La tipologia  del tiranno


di Giovanni Ghiselli

Nelle Storie  di Erodoto la teoria antitirannica è attribuita al nobile persiano Otane il quale, durante il dibattito costituzionale, contrappone alla monarchia il popolo che comanda (plh`qo~  de; a[rcon) che prima di tutto ha il nome più bello: ” ijsonomivhn”, poi non fa nulla di quanto perpetra l’autocrate: infatti esercita i poteri in seguito a sorteggio (pavlw/), e ha un potere soggetto a controllo:” uJpeuvqunon de; ajrch;n e[cei” (III, 80, 6).

Il monarca può fare quello che vuole senza subire controlli (III, 80, 6).

Erodoto attraverso Otane formula già la teoria, poi riproposta da Polibio, secondo la quale il regno degenera inevitabilmente in tirannide.

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ajnakuvklwsi~ di Polibio. Il ciclo delle costituzioni

Monarchia/Regno-Tirannide-Aristocrazia-Oligarchia-Democrazia-Oclocrazia.  

 

Tra i sette nobili Persiani, quando ebbero parlato anche Megabizo, che propugnava l’oligarchia, quindi Dario, il quale  sosteneva la monarchia e l’inevitabilità della degenerazione sia della democrazia sia dell’aristocrazia (III, 82) verso le rispettive forme deteriori,  prevalse quest’ultimo con l’argomento che a loro la libertà era venuta da un monarca. Cfr.la logica aperta al contrasto di questo trisso;~ lovgo~.

Allora Otane non entrò in lizza per diventare re, dicendo parole belle assai, una specie di manifesto dell’antisadismo:”ou[te ga;r a[rcein ou[te a[rcesqai ejqevlw” (III, 83, 2), infatti non voglio comandare né essere comandato.

 

NellIppolito di Euripide, il protagonista nega che il turannei`n sia cosa piacevole: toi`~ swvfrosin-h{kistav g j, eij dh; ta;~ frevna~ dievfqoren-qnhtw`n o{soisin aJndavnei monarciva” (vv. 1014-1015), per i saggi non lo è, se è vero che il potere dellautocrate ha sconvolto le menti dei mortali cui piace.  

 

Credo di avere riconosciuto uneco di questa  splendida affermazione nel film di Chaplin The great dictator (1940): il barbiere, sosia di Hynkel-Hitler, scambiato per il grande dittatore deve fare un discorso che legittimi ed esalti la prepotenza del tiranno, presentato alla folla  come il futuro imperatore del mondo dal ministro della propaganda Garlitsch-Goebbels. Ebbene il barbiere non rispetta la parte che gli hanno assegnato e dice: Im sorry, but I dont want to be an emperor. Thats not my business. I dont want tu rule or conquer anyone“, mi dispiace, ma io non voglio essere imperatore, non è il mio mestiere, io non voglio governare o conquistare nessuno.

E continua: I should like to help everyonegreed has poisoned menss souls“, mi piacerebbe aiutare tuttil’avidità ha avvelenato le anime umane. 

 

 

 

 

 

 

Tiranno per il greco Erodoto dunque è  anche il mouvnarco” raffigurato da Otane, nel dibattito sulla migliore costituzione (III 79-84), come colui che invidia i migliori, si compiace dei peggiori, ed è pronto ad accogliere le calunnie. Infatti dai beni che possiede gli deriva l’ u{bri” , mentre fin dall’origine gli è innato lo fqovno” . Siccome ha questi due vizi, e[cei pa’san kakovthta, detiene ogni malvagità (III, 80, 4).  Dunque egli: “novmaiav te kinevei pavtria kai; bia’tai gunai’ka” kteivnei te ajkrivtou”” (III, 80, 5) sovverte le patrie usanze, violenta le donne e manda a morte senza giudizio. “Così il persiano Otane riassume ciò che è in sostanza il motivo comune fra i Greci per l’opposizione alla tirannide”[1].

Fa parte della malvagità del tiranno, e dellidiozia di ogni uomo il fatto di non ascoltare.

Il  tiranno dunque non ascolta.

Nella Medea di Seneca, la protagonista  obiettare a Creonte il quale vuole cacciarla che l’iniquità è una base instabile per un regno:”iniqua numquam regna perpetuo manent (v. 196), i regni iniqui non durano mai a lungo.

 Fa parte dell’iniquità non ascoltare la parte avversa:”qui statuit aliquid parte inaudita altera,/aequum licet statuerit, haud aequus fuit” (vv. 199-200), chi ha emesso una sentenza senza avere ascoltato l’altra parte, anche se ha decretato il giusto, non è stato giusto.

 

Il tiranno incarna il  sadismo: per tenere in pugno il prossimo bisogna infliggergli sofferenza.

 

Una situazione di anti-utopia simile, per certi versi, a questa di Esiodo, si trova immaginata nel romanzo 1984 di Orwell. O Brien, un membro del partito interno, insegna al ribelle Winston, con la tortura e con le parole, quali siano i metodi del potere: ‘The real power, the power we have to fight for night and day, is not power over things, but over men . He paused, and for a moment assumed again his air of schoolmaster questioning a promising pupil: ‘How does one man assert his power over another, Winston?

Winston thought. ‘By making him suffer, he said.

‘Exactly. By making him suffer. Obedience is not enough. Unless he is suffering, how can you be sure that he is obeying your will and not his own? Power is inflicting pain and humilation. Power is tearing human minds to pieces and putting them together again in new shapes of your own choosing. 

Do you begin to see, then, what kind of world we are creating? It is the exact opposite of the stupid hedonistic Utopias that the old reformers imagined. A world of fear and treachery and torment, a world of trampling and being trampled upon, a world which will grow not less but more merciless as it refines itself. Progress, in our world will be progress towards more pain. The old civilisation claimed that they wew founded on love or justice.Our is founded upon hatred. In our world there will be no emotions except fear, rage, triumph and selfabasament. Everything else we shall destroy-everythingWe have cut the links between child and parent, and between man and man, and between man and women. No one dares trust a wife or a child or a friend any longer. But in future there will be no wives and no friends. Children will be taken from their mothers at birth, as one takes eggs from a hen. The sex insinct will be eradicated.There will be no loyalty, except the loyalty towards the Party. There will be no love, except the love of Big Brother. There will be no laughter, except the laugh of triumph over a defeatef enemy. There will be no art, no literature, no scienceIf you want a picture of the future, imagine a boot stamping on a human face-for ever[2], il potere reale, il potere per il quale dobbiamo combattere notte e giorno, non è potere sulle cose, ma sugli uomini. Egli si fermò e per un momento prese di nuovo quella sua aria di maestro di scuola che fa domande a un allievo promettente:  Come fa un uomo ad affermare il suo potere sopra un altro, Winston?”

