Lettera aperta di alcuni insegnanti di due scuole di Milano

Dov’è e dove va la scuola?
Lettera aperta ai colleghi, agli studenti e ai loro genitori
Alcune parole, come  ricerca di significato, bellezza, verità, giustizia, felicità
sono termini dimenticati nel consueto vocabolario di chi disserta sulla scuola.
Queste parole costituiscono però il tessuto vivo di ogni vera avventura
educativa  e noi sappiamo  che queste stesse parole,  quando 
diventano carne viva di un’esperienza, cioè cultura, non possono non
trovare una corrispondenza umana  tra
insegnanti,  studenti e genitori.

E’
nella passione  quotidiana per una
autentica cultura dell’uomo, è nell’alleanza tra persone  che fanno e fruiscono della scuola che
consiste il senso del nostro operare quotidiano.

In nome di questo lavoro che ogni giorno sfida la nostra
quiete, in nome della grande possibilità, che non ci può essere tolta da
nessuno, di creare una realtà nuova e liberata, noi riaffermiamo la dignità e
la libertà che costituiscono la professione docente, ma più ancora diciamo in
fronte a  tutti i governi e alla società:
non uccidete la scuola!
Le scuole, tutte
le scuole, senza divisione ideologica, quelle statali e quelle paritarie di
grande tradizione, le scuole materne, primarie, secondarie di ogni indirizzo,
la formazione professionale, così trattata da cenerentola dentro alla nostra
società, e più su, fino all’Università e alla ricerca, tutti questi luoghi di
educazione e l’esperienza di libertà che ogni giorno può riaccadere  tra le loro mura costituiscono il bene più
prezioso del nostro tessuto sociale, presente e futuro. Comprimete la scuola e
avrete compromesso il nostro futuro. 
Non si può togliere a chi lavora nella scuola e per la scuola
la sua dignità, non si può togliergli un minimo di garanzia contributiva, e
neppure togliere alla scuola nel suo insieme un minimo di condizioni di qualità
del lavoro, senza gravi conseguenze per l’intero sistema.  Al contrario, crediamo che sia ora, realisticamente,
senza utopie, dare segni contrari, di rilancio, di incremento, di sviluppo:
proprio perché siamo in tempi di crisi, non possiamo permetterci di non
rilanciare un grande disegno di investimento nella formazione professionale e
nella scuola, unica strada per ridisegnare un futuro lavorativo per i giovani
di oggi e di domani.
Quando i sovietici lanciarono nello spazio il primo Sputnik,
la democrazia americana rispose con una grande riforma del sistema scolastico,
e così arrivarono poi sulla luna. Obama ha potuto dire, dopo la sua seconda
vittoria elettorale:  “la nostra forza è
di avere delle Università di eccellenza”.
E noi? Noi abbiamo insegnanti di eccellenza, ma ormai
strutture obsolete, spazi di spreco, e soprattutto una scuola autoreferenziale,
sempre meno capace di pensarsi al servizio della società. Una scuola così
concepita diventa alla lunga un peso, e nell’opinione pubblica si avanza il
pregiudizio, cinico e disperato, che la scuola sia in fondo una zavorra, e gli
insegnanti un fardello da tagliare o spremere. 
Il  lavoro quotidiano degli
insegnanti , spesso svolto nell’ombra, il cui tempo e le cui energie non
possono essere descritti  da nessuna
tabella contrattuale, ma forse da qualche genitore attento sì, questo lavoro di
rigenerazione del tessuto umano davvero lo riteniamo di poco conto? Questo
compito così arduo, di aprire menti e cuori alla speranza di un futuro fatto di
lavoro, di solidarietà, di accoglienza del diverso, in questo tempo di crisi
non solo economica ma antropologica, davvero è solo accessorio? 
Per l’esperienza che facciamo in classe tutti i giorni,
sappiamo bene che neppure la più insulsa disposizione ministeriale può scalfire
il nostro gusto e il nostro impegno fatto di relazione, di studio continuo, di
sguardo interrogante e interrogato dalla realtà dei giovani. La realtà è più
grande di ogni riduzione economicistica e di ogni pregiudizio, non
dimentichiamoci che la posta in pal’io è ben più alta e vertiginosa. 
Possiamo avere riferimenti culturali e orientamenti politici
diversi, ma la nostra capacità d’incontro 
avviene attraverso ciò che ci accomuna: l’amore per il nostro lavoro,
l’interesse per la crescita dei ragazzi, la fatica nel vedere un desiderio
buono frustrato e, al tempo stesso, la possibilità indomita di riprendere il
cammino.
Rimangono certamente i problemi di politica economica, oggi
è la legge di stabilità, domani sarà il nuovo contratto, ma soprattutto è ormai
urgente e inderogabile  ridefinire la
funzione docente. Questo  sarà il grande
tema che dovrà affrontare prima o poi chi sarà chiamato dal voto popolare a
governare: è giusto trattare dei professionisti che lavorano in un campo così
delicato come semplici cottimisti, il cui lavoro si misura soltanto con
l’orologio in mano?
Evidentemente la scuola non è una priorità di questo
governo, come del resto non lo è mai stata veramente  nella politica italiana dal dopoguerra ad
