Medea

appunti per la conferenza “Medea di Euripide”. Letture e commenti, sguardo alla Medea di Seneca, cenni al film di Pier Paolo Pasolini di Giovanni Ghiselli

18 maggio 2014

Film vedere da 3 a 8

2, 15 Chirone bimembre: mi diverte raccontare bugie” Rivela a Giasone bambino di 5 anni che non è suo padre né sua madre. Poi racconta: tutto è cominciato per una pelle di caprone”. Racconta il mito di Ino e Nefele.

Ino moglie del re di Orcomeno Atamante, figlio di Eolo. Dice che fu una questione di gelosia. Il caprone dal vello doro portò al di là dal mare Frisso, uno dei figli di Nefele e di Atamante .

 

Frisso ed Elle erano odiati da Ino, la seconda moglie di Atamante. Fece dire ai messaggeri mandati all’oracolo per una carestia che si doveva sacrificare Frisso. Nefele mandò il caprone che portò via i due fratelli suoi figli. Elle cadde in mare

 Ino aveva generato Learco e Melicerte. Atamante impazzito uccide Learco e Ino si getta in mare con Melicerte.

Frisso fu salvato dal caprone e giunse dal re Eeta nella Colchide. Eeta ha sacrificato il caprone e ha fatto sposare Frisso con sua figlia Calciope. I due generano Argo.

Giasone bambino dorme. Poi il centauro riprende il racconto

Il vello portava fortuna ai re: garantiva la continuità del potere. Giasone discende da Eolo e Atamante. Esone era nipote di Eolo. Pelia si è impadronito del regno e Giasone è stato messo al sicuro presso Chirone

è una storia complicata perché fatta di cose e non di pensieri” 

(v. 1)

 

Minuti4, 08

 Chirone, ancora Centauro bimembre e mitico dice a Giasone tredicenne: Tutto è santo, tutto è santo, tutto è santo. Non c’è niente di naturale nella natura, ragazzo mio, tientilo bene in mente. Quando la natura ti sembrerà naturale, tutto sarà finito e concerà qualcos’altro. Addio cielo, addio mare. Che bel cielo. Tutto è pieno di dèi (cfr. Talete) Se il dio non c’è, ha lasciato un segno della sua presenza sacra. Eh sì, tutto è santo, ma la santità è insieme una maledizione cfr. sacer. Gli dei che amano-nel tempo stesso-odiano[1]   5, 42 minuti

 

Il centauro bimembre è diventato uomo ( minuti 5, 49)

Diventato uomo, Chirone comincia a razionalizzare, a sconsacrare ciò che prima aveva chiamato santo

Dice: per l’uomo antico i rituali sono esperienze concrete.

Minuti 6, 45. Chirone uomo parla a Giasone, oramai adulto, e gli dice che dovrà andare in cerca del vello doro, in un paese antico, dove il mito è ancora vivo: ” per l’uomo antico i miti ed i rituali sono esperienze concrete, che lo comprendono anche nel suo esistere corporale e quotidiano”. Il giovane allievo dovrà andare a prendere il vello d’oro in un paese lontano al di là del mare. Qui farai esperienze di un mondo che è ben lontano dall’uso della nostra ragione, la sua vita è molto realistica come vedrai, perché solo chi è mitico è realistico e solo chi è realistico è mitico”[2].  6, 52,

 Il mito aggiunge significati alle cose, il mito è un’immagine concentrata del mondo, il mito scopre le origini

La ragione non prevede i propri errori, siccome non può prevedere il destino

 

 

Minuti 7, 18

Ciò che l’uomo ha veduto dai cereali, nei semi che perdono la loro forma sotto terra per poi ricrescere, tutto questo ha rappresentato la lezione definitiva . La resurrezione, mio caro

 

cfr. Ammiano Marcellino

Giuliano sii affrettava verso Antiochia orientis apicem pulchrum, culmine bello dell’oriente. In quei giorni (del 361) si celebravano gli AdonÄ“a, secondo l’antico rito in onore di questo giovane amato Veneris, apri dente ferali deleto, quod in adulto flore sectarum est indicium frugum (22, 9).

