Medea di Euripide


di Giovanni Ghiselli

5 maggio 2012

Schema

  1. Medea di Euripide, rappresentata per la prima volta ad Atene nel 431 a. C.

  2. Qualche cenno alla Medea di Seneca e a quella di Christa Wolf. Ricorderemo anche il film Medea del caro Pier Paolo Pasolini

  3. Risaliremo all’antefatto del dramma utilizzando Argonautiche di Apollonio Rodio.

N.B. La traduzione delle parole greche è mia

 

Saggio “Medea di Euripide”

La Medea di Euripide dunque è, come sostiene B. Snell: una donna non comune, di sinistra potenza, e di fronte ad essa il saggio e benpensante Giasone non è che un miserabile. Questa raffigurazione che Euripide ci dà dell’eroe del mito greco e della maga barbara, distribuendo luci ed ombre proprio all’opposto di come accadeva nella veneranda tradizione, ci permette di capire perché Aristofane rimproverasse al poeta di aver gettato nel fango le nobili figure del mito. Ma Euripide non lo fa per l’infame piacere di demolire ogni grandezza, al contrario (e qui Nietzsche ha visto più a fondo di Aristofane e di Schlegel) lo fa con un’intenzione morale: le credenze antiche vengono smascherate e demolite, ma per far posto a un senso di giustizia più vero e per porre un fondamento a questo nuovo dovere. E chi potrà sottrarsi all’impressione che questa Medea non abbia davvero la ragione dalla sua, di fronte a questo Giasone?”[1].

Già Epitteto apprezzava la potenza di Medea: Egli, personalmente, odiava le vie di mezzo. Medea, nella sua efferatezza, gli riusciva più simpatica che non i tiepidi, che non fanno nulla ex abundantia cordis[2].

Certo, Medea è famigerata per avere ucciso le proprie creature. Lo ha fatto per colpire Giasone, l’uomo che l’ha usata, colonizzata e abbandonata, il padre di quei bambini. Ha voluto annientarlo infliggendogli un colpo nell’unico punto debole che il pragmatico traditore le ha lasciato incautamente scorgere. Partiamo da questo punto cruciale, risolutivo. Infatti si trova negli ultimi versi. Poi torneremo indietro.

Nel dialogo conclusivo tra i due ex amanti, Giasone maledice Medea che gli ha ucciso i figli carissimi (tevkna fivltata, v. 1397), sostiene . Medea ribatte che solo a lei, alla madre erano cari, non a lui. Giasone replica: Per questo li hai ammazzati?”. E la donna: Per infliggere pene a te” (v.1399).

Altri versi chiave, sono quelli con i quali la donna afferma la coscienza della propria natura . Ella ha piena intelligenza di se stessa e  individua nel proprio animo  un conflitto tra la passione furente e i ragionamenti, quindi comprende che l’emotività, sebbene sia causa dei massimi mali per gli uomini, è più forte dei suoi propositi:” Kai; manqavnw me;n oia dra’n mevllw kakav,-qumo;” de; kreivsswn tw’n ejmw’n bouleumavtwn,-o{sper megivstwn ai[tio” kakw’n brotoi'””( vv. 1078-1080), capisco quale abominio sto per compiere, ma più forte dei miei ragionamenti è la passione, che è causa dei mali più grandi per i mortali,  dice a se stessa la furente nel quinto episodio dopo avere preso la decisione folle di uccidere i figli. Euripide ha capito molto per tempo che i ragionamenti il più delle volte non sono che sentimenti travestiti.

 Posso fornire alcuni passi che contengono il riuso di questa affermazione

 :”Nelle lunghe ore che egli passò là, inerte, ragionò anche una volta sui motivi che l’avevano indotto a lasciare Annetta, ma come sempre il suo ragionamento non era altro che il suo sentimento travestito”[3].

Nel romanzo  di Musil leggiamo:”Tutto ciò che si pensa è simpatia o antipatia, si disse Ulrich”[4]. Luogo simile si trova anche in La noia  di Moravia:”Ma tutte le nostre riflessioni, anche le più razionali, sono originate da un dato oscuro del sentimento”[5]. 

 Ebbene Medea non vuole travestire i suoi sentimenti. Sa che questi hanno una forza superiore. Un ottimo scrittore ungherese ribadisce questa coscienza : Sa che cosa ha fatto? Ha cercato di cancellare il sentimento con la ragione. Come se qualcuno, con i più svariati artifici, tentasse di convincere un pezzo di dinamite a non esplodere[6]. Buoni o cattivi che siano, i sentimenti non si possono soffocare:”Di nient’altro viviamo se non dei nostri sentimenti, poveri o belli o splendidi che siano, e ognuno di essi a cui facciamo torto è una stella che noi spengiamo”[7].

Piuttosto emotiva che razionale è anche la Medea, pur innocente, di Christa Wolf:”era, come potrei dire, troppo femmina, cosa che ne coloriva anche il pensiero. Lei pensava, ma perché ne parlo al passato, lei ritiene che le idee si siano sviluppate dai sensi e che non dovrebbero perdere quel legame. Antiquata naturalmente, superata”[8].

 

Possiamo però indirizzarli, come fa lauriga della biga alata del Fedro di Platone.

Alla fine dellOrestea di Eschilo,  le Erinni diventano Eumenidi: Dopo l’intervento razionale di Atena, le Erinni-forze scatenate, arcaiche, istintive, della natura-sopravvivono: e sono dee, sono immortali. Non si possono eliminare, non si possono uccidere. Si devono trasformare, lasciando intatta la loro sostanziale irrazionalità: mutarle cioè da Maledizioni” in Benedizioni”. I marxisti italiani non si sono posti, ripeto, questo problema[9].

