LE PAROLE DI PETRARCA – ricerca linguistica

LAURA
          rappresentata per la caratteristica degli occhi
          rappresentata con l’arco
          immedesimata in un ramo: troppo in alto per essere raggiunto da Petrarca
         Laura come angelo

LEGENDA
          Sogno
          Tristezza, amarezza
          Pensiero
          Contrasto
          Parole “cielo” o “terra”
          Parola “guerra” o connesse
          Laura
          Idea della vecchiaia, pesantezza e stanchezza
          Parola “dolce”
          Parola “spargere”
          Onore
          Dubbio
          Morte, limite
          Solitudine
          Concetto dell’essere difesi/indifesi
          Concetto della fuga, del nascondersi
          Verbo “cercare” o parola desiderio
          Parola “cammino” o “via”
          Parole che significano “legare”, essere imprigionato
          Parole che riguardano l’immagine del fuoco
          Parole che riguardano l’immagine della pioggia
          Parola “sospiro”
          Parole che riguardano una ferita
          Occhi di Laura (descritta per le cose che avvincono Petrarca)
          Parola “porto”
          Parola “pace”
          Parole che concernono il dolore, il pianto e le lacrime
          Parole “pietà”, “grazia” e “mercede”
          Immagine del sole
          Parole “beato” e “benedetto” (che cos’è benedetto per Petrarca?)
          Rimpianto, vergogna, perdita delle speranze, parola “errore”
          Riferimenti possibili a Dante
          Verità
          Immagini riguardanti gli uccelli
          Gente
          Nudità
          Osservazione: ricorrenza frequente del verbo “vedere” ed “oblio” ed “eterno”
N°1
Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospiri ond’io nudriva ‘l core
in sul mio primo giovenile errore
quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono,
del vario stile in ch’io piango e ragiono
fra le vane speranze e ‘l van dolore,
ove sia chi per prova intenda amore,
spero trovar pietà, nonché perdono.
Ma ben veggio or sì come al popol tutto
favola fui gran tempo, onde sovente
di me medesmo meco mi vergogno;
e del mio vaneggiar vergogna è ‘l frutto,
e ‘l pentersi, e ‘l conoscer chiaramente
che quanto piace al mondoè breve sogno.
N°3
Era ‘l giorno ch’al sol si scoloraro
per la pietà del suo Fattore i rai,
quando i’ fui preso, e non me ne guardai,
che i be’ vostr’occhi, Donna, mi legaro.
Tempo non mi parea da far riparo
contr’a’ colpi d’Amor; però n’andai
secur, senza sospetto: onde i mei guai
nel comune dolor s’incominciaro.
Trovommi Amor del tutto disarmato,
ed aperta la via per gli occhi al core,
che di lacrime son fatti uscio e varco.
Però, al mio parer, non li fu onore
ferir me di saettain quello stato,
ed a voi armata non mostrar pur l’arco.
N° 5
Quando io movo i sospiri a chiamar voi,
e ‘l nome che nel cor mi scrisse Amore,
LAUdando s’incomincia udir di fore
il suon de’ primi dolci accenti suoi.
Vostro stato REal, che ‘ncontro poi,
raddoppia a l’alta impresa il mio valore;
ma: TAci, grida il fin, ché farle honore
è d’altri homeri soma che da’ tuoi.
Cosí LAUdare et REverire insegna
la voce stessa, pur ch’altri vi chiami,
o d’ogni reverenza et d’onor degna:
se non che forse Apollo si disdegna
ch’a parlar de’ suoi sempre verdi rami
lingua mortal presumptüosa vegna.