 

Ma l’uomo estraneo al mito ha perso questa lezione e ha perso la nozione degli dèi. Il grano non ha più nessun significato (7, 27), non c’è più nessun dio

cfr. Jug Jug to dirty ears

Il mito di Procne e Filomela: un lungo racconto in esametri fatto da Ovidio nelle Metamorfosi (VI, 426-674) cui allude Eliot per significare la decadenza del mito nella ricezione degli uomini moderni:”The change of Philomel, by the barbarous king/So rudely forced; yet there the nightingale/Filled all the desert with inviolable voice/And still she cried, and still the world pursues,/’Jug Jug’ to dirty ears ” (The Waste Land , vv. 99-103), la metamorfosi di Filomela, dal barbaro re così brutalmente forzata; eppure là l’usignolo riempiva tutto il deserto con voce inviolabile, e ancora ella piangeva, e ancora il mondo continua, ‘Giag Giag’ a orecchie sporche.

Il canto della voce inviolabile di Filomela è degradato e dissacrato, poiché suona oramai solo naturalisticamente come un “giag giag” per le orecchie inquinate del mondo contemporaneo.

 Il canto dell’usignolo che evoca tragedie si trova già nella poesia Sweeny among the nightingales che ha come epigrafe un verso dellAgamennone di Eschilo: w[moi, pevplhgmai kairivan plhgh;n e[sw” (1343), ahimé, sono colpito profondamente da un colpo mortale!.

Sentiamo dunque il canto tragico e rituale degli usignoli: The nightingales are singing near/The Convent of the Sacred Heart, //And sang within the bloody wood/When Agamemnon cried aloud/ And let their liquid siftings fall/To stain the stiff dshonoured shroud” (vv. 35-40), gli usignoli cantano vicino al Convento del sacro cuore, e cantarono nel bosco insanguinato, quando Agamennone forte gridò, e lasciarono cadere le loro feci liquide a macchiare il duro disonorato sudario.

 

Immagini di un mondo selvaggio con un sacrificio umano (16, 25) poi  fanno a pezzi il ragazzo ucciso e la gente ne beve il sangue e ne mangia parti del corpo.

Il sangue feconda la terra: riti della fertilità 18, 55

Tutti toccano il cuore con le dita poi toccano il grano giallo

Il volto della Callas in primo piano minuti 21, 14 con fissità ieratica

 danze selvagge (22, 19)

 C’è anche il farmakovÏ‚ picchiato con rami. Tutto il repertorio antropologico del Ramo d’oro di Frazer ( 22, 39)

 

Sentiamo J.P. Vernant: L’altra faccia di Edipo, complementare e opposta (il suo aspetto di capro espiatorio), non è stata così nettamente evidenziata dai commentatori. Si è bensì visto che Edipo, al termine della tragedia, è cacciato da Tebe come si espelle lhomo piacularis, al fine di allontanare la macchia”, to; a[go~ ejlauvnein[3]Tebe soffre di un loimov~ che si manifesta con lo schema tradizionale con un isterilimento delle fonti della fecondità: la terra, gli armenti, le donne non procreano più, mentre una pestilenza decima i viventiE, come si sa, ciò che si produsse ad Atene, nel VII secolo, per espiare lempia uccisione di Cilone, quando si cacciarono gli Alcmeonidi, dichiarati impuri e sacrileghi, ejnagei`~ kai; ajlithvrioi[4]. Ma esiste pure, ad Atene come in altre città, un rito annuale che mira ad espellere periodicamente la macchia accumulata durante l’anno trascorso. E usanza ad Atene-riferisce Elladio di Bisanzio- portare in processione due farmakoiv in vista della purificazione, uno per gli uomini, l’altro per le donne”[5]. Secondo la leggenda, il rito troverebbe origine nellempia uccisione commessa dagli Ateniesi di Androgeo il Cretese: per cacciare il loimov~ fatto scoppiare dal delitto, si istituì l’usanza di una purificazione costante con i farmakoiv. La cerimonia aveva luogo il primo giorno della festa delle Targhelie, il 6 del mese Qarghliwvn[6]. I due farmakoiv, ornati di collane e fichi secchi (neri o bianchi secondo il sesso che rappresentavano) venivano portati in giro attraverso tutta la città; li si colpiva sul sesso con bulbi di scilla, con fichi e altre piante selvatiche[7], poi si espellevano; può anche darsi che, almeno alle origini, fossero messi a morte per lapidazione, i cadaveri bruciati, le ceneri disperse[8]. Comerano scelti i farmakoiv? Tutto lascia pensare che li si reclutasse tra la feccia della popolazione, tra i kakou`rgoi, gentaglia che i loro misfatti, la loro bruttezza fisica, la loro bassa condizione, le loro occupazioni vili e ripugnanti designavano come esseri inferiori, degradati, fau`loi, il rifiuto della società“.      Oltre che da Plutarco, traggo l’idea dallo studio di J.P. Vernant, Ambiguità e rovesciamento. Sulla struttura enigmatica dell’Edipo re, compreso nel volume Mito e tragedia nell’antica Grecia (pagg.105-106).