Euripide viene considerato da alcuni il filosofo della scena, il poortavoce della sofistica, “il poeta dell’illuminismo greco”[10]. Nietzsche, sulla scia di Aristofane e di A. W. Schlegel,  lo denuncia quale complice di Socrate nellannientare la grandezza eroica, il mito, il dionisiaco e l’apollineo: Se abbiamo dunque riconosciuto che Euripide non riuscì in genere a fondare il dramma soltanto sull’apollineo, che anzi la sua tendenza antidionisiaca si sviò in una tendenza naturalistica e non artistica, potremo ormai avvicinarci all’essenza del socratismo estetico, la cui legge suprema suona a un dipresso: Tutto deve essere razionale per essere bello“, come proposizione parallela al socratico: solo chi sa è virtuoso”.Per conseguenza Euripide può essere da noi considerato come il poeta del socratismo estetico. Ma Socrate era quel secondo spettatore che non capiva la tragedia antica e perciò non lapprezzava; in lega con lui Euripide osò essere laraldo di una nuova creazione artistica. Se a causa di essa la tragedia antica perì, il principio micidiale fu dunque il socratismo estetico; in quanto peraltro la lotta era rivolta contro il dionisiaco dell’arte antica, riconosciamo in Socrate l’avversario di Dioniso e, sebbene destinato a essere dilaniato dalle Menadi del tribunale ateniese, costringe alla fuga lo stesso potentissimo dio.”[11]

 Dodds viceversa considera Euripide addirittura il principale rappresentante dellirrazionalismo del V secolo   : Euripides remains for us the chief representative of fifth-century irrationalism; and herein, quite apart from his greatness as a dramatist, lies his importance for the history of Greek thought [12],  e in questo, del tutto a parte dalla sua grandezza come drammaturgo, sta la sua importanza per il pensiero greco. Indubbiamente questa posizione può essere sostenuta citando passi della Medea, delle Baccanti e dellIppolito.

 In questa tragedia[13] Fedra, la matrigna  innamorata del figliastro, è  dilaniata da un conflitto interno che  le suggerisce tale considerazione: ” il bene lo conosciamo e riconosciamo,/ma non lo costruiamo nella fatica (oujk ejkponou’men), alcuni per infingardaggine,/alcuni anteponendogli qualche altro piacere./ E sono molti i piaceri della vita:/lunghe conversazioni, l’ozio , diletto cattivo, e l’irrisolutezza”(vv. 380-385). E esattamente l’opposto di quanto sostiene il Socrate di Platone. Ciò che rende caratteristici gli eroi euripidei è la tensione tra gli estremi della ragione e quelli dell’emozione. Se il razionalismo di Socrate, e poi di Platone, affermavano che il male ha la sua radice nell’ignoranza, dato che chi conosce ciò che sia bene non può fare altro che ricercarlo, per gli eroi euripidei vale invece ciò che ha scritto Tucidide (III, 45): è impossibile che la natura umana, quando si slancia con avidità su qualche progetto (th’~ ajnqrwpeiva~ fuvsew~ oJrmwmevnh~ proquvmw~ ti pra’xai), trovi un freno nella forza delle leggi (novmwn ijscuvi) o in qualche altra minaccia”[14].

Ancora Dodds nel suo commento alle Baccanti : As the moral” of the Hippolytus is that sex is a thing about which you cannot afford to make mistakes, so the ‘moral of the Bacchae is that we ignore at our peril the demand of the human spirit for Dionysiac experiencce, come la ‘morale dellIppolito è che il sesso è una cosa sulla quale non ci si può permettere di fare errori, così la ‘morale delle Baccanti è che noi ignoriamo a nostro pericolo l’esigenza dello spirito umano di esperienza dionisiaca.

 

Pasolini ha visto  nella Medea un contrasto tra due caratteri e due civiltà. In una intervista a J. Duflot, il regista dichiara che nel suo film ha voluto mettere in evidenza il contrasto tra la cultura razionale e pragmatica di Giasone e quella arcaica e ieratica della barbara:” Ho riprodotto in Medea  tutti i temi dei film precedenti (…) Quanto alla pièce  di Euripide, mi sono semplicemente limitato a qualche citazione (…) Medea è il confronto dell’universo arcaico, ieratico, clericale, con il mondo di Giasone, mondo invece razionale e pragmatico. Giasone è l’eroe attuale (la mens  momentanea) che non solo ha perso il senso metafisico, ma neppure si pone ancora questioni del genere. E’ il “tecnico” abulico, la cui ricerca è esclusivamente intenta al successo (…) Confrontato all’altra civiltà, alla razza dello “spirito”, fa scattare una tragedia spaventosa. L’intero dramma poggia su questa reciproca contrapposizione di due “culture”, sull’irriducibilità reciproca delle due civiltà (…) potrebbe essere benissimo la storia di un popolo del Terzo Mondo, di un popolo africano, ad esempio[15]“.

Nel film di Pasolini Giasone attraversa due fasi: All’inizio, quando era bambino, Giasone vedeva nel centauro un animale favoloso, pieno di poesia. Poi, man mano che passava il tempo, il centauro è divenuto ragionatore e saggio, ed è finito col divenire un uomo uguale a Giasone. Alla fine, i due centauri si sovrappongono, ma non per questo si aboliscono. Il superamento è un’illusione. Nulla si perde”[16].

Questo pragmatismo è messo in luce chiaramente da Euripide quando Giasone dichiara di avere voluto cambiare donna, prendendo la principessa di Corinto, non perché odiasse la madre dei suoi figli, o perché ne volesse altri, ma per la cosa più importante: vivere bene, lui con la famiglia (o le famiglie) e senza restrizioni (ajll j wJ”, to; men; mevgiston, oijkoi”men kalw'”-kai; mh; spanizoivmeqa” (vv. 559-560) sapendo con certezza che il povero tutti lo sfuggono, anche se amico. Egli insomma “dra’/ ta; sumforwvtata ” (v. 876) fa quello che è più utile, come riconosce la donna abbandonata, quando finge di sottomettersi, beffeggiandolo.

Giasone non cambia donna per il fatto di averne trovata una più buona o più bella, in quanto egli non è capace di giudicare eticamente o esteticamente, cioè disinteressatamente”[17].   

Medea ammazza i figli, ma tra i due amanti-antagonisti il personaggio odioso  è senz’altro Giasone.

Ma torniamo all’inizio, anzi all’antefatto della tragedia. Medea, principessa della Colchide, figlia del re Eeta, nipote del Sole e di Circe, maga e allieva di Ecate, ha aiutato Giasone a impadronirsi del vello doro, impresa che sarebbe stata irrealizzabile dal figlio di Esone senza l’aiuto della ragazza innamorata.

Medea è ancora una ragazza innocente e piena di mistero.