Winston ci pensò un po su. Facendolo soffrire” disse infine.

Esattamente. Facendolo soffrire. Lobbedienza non basta.Se non soffre, come puoi essere sicuro che egli obbedisca alla tua volontà e non alla sua?  Il potere consiste appunto nellinfliggere la sofferenza e la mortificazione. Il potere consiste nel fare a pezzi i cervelli degli uomini e nel ricomporli in nuove forme di tua scelta. Cominci a vedere, dunque , che razza di mondo stiamo creando? E l’esatto opposto delle stupide Utopie edonistiche immaginate dai vecchi riformtori. Un mondo di paure e tradimento e tortura, un mondo di chi calpesta e chi viene calpestato, un mondo che diventerà non meno ma più spietato a mano a mano che si perfeziona. Il progresso nel nostro mondo sarà soltanto avanzamento verso una maggiore sofferenza. Le antiche civiltà asserivano di essere fondate sull’amore e sulla giustizia. La nostra è fondata sull’odio. Nel nostro mondo non ci saranno sentimenti tranne l’odio, il furore, il trionfo e lautomortificazione. Tutto il resto verrà distrutto-tutto.Noi abbiamo reciso I legami tra figli e genitori, e tra uomo e uomo, e tra uomo e donna. Nessuno osa fidarsi della moglie o del figlio o dell’amico. Ma in futuro non ci saranno mogli né amici. I bambini verranno presi dalle loro madri appena nati, come si prendono le uova alle galline. Listinto sessuale verrà sradicato Non ci sarà più lealtà, eccetto la lealtà verso il Partito. Non ci sarà amore, eccetto l’amore per il Grande Fratello. Non ci sarà il riso, eccetto la risata di trionfo sopra il nemico sconfitto. Non ci sarà arte, né letteratura, né scienzaSe tu vuoi un quadro del futuro, figurati uno stivale che calpesta un volto umano-per sempre.

Ma Winston solleva unobiezione, sacrosanta, ed è che una civiltà fondata sulla paura, l’odio e la crudeltà non può durare: It would  have no vitality“, non avrebbe vitalità e si suiciderebbe. Quindi alla fine i tiranni e gli aguzzini verranno sconfitti: Somehow you will fail. Something will defeat you. Life will defeat you[3], in qualche modo voi cadrete. Qualcosa vi sconfiggerà. La vita vi sconfiggerà. La vita e lo spirito dell’uomo (The spirit of Man) scofiggeranno i tiranni.

 

 

 

 

 Nelle tragedie, il tiranno è il paradigma mitico di questo principio.

La mancanza di controllo ne fa l’antitesi del capo democratico.

Tale   è Edipo finché non comprende, a Colono, tale il Creonte di Sofocle e di Euripide, tale Serse nei  Persiani  di Eschilo, il grande  re il quale, pur se sconfitto, non è “uJpeuvquno” povlei” (v. 213), tenuto a rendere conto alla città, come invece lo è uno stratego eletto dal popolo.

 Eschilo contrappone al potere assoluto il sistema democratico di Atene  quando, nei Persiani, la regina Atossa domanda ai vecchi dignitari  della corte di Susa  chi sia il pastore e il padrone dell’esercito. Allora il corifeo risponde:”ou[tino” dou’loi kevklhntai fwto;” oujd j uJphvkooi”  (v. 242), di nessun uomo sono chiamati servi né sudditi.

Nelle Supplici di Eschilo è addirittura un re[4] che nega di gestire un potere assoluto: Pelasgo, sovrano di Argo, si rifiuta di fare qualsiasi promessa prima di essersi consultato con tutti i cittadini (vv. 368-369).

 

 Un padrone assoluto è  Zeus nel Prometeo incatenato :”tracu;” movnarco” oujd j  uJpeuvquno” kratei'” (v. 324), un sovrano rigido, né impera obbligato a rendere conto. Ma Zeus è un dio.  Per giunta è costretto alla durezza dal fatto che il suo regno è nuovo:”a{pa” de; tracu;” o{sti” a}n nevon krath’/” (v. 35), chiunque comandi da poco tempo è duro.

 E’ uno dei tanti arcana imperii. Lo rivela anche Didone la quale anzi se ne scusa con i Troiani:”Res dura et regni novitas me talia cogunt/ moliri” (Eneide, I, 563-564), la dura condizione e la novità del regno mi costringono a tali precauzioni. Una condizione svelata “alle genti”[5] pure da Machiavelli:”Et infra tutti e’ principi, al principe nuovo è impossibile fuggire el nome di crudele, per essere li stati nuovi pieni di pericoli” (Il Principe, XVII).

 

Nelle Supplici[6] di Euripide  Teseo è il Pericle in vesti eroiche il quale elogia la costituzione democratica dialogando con l’araldo mandato da Creonte re, anzi tiranno di Tebe. Atene dunque non è comandata da un uomo solo, ma è una città libera (ejleuqevra povli” , v. 405)[7].

 

Risposta della visione autocratica.

 L’araldo di Creonte ribatte che il governo di un solo uomo non è male: infatti il re esclude il demagogo che, gonfiando la folla con le parole, la volge di qua e di là a proprio profitto (pro;~ kevrdo~ i[dion).  

Chi non è capace di tenere ordinate e dritte le parole (mh; diorqeuvwn lovgou~) , come potrebbe tenere dritta, reggere la città (eujquvnein povlin)? Supplici, 417-418.

Il povero che lavora la terra (gapovno~ d ajnh;r pevnh~, 420) non ha tempo né per imparare né per dedicarsi alle faccende pubbliche:” oJ ga;r crovno” mavqhsin ajnti; tou’ tavcou” -kreivssw divdwsi (vv. 419-420), è infatti il tempo[8] che dà un sapere più forte invece della fretta.