 

I rami di cui parla Edipo (Edipo re, v. 3)  alludono al ramoscello di olivo o di lauro fasciato di lana che ragazzi giovanissimi portavano in giro per la città e appendevano alle porte delle case in ricordo della fne della sterilità (dia; to; lh`xai th;n ajforivan, Plutarco, Vita di Teseo, 22, 6 )  per allontanare la carestia e il disordine delle stagioni.

 

Per realizzare l’espulsione del guazzabuglio umano  venivano cacciati due farmakoiv, vittime espiatorie scelte tra gli scellerati brutti e presi di mira dalla natura.

Cleofonte viene messo alla gogna nella parabasi delle Rane di Aristofane, in quanto incapace di pronunciare correttamente la lingua dei veri Ateniesi: sulle sue labbra ambigue orrendamente freme la rondinella tracia (vv. 679-681), e, poco più avanti il demagogo è messo tra gli stranieri, rossi di pelo, mascalzoni e discendenti da mascalzoni, ultimi arrivati dei quali ora la città si serve per ogni uso, ma che in passato non sarebbero stati utilizzati probabilmente nemmeno come vittime espiatorie: oujde; farmakoi’sin eijkh’/ rJa/diiw~ ejcrhsat  j an” (vv. 730-733). 

 

Medea è la grande sacerdotessa

Giasone va da Pelia (23, 53). Pelia gli chiede il vello doro

24 Esiste un segno della perennità del potere e dell’ordine, questo segno è la pelle doro di un caprone divino, essa si trova in una terra lontana, oltre il mare, dove nessuno è mai stato. Se tu porterai nella nostra città quella pelle doro io te lo restituirò, il tuo regno”[9].

24, 29 La nave Argo tanto magnificata è una zattera (cfr. Géricault Zattera della Medusa (1819)

 

Gli Argonauti sono predoni e violenti

Le donne della Colchide lavorano la terra 27, 34

La Callas è muta ed espressiva 28, 20

Si fa vestire da sacerdotessa 30

Viene invasata : ha un attacco isterico da Pizia o Sibilla 31, 50

Prega inginocchiata davanti al caprone 32, 37

Arriva Giasone 33, 8 la fissa

Lei sembra non vederlo, ma sviene 33, 30

Cerca di prendere il vello doro 35, 6 poi lo lascia

Va a chiamare il fratello  Apsirto 36 22 perché la aiuti a rubare il vello

Lo porta da Giasone

I due si guardano a lungo 38, 17, 38,51.

La sparizione del vello getta le donne nella disperazione 39, 44

Si prepara la guerra. I Colchi inseguono

Medea ammazza il fratello a[yurtoς  Apsirto 41, 42

 poi lo fa a pezzi,  Lascia in terra la testa fuggono

Gli inseguitori si fermano per raccogliere la testa 44

Altri pezzi vengono lasciati per strada e vengono raccolti dai Colchi

Gli argonauti fuggono con la zattera

La madre di Apsirto grida 47, 36 Urla di donne prolungato

 

Feminis lugere honestum est, viris meminisseGermania  (27, 1), per le donne è bello piangere, per gli uomini ricordare.

