La scorretta interpretazione del pensiero di Nietzsche

Vita:

Friedrich William Nietzsche nasce il 15 ottobre 1844 a Rocken, piccolo villaggio nella Sassonia prussiana, due anni dopo nasce la sorella  di nome Elizabeth. Da giovane Nietzsche  è circondato da un ambiente fortemente  religioso-protestante, infatti da questa famiglia Friedrich ottiene una cultura prettamente classica non in contrasto con la lettura dei testi religiosi quali la bibbia.

Nel 1864 il filosofo s iscrive alla facoltà di letteratura a Bonn seguendo corsi di filologia da parte di Ritschl, uno dei massimi filologi tedeschi dell’epoca. Il suo pensiero da giovane è fortemente segnato dalla lettura de Il mondo come volontà di rappresentazione” di Schopenhauer  che lascia un’impronta indelebile nella sua gioventù. Dopo essersi laureato Nietzsche conosce Richard Wagner e stringe con lui una solida amicizia(tanto che gli dedicherà un’opera), nel 1869 gli viene proposta a soli 24 anni la cattedra di filologia classica all’università di Basilea.

Intanto in quegli anni la sua salute peggiora sempre più costringendolo a viaggiare e restare in climi più caldi, i suoi viaggi si snodano soprattutto in Italia, Svizzera e Francia meridionale.

Per ragioni personali e teoretiche i rapporti con Wagner  terminano.

Le opere più importanti del periodo sono: nel 1882 La gaia scienza”, nel 83 ci fu la prima stesura di Cosi parlò Zarathustra”, nel ’86 scrisse Al di la del bene e del male”, nel 88 compose Il crepuscolo degli idoli” LAnticristo e Ecce homo, Nietzsche contra Wagner.

A Torino si occupa della sua ultima opera La volontà di potenza”, l’unica opera che rimarrà incompiuta perché nello stesso anno muore in preda alla pazzia  a Weimar. Nel 1906 postuma, esce La volontà di potenza” rivisitata e corretta, dalla sorella Elisabeth, in maniera tendenziosa utilizzando anche frammenti non inclusi dall’autore facendola diventare uno dei manifesti ideologici del nazismo, teorizzando una razza ariana superiore alle altre destinata a comandare sul mondo utilizzando tutti i mezzi possibili a disposizione. 

 

La vera visione di Nietzsche e dellUbermensch”.

Con il termine superuomo che si delinea nell’arco di tre opere: Cosi parlò Zarathustra”, Al di la del bene e del male” e la Volontà di potenza”. Nietzsche voleva rappresentare la sua visione dell’uomo moderno che sarebbe dovuto venire e che avrebbe dovuto spezzare le vecchie catene e dare un senso nuovo della terra. L’uomo deve reinventare l’uomo inventando l’uomo nuovo, il super uomo esattamente, quest’uomo  che va oltre l’uomo, un uomo che voltate le spalle alle chimere del cielo” dovrà ritornare alla sanità della terra, un uomo i cui valori sono la salute, la volontà forte, l’amore  e un novo orgoglio.

Il superuomo è un essere che ama la vita e fedele al senso della terra che lo ha creato e proprio in questo fatto sta la sua volontà di potenza.

Su questa definizione, appunto quella di superuomo, ci sono state molte interpretazioni che hanno portato a pensare la razza ariana nazista come lattualizzazione del concetto di superuomo teorizzato da Nietzsche, che quindi lo fecero considerare un profeta del nazismo.

In verità fu la sorella, che curando la pubblicazione della volontà di potenza riuscì a rimaneggiare i contenuti portandoli ad essere intesi come manifesto della propaganda nazista. Il problema dell’interpretazione di Nietzsche non consiste però tanto nel dichiarare che egli non ha mai pensato o voluto ciò che, nel Novecento, è stato fatto in suo nome, né nell’appellarsi soltanto alla falsificazione dell’eredità, ma piuttosto nel domandarsi come mai ciò che si chiama tanto ingenuamente una falsificazione, sia avvenuto proprio sul suo lascito, e non su altri; e perché l’unica istituzione di insegnamento che abbia avuto la tentazione di richiamarsi a Nietzsche sia stata quella nazista.

