul suo capo con coraggio, senza inutili suppliche alla Natura, di cui ormai conosce l’indifferenza, e senza un insensato orgoglio. La ginestra assume qui vari significati; infatti è s’ immagine della pietà per la desolata condizione umana ma diviene anche un modello di comportamento nobile ed eroico. La fragile pianticella, pur dovendo piegarsi alla forza distruttrice della Natura, rappresentata dalla lava del vulcano, tuttavia non vedrà cancellata la propria dignità: non supplicherà loppressore in modo vile e non si imporrà sulle altre creature con folle superbia solo per eguagliarsi al cielo.