Dopo la conquista del prezioso manto i due fuggono. Inseguiti dai Colchi guidati dal fratello di Medea, Apsirto[18], lo uccidono, lo fanno a pezzi  e ne spargono il corpo nel mare per ritardare linseguimento. Dopo varie vicissitudini raccontate da Apollonio Rodio nelle Argonautiche, arrivano in Tessaglia da dove la spedizione era partita quando Giason  dal Pelio/ spinse nel mar gli abeti”[19].

Qui il perfido Pelia, lusurpatore zio di Giasone, non sta ai patti e non gli consegna il regno che gli aveva promesso e gli spettava. Allora le ragazze figlie del re vengono convinte da Medea a cuocere il padre in una caldaia per ringiovanirlo. Il vecchio invece, naturalmente, ci lascia la pelle. Soltanto Alcesti, che nel catalogo delle navi e degli eroi dellIliade è ricordata come madre di Eumelo, e come la più bella delle figlie di Pelia (II, 715) ed è la protagonista eponima di un’altra cara tragedia[20] di Euripide, non cadde nel tranello e non partecipò al misfatto.

Ovidio racconta la storia dello scempio nelle Metamorfosi (VII, vv. 297-363).

Dopo questo nuovo delitto, i due amanti devono fuggire un’altra volta e si rifugiano a Corinto dove Giasone conosce la figlia del re, Creonte, e da seduttore incallito qual è, la fa innamorare, e, da pragmatico, vuole sposarla per migliorare la propria posizione socio economica e quella dei figli che Medea nel frattempo gli ha dato. La donna abbandonata, come già Ipsipile dallo stesso Giasone nel viaggio di andata a Lemno, o Arianna piantata in asso da Teseo a Dia[21], si riempie di disperazione.

 

A questo punto inizia la tragedia di Euripide. (Prologo, vv. 1-130)

 

La nutrice della donna abbandonata esecra la nave Argo con i suoi nobili eroi” che hanno rapito Medea: Oh se lo scafo di Argo non fosse passato a volo attraverso-le cupe Simplegadi fino alla terra dei Colchi,

 (vv. 1-2).

Sulla maledizione di Argo e del navigare in generale insisterà la Medea di Seneca che considera l’invenzione delle navi quale portatrice di caos per il fatto che ha creato confusione mettendo a contatto popoli che dovevano restare separati. Gli Argonauti hanno fatto una brutta fine. Vediamo alcune parole del terzo coro :”Quisquis audacis tetigit carinae/nobiles remos nemorisque sacri/Pelion densa spoliavit umbra,/ quisquis intravit scopulos vagantes/et tot emensus pelagi labores/barbara funem religavit ora/raptor externi rediturus auri,/exitu diro temerata ponti/iura piavit./Exigit poenas mare provocatum ” ( Medea, vv. 607-616), tutti quelli che toccarono i remi famosi della nave audace, e spogliarono il Pelio dell’ombra densa della foresta sacra[22]; chiunque passò tra gli scogli vaganti e, attraversati tanti travagli del mare, gettò l’ancora su una barbara spiaggia, per tornare impossessatosi dell’oro straniero, con morte orribile espiò le violate leggi del mare. Fa pagare il fio il mare provocato.

Alla fine del coro, i Corinzi chiedono agli dèi di graziare Giasone, di risparmiargli lexitus dirus, (cfr. v. 614), la morte orribile degli altri Argonauti, dato  che egli è partito iussus: Iam satis, divi, mare vindicastis:/parcite iusso” ( Medea, v. 668- 669).

Seneca è più innocentista di Euripide nei confronti di Giasone, e più colpevolista nei confronti di Medea che nella tragedia latina incarna il furor. Il risultato del caos cosmico provocato dalla prima nave è Medea, emblema del caos etico “, sostiene Biondi[23].

Ma torniamo alla nutrice Euripidea. La donna racconta che Medea è fallita nell’amore e non si è ambientata tra i Greci nonostante abbia cercato di piacere (ajndavnousa, v. 11) a Giasone e ai Corinzi. Ora la fantastica donna oltraggiata[24] (hjtimasmevnh, v. 20) è infuriata e odia i figli (stugei’ paivda~, v. 36). Ella è deinhv (v. 44), tremenda e certamente prepara qualche cosa di terribile. Ma pure nella sua furia, sotto il colpo della sciagura, ha compreso quale bene significhi non essere privi della patria terra.

 Arriva quindi il pedagogo portando la brutta notizia che il re Creonte, nuovo suocero di Giasone, ha deciso di cacciare Medea e i figli dalla terra corinzia. Il vecchio aio lamenta pure il generale egoismo dovuto al lucro (kevrdou~ cavrin, v.87 ) e la totale inimicizia vigente tra gli uomini (v. 86).

Intanto cominciano a sentirsi le urla di Medea dall’interno. Sono grida di maledizione contro se stessa, contro Giasone e i loro figli: 😮 maledetti-figli (w katavratoi pai’de~ stugera’~ matrov~) di madre odiosa, possiate morire-con il padre, e tutta la casa vada in malora” (vv. 112-114). La nutrice commenta con queste parole: , Terribili sono le volontà dei potenti (deina; turavnnwn lhvmata) poiché di rado- come che sia, sottostanno,  spesso spadroneggiano,- e difficilmente elaborano le ire (calepw’~ ojrga;~ metabavllousin )v. 119- 121.

Nella Parodo (vv. 131-212) c’è uno scambio di lamenti fra il Coro, la nutrice, e Medea ancora chiusa nelle sue stanze da dove giungono le sue grida. La donna della Colchide maledice ancora Giasone (to; katavroton) il maledetto traditore che aveva giurato, e che l’aveva spinta ad ammazzare il fratello. Le donne corinzie del coro le manifestano solidarietà. La nutrice ha già notato gli sguardi furibondi e feroci della donna: Certo è che ella lancia sui servi sguardi bestiali-di leonessa appena sgravata” (vv. 186-187). Bipede leonessa” era Clitennestra nellOrestea di Eschilo[25].