N°16
Movesi il vecchierel canuto e bianco
del dolce loco ov’ha sua età fornita
e da la famigliuola sbigottita
che vede il caro padre venir manco;
indi traendopoi l’antiquo fianco
per l’estreme giornate di sua vita,
quanto più pò, col buon voler s’aita,
rotto dagli anni, e dal cammino stanco;
e viene a Roma, seguendo ‘l desio,
per mirar la sembianza di colui
ch’ancor lassú nel ciel vedere spera:
cosí, lasso, talor vo cerchand’io,
donna, quanto è possibile, in altrui
la disïata vostra forma vera.
Contrasto tra la vecchiezza ed il moto
N°35
Solo et pensoso i più deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human la rena stampi.
Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d’alegrezza spenti
di fuor si legge com’io dentro avampi:
sì ch’io mi credo omai che monti et piagge
et fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch’è celata altrui.
Ma pur sì aspre vie né sì selvagge
cercar non so, ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco; et io co llui.
Contrasto tra la solitudine e la gente, l’umanità; dualismo con Amore
Contrasto tra l’essere spenti all’apparenza e l’essere accesi dal fuoco all’interno
N°61
Benedetto sia ‘l giorno, e ‘l mese, et l’anno,
et la stagione, e ‘l tempo, et l’ora, e ‘l punto,
e ‘l bel paese, e ‘l loco ov’io fui giunto
da’ duo begli occhi che legato m’ànno;
et benedetto il primo dolce affanno
ch’i’ ebbi ad esser con Amor congiunto,
et l’arco, et le saetteondi’i’ fui punto,
et le piaghe che ‘nfin al cor mi vanno.
Benedette le voci tante ch’io
chiamando il nome de mia donna ò sparte,
e i sospiri, et le lagrime, e ‘l desio;
et benedette sian tutte le carte
ov’io fama l’acquisto, e ‘l pensier mio,
ch’è sol di lei, sì ch’altra non v’à parte.
Contrasto “dolce affanno”
Costrasto: benedice ciò che gli fa del male
N°84
Occhi piangete: accompagnate il core
che di vostro fallir morte sostene.
– Cosí sempre facciamo; et ne convene
lamentar più l’altrui, che ’l nostro errore.
– Già prima ebbe per voi l’entrata Amore,
là onde anchor come in suo albergo v’ène.
– Noi gli aprimmo la via per quella spene
che mosse d’entro da colui che more.
– Non son, come a voi par, le ragion’ pari:
ché pur voi foste ne la prima vista
del vostro et del suo mal cotanto avari.
– Or questo è quel che più ch’altro n’atrista,
che’ perfetti giudicii son sí rari,
et d’altrui colpa altrui biasmo s’acquista.
N°90
Erano i capei d’oro a l’aura sparsi
che ‘n mille dolci nodi gli avolgea,
e ‘l vago lume oltra misura ardea
di quei begli occhi ch’or ne son sì scarsi;
e ‘l viso di pietosi color farsi,
non so se vero o falso, mi parea:
i’ che l’esca amorosa al petto avea,
qual meraviglia se di subito arsi?
Non era l’andar suo cosa mortale
ma d’angelicaforma, e le parole
sonavan altro che pur voce umana;
uno spirto celeste, un vivo sole
fu quel ch’i’ vidi, e se non fosse or tale,
piaga per allentar d’arconon sana.
Contrasto “dolci nodi”
Contrasto “umana” e “spirito celeste”
N°126
Chiare, fresche e dolci acque,
ove le belle membra
pose colei che sola a me par donna;
gentil ramo ove piacque
(con sospir’ mi rimembra)
a lei di fare al bel fianco colonna;
erba e fior’ che la gonna
leggiadra ricoverse
co l’angelico seno;
aere sacro, sereno,
ove Amor co’ begli occhi il cor m’aperse:
date udïenza insieme
a le dolenti mie parole estreme.