Nelle interpretazioni del dopo guerra la parola tedesca Uber venne tradotta con oltre, al posto che, sopra,  automaticamente perdendo connotati di superiorità di razze, inoltre quest’uomo supera se stesso ricevendo il destino dall’esterno e il senso del mondo che si fa creatore di valori. 

Per i teorici nazional – patriottici, Nietzsche divenne il mito vivente del Volk, era rappresentato come il filosofo che aveva trasceso la meschinità del modo di pensare dei suoi connazionali, assurgendo alla statura di Ãœberdeutscher, di supremo modello tedesco. Nietzsche: ecco l’eroe che coraggiosamente continuava per la sua strada, lastricata di inevitabili orrori, indifferente ai pericoli che lo minacciavano da ogni parte, tendendo esclusivamente al proprio fine; quanto al suo antigermanesimo, lo si sarebbe letto in chiave di trascendenza della meschinità della Germania, in vista della realizzazione di un nuovo, grandioso mito tedesco. In Nietzsche si vedeva l’incarnazione della qualità del capo, necessario veicolo alla meritata grandezza nazionale. Il suo rifiuto delle cose quali sono, le sue affermazioni in merito alla crisi tedesca, erano interpretate quali proiezioni di una volontà di potenza che permetteva di trascendere le limitazioni storiche. Spesso il suo pensiero veniva ridotto ad un pugno di concetti sui poteri della volontà e sulla germinazione del superuomo dall’intima coscienza dell’elezione, in base alle alterazioni frutto delle interpolazioni fatte dalla sorella Elisabeth: Nietzsche era il grande veggente tedesco, il profeta della rinata razza degli eroi, non certo lo scettico sarcastico, l’annunciatore della morte di una religione e di una civiltà. Ci sono stati interpreti che hanno visto nel superuomo di Nietzsche il perno dell’idea nazista della superiorità della razza ariana e, in Nietzsche quindi, un profeta del nazismo, ma tali interpretazioni sono errate. Fu la sorella di Nietzsche, Elisabeth Förster-Nietzsche, custode dei manoscritti del fratello e fautrice dell’idea di una palingenesi universale da affidare alla nazione tedesca, a intervenire pesantemente sulle pagine manoscritte de La volontà di potenza, facendo apparire il fratello come negatore dell’umanitarismo e della democrazia.

 

I veri filosofi ispiratori del nazismo.

Le fonti ideologiche del nazismo sono piuttosto Moeller van der Buck, Spengler, Gobineau, Chamberlain, Wagner, Lagarde, Langbehn e la concezione di Stato in Hegel. La denazificazione a oltranza di Nietzsche incomincia già nell’età di Hitler e per opera dei nazisti: il senso ultimo del valore è nella comunità, per cui la vita ha un valore intrinsecamente politico, la comunità è un dato originario che ha il primato sui singoli, di qui una condanna dell’individualismo nietzscheano; Nietzsche è un decadente come George, Mann, i neokantiani; è il filosofo dell’età di Guglielmo II – imparziale, sovranazionale, espressione dello spirito giudaico.

Ma dire che incomincia la denazificazione significa ovviamente, al tempo stesso, sostenere anche  una nazificazione originaria – ossia il tentativo di imputare a Nietzsche l’aggressività tedesca o imperialistica. Dopo il 1933, con Hitler ormai saldamente al potere, si moltiplicano gli studi su Nietzsche e il nazismo.

Nietzsche però, come nel Secondo Reich, anche nel Terzo Nietzsche era difficile da assimilare e allora i nazisti stravolsero il suo pensiero per renderlo più assimilabile” dal popolo e dal regime nazista.