 

Medea è disorientata in mezzo agli Argonauti : voi non segnate il centro, non segnate il centro!” grida (49, 55) e corre via.

Chiede al sole e alla terra di parlarle (50, 41)

 Non trova più il senso della terra. Cammina chiedendo un senso: tocco la terra coi piedi e non la riconosco (51) Guardo il sole con gli occhi e non lo riconosco

Gli uomini mangiano e ridono spensierati

Medea è sola pensosa e triste 51, 37

Giasone la raggiunge e la prende per mano  la porta nella sua tenda lui si spoglia e lei lo fissa 53, 27

I due si baciano

Pelia e le figlie che gridano e fuggono 55, 30

 

 

Il potere è malvagio: quando riceve il vello doro, Pelia dice a Giasone: penso che oggi dovrai fare un’esperienza inaspettata: comprendere che i re non sempre sono obbligati a mantenere le loro promesse” (scena 59). 55, 51

Giasone lascia il vello e dice: la mia impresa mi è servita a capire che il mondo è più grande del tuo regno. Poi la pelle di caprone lontana dal suo paese non ha più alcun significato 56, 19

Le figlie di Pelia si inginocchiano a Medea, la spogliano e la rivestono come loro

Gli Argonauti si salutano e separano

Giasone e Medea fanno l’amore con Medea che lo guarda inquieta.

 

Le nozze di Medea e Giasone sono raccontate nel poema di Apollonio Rodio: i due devono anticiparle rispetto al loro desiderio di celebrarle una volta giunti a Iolco, poiché Alcinoo, il re dei Feaci, avrebbe consegnato Medea ai Colchi che la inseguivano se Medea, rifugiatasi con gli Argonauti presso di lui, fosse stata ancora vergine. Ci fu comunque la festa nuziale con i canti accompagnati dalla cetra di Orfeo, poi i due sposi si stesero sul letto preparato nellantro feacio detto prima Macride, la figlia di Aristeo che scoprì il lavoro delle api e il succo delloliva che costa molta fatica, poi, da quel giorno, antro di Medea. Sopra il letto venne steso il vello doro, mentre le ninfe portavano mazzi varipinti di fiori. Tutto molto bello e gioioso. Però, è l amaro commento di Apollonio, noi stirpi di infelici mortali, non possiamo mai entrare nel piacere con piede intero (o{lw/ podiv, Argonautiche, 4, 1166); lamaro tormento si insinua sempre in mezzo alle gioie.  In questo caso i due sposi temevano di essere traditi da Alcinoo. Il re dei Feaci invece, diversamente da come avrebbe fatto Giasone, rispettò i giuramenti (4, 1205).

Lucrezio: “Eximiā veste et victu convivia, ludi, /pocula crebra, unguenta coronae serta parantur, /nequiquam, quoniam medio de fonte leporum/surgit amari aliquid quod in ipsis floribus angat …” ( De rerum natura, IV, vv. 1131-1134):”si preparano conviti con apparato e portate sfarzose, giochi, tazze fitte, profumi, corone. ghirlande, invano poiché dal mezzo della sorgente dei piaceri sgorga qualche cosa di amaro che angoscia persino in mezzo ai fiori

 

Giasone dorme e Medea  osserva il suo corpo con un sorriso -1 ora-

I due si baciano

Ricompare Chirone come uomo e pure centauro sono a Pisa

Noi due siamo dentro di te, dice Chirone

Tu hai conosciuto due centauri: uno sacro, quando eri bambino, e uno sconsacrato, da adulto: ciò che è sacro si conserva accanto alla nuova forma sconsacrata

Il bimembre non parla perché ha una logica diversa dagli sconsacrati. E comunque sotto il suo segno che Giasone, fuori dai calcoli, in realtà ama Medea, gli dice Chirone uomo.