Il tiranno ha spesso di mira il kevrdo~ e attribuisce al prossimo tale fissazione”. Kevrdo”  è una delle parole che ricorrono nei discorsi dei tiranni delle tragedie: il profitto è una vera ossessione del despota.

NellAntigone, per esempio Creonte replica al coro usando termini economici, quelli che la nobiltà, non solo greca, considera i più  vicini agli interessi e alla mentalità tanto della plebe quanto dei tiranni che la capeggiano:”e infatti la paga (misqov”) è questa. Ma per speranze/il lucro (kevrdo”)  spesso manda gli uomini in rovina”. (v. 221-222).

Più avanti l’autocrate cercherà di rinfacciare l’avidità a Tiresia ( Antigone, v. 1055) il quale subito dopo ritorcerà contro di lui l’accusa di amare i turpi guadagni (v. 1056).

Leopardi in Il pensiero dominante  condanna lossessione dell’utile da parte della sua età “superba,/ che di vote speranze si nutrica,/vaga di ciance, e di virtù nemica;/stolta, che l’util chiede,/e inutile la vita/quindi più sempre divenir non vede“(vv. 59-64).

Ancora più duramente si esprime nei confronti del lucro  il poeta di Recanati nella Palinodia al Marchese Gino Capponi :” anzi coverte/fien di stragi l’Europa e l’altra riva/dell’atlantico mar…sempre che spinga/contrarie in campo le fraterne schiere/di pepe o di cannella o d’altro aroma/fatale cagione, o di melate canne,/o cagion qual si sia ch’ad auro torni”(vv. 61-67).

Efficace è la sintesi pindarica : “ajkevrdeia levlogcen qamina; kakagovrou~ ” (Olimpica I , v. 53), una perdita tocca spesso ai maldicenti. Sono quelli che dicono male degli dèi e, quindi, della vita, reificandola, riducendola a cosa.

“Le leggi del profitto, infatti, regolano dall’esterno la maggior parte delle “cose umane” senza umanità, equità, giustizia, affermando la competizione al posto della cooperazione”[9].

Questa era la situazione all’inizio del breve regno di Galba[10] secondo Tacito:”Venalia cuncta, praepotentes liberti, servorum manus subitis avidae ” (Historiae, I, 7), tutto era in vendita,  assai potenti i liberti, caterve di schiavi avide per i repentini cambiamenti. Non poteva durare a lungo l’imperatore, non solo perché vecchio ma anche perché aveva dichiarato:”legi a se militem, non emi ” (I, 5) che lui i soldati li arruolava non li comprava.

 


 

 

 Insaziabilità dei tiranni.

Policrate di Samo, Periandro di Corinto, Dario e Ciro di Persia.

 

Esemplare in questo senso è la vicenda di Policrate di Samo il quale finì ucciso  dal satrapo di Sardi, Orete, che lo aveva attirato, promettendogli doni aurei, in un tranello dove questo tiranno  cadde poiché era davvero avido di denari (“iJmeivreto ga;r crhmavtwn megavlw””, Erodoto III, 123). Gli amici e gli indovini avevano cercato invano di dissuaderlo dal partire, e pure la figlia che aveva avuto una visione notturna nella quale le sembrava che il padre fosse lavato da Zeus e unto da Elio. Ebbene Policrate non diede retta e morì male ( “oJ Polukravth” diefqavrh kakw'””, III, 125) compiendo la visione della figlia: infatti Orete lo fece impalare a Magnesia e il cadavere era lavato da Zeus quando pioveva, quindi veniva unto dal sole che traeva umori dal suo corpo (III, 125).

L’avidità dunque contraddistingue il tiranno.

Erodoto racconta pure che Periandro divenuto tiranno privò molti Corinzi dei beni e molti della vita ( 5, 92, e 2).

Il tiranno è insaziabile sia della roba sia del sangue.

Nel primo libro delle Storie  è il re persiano Dario che viene disonorato come avido di denaro quando apre la tomba della regina babilonese Nivtwkri~[11] credendo di trovarci dell’oro; invece dentro c’era il cadavere e la scritta: se tu non fossi insaziabile ( a[plhsto”) e amante dei turpi guadagni (  aijscrokerdhv”) non avresti aperto le tombe dei morti (I, 187, 5).

Esemplare dell’avidità senza fondo è anche la morte di Ciro il Vecchio, il re persiano insaziabile di sangue (a[plhsto” ai{mato” , cfr. 1, 213), che la regina Tomiri minacciò di saziare, quindi effettuò la minaccia oltraggiandone il cadavere del quale introducesse la testa in un otre pieno di sangue umano e gridando:”se; d  j ejgwv, katav per hjpeivlhsa, ai[mato” korevsw” (1, 214), io, come ti minacciai, ti sazierò di sangue.  

Il biasimo dell’avidità dei despoti non manca nella storiografia laica: Tucidide afferma che   “da nessuno dei tiranni fu compiuta un’ opera degna di essere narrata ( e[rgon ajxiovlogon,) poiché badavano esclusivamente al proprio interesse (to; ejf j eJautw’n movnon proorwvmenoi) I, 17.


 

 

 

 

Torniamo alle Supplici di Euripide, dove Teseo  non controbatte la critica ai demagoghi, che condivide, ma risponde che il tiranno è l’entità più ostile alla polis:” oujde;n turavnnou dusmenevsteron povlei” (v. 429).

Egli infatti uccide i migliori, quelli dei quali considera la capacità di pensare, in quanto teme per il suo potere:”kai; tou;” ajrivstou” ou{” a]n hJgh’tai fronei’n-kteivnei, dedoikw;” th'” turannivdo” pevri” (vv. 444-445).

Il tiranno è circondato dalla paura.

Sicché la città si indebolisce: come potrebbe essere forte quando uno falcia i giovani, come da un campo di primavera (wJ~ leimw`no~ hjrinou`) con tagli si porta  via la spiga? (vv. 447-449).