Il problema principale è ovviamente quello di far quadrare l’aristocraticismo e gli atteggiamenti filosemiti in un orizzonte plebeo e razzista; impresa non semplice. Si sostenne che, nonostante l’amicizia per ebrei, Nietzsche fosse un convinto antisemita e che proprio nel rifiuto del germanesimo sarebbe stato autenticamente tedesco.

 

Il pensiero di Primo Levi su Nietzsche.

Il verbo di Nietzsche mi ripugna profondamente; stento a trovarvi un’affermazione che non coincida con il contrario di quanto mi piace pensare; mi infastidisce il suo tono oracolare; ma mi pare che non vi compaia mai il desiderio della sofferenza altrui. L’indifferenza sì, quasi in ogni pagina, ma mai la Schadenfreude, la gioia per il danno del prossimo, né tanto meno la gioia del far deliberatamente soffrire. Il dolore del volgo, degli Ungestalten, degli informi, dei non-nati-nobili, è un prezzo da pagare per l’avvento del regno degli eletti; è un male minore, comunque sempre un male; non è desiderabile in sé. Ben diversi erano il verbo e la prassi hitleriani”.( PRIMO LEVI, I sommersi e i salvati).

 

Gli scritti fraintesi: La volontà di potenza.

Tra il 1887 e il 1888 Nietzsche inizia a riorganizzare i suoi scritti riunendo anche componimenti inediti, con l’idea di progettare un’opera che avrebbe dovuto avere il titolo di Volontà di potenza” e mai portata a termine.

L’opera e composta da molteplici volumi tra cui L’anticristo”, Il crepuscolo degli idoli”,” Il caso Wagner ed ecce homo”.

L’anticristo grazie”  al sottotitolo Mal’edizione del cristianesimo” fa intuire ancora di più laspra polemica contro la religione che era gia stata oggetto dell’analisi di Nietzsche in: Così parlò Zarathustra” e ebbe il suo apice con l’affermazione della morte di Dio. Il volume è una lunga invettiva contro linversione storica dei valori, cioè di aver esaltato la morale della rinuncia e del risentimento contro quella vitalità degli istinti e della gioia. Il crepuscolo degli idoli” è l’opera del trionfo del nichilismo ed è anche nota come opera della distruzione di ciò che ora si chiama verità della scienza e della modernità.

Nietzsche criticando la società del suo tempo, inizia ad affiancarsi ad un’idea di  nichilismo platonico, che chiama Nichilismo passivo o reattivo che predica il rifiuto della vita nel mondo,  quindi il senso del mondo, poi però lo rinnega dicendo che deriva da violenza e odio.

La soluzione di questo problema è la proposta di un nuovo tipo di nichilismo detto radicale iniziando una critica verso verità oggettiva e la legittimità di oggetto e soggetto contestando i valori pratici della filosofia occidentale (valori) e quelli teoretici nella figura delle certezze.

 

Testi e Aforismi:

Come si conduce la virtù al dominio

304.

 Voglio persino dimostrare che per volere questo – che la virtù domini – non è lecito, per ragioni di principio, volere altro: e proprio per ciò si rinuncia a diventare virtuosi. […] E alcuni fra i massimi moralisti hanno corso un rischio così grande. Ossia, da costoro fu già conosciuta e anticipata la verità che questo trattato deve insegnare per la prima volta: cioè che si può conseguire il dominio della virtù unicamente con i medesimi mezzi con cui si conquista in genere un regno, non in ogni caso per mezzo della virtù…

 

305.

Con la virtù non si fonda il regno della virtù: con la virtù si rinuncia alla potenza, si perde la volontà di potenza.

 

306.

La vittoria di un ideale morale si ottiene con i medesimi mezzi “immorali” con cui si ottiene ogni vittoria: violenza, menzogna, calunnia, ingiustizia.

