Lisabetta da Messina, dal Decameron di Giovanni Boccaccio – di Carlo Zacco

Boccaccio – Decameron – Giornata Quarta – Novella Quinta

Lisabetta da Messina
Nella novella di Ciappelletto si è visto il trionfo della
parola, celebrata nella sua onnipotenza;   qui vediamo il fallimento della
parola, la totale incomunicabilità , che conduce, inevitabilmente, alla tragedia.

I
parte

 

 –
presenta­zione

 

 –
innamora­mento

 

 

 

II parte

 

 –
scoperta della tresca

 

 

 

 

 

 

 

 –
uccisione di Lorenzo

 

 

 

 

 

III
parte

 –
visione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IV
parte

 –
dissotterra­mento

 

 

 

 

 

 

 

 

 –
vagheggia­mento

 

 

 

Erano
adunque in Messina tre giovani fratelli e mercatanti1,
e assai ricchi uomini rimasi2 dopo la morte del padre
loro, il quale fu da San Gimignano; e avevano una lor sorella chiamata
Elisabetta3, giovane assai bella e costumata4,
la quale, che che se ne fosse cagione5, ancora
maritata non aveano.

E avevano
oltre a ciò questi tre fratelli in un lor fondaco6 un
giovinetto pisano chiamato Lorenzo, che tutti i lor fatti7
guidava e faceva; il quale, essendo assai bello della persona e
leggiadro molto, avendolo più volte Lisabetta guatato8,
avvenne che egli le incominciò  straniamente9 a
piacere. Di che Lorenzo accortosi e una volta e altra, similmente,
lasciati suoi altri innamoramenti di fuori, incominciò a porre l’animo a
lei; e s’ andò la bisogna10 che, piacendo l’uno
all’altro igualmente11, non passò gran tempo che,
assicuratisi12
, fecero di quello che più disiderava
ciascuno.

E in
questo continuando e avendo insieme assai di buon tempo e di piacere,
non seppero s’ segretamente fare, che una notte, andando Lisabetta là 
dove Lorenzo dormiva, che il maggior de’ fratelli, senza accorgersene
ella, non se ne accorgesse. Il quale, per ciò che savio giovane era,
quantunque molto nojoso13 gli fosse a ciò sapere, pur
mosso da più onesto consiglio14, senza far motto o dir
cosa alcuna, varie cose fra sé rivolgendo intorno a questo fatto, infino
alla mattina seguente trapassò15. Poi, venuto il
giorno, a’ suoi fratelli ciò che veduto aveva la passata notte
d’Elisabetta e di Lorenzo raccontò; e con loro insieme, dopo lungo
consiglio, diliberò di questa cosa16, acciò che
né a loro né alla sirocchia17 alcuna infamia ne
seguisse, di passarsene tacitamente18,
ed’infignersi19
del tutto d’averne alcuna cosa veduta o
saputa infino a tanto che tempo venisse nel quale essi, senza danno o
sconcio20
di loro, questa vergogna, avanti che più
andasse innanzi, si potessero torre dal viso. E in tal disposizion
dimorando21
, cos’ cianciando22 e
ridendo con Lorenzo come usati23 erano, avvenne che,
sembianti faccendo24 d’andare fuori della città  a
diletto25 tutti e tre, seco menaron26
Lorenzo: e pervenuti in un luogo molto solitario e rimoto27,
veggendosi il destro28, Lorenzo, che di ciò niuna29
guardia30 prendeva, uccisono31 e
sotterrarono in guisa che32 niuna persona se
n’accorse. E in Messina tornatisi dieder voce33
d’averlo per lor bisogne mandato in alcun luogo: il che leggiermente34
creduto fu, per ciò che spesse volte eran di mandarlo datorno usati35.

Non
tornando Lorenzo, e Lisabetta molto spesso e sollicitamente i fratei
domandandone, s’ come colei a cui la dimora lunga36
gravava37
, avvenne un giorno che, domandandone ella molto
instantemente38, che l’uno de’ fratelli disse: –
Che
vuol dir questo? che39 hai tu a far di40
Lorenzo, che tu ne domandi cos’ spesso? Se tu ne domanderai più41,
noi ti faremo quella risposta che ti si conviene -. Per che la giovane
dolente e trista, temendo e non sappiendo42 che, senza
più domandarne si stava e assai volte la notte pietosamente il
chiamava43
e pregava che ne venisse; e alcuna volta con
molte lagrime della sua lunga dimora si doleva, e senza punto
rallegrarsi, sempre aspettando si stava.  Avvenne una notte che, avendo
costei molto pianto Lorenzo che non tornava, e essendosi alla fine
piangendo adormentata, Lorenzo l’apparve nel sonno, pallido e tutto
rabbuffato44
, e con panni tutti stracciati e fracidi45:
e parvele che egli dicesse: – O Lisabetta, tu non mi fai altro che
chiamare, e della mia lunga dimora t’atristi46 e me
con le tue lagrime fieramente accusi; e per ciò sappi che io non
posso
più ritornarci, per ciò che l’ultimo d’ che tu mi vedesti i
tuoi fratelli m’uccisono -. E disegnatole47 il luogo
dove sotterato l’aveano, le disse che più nol chiamasse né l’aspettasse,
e disparve.