S’egli è pur mio destino
e ‘l cielo in ciò s’adopra,
ch’Amor quest’occhi lagrimandochiuda,
qualche gratia il meschino
corpo fra voi ricopra,
e torni l’alma al proprio albergo ignuda.
La morte fia men cruda
se questa spene porto
a quel dubbioso passo:
ché lo spirito lasso
non poria mai in più riposato porto
né in più tranquilla fossa
fuggir la carne travagliatae l’ossa.

Tempo verrà ancor forse
ch’a l’usato soggiorno
torni la fera bella e mansüeta,
e là ‘v’ella mi scorse
nel benedetto giorno,
volga la vista disïosae lieta,
cercandomi; e, o pietà!,
già terra in fra le pietre
vedendo, Amor l’inspiri
in guisa che sospiri
dolcemente che mercé m’impetre,
e faccia forza al cielo,
asciugandosi gli occhicol bel velo.

Da’ be’ rami scendea
(dolce ne la memoria)
una pioggia di fior’ sovra ‘l suo grembo;
ed ella si sedea
umile in tanta gloria,
coverta già de l’amoroso nembo.
Qual fior cadea sul lembo,
qual su le treccie bionde,
ch’oro forbito e perle
eran quel dí a vederle;
qual si posava in terra, e qual su l’onde;
qual con un vago errore
girando parea dir: – Qui regna Amore. –

Quante volte diss’io
allor pien di spavento:
Costei per fermo nacque in paradiso.
Cosí carco d’oblio
il divin portamento
e ‘l volto e le parole e ‘l dolce riso
m’aveano, e sí diviso
da l’imagine vera,
ch’i’ dicea sospirando:
Qui come venn’io, o quando?;
credendo d’esser in ciel, non là dov’era.
Da indi in qua mi piace
quest’erba sí, ch’altrove non ò pace.

Se tu avessi ornamenti quant’ài voglia,
poresti arditamente
uscir del bosco, et gir in fra la gente.

Contrasto “fera bella e mansueta”
Contrasto “memoria” ed “oblio”
Contrasto tra la felicità dell’immagine e le sue “parole dolenti”
N°128
Italia mia, benché ’l parlar sia indarno
a le piaghe mortali
che nel bel corpo tuo sí spesse veggio,
piacemi almen che ’ miei sospir’ sian quali
spera ’l Tevero et l’Arno,
e ’l Po, dove doglioso et grave or seggio.
Rettor del cielo, io cheggio
che la pietà che Ti condusse in terra
Ti volga al Tuo dilecto almo paese.
Vedi, Segnor cortese,
di che lievi cagion’ che crudel guerra;
e i cor’, che ’ndura et serra
Marte superbo et fero,
apri Tu, Padre, e ’ntenerisci et snoda;
ivi fa che ’l Tuo vero,
qual io mi sia, per la mia lingua s’oda.

Voi cui Fortuna à posto in mano il freno
de le belle contrade,
di che nulla pietà par che vi stringa,
che fan qui tante pellegrine spade?
perché ’l verde terreno
del barbarico sangue si depinga?
Vano errorvi lusinga:
poco vedete, et parvi veder molto,
ché ’n cor venale amor cercate o fede.
Qual più gente possede,
colui è più da’ suoi nemici avolto.
O diluvio raccolto
di che deserti strani
per inondar i nostri dolcicampi!  (richiamo alla prima ecloga delle Bucoliche di Virgilio)
Se da le proprie mani
questo n’avene, or chi fia che ne scampi?

Ben provide Natura al nostro stato,
quando de l’Alpi schermo
pose fra noi et la tedesca rabbia;
ma ’l desir cieco, e ’ncontr’al suo ben fermo,
s’è poi tanto ingegnato,
ch’al corpo sano à procurato scabbia.
Or dentro ad una gabbia
fiere selvagge et mansüete gregge
s’annidan sí che sempre il miglior geme:
et è questo del seme,
per più dolor, del popol senza legge,
al qual, come si legge,
Mario aperse sí ’l fianco,
che memoria de l’opra ancho non langue,
quando assetato et stanco
non più bevve del fiume acqua che sangue.

Cesare taccio che per ogni piaggia
fece l’erbe sanguigne
di lor vene, ove ’l nostro ferro mise.
Or par, non so per che stelle maligne,
che ’l cielo in odio n’aggia:
vostra mercé, cui tanto si commise.
Vostre voglie divise
guastan del mondo la più bella parte.
Qual colpa, qual giudicio o qual destino
fastidire il vicino
povero, et le fortune afflicte et sparte
perseguire, e ’n disparte
cercar gente et gradire,
che sparga ’l sangue et venda l’alma a prezzo?
Io parlo per verdire,
non per odio d’altrui, né per disprezzo.

Né v’accorgete anchor per tante prove
del bavarico inganno
ch’alzando il dito colla morte scherza?
Peggio è lo strazio, al mio parer, che ’l danno;
ma ’l vostro sangue piove
più largamente, ch’altr’ira vi sferza.
Da la matina a terza
di voi pensate, et vederete come
tien caro altrui che tien sé cosí vile.
Latin sangue gentile,
sgombra da te queste dannose some;
non far idolo un nome
vano senza soggetto:
ché ’l furor de lassú, gente ritrosa,
vincerne d’intellecto,
peccato è nostro, et non natural cosa.