 

315.

La morale nella valutazione delle razze e dei ceti. Considerando che gli affetti e gli istinti fondamentali in ogni razza e in ogni ceto esprimono alcunché delle loro condizioni di esistenza […], esigere che siano “virtuosi” significa esigere:

che costoro cambino carattere, escano dalla propria pelle e cancellino il proprio passato;

ossia, che cessino di differenziarsi;

ossia, che diventino simili a tutti gli altri nei loro bisogni e nelle loro aspirazioni – o, più chiaramente: che vadano in malora

La volontà di una morale si rivela dunque essere la tirannia di quella specie a cui tale morale cade a pennello: è la distruzione o l’uniformazione di altre specie, a favore della dominante (sia per non venirne minacciate, sia per sfruttarle). “Abolizione della schiavitù”: si pretende che sia un tributo reso alla “dignità dell’uomo”, ma in realtà è l’annientamento di una specie fondamentalmente diversa (si minano così i suoi valori e la sua felicità).

Ciò che fa la forza di una razza avversa o di un ceto avverso viene interpretato come ciò che hanno di peggiore, di più cattivo: perché con quelle qualità ci danneggiano (le loro “virtù” vengono calunniate, se ne cambia il nome).

Si fa valere come obiezione contro un uomo o contro un popolo il fatto che ci nuocciano: ma, dal loro punto di vista, noi siamo loro graditi, perché siamo tali che da noi costoro riescono a trarre un vantaggio.

Esigere la “umanizzazione” (credendo molto ingenuamente di possedere la formula che dice “che cosa è umano”) è una tartuferia di cui si avvale una determinata specie di uomini per cercare di giungere al dominio: più esattamente, è un istinto ben determinato, l’istinto del gregge. “Uguaglianza degli uomini”: che cosa si nasconde sotto la tendenza a rendere uguali sempre più uomini, in quanto uomini.

 

La calunnia delle cosiddette cattive qualità

369.

Non c’è egoismo che rimanga fermo presso di sé, senza attaccare, quindi non esiste quell’egoismo “lecito”, “moralmente indifferente”, di cui voi parlate.

“Si promuove il proprio io e sempre a spese degli altri”; “la vita vive sempre a spese di un’altra vita” – chi non lo comprende, non ha ancora fatto il suo primo passo verso l’onestà.

 

373.

Origine dei valori morali. L’egoismo vale tanto quanto vale dal punto di vista fisiologico colui che lo possiede.

Ogni singolo individuo è, insieme, l’intera traiettoria dell’evoluzione (e non soltanto, come lo concepisce la morale, un essere che comincia con la nascita). Se rappresenta il tratto ascendente della linea uomo, il suo valore è davvero straordinario e bisogna avere un’estrema cura nel conservarne e favorirne la crescita. (È prendersi cura dell’avvenire che in lui è promesso e che dà all’individuo ben riuscito un così straordinario diritto all’egoismo). Se rappresenta una linea discendente, la decadenza, la malattia cronica, gli spetta poco valore; e la prima giustizia consiste in ciò: tolga quanto meno è possibile spazio, forza e luce del sole ai ben riusciti.

 

La volontà di potenza come vita. L’uomo

668.

“Volere” non è “aspirare”, mirare, desiderare; da questi il volere si distingue in virtù nell’inclinazione al comando.

Non c’è un “volere”, ma solo un volere qualcosa; non si deve scindere lo scopo dallo stato d’animo, come fanno i teorici della conoscenza. Il “volere”, come lo intendono loro, non appare mai, così come il “pensare”: è una pura finzione.

Appartiene alla volontà il fatto che una cosa venga comandata (naturalmente con ciò non è detto che la volontà venga “effettuata”).

 

679.

