Natale – di Giovanni Ghiselli

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Sta per  arrivare il 25 dicembre, il giorno della
nascita di Cristo secondo i Cristiani; secondo i Pagani invece era il dì della
rinascita del sole, il
dies natalis solis
invicti,
nella loro concezione ciclica del tempo. Vedevano
aumentare i minuti della luce pomeridiana e capivano che la fiamma nutrice
della vita, il più benefico fra gli dèi, insomma Elio che tutto vede e tutto
sente, non si era spento.



In questi
giorni di solstizio invernale, che di fatto costituisce l’inizio della
primavera, anche se una mente distorta1
lo ha classificato come il principio dell’inverno, vediamo allungarsi le
giornate con un sospiro di sollievo.


D’altra parte
la giostra eterna in cui tutto ritorna, il cerchio, il sentiero ricurvo
dell’eternità, ci riporta, sotto il cammino delle stelle, una serie di
scandali, mentre  tetre facce patibolari appaiono
nelle televisioni per giurare sulla loro innocenza e sulla malizia di chi
attribuisce loro intrighi e prepotenze.


Facciamo
l’esempio dello sport più popolare: il calcio.


Una volta
c’era, e forse c’è ancora, chi  voleva
certi manipolatori di risultati “santi subito”, in un tripudio che ispirava ai
tifosi delle  squadre favorite e vincenti
pirriche frenetiche, vorticosi fandanghi e carole circolanti, con scellerata
allegria, attorno ai troppi trofei figli di madre truffa. I tifosi del pallone
in Italia sono certamente più numerosi degli adoratori del Sole, forse anche
più numerosi, almeno tra i maschi, dei seguaci di Cristo; ebbene, in questi
giorni di mezzo inverno, costoro, invece di gioire per il prossimo allungarsi
delle giornate dopo sei mesi di malinconico declino della splendidissima fiamma
solare, devono ancora una volta rattristarsi per la caduta di alcuni dei loro
astri, precipitati, come Lucifero, dal cielo stellato all’inferno delle quaestiones perpetuae, le inchieste
permanenti dei tribunali italiani che indagano su tangentopoli, calciopoli,
escortopoli, lenonopoli, e così via. Chi crede nella purezza del calcio, chi
pensa, come l’antico poeta Pindaro, che gli atleti siano eroi di stirpe divina
o semidivina, subisce un brutto colpo, poi si rassegna o si abitua; chi,
cinicamente, brama soltanto la vittoria della “sua” squadra poiché dal tifare
per lei ricava una identità, sia pure gregaria e becera assai, difende a
oltranza gli idoli infranti e già dissacrati. Ma l’idolo supremo, quello cui si
prostrano diversi presunti eroi degli stadi, l’idolo degli idoli dei tifosi
sedotti, è il denaro.


L’uomo che
pratica il culto dei soldi, fa parte del branco degli idolatri che già la Bibbia condanna:”Gli idoli
dei popoli sono argento e oro, opera delle mani dell’uomo. Hanno bocca e non
parlano; hanno occhi e non vedono; hanno orecchi e non odono; non c’è respiro
nella loro bocca. Sia come loro chi li fabbrica e chiunque in essi confida” (Salmi, 135, 15-18). Del resto sono
diversi gli autori europei, antichi e moderni, che vedono nell’oro e nel denaro
intascato illecitamente il grande demone corruttore dell’umanità. Molti uomini
e donne, che leggono poco, vengono sedotti dalla pubblicità, la sirena maligna
per obbedire alla quale è necessario procurarsi i quattrini con qualsiasi
mezzo. Se la poesia di Sofocle, o la musica di Mozart, o i quadri di Piero
della Francesca sono imitatio dei, la pubblicità è imitatio diaboli: mi stupisco che non sia proibita, almeno dagli
uomini di chiesa.


Sentiamo
alcune voci di autori che gridano, se non proprio nel deserto, per poche
persone oramai.
Tra cui io stesso e voi che mi
leggete: “We few, we happy few, we band of
brothers”
[1].


Virgilio considera la brama dell’oro quale motore
di efferati delitti, come quello perpetrato dal re di Tracia nei confronti
dell’ospite troiano affidato alle sue cure dal padre Priamo :” Polydorum obtruncat et auro/ vi potitur. Quid non
mortalia pectora cogis , /auri sacra fames!”
[2], massacra Polidoro e con violenza si
impossessa dell’oro. A cosa non spingi i cuori umani, maledetta fame dell’oro!


L’anatema di
Seneca è meno violento, ma forse più appropriato alla fattispecie attuale. Il
maestro di Nerone che, come noi, ha visto porcate di tutti i colori, scrive:
“quello che può toccare agli uomini più spregevoli e infami non è un bene; ora
le ricchezze toccano a un lenone e a un maestro di gladiatori; dunque non sono
un bene[3]
E, poco più avanti :” il denaro va a finire nella tasca di certi uomini come
una moneta in una fogna (quomodo denarius
in cloacam
[4].


Faccio solo
un esempio tra i moderni, utilizzando di nuovo uno dei massimi autori di
teatro. Shakespeare, nelTimone di Atene, definisce
l’oro “uno schiavo giallo” che “cucirà e romperà ogni fede, benedirà il
maledetto e farà adorare la livida lebbra, collocherà in alto il ladro e gli
darà titoli, genuflessioni ed encomio sul banco dei senatori”. Si pensi ai
parlamentari italiani indagati per crimini vari. Quindi, subito dopo, il nostro
barbaro non privo di ingegno aggiunge :”Maledetta mota, comune bagascia del
genere umano che metti a soqquadro la marmaglia dei popoli”[5]
Il soqquadro attuale è il ribaltamento di tutti i valori.


Pare che il
candidato Monti  si intenda di economia,
eppure non capisce, o finge di non capire, che il regime diretto e riproposto
da lui spreca il bene più prezioso che è lo spirito.

Giovanni
ghiselli 
g.ghiselli@tin.it

.

1
“E’ una beffa! A partire dall’inverno i giorni si allungano, e quando arriva il
più lungo, il 21 giugno, ossia l’inizio dell’estate, subito cominciano a
calare, si accorciano e si va verso l’inverno…E’ come se un buffone avesse
arrangiato le cose in modo tale da far cominciare la primavera all’inizio
dell’inverno e l’autunno all’inizio dell’estate” (T. Mann, La montagna incantata, cap. VI,




[1] Shakespeare, Enrico V,  IV, 3
[2] Eneide, III, 55-57
[3] Ep , 87, 15
[4] Ep , 87, 16
[5]Timone
di Atene
,
IV, 3.

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