Non è questo ’l terren ch’i’ toccai pria?
Non è questo il mio nido
ove nudrito fui sí dolcemente?
Non è questa la patria in ch’io mi fido,
madre benigna et pia,
che copre l’un et l’altro mio parente?
Perdio, questo la mente
talor vi mova, et con pietà guardate
le lagrime del popol doloroso,
che sol da voi riposo
dopo Dio spera; et pur che voi mostriate
segno alcun di pietate,
vertú contra furore
prenderà l’arme, et fia ’l combatter corto:
ché l’antiquo valore
ne gli italici cor’ non è anchor morto.

Signor’, mirate come ’l tempo vola,
et sí come la vita
fugge, et la morten’è sovra le spalle.
Voi siete or qui; pensate a la partita:
ché l’alma ignudaet sola
conven ch’arrive a quel dubbioso calle.
Al passar questa valle
piacciavi porre giú l’odio et lo sdegno,
v’ènti contrari a la vita serena;
et quel che ’n altrui pena
tempo si spende, in qualche acto più degno
o di mano o d’ingegno,
in qualche bella lode,
in qualche honesto studio si converta:
cosí qua giú si gode,
et la strada del cielsi trova aperta.

Canzone, io t’ammonisco
che tua ragion cortesemente dica,
perché fra gente altera ir ti convene,
et le voglie son piene
già de l’usanza pessima et antica,
del ver sempre nemica.
Proverai tua ventura
fra’ magnanimi pochi a chi ’l ben piace.
Di’ lor: – Chi m’assicura?
I’ vo gridando: Pace, pace, pace.