La
giovane, destatasi e dando fede alla visione, amaramente pianse. Poi la
mattina levata, non avendo ardire di dire alcuna cosa a’ fratelli,
propose48
di volere andare al mostrato luogo e di vedere
se ciò fosse vero che nel sonno l’era paruto49. E
avuta la licenzia d’andare alquanto fuor della terra50
a diporto51, in compagnia d’una che altra volta con
loro era stata52 e tutti i suoi fatti sapeva, quanto
più tosto poté là  se n’andò, e tolte via foglie secche che nel luogo
erano, dove men dura le parve la terra quivi cavò53;
né ebbe guari54 cavato, che ella trovò il corpo del
suo misero amante in niuna cosa ancora guasto né corrotto: per che
manifestamente conobbe, essere stata vera la sua visione. Di che più che
altra femina dolorosa, conoscendo che quivi non era da piagnere55,
se avesse potuto volentier tutto il corpo n’avrebbe portato per dargli
più convenevole sepoltura; ma veggendo che ciò esser non poteva, con un
coltello il meglio che potè gli spiccò56 dallo
‘mbusto57
la testa, e quella in uno asciugatoio
inviluppata, e la terra sopra l’altro corpo58 gittata,
messala in grembo alla fante59, senza essere stata da
alcun veduta, quindi60 si dipartì, e tornossene a casa
sua. Quivi con questa testa nella sua camera, rinchiusasi, sopra essa
lungamente e amaramente pianse, tanto che tutta con le sue lagrime la
lavò, mille basci61 dandole in ogni parte. Poi prese
un grande e un bel testo62, di questi ne’ quali si
pianta la persa63 o il basilico, e dentro la vi mise
fasciata in un bel drappo; e poi messavi sù la terra, sù vi piantò
parecchi piedi64 di bellissimo bassilico salernetano,
e quegli da niuna altra acqua, che o rosata o di fior d’aranci o delle
sue lagrime non innaffiava giammai. E per usanza avea preso di sedersi
sempre a questo testo vicina e quello con tutto il suo desidèro
vagheggiare65
, s’ come quello che il suo Lorenzo teneva
nascoso: e poi che molto vagheggiato l’avea, sopr’esso andatasene
cominciava a piagnere, e per lungo spazio, tanto che tutto il basilico
bagnava, piagnea.

1.
mercatanti
: mercanti.   2. rimasi: rimasti.

3.
Elisabetta
: il nome Elisabetta si alterna a Lisabetta, forse per
eufonia.   4. costumata: di buoni costumi. 

5.
che che
: qualunque;

6.
fondaco
: deposito per le merci; 

 7.
fatti
: affari commerciali.  8. guatato:
guardato.

9.
straniamente
: intensamente.

10.
la bisogna
: la faccenda.

11.
igualmente
: ugualmente.   12. assicuratisi:
preso coraggio.

 

 

 

 

 

 

13.
nojoso
: doloroso.

14.
onesto consiglio
: saggia decisione.

15.
trapassò
: aspettò.

 

16.
di questa cosa
: su questo fatto.

17.
sirocchia
: sorella.   18. tacitamente: sotto
silenzio.

19.
infignersi
: fingere.

20.
sconcio
: scandalo.

 

21.
dimorando
: aspettando.  22. cianciando:
chiacchierando.   23. usati: abituati.   24.
sembianti
faccendo: fingendo.  

25.
a diletto
: a passeggio.

26.
menaron
: condussero. 27. rimoto: lontano.

28
veggendosi il destro
: presentandosi l’occasione.

29.
niuna
: nessuna.   30. guardia: precauzione. 

31.
uccisono
: uccisero.   32. in guisa che: in modo
che.

33.
dieder voce
: sparsero la voce.   34. leggiermente:
facilmente.   35. usati: abituati.  36. dimora lunga:
assenza.

37.
gravava
: pesava.  38. instantemente: con
insistenza.

39.
che… che
: ripetizione.

40.
che hai tu a far di
: che cosa hai a che fare con.

41.
più
: ancora.   42. non sappiendo: non sapendo
quanto

era
successo.  43. il chiamava: lo chiamava.

 

 

44.
rabbuffato
: scarmigliato.

45.
fracidi
: fradici.

46.
t’atrist
i: ti rattristi.

47.
disegnatole
: indicatole.

 

 

 

 

48.
propose
: decise.

49.
paruto
: apparso.

 

50.
terra
: città  (Messina).   51. a diporto: a
passeggio.