L’individuazione, giudicata dal punto di vista della teoria dell’ereditarietà, mostra il costante scindersi dell’uno nel due e l’altrettanto costante sparizione di individui a vantaggio di pochi che continuano lo sviluppo: la stragrande maggioranza si estingue ogni volta (“il corpo”).

Il fenomeno fondamentale: innumerevoli individui sacrificati a vantaggio di pochi: per rendere possibili i pochi. Non bisogna lasciarsi ingannare: le cose stanno esattamente così con i popoli e con le razze: questi formano un “corpo” per produrre singoli individui di valore altissimo, i quali continuano il grande processo.

 

Società e Stato

717.

Lo Stato o l’immoralità organizzata; all’interno: come polizia, diritto penale, ceti, commercio, famiglia; all’esterno: come volontà di potenza, di guerra, di conquista, di vendetta.

Come avviene che un grande numero di uomini compie azioni alle quali l’individuo non acconsentirebbe mai? Mediante la ripartizione delle responsabilità, del comando e dell’esecuzione; mediante la frapposizione delle virtù dell’obbedienza, del dovere, dell’amore della patria e del principe; mediante la conservazione della fierezza, della severità, della forza, dell’odio, della vendetta – insomma, di tutti i tratti tipici che contrastano con il tipo gregario.

 

720.

Il più terribile e fondamentale desiderio dell’uomo, il suo impulso alla potenza – lo si chiama “libertà” – deve essere tenuto a freno il più a lungo possibile. Perciò sinora l’etica, con i suoi inconsapevoli istinti pedagogici e disciplinari, è servita a imbrigliare la brama di potenza: essa vitupera l’individuo tirannico e sottolinea, glorificando il servizio della comunità e l’amor di patria, l’istinto di potenza del gregge.

 

729.

La conservazione dello Stato militare è il mezzo estremo sia per riallacciarsi alla grande tradizione, sia per salvaguardarla in vista del tipo supremo, dell’uomo, del tipo forte. E tutti i concetti che perpetuano l’inimicizia e la differenza di rango tra gli Stati devono apparire sanciti su questa base (per esempio il nazionalismo, il protezionismo).

 

734.

Anche un comandamento dell’amore verso gli uomini. Ci sono casi in cui generare un figlio sarebbe un delitto, come nel caso di malati cronici o di nevrastenici di terzo grado. Che fare allora? […] La società, come grande mandataria della vita, deve rispondere di ogni vita mancata di fronte alla vita stessa e deve anche scontarla: quindi la deve impedire. La società in numerosi casi deve prevenire la procreazione: a tal fine tener pronte, senza riguardo all’origine, al rango e allo spirito, le più dure misure di costrizione, privazioni di libertà, in certi casi la castrazione. Il comandamento biblico “non uccidere!” è un’ingenuità rispetto al divieto di vivere opposto ai décadents: “non procreare!”… La vita stessa non riconosce nessuna solidarietà, nessuna “uguaglianza di diritti” fra le parti sane di un organismo e quelle degenerate: queste ultime devono essere amputate – oppure l’insieme va in rovina. Avere compassione dei décadents, concedere uguaglianza di diritti anche ai falliti, sarebbe la più profonda immoralità, sarebbe l’antinatura posta come morale.

 

La dottrina della gerarchia

861.

È necessario che gli uomini superiori dichiarino guerra alla massa! Non c’è luogo in cui i mediocri non si radunino per diventare padroni! Tutto ciò che rammollisce, addolcisce, valorizza il “popolo” o il “femminino”, agisce a favore del suffrage universel, ossia del dominio degli uomini inferiori

 

862.

C’era bisogno di una dottrina abbastanza forte per produrre effetti di selezione e disciplina: rafforzatrice per i forti, paralizzante e distruttrice per gli stanchi del mondo.

L’annientamento delle razze decadenti. Decadenza dell’Europa. L’annientamento delle valutazioni servili. Il dominio sulla terra, come mezzo per produrre un tipo superiore. […] L’annientamento del suffrage universel, cioè del sistema grazie al quale le nature inferiori si impongono alle superiori a norma di legge. L’annientamento della mediocrità e del suo valore.