 Cfr. Trasibulo di Mileto e Tarquinio il Superbo. Li vedremo più avanti

 Inoltre il despota si impossessa dei beni altrui rendendo vane le fatiche di chi voleva acquistare ricchezze per i propri figli. Per non parlare delle figlie che l’autocrate vuole rendere strumenti del suo piacere.

l’Elettra di Euripide recitando il biasimo funebre di Egisto allude, con pudica e verginale aposiopesi, alle porcherie che l’usurpatore faceva con le donne:”ta; d j eij” gunai’ka”, parqevnw/ ga;r ouj kalo;n-levgein, siwpw’ ” (Elettra, vv. 945-946).

 Si vede che sono gli stessi motivi della storiografia. Del resto non sono molto diversi i tiranni bolliti sonoramente, con “alte strida”, nel Flegetonte dell’Inferno di Dante:”Io vidi gente sotto infino al ciglio;/e ‘l gran Centauro disse:” E’ son tiranni/che dier nel sangue e nell’aver di piglio” (XII, 103-105). 

Un altro personaggio tragico che afferma l’insindacabilità del potere assoluto è Lady Macbeth nella scena del sonnambulismo:”What need we fear who knows it, when none can call our power to account it?” (Macbeth V, 1), perché dovremmo temere chi lo sappia, quando nessuno può chiamare la nostra potenza a renderne conto?

Adesso questo potere sta dentro tutte le case :”La televisione è diventato un potere incontrollato e qualsiasi potere non controllato è in contraddizione con i princìpi della democrazia”[12].

La televisione, come il tiranno, esige il livellamento delle teste. L’uomo che sa pensare si pone il problema di come resistere a questa volontà di omologazione tentando di salvare la propria unicità.

 

Il tiranno e il potere. Erodoto, Sofocle, Livio, Tacito, Shakespeare, Pasolini.

 La  prima caratteristica del despota, lo abbiamo visto, è  l’insofferenza dell’opposizione.

La mania della distruzione delle intelligenze fa parte dalla mente autocratica:  sappiamo da Erodoto  che la scuola dei tiranni insegna a uccidere gli oppositori in generale, e prima di tutti chiunque dia segni di intelligenza e indipendenza.

Periandro di Corinto, nipote della zoppa Labda, quando era ancora tiranno apprendista e la sua malvagità non si era  scatenata, accolse il suggerimento di Trasibulo di Mileto il quale:”oiJ uJpetivqeto..tou;” uJperovcou” tw’n ajstw’n foneuvein”, gli consigliava di mettere a morte i cittadini che si distinguevano ( Storie , V, 92 h) . Il despota esperto aveva dato il consiglio criminale in maniera simbolica: mostrandosi a un araldo, mandato da Corinto a domandargli come si potesse governare la città nella maniera più sicura e bella, mentre recideva le spighe più alte di un campo di grano.

Periandro comprese e allora rivelò tutta la sua malvagità (” ejnqau’ta dh; pa’san kakovthta ejxevfaine”).

 Abbiamo visto che già Otane nel dibattito costituzionale del terzo libro aveva usato l’espressione pa’san kakovthta che, secondo il nobile persiano , è conseguenza dell’ u{bri”, la prepotenza, a sua volta originata dall’invidia e dai beni a disposizione del monarca  ( “uJpo; tw’n parevontwn ajgaqw’n”, III, 80, 3).

 Dante individua la presenza del vizio dell’invidia  soprattutto nei luoghi del potere:””La meretrice che mai dall’ospizio/di Cesare non torse li occhi putti,/ morte comune, delle corti vizio”[13].

Nella commedia pastorale As you like it (1599) di Shakespeare, Il duca esiliato dal fratello e rifugiatosi nella foresta di Arden con i nobili suoi fedeli dice: Now my co-mates and brothers in exile,-hath not old custom made this life more sweet-than the painted pomp? Are not these woods-more free from peril than the envious court?” (II, 1), ora miei compagni e fratelli d’esilio, non ha l’antico costume reso questa vita più dolce che lo sfarzo dipinto? Non sono questi boschi più liberi dal pericolo dellinvidiosa corte? 

 

La ricchezza e il potere dunque sono occasioni per la malvagità.

 E pure per la stupidità: il Coro dell’Eracle di Euripide dopo la punizione del tiranno Lico afferma che l’oro, e il successo, spingono i mortali fuori dalla ragione tirandosi dietro un potere ingiusto:” oJ cruso;” a[ t j eujtuciva-frenw’n brotou;” ejxavgetai-duvnasin a[dikon ejfevlkwn” (vv. 774-776).

Su questa linea si trova anche Platone il quale  chiama in causa Omero che ha rappresentato Tantalo[14], Sisifo e Tizio “ejn jAidou to;n ajei; crovnon timwroumevnou””( Repubblica, 525e), puniti nell’Ade per sempre: questi erano appunto re e dinasti; mentre Tersite, e chiunque altro sia stato malvagio da privato cittadino (“ijdiwvth””) non ha avuto occasione di fare tanto male, e per questo si può considerare più fortunato dei potenti dai quali provengono “oiJ sfovdra ponhroiv” ( Repubblica, 526a) quelli malvagi assai.

 

Il contrappasso

I re non devono sporcarsi le mani di sangue poiché per loro il castigo è particolarmente duro, ammonisce  Teseo nell’ Hercules furens raccontando ad Anfitrione quelli che ha visto negli inferi. :”Sanguine umano abstÄ­ne,/quicumque regnas: scelera taxantur modo/maiore vestra” (vv. 745-747), astieniti dal sangue umano chiunque tu sia che regni: i vostri crimini vengono valutati con maggior rigore.

L’idea si trova anche nell’ultimo libro della Repubblica  di Platone: Er racconta la storia di Ardieo il quale era divenuto tiranno di una città della Panfilia, già mille anni prima di quel tempo, dopo avere ucciso il vecchio padre e il fratello maggiore, e avere perpetrato molte altre scelleratezze, a quanto si diceva (615c-d). Ebbene costui, con altri inguaribilmente malvagi, per lo più tiranni, non risalivano dalla voragine dalla quale invece sortivano coloro che avevano espiato i peccati: infatti quando questi grandi criminali  pensavano di potere oramai venirne fuori, la bocca d’uscita muggiva, e lì, degli uomini selvaggi e infuocati a vedersi (“a[grioi diavpuroi ijdei’n”, 615e), stando vicino e udendo quel mugghio, legavano Ardieo, e gli altri, mani piedi e testa, li gettavano a terra, li scorticavano, li trascinavano lungo la strada, poi li laceravano su arbusti spinosi e li portavano via per precipitarli nel Tartaro.