La nutrice poi dice alcune parole che possono costituire la poetica di Euripide: la poesia dovrebbe alleviare le angosce degli uomini, non allietare i banchetti, già allegri per conto loro: Questo sì sarebbe un guadagno (kevrdo~[26]): guarire-con le melodie i mortali; ma dove ci sono lauti banchetti-imbanditi, perché elevano invano la voce?- Infatti l’abbondanza che c’è della mensa-contiene gioia da sé per i mortali” (vv. 199- 203).

Funzione terapeutica della poesia dunque.

Questa  polemica può applicarsi a quanto afferma Telemaco nel primo canto dell’Odissea:  il cantore deve dilettare (“tevrpein”, v. 347)  gli uomini che già godono (v. 369) del banchetto, ed essi apprezzano maggiormente il canto che suoni più nuovo a chi ascolta (vv. 351-352).

 

All’inizio del primo episodio (vv. 214-409) entra in scena Medea con una tirata di femminismo antico. Si rivolge alle donne di Corinto (v. 214) che la ascoltano e la comprendono. La donna abbandonata lamenta l’ingiustizia subita e quella generale: divkh ga;r ouj e[nest j ejn ojfqalmoi’~ brotw’n” (v. 219). Lei si sente finita poiché aveva puntato tutto sul marito che si è rivelato kavkisto~ ajndrw’n (v. 229), il peggiore degli uomini. Ma è la condizione generale della donna, soprattutto se straniera, a essere infelice. Le femmine umane prima di tutto con una grossa dote devono comprarsi lo sposo, un padrone del corpo per giunta (povsin privasqai, despovthn te swvmato~, v. 233). Poi non è detto che quel padrone sia buono. Il matrimonio è ajgw;n mevgisto~ (v. 235), la gara massima.

Se va male, è una tragedia: infatti non danno buona fama le separazioni alle donne (ouj ga;r eujkleei’~ ajpallagai;-gunaixivn), e non è possibile ripudiare lo sposo (vv. 236-237).

Questo già per le Greche. L immigrata poi ha il problema aggiunto di comprendere nuove usanze e si trova del tutto isolata da ogni altra relazione sociale: se il matrimonio non funziona, il marito esce e si cerca altre compagnie, mentre lei rimane murata tra le pareti domestiche a disperarsi. I maschi replicano che loro fanno la guerra, ma, controbatte Medea, io  preferirei stare tre volte accanto a uno scudo che partorire una volta sola (ma’llon h] tekei’n a{pax”  v. 250- 251). Ma lei non subirà l’oltraggio senza reagire e la farà pagare a Giasone, al suo suocero e alla sua fidanzata.

La donna infatti per il resto è piena di paura- sostiene-e vile davanti a un atto di forza e a guardare un’arma;-ma quando venga offesa nel letto,-non c’è non c’è altro cuore più sanguinario. ( o[tan d j ej~ eujnh;n hjdikhmevnh kurh’/-ouj e[stin a[llh frhvn miaifonwtevra)vv. 263- 266).

 

Il letto

 Nelle tragedie di Euripide, particolarmente in questa e nell’Alcesti, il letto è il locus sacer della casa. “Nella casa di Alcesti e di Admeto, come nel loro dramma, è il letto il mobile più importante[27].

Nell’Alcesti la sposa che muore per salvare il marito si commuove soprattutto davanti al letto : “Poi, gettatasi nel talamo (qavlamon) e sul letto (levco”)/ qui scoppiò a piangere e disse così:/o letto (levktron) dove io ebbi sciolta la verginità/da quest’uomo per il quale muoio/addio: infatti non ti odio, poiché tu hai mandato in rovina me/sola: io muoio non volendo tradire te e/lo sposo. Un’ altra donna ti possederà,/più casta no, più fortunata forse”(vv.175-182)[28].

 Alcesti procede gettandosi sopra il letto e baciandolo (kunei’ de; prospivtnousa , pa’n de; devmnion, v. 183.) Un gesto ripetuto da Didone morente (os impressa toro, Eneide , IV, 659, imprimendo le labbra sul letto). Sicché il bacio al letto, anzi al letto della propria morte per amore, è un topos gestuale.

Anche tra gli dèi, e le dèe dell’Olimpo il levktron è un mobile assai importante: infatti nell’Eracle di Euripide, l’eroe dorico critica i numi in generale, ed Era in particolare la quale, gunaiko;” ou{neka-levktrwn, per i letti di una donna, ossia di Alcmena, ha mandato in rovina i benefattori della Grecia che non erano in nessun modo colpevoli (vv. 1308-1310). Chi potrebbe pregare una dea del genere dunque?”

 

Torniamo a Medea. Arriva Creonte che ordina alla donna di andare in esilio con i figli. Alla richiesta di una spiegazione, il re di Corinto risponde devdoikav s j (282),  ho paura di te. Teme Medea per sé e per la figlia in quanto  ritiene la straniera sofhv kai; kakw’n pollw’n i[dri~ (v. 285), sapiente ed esperta di molti malefici, e pronta a metterli in atto siccome privata del letto dell’uomo levktrwn ajndro;~ ejsterhmevnh (v. 286).

Di nuovo il letto, poi la paura della donna che suggerisce diverse espressioni letterarie e no agli uomini.

Catone proclama la necessità della sottomissione della femina  al fine di tenere sotto controllo una natura altrimenti riottosa e sfrenata .

Così si esprime il Censore quando parla, nel 195 a. C., contro l’abrogazione della lex Oppia  che, dal 215, imponeva un limite al lusso delle matrone[29] le quali erano scese in piazza proprio per manifestare a favore dell’annullamento della legge:” Maiores nostri nullam, ne privatam quidem rem agere feminas sine tutore auctore voluerunt, in manu esse parentium, fratrum, virorum…date frenos impotenti naturae et indomito animali et sperate ipsas modum licentiae facturas…omnium rerum libertatem, immo licentiam , si vere dicere volumus, desiderant Extemplo simul pares esse coeperint, superiores erunt [30],  ( Livio, Storie, XXXIV, 2, 11-14; 3, 2) i nostri antenati non vollero che le donne trattassero alcun affare, nemmeno privato senza un tutore garante, e che stessero sotto il controllo dei padri, dei fratelli, dei mariti…allentate il freno a una natura così intemperante, a una creatura riottosa e sperate pure che si daranno da sole un limite alla licenza…desiderano la libertà, anzi, se vogliamo chiamarla  con il giusto nome, la licenza in tutti i campi. appena cominceranno a esserci pari, saranno superiori.

 le carte vanno prima truccate, l’uomo deve ricevere un vantaggio”[31]. Come in una corsa a handicap dove l’handicappato è l’uomo. Lo afferma apertamente Marziale[32] nella clausula di un suo epigramma:” Inferior matrona suo sit, Prisce, marito:/non aliter fiunt femina virque pares ” (VIII, 12, 3-4), la moglie, Prisco, stia sotto il marito: non altrimenti l’uomo e la donna diventano pari.