Io amo Medea? Domanda Giasone 1, 3

Sì e hai pietà di lei e comprendi la sua catastrofe spirituale, il suo disorientamento di donna antica in un mondo che ignora ciò cui lei ha sempre creduto 1, 3.

La poverina ha avuto una conversione alla rovescia e non si è più ripresa

Il vecchio centauro ispira ancora dei sentimenti e il nuovo centauro li esprime

Medea vuole andare a Corinto con la nutrice che le dice non puoi” 1, 4

Giasone danza a Pisa una danza festosa. Medea piange

Poi si vede la rocca di Corinto. Una ragazza le ricorda il suo passato di maga, la gente di Corinto lo sa e ne ha paura, come si ha di una maga 1, 7

Vuole aiutarla spingendola alla magia

Medea dice di essere cambiata: dopo dieci anni di assenza ho tutto dimenticato 1, 8 ciò che era realtà ora non lo è più

Ma forse può ricordarsi sono restata quella che ero: un vaso pieno di un sapere non mio” 1, 8

Piange

Guarda il sole sul mare. Il sole le parla e lei lo riconosce: sei il padre di mio padre 1, 9, 51

E allora che cosa aspetti?coraggio”

 3 volte O dio, o Giustizia cara a Dio, o luce del sole” 1, 10, 15 Medea, v.764. Il coro di donne lo ripete.

Sarà splendida la vittoria sopra i miei nemici

Espone il suo piano a un gruppo di donne

Fingerà di considerare utile ai loro figli il nuovo matrimonio 1, 10, 47

Medea: voi non potete approvarmi solo perché non avete sofferto tutti i mali che ho sofferto io

Chi ti darà il coraggio? (la nutrice)

Lo troverò pensando che egli ne sarà straziato 1, 11 Giasone

 

Medea di Euripide:

 Giasone per questo li hai ammazzati?”

Medea.  Per infliggere pene a te (sev ge phmaivnous j)  1398

Nella Medea di Seneca, la madre furente dice: Bene est, tenetur, vulneri patuit locus” (v. 549)

 

È tempo di agire, le chiacchiere sono del tutto inutili

Alla nutrice: fai venire qui Giasone ma non dirgli nulla dei nostri piani

Tu mi ami e per di più sei donna

Medea ha un’espressione soddisfatta 1, 12

Medea superest (v.  v. 166, II atto)

Il sole le dice: nelle tue vecchie spoglie”

Chiama i bambini e Giasone

Dà ai bambini i doni avvelenati per la sposa Glauce

Ditele che la mamma le augura felicità

Vostro padre vi porterà da lei

Dimenticate ogni vecchio rancore, come ho fatto io

Però dice che non fa altro che piangere

Giasone crede che sia pentita e la elogia per la riappacificazione

Ai figli dice che penserà al loro benessere

Medea piange e dice la donna è una creatura debole, facile alle lacrime chiede aiuto perché i figli non vengano banditi

Giasone promette

Medea dice con aria maliziosa ai figli: ritornate con la lieta notizia che attendiamo 1, 15

Giasone e i figli salgono sulla rocca

Medea li osserva 1, 15, 48

Sfuggiti allo sguardo di Medea, Giasone e i figli si ritrovano a Pisa, nel mondo ordinato del Rinascimento.

Si presentano a Creonte.

Glauce è unadolescente

I bambini porgono i regali con auguri di felicità.

La ragazza sorride e li prende, sebbene sconsigliata da una donna

Li accetta e ringrazia con espressione da bambina.

Qualche nevrosi le ha impedito di crescere

La ragazza, giovane e bella, viene vestita dalle ancelle

Dei bambini per strada mangiano angurie molto rosse, un rosso che preannuncia il sangue.