Questa immagine trova una corrispondenza nello stesso racconto di Teseo menzionato sopra:” quod quisque fecit, patitur: auctorem scelus/repetit, suoque premitur exemplo nocens./Vidi cruentos carcere includi duces,/et impotentis terga plebeia manu/scindi tyranni. Quisquis est placide potens,/dominusque vitae servat innocuas manus,/ et incruentum mitis imperium regit,/animaeque parcit: longa permensus diu/felicis aevi spatia, vel coelum petit,/vel laeta felix nemoris Elysii loca,/iudex futurus” (Hercules furens, vv. 735-745), ciò che ciascuno ha fatto lo patisce: il delitto ricade sull’autore, e il colpevole è gravato dal suo cattivo esempio. Vidi re sanguinari essere rinchiusi in un carcere e il dorso di un tiranno sfrenato lacerato da mani plebee.

Ma chi regna in pace e padrone della vita conserva innocenti le mani, e con mitezza regge un governo senza vittime e risparmia la vita, dopo avere contato a lungo anni di tempo felice, o sale al cielo o da beato arriva nei  luoghi sereni del bosco Elisio, per esservi giudice.

 

Questi versi contengono la legge del contrappasso espressa anche da Esiodo e da Eschilo.

Nelle Opere leggiamo :” a se stesso apparecchia il male l’uomo che lo prepara per un altro oi| g j aujtw’/ kaka; teuvcei ajnh;r a[llw/ kaka; teuvcwn” (v.265), e il pensiero cattivo è pessimo per chi l’ha pensato.

Nel doloroso canto (Commòs ) che precede l’epilogo dell’Agamennone di Eschilo ,il Coro dice queste parole:”paga chi uccide (ejktivnei d j oJ kaivnwn)./Rimane saldo, finché Zeus rimane nel trono/che chi ha fatto subisca: infatti è legge divina”( mivmnei de; mivmnonto~   jen qrovnw/ Diov~-paqei`n to;n e[rxanta: qevsmion gavr”, vv. 1562-1565).

Tommaso d’Aquino spiega il contrappasso con queste parole: ut secundum quod aliquid fecit patiatur” (S. Theol. II, II, 61, 4)

NellInferno di Dante (cerchio VIII, nona bolgia) Bertram del Bornio (XII secolo) è punito con Maometto tra i seminatori di discordia. Ha spinto il figlio (Enrico III d’Inghilterra) a odiare il padre (Enrico II)  e regge con una mano la testa staccata dal busto: Così osserva in me lo contrappasso” (Inferno, XXVIII, 142). 

 

 

 

 

Dai capitoli erodotei (III, 80-82) ricordati sopra derivano i modelli costituzionali della filosofia ( Platone, Aristotele ) e della storiografia (Polibio) successive.  

Tito Livio  riutilizza il rcconto erodoteo di Periandro e  Trasibulo.

 Il re Tarquinio il quale indicò al figlio Sesto cosa fare degli abitanti di Gabi con un’analoga risposta senza parole:” rex velut deliberabundus in hortum aedium transit sequente nuntio filii; ibi inambulans tacitus summa papaverum capita dicitur baculo decussisse “(I, 54), il re quasi meditabondo passò nel giardino della reggia seguito dall’inviato del figlio; lì passeggiando in silenzio, si dice che troncasse con un bastone le teste dei papaveri.

Il tiranno è la stessa Invidia che Ovidio personifica: essa “quacumque ingreditur, florentia proterit arva,/exÅ«rit herbas et summa papavera carpit” (Metamorfosi, II, 792), dovunque procede, schiaccia campi fiorenti,  dissecca le erbe e stacca le cime dei papaveri.   

 

Il falso sciocco

Tito Livio racconta che Bruto, per salvarsi da Tarquinio, aveva stabilito di non lasciare al re nulla da temere dall’animo suo, nulla da desiderare nella sua fortuna, e di trovare sicurezza nell’essere disprezzato:”Ergo ex industria factus ad imitationem stultitiae, cum se suaque praedae esse regi sineret, Bruti quoque haud abnuit cognomen ” (I, 56, 8) pertanto fingendosi stolto apposta, lasciando se stesso e i suoi beni al re, non rifiutò neppure il soprannome di Bruto. Perché non vi è nulla di più pericoloso di un uomo che rifiuta di sottomettersi alla tirannia”[15].

Ma quella che sembrava pazzia agli stupidi era invece genio. Quando l’oracolo delfico  preconizzò che avrebbe avuto il sommo potere a Roma quello che per primo avesse baciato la madre, Bruto, avendo capito, “velut si prolapsus cecidisset, terram osculo contigit, scilicet  quod ea communis mater omnium mortalium esset ” I, 56, 12, come se fosse caduto per una scivolata, diede un bacio alla terra, evidentemente poiché quella era la madre comune di tutti i mortali.

 Molto interessante è il commento di Bettini alla finta scivolata del falso sciocco. Questo particolare non irrilevante si trova anche in altri autori. “Il racconto di Dionigi appare, in questo episodio, leggermente variato[16]. Egli infatti ambienta la scena non direttamente nel tempio di Delfi, come Livio, ma la ritarda sino al momento dello sbarco in Italia: in questo modo, la terra mater assume simultaneamente anche il connotato della terra patria. Ancora, in Dionigi manca il tema della caduta simulata: Bruto, semplicemente, si china a baciare la terra, compiendo un gesto rituale antico e frequente, in coloro che tornano a casa dopo un lungo viaggio[17]Ovidio, al contrario, resta fedele al tema della simulazione:”ille iacens pronus matri dedit oscula terrae,/creditus offenso procubuisse pede[18] ( giacendo disteso al suolo dette un bacio alla terra madre, dando l’impressione che fosse caduto per aver inciampato). Qui Bruto inciampa, non scivola come altrove: però si tratta ugualmente di una caduta, e di una falsa caduta”[19].