Sentiamo una ripresa dostoevskijana di questo topos: Ma non è forse vero che voi,” lo interruppe di nuovo Raskolnikov, con una voce tremante dira in cui si sentiva il gusto di offendere, non è forse vero che alla vostra fidanzataproprio nel momento in cui ricevevate il suo consensovoi avete detto che più di tutto eravate lieto che fosse poveraperché è più vantaggioso togliere la moglie dalla miseria in cui vive, per poi poterla dominaree poterle rinfacciare daverla beneficata?”[33]..

 

Medea ribatte dicendo che la sua fama di sapiente le ha procurato solo invidia; del resto, aggiunge, eimi; d j oujk a[gan sofhv (v. 305), non sono troppo sapiente.

 Quindi supplica Creonte di non cacciarla poiché non ha cattive intenzioni. Ma il re di Corinto continua ad avere paura, anzi terrore (ojrrwdiva, v. 317). Creonte vacilla e intanto impreca contro l’amore chè è un kako;n mega (v. 330), un male grande per i mortali.

 

La fobia dell’amore e del sesso.

 Le Argonautiche, che descrivono la fase iniziale dell’amore di Medea per Giasone, sono piene di anatemi di Eros: il dio, quando arriva, mandato dalla madre Afrodite, per costringere Medea ad amare e aiutare Giasone, è invisibile, sconvolgente (tetrhcwv~, Argonautiche, 3, 276), come lassillo (oistro~) che si scaglia sulle giovani vacche[34]. Rapidamente questo dio del dolor prese una freccia dolorosa: poluvstonon ejxevlet j ijovn” (v. 279). La freccia ardeva profonda nel cuore della ragazza, come una fiamma (flogi; ei[kelon, v. 287), ed ella consumava l’anima in una dolce afflizione: glukerh’/ de; kateivbeto qumo;n ajnivh/” (v. 290). Quindi ardeva in segreto Eros funesto: ai[qeto lavqrh/ oulo~   [Erw~ ” (vv. 296-297).

Come Giasone appare splendidissimo al desiderio di Medea, il giovane prestante  viene paragonato a Sirio che si leva alto sopra l’Oceano, bello e splendente però reca sciagure infinite alle greggi: così il figlio di Esone portava il travaglio di un amore angoscioso (Argonautiche, 3, vv. 957-961).

L’infelicità è connessa all’amore prima ancora che questo si realizzi: quando la ragazza si avvia incontro a Giasone, che è stato salvato da lei e le ha promesso le nozze, la Luna la osserva e, con parole ambigue tra la simpatia e il dispetto, le dice: il dio del dolore (“daivmwn  ajlginovei””, 4, v. 64) ti ha dato il penoso Giasone per la tua sofferenza. Va’ allora e preparati in ogni modo a sopportare, per  quanto sapiente tu sia, il dolore luttuoso.

Questo presunto amore di Medea e Giasone non dona gioia ai due amanti, anzi produce orrori: dopo che i due scellerati hanno concordato l’assassinio del fratello di lei, lo stesso autore del poema rivolge un’apostrofe ad Eros quale latore di infiniti dolori: Eros atroce, grande sciagura, grande abominio per gli uomini (“Scevtli j   [Erw”, mevga ph’ma, mevga stuvgo” ajnqrwvpoisin”) da te provengono maledette contese e gemiti e travagli, e dolori infiniti si agitano per giunta. Ármati contro i figli dei miei nemici, demone, quale gettasti l’accecamento odioso nell’animo di Medea (oi|o” Mhdeivh/ stugerh;n fresi;n e{mbale” a[thn)”, Argonautiche, 4, vv. 445- 449).

L’amore sembra legato alla pena da un vincolo di necessità. Si ricorderà che anche Virgilio apostrofa l’amore come un dio malvagio  : Improbe Amor, quid non mortalia pectora cogis!” (Eneide, IV, 412).

 

Torniamo alla tragedia di Euripide. Alla fine Medea chiede un sol giorno (mivanhJmevran, v. 340) e Creonte glielo concede perché, dice, la mia natura non è tirannica e provo pietà, anche con mio discapito. Il potere infatti non è compatibile con la pietà[35].

Quindi concede un giorno. Rimasta sola, Medea esulta. Ella non avrebbe mai blandito uno sciocco del genere se non per il proprio vantaggio (eij mh; ti kerdaivnousan, v. 369). E entrata nel campo del pragmatico Giasone, quello del kevrdo~ ed è più brava dei suoi nemici.

Una Medea che ricusa il criterio unico e assoluto dell’utile, siccome conosce  la generosità, è quella di Christa Wolf[36]. Si vede bene dal monologo[37] di Acamante, l’astronomo di corte del re di Corinto. “Giacché tutto dipende da che cosa si vuole davvero e da che cosa si considera utile, dunque buono e giusto. Questa frase Medea non la contestò del tutto, respinse solo quell’importante e centrale “dunque”. Ciò che era utile non doveva necessariamente essere buono. Dèi! Come ha tormentato me e soprattutto se stessa con quella parolina “buono”! Si affannava a spiegarmi quel che, a quanto pare, intendevano con buono in Colchide. Buono era ciò che favoriva il dispiegamento di tutto l’esistente. Dunque la fertilità, dissi. Anche, disse Medea, e cominciò a parlare di certe forze che legavano noi umani a tutti gli altri esseri viventi e che dovevano fluire liberamente perché la vita non ristagnasse”[38].

 

 

 Ma questa di Euripide è un’altra persona. Se non annienterà i suoi nemici, verrà derisa. Questo è il terrore dell’eroe tragico: di Aiace e anche di Antigone che si uccidono.

 Ma Ecate sarà la  collaboratrice Di Medea .