N°134
Pace non trovo e non ho da far guerra
e temo, e spero; e ardo e sono un ghiaccio;
e volo sopra ‘l cielo, e giaccioin terra;
e nulla stringo, e tutto il mondo abbraccio.
Tal m’ha in pregion, che non m’apre né sera,
né per suo mi riten né scioglie il laccio;
e non m’ancide Amore, e non mi sferra,
né mi vuol vivo, né mi trae d’impaccio.
Veggio senz’occhi, e non ho lingua, e grido;
e bramo di perire, e chieggio aita;
e ho in odio me stesso, e amo altrui.
Pascomi di dolor, piangendorido;
egualmente mi spiace morte e vita:
in questo stato son, donna, per vui.
Questa poesia è un elenco di antitesi e contrasti
N°136
Fiamma dal ciel su le tue treccie piova,
malvagia, che dal fiume et da le ghiande
per l’altrui impoverir se’ ricca et grande,
poi che di mal oprar tanto ti giova;
nido di tradimenti, in cui si cova
quanto mal per lo mondo oggi si spande,
de vin serva, di lecti et di vivande,
in cui Luxuria fa l’ultima prova.
Per le camere tue fanciulle et vecchi
vanno trescando, et Belzebub in mezzo
co’ mantici et col foco et co li specchi.
Già non fustú nudrita in piumeal rezzo,
ma nuda al vento, et scalza fra gli stecchi:
or vivi sí ch’a Dio ne venga il lezzo.
N°150
– Che fai alma? Che pensi? Avrem mai pace?
Avrem mai tregua? Od avrem guerraeterna?-
– Che fia di noi, non so; ma in quel ch’io scerna,
a’ suoi begli occhi il malnostro non piace.-
– Che pro, se con quelli occhi ella ne face
di state un ghiaccio, un focoquando inverna?-
– Ella non, ma colui che gli governa.-
– Questo ch’è a noi, s’ella sel vede e tace?-
– Talor tace la lingua, e il cor si lagna
Ad alta voce, e ‘n vista asciutta e lieta
Piange dove mirando altri no ‘l vede.-
Per tutto ciò la mente non s’acqueta,
rompendo il duol che ‘n lei s’accoglie e stagna,
ch’a gran speranza uom misero non crede.
N°161
O passi sparsi, o pensier’ vaghi et pronti,
o tenace memoria, o fero ardore,
o possente desire, o debil core,
oi occhi miei, occhinon già, ma fonti!
O fronde, honor de le famose fronti,
o sola insegna al gemino valore!
O faticosa vita, o dolceerrore,
che mi fate ir cercando piagge et monti!
O bel viso ove Amor inseme pose
gli sproni e ‘l fren ond’el mi punge et volve,
come a lui piace, et calcitrar non vale!
O anime gentili et amorose,
s’alcuna à ‘l mondo, et voi nude ombre et polve,
deh ristate a veder quale è ‘l mio male
N°189
Passa la nave mia colma d’oblio
per aspro mare, a mezza notte il verno,
enfra Scilla et Caribdi; et al governo
siede ’l signore, anzi ’l nimico mio.
A ciascun remo un penser pronto et rio
che la tempesta e ’l fin par ch’abbi a scherno;
la vela rompe un vento humido eterno
di sospir’, di speranze, et di desio.
Pioggia di lagrimar, nebbia di sdegni
bagna et rallenta le già stanche sarte,
che son d’error con ignorantia attorto.
Celansi i duo mei dolciusati segni;
morta fra l’onde è la ragion et l’arte,
tal ch’incomincio a desperar del porto.
N°226
Passer mai solitario in alcun tetto
non fu quant’io, né fera in alcun bosco,
ch’i’ non veggio ’l bel viso, et non conosco
altro sol, né quest’occhi ànn’altro obiecto.
Lagrimar sempre è ’l mio sommo diletto,
il rider doglia, il cibo assentio et tòsco,
la notte affanno, e ’l ciel seren m’è fosco,
et duro campo di battaglia il letto.
Il sonno è veramente, qual uom dice,
parente de la morte, e ’l cor sottragge
a quel dolce penserche ’n vita il tene.
Solo al mondo paese almo, felice,
verdi rive fiorite, ombrose piagge,
voi possedete, et io piango, il mio bene.
N°234
O cameretta, che giá fosti un porto
a le gravi tempeste mie diurne,
fonte se´or di lagrime notturne
che ´l dí celate per vergogna porto!
O letticciuol, che requie eri e conforto
in tanti affani, di che dogliose urne
ti bagna Amor con quelle mani eburne
solo vér´ me crudeli a sí gran torto!
Né pur il mio secreto e ´l mio riposo
fuggo, ma più me stesso e ´l mio pensiero,
che, seguendol, talor, levommi a volo;
e ´l vulgo, a me nemico et odioso,
(chi ´l pensó mai?), per mio refugio chero:
tal paura ho di ritrovarmi solo.
N°310
Zefiro torna, e ‘l bel tempo rimena,
e i fiori e l’erbe, sua dolce famiglia,
et garrir Progne et pianger Filomena,
e primavera candida e vermiglia.
Ridono i prati, e ‘l ciel si rasserena;
Giove s’allegra di mirar sua figlia;
l’aria e l’acqua e la terra è d’amor piena;
ogni animal d’amar si riconsiglia.
Ma per me, lasso, tornano i più gravi
sospiri, che del cor profondo tragge
quella ch’al ciel se ne portò le chiavi; (come Pier delle Vigne)
e cantar augelletti, e fiorir piagge,
e ‘n belle donne oneste atti soavi
sono un deserto, e fere aspre e selvagge.
N°366
Vergine bella, che di sol vestita,
coronata di stelle, al sommo Sole
piacesti sí, che ‘n te Sua luce ascose,