oggi. Si parla di modernizzazione, di spese più razionali, di riduzione degli
sprechi, tutte cose condivisibili: magari si potrebbe operare ancora qualche
taglio a cominciare dai troppi uffici ministeriali, centrali e periferici, che
sembrano talvolta più un ostacolo all’autonomia scolastica che un vero aiuto.
Ma vorremmo porre una domanda che viene prima della decisione da prendere sui
183 milioni di euro: quale posto la scuola occupa nella gestione del bene
pubblico?  È la scuola una delle priorità
su cui la politica vuole impegnarsi per dare stabilità al Paese? E’ forse più
importante, per esempio, ammodernare la difesa aerea con costosi aerei da
caccia, in un paese democratico  e in
pace che nella sua Costituzione pone la guerra come estremo rimedio? Il governo
e i partiti che lo sostengono ci rispondano , per favore.
E’ ora di dirlo con chiarezza: a chi interessa la scuola? Qual
è il suo scopo nella nostra società? Quali sono le priorità per rendere questo
scopo efficace e moderno? Qui sta il punto serio di tutta la politica italiana
e del mondo sindacale, non quali sacrifici deve fare la scuola, ma chi è
disposto a puntare sulla scuola fino a fare sacrifici per rilanciarla. E’ ora
di dire che una scuola libera e di qualità vale qualsiasi sacrificio!
Protestare, però, non può tradursi sempre nel far pagare a
studenti e genitori la scarsa considerazione che gli insegnanti da anni portano
sulle loro spalle, protestare oggi è trovare il modo per comunicare in modo
creativo la bellezza dell’educazione, la sua importanza per la crescita delle
nuove generazioni, la sua decisività per la qualità della cultura nel Paese.
C’è bisogno che si faccia largo una protesta nuova, quella di chi vuole
comunicare quanto sia importante insegnare, e insegnare bene. Protestare oggi
ha senso se nei Collegi dei Docenti, nei Consigli di Classe, sulle pagine dei
giornali, negli spazi televisivi si comunica quel gusto di vivere
l’insegnamento che è presente in ogni ora di lezione.
Agli studenti vogliamo dire chiaro: il tempo presente non è
facile, il futuro è incerto, molti giovani vivono nel precariato per lungo
tempo. Ma non vi scoraggiate. Ricordiamoci che i nostri padri e vostri nonni
hanno costruito un’Italia e un’Europa a partire da un mucchio di macerie, di
cui il nostro Monte stella è il simbolo. Si sono rimboccati le maniche, e non
hanno mai disprezzato l’opportunità che veniva loro da una scuola, dai licei ma
anche da ottimi Istituti tecnici, forse in quel tempo molto più attenti alle
dinamiche del lavoro.
La globalizzazione affaccia al mondo del lavoro nuove
energie dai paesi emergenti: è una sfida nuova, che chiede alla scuola di
comprendere fino in fondo i nuovi processi e le nuove sfide. Non possiamo
attardarci troppo nella sterile protesa senza obiettivi chiari. Dopo la
protesta, de venire sempre il tempo della costruzione, e della ricostruzione,
di energie e di intelligenza. Non cedete alle sirene della violenza: è contro
il vostro cuore. Chi ve la propone è un professionista della violenza, non ha
imparato ad amare il frutto del lavoro, e così lo distrugge. Chi conosce la
fatica del lavoro invece lo protegge e salvaguarda.
E ai nostri colleghi diciamo: nel rispetto delle diverse
scelte operate da ciascuno e dalle rappresentanze sindacali, tuttavia crediamo
che la forma più vera ed efficace della protesta oggi, contro ogni deriva
antagonistica che purtroppo come si è visto in questi giorni rischia ancora di
coinvolgere molti giovani esposti  alle
tentazioni di una violenza senza sbocchi e senza umanità, è che si sappia
dovunque ciò che insegnanti e studenti 
appassionati e consapevoli possono fare in classe, che si parli dovunque
dell’avventura dell’educare, che la scuola, 
diventi finalmente e forse per la prima volta in questo dopoguerra uno
dei temi centrali nel nostro Paese, insieme al rilancio del lavoro. Una
protesta nuova è più lavoro, non meno lavoro, capace di mostrarsi a tutti, e di
rivendicare per ciò stesso un riconoscimento sociale adeguato.
Noi vorremmo:
Una rivisitazione della funzione docente: il docente è un
professionista, il cui contratto di lavoro deve tenere conto della qualità e
degli obiettivi. Che vi siano anche diversi livelli di carriera nella scuola,
in modo che sia meglio equiparata agli standard europei, con adeguato
riconoscimento economico.
Un meccanismo di alternanza tra docenti esperienti e docenti
giovani, che non escluda le nuove generazioni dall’ingresso nella scuola, e che
ponga i migliori docenti di fine carriera come formatori per le nuove
generazioni.  In Italia abbiamo docenti
con età media oltre i 50 anni. Occorrono forme di ingresso nella scuola che
escludano il precariato.
Che il contratto degli insegnanti sia al più presto
rinnovato prevedendo forme di carriera non legate solo all’anzianità di
servizio, ma alla qualità non disgiunta dalla quantità dell’impegno.
Milano,
21 novembre 2012
Alcuni
insegnanti dell’Istituto Cardano e dell’Istituto Gentileschi