Ovidio definisce Brutus stulti sapiens imitator, un saggio che si fingeva sciocco, ut esset-tutus ab insidiis, dire Superbe, tuis” (Fasti, II, 717-718).

Bettini procede facendo notare che la stupidità, vera o simulata, tira al basso. “In generale la poca stabilità sulle gambe, l’attrazione verso la terra – la tendenza, insomma, a mutare la posizione eretta umana e normale con quella a terra – sembra costituire un tratto tipico dello sciocco e del buono a nulla: ovvero di colui che finge di esserlo. Dell’imperatore Cl’audio si sottolinea frequentemente l’andatura vacillante, il “dexterum pedem trahere” (trascinare il piede destro), e così via[20]. Il carattere tardus dell’intelletto sembra avere il suo corrispettivo nella tardità fisica”[21].

 

Questa caratteristica di Cl’audio può entrare del resto anche nella rubrica “la zoppia del tiranno” che aprirò tra poco avvalendomi della guida di J. P. Vernant.

Per ora torniamo a Bettini e ad altri finti sciocchi che traballano. ” David, comunque, fingendosi pazzo alla corte di Achis “si lasciava cadere fra le loro mani e inciampava nei battenti della porta”[22]. Dunque anche David scivolava giù e inciampava, come Bruto a Delfi. Ma anche Amelethus, quando lo incontriamo la prima volta nella reggia di Fengo, giace “abiectus humi” (buttato a terra), sporco[23]… Lo stupido, tendendo al basso, alla terra, con la sua andatura incerta e le sue cadute, il suo inciampare, la sua amletica posizione di humi abiectus, di disprezzato Ceneraccio, riconferma invece la propria natura animalesca, il suo essere brutus: come gli animali che, com’è noto, “natura () prona finxit[24] (la natura ha creato proni verso terra). Del restoil valore originale dell’aggettivo brutus è proprio quello di “pesante”: chi è brutus ha un ingegno che tira al basso. Cadendo a terra Brutus – per fare un gioco etimologico caro ai poeti antichi – diventa “realmente” brutus. I cugini Tito e Arrunte, nel tempio del dio di Delfi, non si saranno certo meravigliati del suo gesto, lo avranno trovato normale. E’ stupido, è brutus, e quindi cade. Magari avranno riso di lui”[25].  

  Livio racconta pure che Bruto aveva portato in dono ad Apollo una verga d’oro inclusa in un bastone di corniolo con un incavo fatto a questo scopo, recando immagine enigmatica del suo carattere:”aureum baculum inclusum cornÄ•o cavato ad id baculo tulisse donum Apollini dicitur, per ambagem effigiem ingenii sui [26].

Una delle tante cose simboliche nella letteratura, oggetti diventati cose, causae.

“L’offerta funziona dunque come un indovinello, che simbolicamente rappresenta la falsa stoltezza dell’eroe. Il falso sciocco si configura come un involucro di materia vile che nasconde un’anima aureaDunque Bruto offre al dio un’immagine di se stesso, e della sua intelligenza fasciata di stoltezza. Come il Sileno platonico-l’astuccio ligneo, e di aspetto rozzo, che cela al suo interno la statua della divinità[27]-anche il bastone di Bruto manifesta simultaneamente i contrari. In questo senso si potrebbe anche dire che l’oggetto che Bruto offre al dio funziona alla maniera di un ossimoro, quella figura retorica che fa coincidere in uno stesso sintagma due pefetti contrari: come l’oraziana “concordia discors[28], o il miltoniano “darkness visible[29]. La materia più nobile e desiderata -l’oro- e quella più vile e mal augurante – un legno scadente e infelix– sono poste forzatamente una dentro l’altra. L’oggetto è ossimorico proprio come ossimorico è il falso sciocco, con la sua sapiens insipientia. Diciamo meglio. Il falso sciocco è l’ossimoro per eccellenza, visto che il significato proprio di questa espressione greca, ojxuvmwron, è proprio quella di “sciocco acuto”Forse non avevamo pensato che Bruto, come Amelethus, e tutti gli altri falsi sciocchi, erano in realtà delle figure retoriche, degli ossimori: anche in senso assolutamente letterale”[30] .

Così è anche Vergine madre” di Dante

Amelethus è un personaggio dei Gesta Danorum di Saxo Grammaticus (1140 ca-1210 ca).

Vediamo un aspetto della pazzia di Amelethus con altre considerazioni di Bettini:”L’eroe ha appena fatto all’amore con la futura Ofelia shakespeariana, e gli viene chiesto: su quale cuscino? E lui:” Su uno zoccolo di giumenta, una cresta di gallo e le travi del tetto”[31]. Ma il falso stolto deve anche farne, di sciocchezze, oltre che dirne.

Odisseo a Itaca, davanti a Menelao e Agamennone, aggioga all’aratro un bue e un cavallo e se ne va in giro con in capo il berretto (pileus) dello stolto[32]. Peccato che non possiamo più vedere un celebre dipinto di Eufranore che stava a Efeso, forse nel santuario di Artemide. Plinio lo descriveva così:”Ulisse, fintosi pazzo, aggioga un bue insieme con un cavallo: vi sono anche uomini pensosi vestiti col pall’io, e un comandante che rinfodera la spada”[33]. Ecco che le plateali insensatezze del (falso) sciocco suscitano il dubbio e lo sconcerto dei cogitantes, i personaggi “pensosi” che lo osservano. Solone, per parte sua, se ne uscì invece in pubblico “deformis habitu more vecordium” (tutto malvestito alla maniera dei pazzi), ovvero con in testa il famoso berretto[34][35].

 

Solone ejskhvyato me;n e[kstasin tw`n logismw`n[36], simulò un’uscita di senno. Poi saltò fuori nellagorà con un pilivdion , un berrettino in capo. Voleva che gli Ateniesi riprendessero la guerra contro i Megaresi per Salamina. In piazza intonò un elegia, un canto, ornamento di parole, Salamina di cento versi composti con molta grazia. Quindi gli Ateniesi abrogarono la legge contraria alla rivendicazione di Salamina e affidarono a Solone il comando della guerra.