amor mi spinge a dir di te parole:
ma non so ‘ncominciar senza tu’ aita,
et di Colui ch’amando in te si pose.
Invoco lei che ben sempre rispose,
chi la chiamò con fede:
Vergine, s’a mercede
miseria extrema de l’humane cose
già mai ti volse, al mio prego t’inchina,
soccorri a la mia guerra,
bench’i’ sia terra, et tu del cielregina.
Vergine saggia, et del bel numero una
de le beate vergini prudenti,
anzi la prima, et con più chiara lampa;
o saldo scudo de l’afflicte genti
contra colpi di Morteet di Fortuna,
sotto ‘l qual si trïumpha, non pur scampa;
o refrigerio al cieco ardor ch’avampa
qui fra i mortali sciocchi:
Vergine, que’ belli occhi
che vider tristi la spietata stampa
ne ‘ dolcimembri del tuo caro figlio,
volgi al mio dubio stato,
che sconsigliatoa te v’èn per consiglio.
Vergine pura, d’ogni parte intera,
del tuo parto gentil figliuola et madre,
ch’allumi questa vita, et l’altra adorni,
per te il tuo figlio, et quel del sommo Padre,
o fenestra del cielo lucente altera,
venne a salvarne in su li extremi giorni;
et fra tutti terreni altri soggiorni
sola tu fosti electa,
Vergine benedetta,
che ‘l pianto d’Eva in allegrezzatorni.
Fammi, ché puoi, de la Sua gratia degno,
senza fine o beata,
già coronata nel superno regno.
Vergine santa d’ogni gratia piena,
che per vera et altissima humiltate
salisti al ciel onde miei preghi ascolti,
tu partoristi il fonte di pietate,
et di giustitia il sol, che rasserena
il secol pien d’errori oscuri et folti;
tre dolciet cari nomi ài in te raccolti,
madre, figliuola et sposa:
Vergine glorïosa,
donna del Re che nostri lacci à sciolti
et fatto ‘l mondo libero et felice,
ne le cui sante piaghe
prego ch’appaghe il cor, vera beatrice.
Vergine sola al mondo senza exempio,
che ‘l ciel di tue bellezze innamorasti,
cui né prima fu simil né seconda,
santi penseri, atti pietosi et casti
al vero Dio sacrato et vivo tempio
fecero in tua verginità feconda.
Per te pò la mia vita esser ioconda,
s’a’ tuoi preghi, o Maria,
Vergine dolce et pia,
ove ‘l fallo abondò, la gratia abonda.
Con le ginocchia de la mente inchine,
prego che sia mia scorta,
et la mia torta via drizzi a buon fine.
Vergine chiara et stabile in eterno,
di questo tempestoso mare stella,
d’ogni fedel nocchier fidata guida,
pon’ mente in che terribile procella
i’ mi ritrovo sol, senza governo,
et ò già da vicin l’ultime strida.
Ma pur in te l’anima mia si fida,
peccatrice, i’ nol nego,
Vergine; ma ti prego
che ‘l tuo nemico del mio malnon rida:
ricorditi che fece il peccar nostro
prender Dio, per scamparne,
humana carne al tuo virginal chiostro.
Vergine, quante lagrime ò già sparte,
quante lusinghe et quanti preghi indarno,
pur per mia pena et per mio grave danno!
Da poi ch’i’ nacqui in su la riva d’Arno,
cercando or questa et or quel’altra parte,
non è stata mia vita altro ch’affanno.
Mortal bellezza, atti et parole m’ànno
tutta ingombrata l’alma.
Vergine sacra et alma,
non tardar, ch’i’ son forse a l’ultimo anno.
I dí miei più correnti che saetta
fra miserieet peccati
sonsen’ andati, et sol Morte n’aspetta.
Vergine, tale è terra, et posto à in doglia
lo mio cor, che vivendo in pianto il tenne
et de mille miei mali un non sapea:
et per saperlo, pur quel che n’avenne
fôra avenuto, ch’ogni altra sua voglia
era a me morte, et a lei famarea.
Or tu donna del ciel, tu nostra dea
(se dir lice, et convensi),
Vergine d’alti sensi,
tu vedi il tutto: et quel che non potea
far altri, è nulla a la tua gran vertute,
por fine al mio dolore;
ch’a te honore, et a me fia salute.
Vergine, in cui ò tutta mia speranza
che possi et vogli al gran bisogno aitarme,
non mi lasciare in su l’extremo passo.
Non guardar me, ma Chi degnò crearme;
no ‘l mio valor, ma l’alta Sua sembianza,
ch’è in me, ti mova a curar d’uom sí basso.
Medusa et l’error mio m’àn fatto un sasso
d’umor vano stillante:
Vergine, tu di sante
lagrime, et pïe adempi ‘l meo cor lasso,
ch’almen l’ultimo piantosia devoto,
senza terrestro limo,
come fu ‘l primo non d’insania vòto.
Vergine humana, et nemica d’orgoglio,
del comune principio amor t’induca:
miserere d’un cor contrito humile:
che se poca mortal terra caduca
amar con sí mirabil fede soglio,
che devrò far di te cosa gentile?
Se dal mio stato assai misero e vile
per le tue man resurgo,
Vergine, i’ sacro e purgo
al tuo nome e penseri e ‘ngegno e stile,
la lingua e ‘l cor, le lagrime e i sospiri.
Scorgimi al miglior guado,
e prendi in grado i cangiati desiri.
Il dí s’appressa, e non pòte esser l’unge,
sí corre il tempo e vola,
Vergine unica e sola,
e ‘l cor or conscienzia or morte punge.
Raccomandami al tuo figliol, verace
omo e verace Dio,
ch’accolga ‘l mio spirto ultimo in pace.