Glauce si guarda allo specchio 1, 20. Ha unaria smarrita, poi spaventata, poi terrorizzata. Fugge e prende fuoco. Il padre la segue, labbraccia e prende fuoco con lei. E una pre-visione. La prima versione, mitica della scena che più avanti si ripete

 cfr. Medea di Euripide la rh̃siÏ‚ (vv. 1136-1230). La conclusione è che le cose umane sono soltanto ombra: ta; qnhta; d j ouj nũn prw̃ton hJ goũmai skiavn” (v. 1224)

La Medea di Seneca: stillent artus ossaque fument/vincatque suas flagrante comā/nova nupta faces” (837-839)

Nata atque genitor cinere permixto iacent (v. 880)

Medea piange

Si vede di nuovo la bambina con sguardo fisso

Entra Creonte, la figlia lo guarda, poi piange.

Creonte esce e si trova a Pisa, poi nella rocca di Corinto.

Va in cerca di Medea e la trova. Le ordina di partire con i figli.

Mi fai paura 1, 24, 29 mi fai paura per la mia figliola

Come barbara sei molto esperta dei malefici. Sei diversa da tutti noi. Peciò non ti vogliamo tra noi 1, 24, 47

Invece è così povera questa mia sapienza

 

La  Medea di Euripide risponde a Creonte che la sua fama di sapiente le ha procurato solo invidia; del resto, aggiunge, eimi; d j oujk a[gan sofhv (v. 305), non sono troppo sapiente.

 Quindi supplica Creonte di non cacciarla poiché non ha cattive intenzioni. Ma il re di Corinto continua ad avere paura, anzi terrore (ojrrwdiva, v. 317). Creonte vacilla e Medea impreca contro l’amore chè è un kako;n mevga (v. 330), un male grande per i mortali.

 

Medea non ritiene responsabile Creonte ma solo Giasone 1, 25

Il tuo comportamento mi sembra giusto. Continua a fingere

Chiede la grazia di restare, promette di sottomettersi

Creonte riconosce l’umanità di Medea, ma, dice, è impossibile vedere nel fondo di un’anima

Questo è vero dice Medea, poi chiede un giorno di tempo.

Creonte dice che il suo volere non è quello spietato di un tiranno

 

(cfr. Medea  di Eurioide vv. 348-349) Alla fine Medea chiede un sol giorno (mivanhJmevran, v. 340) e Creonte glielo concede perché, dice,

la mia natura non è per niente tirannica (h{kista toujmo;n lh̃m j e[fu turannikovn, 348) e provo pietà, anche con mio discapito.

 Il potere infatti non è compatibile con la pietà[10].

Il Creonte di Seneca dice: Etsi repugnat precibus infixus timor,- unus parando dabitur esilio dies” (294-295)

 

La mia indole spesso mi è stata dannosa, lo so 1, 26

Creonte teme per la figlia che si sente colpevole verso Medea e conoscendo il dolore di Medea, ne soffre. Le nozze con Giasone non la rendono felice

Per questo io voglio, disumanamente cacciarti via dalla mia terra.

Medea sviene. Poi chiede alla nutrice di chiamare Giasone

Arriva questo miserabile uomo che deve tutto a me 1, 29 e su cui ho perso ogni speranza

Giasone dice che deve solo a se stesso la buona riuscita delle sue imprese

 

Quello di Euripide dice che è stata Cipride a salvare la sua impresa (527-528) e che Eros costrinse Medea con i suoi dardi infallibili. Del resto se Medea è diventata famosa, lo deve a lui e se non si è famosi, nessun bene ha valore.

 

Se hai fatto qualcosa per me, lo hai fatto solo per amore del mio corpo 1, 29, 23

Io ti ho dato più di quello che ho ricevuto

Medea: non vantarti di questo 1 29 36

Medea chiede perdono a Giasone io sono stata ingiusta, e tu hai fatto bene a comportarti così.

 

Quella di Euripide quando finge dice a Giasome che lui fa la cosa più utile (drã/ ta; sumforwvtata, v. 876)  sposando la principessa di Corinto

 

Giasone dice con condiscendenza: ma sì, ti perdono.

Addio, addio. Medea di nuovo addio.

Invece i due si ritrovano e fanno l’amore

Poi Medea chiama i bambini

Si ripete la scena dei doni mandati a Glauce in termini psicoanalitici

Medea dice ai figli che ha fatto la pace con Giasone

Poi : ho un oscuro presentimento di dolore 1, 33, 23

Miei bambini, voi vivrete ancora a lungo

Povera me, non faccio altro che piangere e sono piena di timori, proprio ora che ho finito la mia indegna lite con vostro padre.