Ecate

Nelle Argonautiche di Apollonio Rodio, Argo, figlio di Calciope, la donna dalla faccia di bronzo”, sorella di Medea, propone ai compagni di cercare l’aiuto di sua zia, una ragazza che la dea Ecate[39] ha particolarmente istruito a preparare farmaci, quanti ne produce la terra e il mare copioso. Con questi, ella mitiga la vampa del fuoco instancabile, e ferma in un attimo i fiumi che scorrono strepitosamente e inceppa gli astri e le sacre vie della luna (III, 528-533). Medea, secondo Apollonio, era sacerdotessa di Ecate e tutto il giorno si prendeva cura del suo tempio (vv. 250-251).

Ecate compare anche nel Macbeth: si rivolge alle streghe rimproverandole di non averla consultata, dato il suo ruolo:”And I, the mistress of your charms,/the close contriver of all harms,/was never called to bear my part,/or show the glory of our art?” (III, 5), e io, la signora dei vostri incantesimi, la segreta progettatrice di tutti i mali, non sono mai stata chiamata a fare la mia parte, o a mostrare la gloria dell’arte nostra?.

  Ecate, come le Erinni, appartiene a quella mitologia inferiore”, che raramente penetra in Omero; essa vorrebbe conoscere molte cose che stanno fra cielo e terra, di cui lepos aristocratico non ha notizia alcuna”[40].

Il primo episodio si chiude con una sentenza antifemminista di Medea: Poi lo sai: oltretutto noi donne siamo- per natura assolutamente incapaci di nobili imprese, -ma le artefici più sapienti di tutti i mali. ( kakw’n de; pavntwn tevktone~ sofwvtatai vv. 407- 409.

 

Il primo stasimo (v. 410-445) lamenta la malafede, in particolare quella degli uomini. E un grido di rivolta contro la malevola considerazione delle donne diffusa dai poeti: le Muse degli antichi poeti smetteranno-di celebrare la mia infedeltà (vv. 421-422).

Già Omero nell’XI dell’Odissea  aveva fatto dire  ad Agamennone, finito nell’Ade dopo essere stato trucidato dalla moglie:” oujk aijnovteron kai; kuvnteron a[llo gunaikov~”, non c’è niente di più atroce e cane di una donna (v. 427). LAtride racconta come venne massacrato con i compagni: come si uccide un bue alla greppia (v. 411). Quindi consiglia a Odisseo di approdare di nascosto: Penelope è saggia, ma non si sa mai:   ejpei; oujkevti pista; gunaixivn” (v. 456),  poiché non c’è più credibilità riguardo alle donne. La maldicenza letteraria, nata dalla malevolenza,  nei confronti di questo “popolo nemico”[41], diviene sistematica con Esiodo che  nelle Opere   afferma : chi si fida di una donna, si fida dei ladri (v. 375). Di lì  procede fino ai giorni nostri.

Ma, obietta il coro della Medea, se Apollo avesse concesso anche a noi il dono della poesia, avrei intonato un inno di risposta alla razza dei maschi (vv. 426-427). Il canto si chiude con la desolata constatazione che il rispetto dei giuramenti (o[rkwn cavri~) , e il pudore (aijdwv~, v. 439) sono spariti dall’Ellade.

 

L’ingresso di Giasone apre il secondo episodio (vv. 446-626). Il perfido seduttore sgrida Medea per i suoi capricci, senza prendersela troppo per le maledizioni che riceve. Medea lo aggredisce subito, apostrofandolo con un: w pagkavkiste” (v. 465), O scelleratissimo! Poi procede con e[cqisto~ (v. 467), odiosissimo, e altri impropèri. Inoltre gli rinfaccia tutti gli aiuti che gli ha dato, contro i tori, contro il drago, contro i propri familiari, in primis il proprio padre Eeta.

Eppure la o[rkwn pivsti~, la fede dei suoi giuramenti è sparita (frouvdh, v. 492). Dovrebbe vergognarsi di abbandonare nella desolazione lei e i loro figlioli.

La Corifea commenta che deinhv ti~ ojrghv, (520)  un’ira tremenda interviene quando una cattiva e[ri~ si insinua tra amanti.

 

La cattiva competizione tra amanti

 In Anna Karenina, nell’amore di Anna e Vronskij a un certo punto entra la cattiva Eris, ossia lo spirito della lotta distruttiva dovuta al fatto che l’uomo si allarma per la propria autonomia minacciata dall’amante; ella a sua volta:” sentì che, a fianco dell’amore che li univa, fra loro si era insediato un certo malvagio spirito di dissidio e che lei non poteva scacciarlo dal cuore di lui, né, ancor meno, dal proprio”[42]. Perfino le espressioni di approvazione diventano sospette e allarmanti quando l’amore, in uno solo dei due, è in fase calante:” C’era qualcosa di offensivo nel fatto che egli avesse detto ‘Questo sì che va bene, come si dice ai bambini quando smettono di fare i capricci; e ancor più offensivo era quel contrasto fra il tono di colpa che aveva lei e quello sicuro di sé di lui: e per un istante Anna sentì sollevarsi dentro di sé il desiderio di lotta; ma, fatto uno sforzo su se stessa, lo soffocò e accolse Vrònskij con la stessa allegria di prima” (p. 746). Tuttavia la dissimulazione non regge:” anche sapendo che si rovinava, non poté non fargli vedere quanto lui avesse torto, non poteva sottomettersi” (p. 747).   

 

Giasone risponde in maniera impudente. L’aiuto lui lo ha ricevuto solo da Cipride che ha inviato Eros con le frecce. Comunque Medea ci ha guadagnato dalla vicenda poiché ora, grazie a lui, vive nell’Ellade. Poi è diventata famosa per la sua sapienza. Del resto anche io sono sofov~ (548), sostiene, sono  stato abile a fidanzarmi con la figlia del re, e questo ridonderà a vantaggio dei nostri figli e anche tuo.  Il povero, ciascuno lo sfugge: non lo vuole tra i piedi neppure l’amico (v. 561). E tu te la prendi per uno sgarbo sessuale!