 

 

 David, alla corte di Achis, contraffaceva il volto, si lasciava cadere, inciampava nei battenti della porta, e la saliva gli correva lungo la barba[37]. Ancora Amelethus, alla corte di Fengo, giace per terra sporco di cenere, intento a indurire nel fuoco dei bastoncini ricurvi[38]; poi lo vediamo salire su un cavallo a rovescio, reggendo naturalmente la coda al posto delle redini”[39].  

      

 Tacere e dissimulare è un modo per resistere alla stupidità della tirannide. Così avviene in 1984  di Orwell dove gli slogan del Partito sono:” La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza, (p. 8)…Non si possedeva di proprio se non pochi centimetri cubi dentro il cranio…Non era col farsi udire ma col resistere alla stupidità che si sarebbe potuto portare innanzi la propria eredità di uomo” (p. 31). 

 

Falso sciocco è anche Demo nei Cavalieri di Aristofane. Il coro lo accusa di dabbenaggine: sei uno facile da ingannare (eujparavgwgo” , v. 1115), gli dice, ti piace troppo essere adulato. E il vecchietto irritabile, sordastro (duvskolon gerovntion-uJpovkwfon, vv. 42-43) risponde: non avete senno sotto le vostre zazzere, se credete che io non capisca ejgw; d  j eJkw;n[40] -tau’t  j hjliqiavzw”, vv. 1123-1124), io mi comporto da sciocco apposta, e così me la godo a farmi portare da bere. Il Popolo insomma ha permesso ai demagoghi, Paflagone in testa, di essere ladri, per poi costringerli a vomitare fuori (pavlin ejxemei’n, v. 1148)) quello che gli hanno rubato usando l’urna elettorale per provocare il vomito.

 

   

 Anche Amleto  di Shakespeare non si finge pazzo? E anche nella sua follia c’è  metodo (II, 2) tanto che il re sentenzia che la pazzia nei grandi deve essere vigilata (III, 1).

 

Ma chi è Amleto?

Pirandello sostiene che l’Oreste dell’Elettra  di Sofocle diventerebbe Amleto quando si producesse “uno strappo nel cielo di carta del teatrino (…) quello strappo, donde ora ogni sorta di mali influssi penetrerebbero nella scena, e si sentirebbe cader le braccia”[41]; Amleto dunque sarebbe un personaggio paralizzato dalla consapevolezza che tutto è finto, recitato, convenzionale; Amleto anzi secondo O. Wilde fu l’inventore del pessimismo che incupisce la terra:”il mondo è diventato triste perché una volta una marionetta fu malinconica”[42].  

Oscar Wilde  in La decadenza della menzogna  (del 1889) sostiene che non è l’arte a imitare la vita, ma il contario:”La  vita imita l’arte assai più di quanto l’arte imiti la vita”.

Ebbene un Oreste amletico, come personaggio “terribilmente sconcertato” e consapevole, è già presente nella tragedia greca ed è il protagonista dellOreste  di Euripide. Infatti a Elettra che gli domanda:”tiv crh’ma pascei”; tiv” s  j ajpovllusin novso” ;”(v. 395) che cosa soffri? quale malattia ti distrugge?, egli risponde:” hJ suvnesi” , o{ti suvnoida dein j eijrgasmevno”” (v. 396) l’intelligenza, poiché sono consapevole di avere commesso cose terribili.  E se Amleto dice a Guildestern “Denmark’s a prison ” (II, 2)  la Danimarca è una prigione, Oreste fa a Pilade:”oujc oJra” ; fulassovmeqa frourivoisi pantach'”(v. 760), non vedi? siamo sorvegliati da sentinelle da tutte le parti.

 Restando ancora su Amleto, Freud sostiene che Amleto piuttosto è paralizzato dalla coscienza che lo zio ha attuato quanto avrebbe voluto fare lui stesso:” Secondo la concezione tuttora prevalente, che risale a Goethe, Amleto rappresenta il tipo d’uomo la cui vigorosa forza d’agire è paralizzata dalla forza opprimente dell’attività mentale (“la tinta nativa della risoluzione è resa malsana dalla pallida cera del pensiero”, III, 1). Secondo altri, il poeta ha tentato di descrivere un carattere morboso, indeciso, che rientra nell’ambito della nevrastenia. Senonché, la finzione drammatica dimostra che Amleto non deve affatto apparirci come una persona incapace di agire in generale. Lo vediamo agire due volte, la prima in un improvviso trasporto emotivo, quando uccide colui che sta origliando dietro il tendaggio, una seconda volta in modo premeditato, quasi perfido, quando con tutta la spregiudicatezza del principe rinascimentale manda i due cortigiani alla morte a lui stesso destinata. Che cosa dunque lo inibisce nell’adempimento del compito che lo spettro del padre gli ha assegnato? Appare qui di nuovo chiara la spiegazione: la particolare natura di questo compito. Amleto può tutto, tranne compiere la vendetta sull’uomo che ha eliminato suo padre prendendone il posto presso sua madre, l’uomo che gli mostra attuati i suoi desideri infantili rimossi”[43].

 

L’invidia.

Quanto allo fqovno”, Tacito attribuisce più di una volta l’ invidia ai suoi Cesari: Tiberio temeva dai migliori un pericolo per sé, dai peggiori disonore per lo stato (ex optimis periculum sibi, a pessimis dedÄ•cus publicum metuebat, Annales , I, 80), e Domiziano invidiava e odiava Agricola per i suoi successi in Britannia:”Id sibi maxime formidolosum, privati hominis nomen supra principem attolli ” ( Agricola[44] , 39), gli faceva paura soprattutto il fatto che il nome di un suddito fosse messo al di sopra di quello del principe.

Quale deve essere la posizione dell’intellettuale e dell’uomo libero in genere nei confronti del tiranno?

Tacito  dubita se il favore o l’ostilità dei principi dipenda dal fato, o se abbiano qualche peso le nostre decisioni e sia possibile percorrere un cammino intermedio, privo di servilismo e pericoli, tra una rovinosa opposizione e una degradante sottomissione[45] :” an sit aliquid in nostris consiliis liceatque inter abruptam contumaciam et deforme obsequium pergere iter ambitione ac periculis vacuum ” (Annales  IV, 20, 3).