Giasone rassicura i figli

Medea dice che piange perché la donna è una creatura debole e facile alle lacrime e chiede intercessione per i figli

Tornate con la lieta notizia

Giasone va via con i bambini e lancia un bacio a Medea

Vanno via tutti contenti. A Pisa

La ragazzina prende i doni e ringrazia

Giasone e i figli corrono nel Campo dei miracoli di Pisa

Glauce si guarda allo specchio con le lacrime agli occhi

Poi la tragedia: corre via nel campo di Pisa inseguita dalle ancelle, poi dal padre. Si ferma e guarda il padre, poi corre sulla rocca di Corinto. Fissa davanti a sé e si getta giù. Il padre la segue 1, 38, 18

Medea fissa anche lei: aspetta gli eventi

Va dai bambini. Ne spoglia uno. Lo lava, lo asciuga, lo culla, poi si vede un coltello. Quindi va a prendere l’altro bambino, un preadolescente che suonava con laio. Lo spoglia, lo lava, lo asciuga, lo abbraccia, gli dice dormi 1, 42, 31, lo chiama amore poi si vede la mano che prende il coltello

Il giovane pedagogo smette di suonare e chiude gli occhi

Medea stende il bambino nel letto.

 Poi guarda la luna. Il pedagogo dorme. Quindi il sole

I bambini sono stesi sui letti

Medea accende un fuoco e dà fuoco al palazzo

La gente scappa, lei li guarda dall’alto. Giasone corre per attraversare il fuoco ma lei grida non potrai farlo!” Puoi parlare ma da lontani

Giasone: Non soffri anche tu come me, ora?

Medea: purché tu non rida io voglio soffrire”

Dio ti condannerà. Lasciami seppellire i figli e piangerli

Vai a seppellire la tua sposa

Te ne accorgerai nella tua vecchiaia

Ti scongiuro, per il tuo caro dio, lasciami accarezzare quei poveri corpi innocenti

No, non insistere ancora, niente è più possibile ormai

Finisce tra fuoco e fiamme

 

Questo lavoro intende mettere in luce i significati della Medea di Euripide dai punti di vista della precedente letteratura greca e della successiva letteratura latina.

L’analisi del dramma è preceduto da una lunga introduzione sulle tragedie di Eschilo, di Sofocle e di Euripide, non senza citazioni e riflessioni che risalgono fino a Omero, e con l’utilizzo di argomenti critici che vanno da Aristofane ai giorni nostri. Quindi viene affrontato il testo della Medea con traduzione, note grammaticali, sintattiche e lessicali, e attraverso schede di approfondimento che vogliono dare una collocazione europea alle affermazioni dei personaggi della tragedia. Non mancano i collegamenti con il film di Pasolini, con altre interpretazioni più o meno innocentiste, in primis quella di Christa Wolf, e pure con l’attualità, siccome il dramma della madre che ammazza i propri figlioli si è ripetuto purtroppo non poche volte in tempi recenti. Un altro tema attuale è quello della straniera” che arriva in una terra dai costumi diversi e, sebbene cerchi un adattamento, non ottiene l’accettazione della sua cultura e della sua umanità. Per giunta Medea appartiene alla categoria della donna abbandonata, oltretutto da un miserabile che nella scelta della compagna persegue esclusivamente il proprio utile.

 Medea, che è portatrice di una cultura arcaica e ieratica, appare come figura grandiosa di fronte alla meschinità dei suoi nemici, dal fellone Giasone, al tiranno timorato Creonte, allinsipida, sciocca rivale. La conclusione del dramma mostra lorrendo trionfo della donna tradita, e afferma l’imprevedibilità degli eventi con l’impossibilità di rendere stabile e sicura la propria esistenza, come pretenderebbero quanti non capiscono che tutto è instabile e problematico nella vita dell’uomo.           