Le ultime parole sono assai dure e menzionano ancora una volta il letto: Ma a tanto giungete, che, quando vi va dritta-nell’alcova (ojrqoumenvh~[43]-eujnh`~), voi donne pensate di avere tutto,-se invece capita qualche congiuntura nel letto,-anche i rapporti migliori e più belli rendete- atti di guerra feroce. Bisognerebbe in effetti che gli uomini da qualche altro luogo-generassero i figli e che la razza delle femmine non esistesse:- e così non esisterebbe nessun male per gli uomini.  (vv. 569-575).

 

E la fantasia contro natura di generare figli senza le donne. Parole simili dice Ippolito. Poi altri personaggi della letteratura: Rodomonte scartato da Doralice nellOrlando Furioso, Postumo che si crede tradito da Imogene nel Cimbelino di Shakespeare, Adamo nel Paradiso perduto di Milton, puritano dincrollabile fede.

 

Medea, come Antigone, rivendica la propria diversità dai mortali (eijmi diavforo~ brotw’n, v. 579).

Quindi dà del sofista a Giasone che parla in maniera ingannevole.

La lingua e le azioni

Nel Filottete di Sofocle Odisseo, la consumata volpe, chiarisce al giovane Neottolemo il percorso che l’ha portato a prediligere la glw’ssa rispetto agli e[rga, le azioni:” ejsqlou’ patro;” pai’, kaujto;” w]n nevo” pote;- glw’ssan me;n ajrgo;n, cei’ra d j eicon ejrgavtin:-nu’n d j eij” e[legcon ejxiw;n oJrw’ brotoi'”-th;n glw’ssan, oujci; ta[rga, panq j hJgoumevnhn” (vv. 96-99), figlio di nobile padre, anche io da giovane un tempo, avevo la lingua incapace di agire, la mano invece operosa; ora però, giunto alla prova, vedo che per gli uomini la lingua ha la supremazia su tutto, non le azioni. Quindi suggerisce la frode al giovane figlio di Achille cui giustamente ripugna ta; yeudh’ levgein (v. 108), dire le menzogne.

Infatti la parola è un’arma potentissima, dal doppio taglio.

La lingua può essere un fuoco che trae la sua fiamma dalla Geenna, sostiene l’apostolo Giacomo (kai; flogizomevnh uJpo; th'” geevnnh”) [44].

 

I due continuano a litigare, ma Giasone  offre un aiuto in denaro (611). Medea non lo accetta e lo allontana con uno sposati! (nuvmfeu j ) Ma un giorno te ne pentirai! (v. 625).

 Nel secondo Stasimo (vv.627-662)  il Coro delle Corinzie invoca Cipride perché non invii amori smodati ma si avvicini con leggerezza e misura: castità le protegga e  preservi da talami vietati  regolando con accortezza i letti delle donne.

Mi abbia cara castità (swfrosuvna), il più bel dono degli dèi” (vv. 635-636), pregano. Il male più grande è essere privato della patria, con la casa e il letto.

Nel terzo Episodio (vv. 663-823) Medea riceve promessa giurata di ospitalità da Egeo, quindi rivela al Coro i suoi progetti omicidi.

 Entra in scena il re di Atene al ritorno da Delfi dove è andato poiché non ha avuto figli.  Sta recandosi a Trezene per interrogare Pitteo, un figlio di Pelope. Il dio gli ha detto che non deve sciogliere il piede sporgente dallotre (ajskou` me to;n prouvconta mh; lu`sai povda,v. 679). Un modo enigmatico per suggerirgli di non fare sesso[45].

Medea gli chiede di darle ospitalità. Atene viene rappresentata dai tre tragici come la città che aiuta i supplici e gli esuli (Eumenidi, Supplici di Euripide, Edipo a Colono).

Medea  contraccambierà Egeo con dei favrmaka (v. 718) che vincono la sterilità. Il re le promette ospitalità, ma Medea dovrà recarsi ad Atene da sola. Egli vuole essere privo di colpa (ajnaivtio~ v. 730) verso il suoi ospiti. Medea lo fa giurare per la terra, per il Sole padre di suo padre e per tutti gli dèi.

Lutilitarismo di Giasone è miope: ha fatto torto alla nipote del Sole per sposare una principessotta di provincia!

Egeo si allontana, e Medea esulta invocando Zeu’, Divkh te Zhno;~ ,  J Hlivou te fw’~ (v. 764), Zeus,  Giustizia figlia di Zeus e la luce del Sole.

Nel film di Pasolini che impiega, verbum de verbo, solo questo verso della tragedia di Euripide, e per tre volte lo fa pronunciare a Medea per giunta echeggiata dal Coro[46], il Centauro maestro di Giasone mette in rilievo ” il suo disorientamento di donna antica in un mondo che ignora ciò in cui lei ha sempre creduto”[47].

Il culto del Sole è un tratto arcaico che attraversa molti autori della letteratura europea[48].

Il sole invitto esorta Medea a tornare nelle sue “vecchie spoglie”[49]. Questo arcaismo  differenzia la donna dal popolo civilizzato di Corinto, e il re Creonte[50] si fa portavoce dell intolleranza nei confronti di tale diversità :”E’ noto a tutti in questa città che, come barbara, venuta da una terra straniera, sei molto esperta nei malefici. Sei diversa da tutti noi: perciò non ti vogliamo tra noi”[51].

A queste parole Medea replica: Invece è così povera questa mia sapienza” (scena 66).

 

E’ l’eterno rifiuto della diversità da parte dell’uomo civilizzato e incolto, del borghese insomma.

 

Quindi Medea comunica alla corifea il suo progetto: mandare i figli dalla fidanzata sciocca con doni letali: un peplo e una corona doro. La faranno morire in modo orribile.

Secondo Christa Wolf  invece Medea è addirittura protettiva nei confronti della ragazza di Corinto. Ecco quanto Giasone nel suo monologo ricorda di avere sentito dalla madre dei suoi figli, la quale gli parlava senza essere stata corrotta dal rancore:”Ma tu, ascolta bene quello che ti dico, non fare del male a Glauce. Perché ti ama, ed è fragile, molto fragileNon ne proverai gioia. Non proverai mai più molta gioia. Le cose si stanno mettendo in un modo che non solo quelli che sono costretti a subire un torto, ma anche quelli che il torto lo fanno saranno scontenti della loro vita. Del resto mi domando se il piacere di distruggere la vita degli altri non dipenda dal fatto che si ricava pochissimo piacere e pochissima gioia dalla propria”[52].

