La polisemia delle parole


dalla Metodologia per l’insegnamento del greco e del latino

di Giovanni Ghiselli

 

 

Anche una situazione, o un intero dramma possono essere ambigui: La puoi dire viva e che è morta anche”[1] .  

Lambiguità è il cardine di Alcesti: il tessuto linguistico e la struttura teatrale sono a essa soggetti; l’azione è ambigua e si rievocano ironicamente i miti che negano la resurrezione. Ma cosa significa ambiguità? Nel rapporto tra significante e significato, la superficie del segno- la sua icona”, la sua forma”- oppure il suo significato, la sua sostanza, possono essere ambiguiAmbiguo in maniera diversa-a livello di significato- è il tappeto rosso sul quale cammina Agamennone nellOrestea. Questo tappeto è un vero tappeto, tessuto di lana di pecora e colorato con succo di porpora, ma nello stesso tempo è il segno del sangue che Agamennone ha fatto sgorgare e che dovrà ora versare a sua volta. Il percorso sul tappeto rosso è un sacrificio blasfemo che offende gli dèi, e diventa contemporaneamente una reale cerimonia sacrificale non appena il celebrante si trasforma in vittima. Il tappeto rosso di Agamennone è il più vivo e il più ambiguo dei segni teatrali”[2].

Clitennestra sollecita il marito reduce a compiere l’atto sinistramente ominoso (cosa alla quale Agamennone si decide solo dopo un serrato dialogo con la donna)”[3].

Sul tappeto rosso torneremo più avanti trattando la polisemia degli  oggetti.

Ambiguo” è un aggettivo stupendo, che noi purtroppo usiamo sempre e solo in senso dispregiativo. In realtà ambiguo viene da ambo– e da agere, muovere entrambi”: significa quindi qualcosa che muove” in sé almeno due significati, che non è univocamente comprensibile ovvero riconducibile a una cosa sola: che è quindi ricco, molto ricco!…la letteratura ti fa balenare sempre almeno un doppio significato: ti abitua all’ambiguità, che è ricchezza di significati “[4]. 

Credo di avere riconosciuto uneco del tappeto rosso nel film di Chaplin The great dictator (1940): Napoloni-Mussolini, in visita da Hynkel-Hitler, non è disposto a scendere dal treno se non gli distendono davanti un tappeto: I never get out without a carpet“.

 

 

La polisemia delle parole può ostacolare la comunicazione, ma pure offrire opportunità didattiche preziose.

Sentiamo Fabrizio Frasnedi: “La dimensione infinita della significazione, l’impossibilità cioè, di catturare tutti gli echi e i rinvii che il dettato può suscitare, se da una parte costituisce la disperazione dei teorici, dall’altra è esperienza insostituibile e basilare per chi apprende, e si pone sul cammino di chi farà della lingua l’orizzonte della sua capacità interpretativa e creativa le parole sono, insomma, terribilmente pesanti, poiché, come la punta di un iceberg, nascondono grappoli di ramificazioni, e ciascun ramo di ogni grappolo può portare molto lontanoQuando si costruiscono percorsi dentro la ramificata complessità dell’interpretazione, si compie un’altra scoperta fondamentale: quella della non automaticità della significazione. I lettori scopriranno con meraviglia che i loro viaggi, compiuti per dettare di senso il dettato linguistico del testo, non sono uguali. Le parole del testo erano uguali per tutti, eppureEcco una finestra fondamentale per poi, nella grammatica del significato”[5]. La collega Maria Silvana Celentano  ha suggerito, citando alcune parole di Aristotele[6], che l’ambiguità può giungere fino all’enigma producendo comunque apprendimento.

Vi è la polisemia di un concetto che, enunciato in un senso, è inteso in un altro. Così, la parola cultura”, vero e proprio camaleonte concettuale, può significare tutto ciò che, non essendo innato, deve essere appreso o acquisito: può significare gli usi, i valori, le credenze di unetnia o di una nazione; può significare tutto ciò che producono gli umani, la letteratura, l’arte, la filosofia”[7].

 

Giovanni Ghiselli

 

note:

 


[1] kai; zw’san eijpei’n kai; qanou’san e[sti soi” (Euripide, Alcesti,  v. 141).

[2] Jan Kott, Mangiare Dio, p. 142.

[3] V. Di Benedetto (introduzione a) Eschilo, Orestea, p. 26.

[4] P. Mastrocola, La scuola raccontata al mio cane, p. 102 e p. 103.

[5] F. Frasnedi, La lingua le pratiche la teoria p. 29 e  p. 30.

[6] Il quale nella Retorica afferma che gli enigmi ben fatti sono piacevoli poiché si produce apprendimento e si esprime una metafora  :”mavqhsi” ga;r, kai; levgetai metaforav”1412a.   

[7] Morin, I sette saperi, p. 99.