52.
con loro era stata
: aveva aiutato lei e


Lorenzo.   53. cavò: scavò. 

54.
guari
: molto.

 

 

55.
quivi non era da piagnere
: non era il

luogo e
il caso di piangere.

56.
spiccò
: tagliò.   57. dallo ‘mbusto:
dal busto.

58.
l’altro corpo
: il resto del corpo.  59. alla fante:
alla fantesca.

60.
quindi
: da l’.

61.
basci
: baci.

62.
testo
: vaso di terracotta.

63.
persa
: maggiorana.

64.
piedi
: piantine.

65.
vagheggiare
: fare oggetto di cure amorose

  

V
parte

 –
sottrazione del vaso

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Conclusione

 
morte

 

 –
epilogo

Il
basilico, s’ per lo lungo e continuo studio66, s’ per
la grassezza della terra procedente dalla testa corrotta67
che dentro v’era, divenne bellissimo e odorifero molto; e servendo la
giovane questa maniera68 del continuo69,
più volte da’ suoi vicin fu veduta. Li quali, meravigliandosi i fratelli
della sua guasta70 bellezza e di ciò che gli occhi le
parevano della testa fuggiti71, il disser loro: – Noi
ci siamo accorti, che ella ogni d’ tiene la cotal maniera72
-. Il che udendo i fratelli e accorgendosene, avendonela alcuna volta
ripresa e non giovando, nascosamente da lei fecero portar via questo
testo; il quale, non ritrovandolo ella, con grandissima instanzia73
molte volte richiese; e non essendole renduto, non cessando il pianto e
le lagrime, infermò74, né altro che il testo suo nella
infermità  domandava. I giovani si meravigliavan forte di questo
addimandare75
, e per ciò vollero vedere che dentro vi
fosse; e versata la terra, videro il drappo e in quello la testa, non
ancora s’ consumata che essi alla cappellatura76
crespa non conoscessero lei esser quella di Lorenzo. Di che essi si
meravigliaron forte, e temettero non77 questa
cosa si risapesse: e sotterrata quella, senza altro dire, cautamente di
Messina uscitisi e ordinato come di quindi si ritraessono78,
se n’andarono a Napoli.

La
giovane non restando di piagnere, e pure il suo testo addimandando,
piagnendo si morì, e cos’ il suo disavventurato amore ebbe termine. Ma
poi a certo tempo divenuta questa cosa manifesta a molti, fu alcun che
compuose quella canzone la quale ancor oggi si canta, cioé:


Qual esso fu79
lo malo80
Cristiano,

Che mi
furò81 la grasta82
etcetera.

66.
studio
: cura.

67.
corrotta
: in disfacimento.

68.
servendo… questa maniera
: comportandosi in questa maniera.

69.
del continuo
: continuamente.

70.
guasta
: sfiorita.

71.
della testa fuggiti
: incavati, quasi fossero fuggiti dalla
testa.

72.
tiene la cotal maniera
: si comporta in tal modo.

73.
instanzia
: insistenza.

74.
infermò
: si ammalò.

75.
addimandare
: domandare.

76.
cappellatura
: capigliatura.

77.
temettero non
: temettero che.

78.
ordinato
come di quindi si ritraessono: date
disposizioni sul modo in cui ritirarsi dagli affari.

79.
Qual esso fu
: chi fu.

80.
malo
: malvagio.

81.
furò
: rubò.    82. grasta: vaso.

 


Analisi

 


Lettura sociologica
. In questa novella si può osservare lo scontro
tra due forze potenti, che portano alla rovina:

1)     
l’amore: che si incarna in Lisabetta, ed obbedisce soltanto alla
passione irrefrenabile di lei per il giovane Lorenzo;

2)     
la «ragion di mercatura»: si incarna nei fratelli, i quali si
oppongono all’amore solo perché potrebbe danneggiare il loro buon nome e
quindi i loro affari;

Queste
due logiche non possono incontrarsi:  da qui l’impossibilità  di
comunicare.

 –
Vittoria d’amore
. L’amore, però, alla fine vince:

 –
Lisabetta riesce nell’intento di distruggere il nucleo familiare che i
fratelli volevano tenere chiuso, e li costringe a fuggire da Messina per
il suo comportamento;

 – la
segretezza non viene preservata, tanto che alla fine rimarrà  addirittura
una canzone a narrare per sempre quel fatto;

 –
l’amore risulta più forte della logica mercantile:   la natura quindi è
più forte delle convenzioni sociali;   questo è un aspetto del
Naturalismo di Boccaccio:
 il messaggio ideologico che sta alla
base di questa novella è la necessità  di un’apertura laica della morale
familiare e sociale, che attenui la forza repressiva dei codici
dominanti sulle forze spontanee della natura. Boccaccio propone una 
morale più libera:   sia per quello che riguarda i rapporti tra sessi,
sia tra persone di ceti diversi.