 

 Questa Medea di Euripide invece vuole fare una strage: ucciderà Glauce, Creonte e i propri i figli. Ouj ga;r gela’sqai tlhto;n ejx ejcqrw’n, fivlai (v. 797), Infatti non è sopportabile essere derisa dai nemici, amiche. E la morale arcaica, per non trasgredire la quale Aiace si uccide. Segue un’espressione di civiltà di vergogna: la reputazione conta più della propria coscienza: Nessuno mi creda una donna ordinaria e debole-né mite, ma di tutt’altra indole,- violenta con i nemici e benevola con gli amici;- infatti la vita di tali persone  è piena di gloria. (vv. 807- 810).  

Il terzo stasimo (vv. 824-865) contiene il mito di Stato, ossia della polis ateniese.

 Il Coro intona un canto che celebra Atene, lAttica e i suoi abitanti. Una regione felice per la sua civiltà nobile e antica, rigogliosa e vergine, e per l’atmosfera luminosa dove sono fiorite le arti. Lamenità del clima e del paesaggio  contribuiscono allo sviluppo di una cultura che rende bella la vita.

Atene per tradizione accoglie generosamente gli ospiti e concede rifugio ai supplici, ma come potrà proteggere una madre che ha assassinato i propri figlioli? Le donne del coro  dunque pregano Medea di astenersi dall’empio delitto per il quale del resto sarebbe necessaria unaudacia disumana che segnerebbe l’inizio di una vita piena di pianto.

Quarto Episodio (vv. 866-975).

Entra Giasone con atteggiamento conciliante: ascolterà quanto lex moglie vuole dirgli. Pure Medea assume toni civili, quasi amichevoli: recita, fingendo, la parte della donna che dal dolore è stata portata a eccessi dei quali poi però, ragionando, si è pentita. Dopo tutto è vero che Giasone ha fatto la scelta più vantaggiosa per tutti (o}~ hJmi’n dra’/ ta; sumforwvtata, v. 876): perché biasimarlo?

Il qumov”, la passionalità l’ha fatta sragionare, ma ora capisce: non c’è motivo di prendersela quando gli dèi provvedono bene. La colpa dunque è tutta sua, di lei: avrebbe dovuto aiutare Giasone a realizzare i progetti nuziali. Le donne sono creature misere, neanche buone: Giasone casomai ha avuto il torto di entrare in competizione con tanta pochezza e insignificanza. Ora però Medea ha capito, la collera è passata, quindi invita i figli ad abbracciare il padre. Tuttavia la moglie abbandonata non riesce a trattenere le lacrime, ed è subito imitata dalle donne del coro, solidali con lei.

Giasone elogia la pur tardiva comprensione della madre dei suoi figli: in fondo ella ha subìto, se non un torto, un grosso dolore.

Fa la figura dellimbecille quando dice: e hai compreso, anche se non subito, la decisione-vincente (nikw’san boulhvn): questo è un agire da donna saggia vv. 912-913)..

Quindi  l’Esonide dice ai due bambini che dalle  nuove nozze del padre loro riceveranno grossi vantaggi. Medea però continua a piangere e Giasone le domanda per quale motivo lo faccia. E il pensiero preoccupato dei bambini, risponde la donna, e la propensione al pianto delle femmine. Quindi la madre cerca di indurre il padre a intercedere per i figli, affinché possano restare a Corinto, evitando l’esilio. Giasone può influire molto sulla nuova sposa. L’uomo accoglie il suggerimento e non mette in dubbio che ci riuscirà: quella è una donna, e lui con le donne ci sa fare. Fa ancora la figura dellimbecille: Certo. E credo che la convincerò,-Se davvero è una donna come le altre”.vv. 944- 945. 

Medea assicura che collaborerà mandando alla sposina, per mezzo dei figli, magnifici doni doro di provenienza solare. La principessa sarà contenta di avere un marito e dei regali tanto meravigliosi. Giasone non crede che possa essere impressionata da doni, pur splendidi, una femmina umana che ha ottenuto un marito splendidissimo come lui. Se davvero mi stima degno di qualche considerazione,- la sposa mi metterà davanti alle ricchezze, lo so bene (962-963).

 Medea allora afferma che loro è l’argomento più persuasivo che ci sia.Non dire questo a me proprio tu: si dice che i doni persuadano anche gli dèi-e l’oro è più forte di infiniti discorsi per i mortali”. (964-965) gli fa.

Quindi dà istruzione ai figli perché portino i gioielli alla nuova moglie del padre loro e la preghino di non cacciarli in esilio.

 Nel quarto Stasimo (vv. 976-1001) il Coro compiange le vittime della trama omicida e pure l’autrice, inoltre commisera i disgraziati i bambini, che muovono i passi verso la strage, Glauce, sventurata sposa, Giasone sciagurato sposo, e Medea, madre snaturata.

Il quinto Episodio (vv. 1002-1250) è formato da due scene e da un intervento del Coro in anapesti che le separa. La prima scena (vv. 1002-1080) contiene un colloquio tra il Pedagogo e Medea, e un monologo della protagonista che prima vacilla, poi però conferma la sentenza di morte nei confronti dei figli (tolmhtevon tavd ‘ , v. 1051, bisogna osare questo!) per non essere derisa lasciando impuniti i nemici. Medea è combattuta tra i bouleuvmata  e lo qumov~ maledetto ma prevalente.  Conclude la sua tirata con le parole già citate (vv. 1078-1080).

 L’intermezzo del Coro (vv. 1081-1115) nega che sia bene generare dei figli.

E affermo che tra i mortali quelli che sono-del tutto inesperti di figli -e non ne hanno generati, superano nella fortuna- coloro che li generarono” (vv. 1091-1094). 

Nella seconda scena (vv. 1116-1250) un messo racconta la morte di Glauce e quella di Creonte concludendo che le cose mortali sono un’ombra (ta; qnhtavhJgou’mai skiavn, v. 1224) e che nessuno  tra gli uomini è  felice (eujdaivmwn): quando passa un’ondata di prosperità, uno può diventare più fortunato di un altro (eujtucevstero~ a[llou), ma felice nessuno (vv. 1228-1230).

 

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