 

I forti e i deboli

872.

I diritti che un uomo si prende sono proporzionali ai doveri che si impone, ai compiti rispetto a cui si sente all’altezza. La maggioranza degli uomini non ha diritto all’esistenza, ma costituisce una disgrazia per gli uomini superiori.

 

884.

Händel, Leibniz, Goethe, Bismarck – sono caratteristici della forte maniera tedesca. Vissero fra contraddizioni senza darsene pensiero, furono pieni di quell’agile forza che si difende dalle convinzioni e dalle dottrine usandole l’una contro l’altra e conservando la propria libertà.

 

898.

I forti dell’avvenire. Ciò che in parte la necessità, in parte il caso hanno ottenuto sporadicamente, cioè le condizioni per la produzione di una specie più forte, possiamo ora comprenderlo e volerlo scientemente: noi possiamo creare le condizioni in cui una simile elevazione sia possibile.

Tanto più dovremmo porci un simile compito, quanto più comprendessimo come la forma presente della società si trovi in una fase di forte trasformazione: cioè sulla via che potrà un giorno portarla a non esistere più per se stessa, ma soltanto come un mezzo nelle mani di una razza più forte.

Il crescente rimpicciolimento dell’uomo è precisamente la forza che spinge a pensare all’allevamento di una razza più forte, una razza i cui tratti eccessivi sarebbero proprio quelli in cui la specie rimpicciolita diventerebbe sempre più debole (cioè volontà, responsabilità, sicurezza, facoltà di porsi degli scopi).

 

L’aristocrazia

942.

C’è soltanto una nobiltà di nascita, una nobiltà del sangue. (Qui non parlo della particella “von” e dell’Almanacco di Gotha: osservazione parentetica per gli asini.) Là dove si parla di “aristocrazia dello spirito”, di solito non mancano motivi per celare qualcosa: come è noto, questa è una locuzione comune fra gli ebrei ambiziosi. Lo spirito da solo, infatti, non nobilita; ci vuole piuttosto, prima, qualcosa che nobiliti lo spirito. Di che cosa c’è bisogno a tale scopo? Del sangue.

 

I signori della terra

954.

 Non sarebbe tempo, oggi, mentre in Europa si sviluppa sempre più il tipo dell'”animale gregario”, sperimentare un allevamento metodico, artificiale e consapevole del tipo opposto e delle sue virtù? E non sarebbe una specie di meta, di soluzione e di giustificazione per lo stesso movimento democratico se venisse qualcuno che se ne servisse – affinché finalmente trovi una via per dare una forma nuova e sublime alla schiavitù (questo deve finire per essere la democrazia europea) la specie superiore degli spiriti dominatori e cesarei, affinché si collochi sopra la democrazia, si attenga a lei, si elevi per mezzo di lei? La via per nuove vedute, lontane, finora impossibili e proprie di quella specie? Per i suoi compiti?

 

960.

A partire da adesso ci saranno condizioni preliminari favorevoli a più vaste strutture di dominio, quali mai si videro finora. E questa non è ancora la cosa più importante: diventa possibile il sorgere di leghe internazionali fra le stirpi che si impongano il compito di allevare una razza di dominatori, i futuri “signori della terra” – una aristocrazia nuova, prodigiosa, edificata sulla più spietata legislazione di sé, in cui venga dato di durare millenni alla volontà di filosofi violenti e di artisti tiranni: una specie di uomini superiore che grazie al suo prevalere in volontà, sapienza, ricchezza e influenza si serva dell’Europa democratica come del proprio strumento più docile e flessibile, allo scopo di prendere in mano i destini della terra, per foggiare artisticamente l'”uomo”. Basta: giunge il tempo in cui si cambierà idea sulla politica.

di Luca L’anticina