Una via di mezzo insomma tra il ruere in servitium  (Annales , I, 7) o la libido adsentandi  (Historiae , I, 1) e l’ambitiosa mors  (Agricola , 42), la morte spettacolare con cui gli oppositori estremi divennero famosi (plerique ambitiosa morte inclaruerunt).

 Comunque chi scrive storia deve esprimersi sine ira et studio  (Annales  , I, 1), senza animosità e partigianeria, ovvero raccontare di ciascuno neque amore et sine odio  (Historiae , I, 1).

 

Intellettuali e potere.

Tra intellettuali liberi e potere non sono possibili rapporti di collaborazione secondo il Pasolini degli Scritti corsari  che infatti gli sono costati la vita:” il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi”. (p. 113).

Altrettanto vennero messi a tacere dal regime imperiale di Roma gli storiografi che facevano opposizione e divennero martiri: Tito Labieno (soprannominato Rabienus  per la sua rabbia contro i vincitori ) si uccise per non sopravvivere alla sua opera, che Augusto fece bruciare, siccome esaltava la libertas .

Cremuzio Cordo chiamava Cassio, il cesaricida “ultimo dei Romani”[46].

 “Anche del senatore Cremuzio Cordo furono bruciati i libri, per ordine di Seiano, il celebre prefetto del pretorio di Tiberio; ed egli , accusato, s’era lasciato morire di fame. (La sua autodifesa fu un’esaltazione della libertà di pensiero storico)…Sotto Nerone, il padovano Trasea Peto “la virtù in persona[47]“, come lo definì Tacito , si uccise[48] accusato di lesa maestà: aveva scritto una monografia su Catone Uticense. Questi storici capaci di eroismo sapevano benissimo che le loro opere, seppur con varie gradazioni, non solo difendevano l’antico regime, ma in realtà ponevano in questione lo stesso principato”[49]. Quando la persona del tiranno cambia, del resto ci possono essere rivalutazioni o nuove condanne secondo l’interesse o la simpatia del despota, e secondo la concezione orwelliana della storia come palinsesto:””La Storia era un palinsesto grattato fino a non recare nessuna traccia della scrittura antica e quindi riscritto di nuovo tante volte quante si sarebbe reso necessario”[50]. Quando cambia un regime, o il despota, gli scrittori eliminati possono essere riabilitati.  

Caligola fece tornare alla luce gli scritti di Labieno e di Cremuzio:”è nel mio interesse” diceva “che la storia sia conosciuta” (ut facta quaeque posteris tradantur : Suet. Cal. 16, 1): un punto di vista che entra nella tendenza antitiberiana, e nella ricerca della popularitas , con cui Caligola, ai suoi inizi, si presentò come un monarca, a suo modo, costituzionale”[51].

 

La zoppia del tiranno.

 Il despota  teme chi gli sta sopra[52] anche solo fisicamente: “  Edipo uccide il padre che, dall’alto del suo carro, precipita allo stesso suo livello (…) Come Edipo che colpendo Laio con il suo bastone lo fa cadere dall’alto del suo carro a terra, ai suoi piedi, Periandro falcia e abbatte tutti coloro la cui testa supera di poco quella degli altri. E in secondo luogo le donne. La tradizione greca fa di Periandro, modello del tiranno, un nuovo Edipo. Egli avrebbe, in segreto, consumato l’unione sessuale con la madre Krateia[53] (…) Ma la tirannide, sovranità claudicante, non può procedere a lungo nel suo successo. L’oracolo, che aveva dato via libera a Cipselo per aprirgli la porta del potere, aveva fissato, fin dall’inizio, il termine al di là del quale la discendenza di Labda, non diversamente da quella di Laio, non avrebbe avuto il diritto di perpetuarsi. “Cipselo, figlio di Eezione, re dell’illustre Corinto” aveva proclamato il dio; ma per aggiungere subito:”lui e i suoi figli, ma non più i figli dei suoi figli”[54]. Alla terza generazione, l’effetto della “pietra rotolante” uscita dal ventre di Labda non si fa più sentire [55]. Per la stirpe dei claudicanti, istallati sul trono di Corinto, è venuto il momento in cui il destino vacilla, precipita, sprofonda nella sventura e nella morte”[56].

A proposito della zoppìa del tiranno, Periandro era figlio di Cipselo, nato da una Bacchiade zoppa (cwlhv, V, 92 b), Labda, che nessun membro di questa oligarchia dominante Corinto voleva sposare. La sposò invece uno di origine Lapita, Eezione il quale, siccome non nascevano figli, andò a interrogare l’oracolo di Delfi. La Pizia rispose che Labda era già incinta e avrebbe partorito un masso rotondo (tevxei d j ojlooivtrocon) che si sarebbe abbattuto sui governanti punendo Corinto.

 Zoppicante è anche the bloody king  (IV, 3), il re sanguinario di Shakespeare, Riccardo III   il quale si presenta dicendo di essere:”so lamely and unfashionable/That dogs bark at me, as I halt by them “(I, 1), così claudicante e goffo che i cani mi latrano contro quando gli passo vicino arrancando.

 E’ questa una zoppia che rende malata tutta la sua terra secondo il tovpo” che risale a Omero ed Esiodo: un cittadino dice che il Duca di Gloucester è pericolosissimo come i figli e i fratelli della regina e se costoro non governassero ma fossero governati “this sickly land might solace as before ” (II, 3), questa terra malata potrebbe avere ristoro come prima. 

Diversi tiranni in conclusione hanno qualche cosa di zoppo: Cipselo e Periandro in quanto discendenti da Labda, Edipo poiché ha avuto i piedi perforati[57].  Anzi, se consideriamo con attenzione la prima antistrofe del secondo stasimo dell’Edipo re  vediamo che tutte le tirannidi sono zoppe: “la prepotenza fa crescere il tiranno, la prepotenza/ se si è riempita invano di molti orpelli (eij-pollw`n[58]  uJperplhsqh`/ mavtan)/ che non sono opportuni e non convengono/salita su fastigi altissimi/precipita nella necessità scoscesa/dove non si avvale di valido piede” e[nq j ouj podi; crhsivmw/-crh’tai “(vv. 873-879).

La vanità degli orpelli del potere è denunciata anche da Shakespeare: Bra