 

(v. 5)

Anche Pasolini nel suo film usa la parola pelle” invece di vello”. Pelia dice al nipote: Esiste un segno della perennità del potere e dell’ordine, questo segno è la pelle doro di un caprone divino, essa si trova in una terra lontana, oltre il mare, dove nessuno è mai stato. Se tu porterai nella nostra città quella pelle doro io te lo restituirò, il tuo regno”[11].

Il potere del resto è malvagio: quando riceve il vello doro, Pelia dice a Giasone: penso che oggi dovrai fare un’esperienza inaspettata: comprendere che i re non sempre sono obbligati a mantenere le loro promesse” (scena 59).

Cfr. Machiavelli Nel XVIII capitolo di Il Principe, Machiavelli ricorda  “come Achille e molti altri di quelli principi antichi furono dati a nutrire a Chirone centauro, che sotto la sua disciplina li costudissi”. E ne deduce:”Il che non vuol dire altro, avere per precettore uno mezzo bestia et uno mezzo uomo, se non che bisogna a uno principe sapere usare l’una e l’altra natura; e l’una sanza l’altra non è durabile. Sendo dunque uno principe necessitato sapere usare la bestia, debbe di quelle pigliare la golpe et il l’ione; perché il l’ione non si difende da’ lacci, la golpe non si difende da’ lupi. Bisogna adunque essere golpe a conoscere e’ lacci, e l’ione a sbigottire e’ lupi. Coloro che stanno semplicemente in sul l’ione, non se ne intendano. Non può, per tanto, uno signore prudente né debbe osservare la fede, quando tale osservanzia li torni contro e che sono spente le cagioni che la feciono promettere”.

 

v. 9.

Giasone si spoglia, e nasconde la sua pretesa e la sua incertezza dietro un sorriso di ragazzino, fiero della propria virilità. Medea lo guarda incantata, e perduta in lui. E un vero, completo amore ecc. In questo momento a prevalere è la virilità di Giasone.  Medea ha perso la propria atonia di bestia disorientata: nell’amore trova, di colpo (umanizzandosi) un sostituto della religiosità perduta; nell’esperienza sessuale ritrova il perduto rapporto sacrale con la realtà“[12].

Nella scena 79  Giasone dice a Medea: E ora che tu ti convinca infine, chiaramente, che io devo soltanto a me stesso la buona riuscita delle mie imprese. Anche se tu non vorrai riconoscere che, se hai fatto qualcosa per me, lo hai fatto solo per amore del mio corpo”[13].

Pasolini mette in grande risalto il corpo e la corporeità di Giasone.

 

v. 101

Pasolini nel trattamento” del suo film evidenzia gli sguardi che si scambiano Giasone e Medea senza parlare: Egli avanza, lento, senza fretta, fin sotto l’albero: e guarda fisso Medea. La sua ironia (carezzevole) sembra volerla spogliare, e non solo materialmente: esprimendo qualcosa che a lei sfugge, e che pure le determina”[14].

 

v. 303

Pasolini nel suo film mette in rilievo la diversità tra il sapere dei Greci civilizzati e la sapienza di Medea. Unancella le dice: Ma forse, se tu volessi, tu potresti ricordarti del tuo Dio”

 E Medea risponde: Forse hai ragione. Sono restata quella che ero. Un vaso pieno di un sapere non mio” [15](scena 62 D).

Più avanti Creonte le dice: E noto a tutti in questa città che, come barbara venuta da una terra straniera, sei molto esperta nei malefici. Sei diversa da tutti noi: perciò non ti vogliamo tra noi”.

A queste parole Medea replica: Invece è così povera questa mia sapienza” (scena 66).

 

Il culto del sole p. 277 Cappelli.

Medea è nipote del Sole cfr. v. 764

Il sole è, come sappiamo, anche il nonno di Medea ed è  un personaggio, nemmeno muto, del film di Pasolini. Vediamo come ne interpreta il sorgere e il tramontare  l’autore nel trattamento”: Il sole, calando, prefigura la discesa nel Regno dei morti, e, risorgendo, prefigura la resurrezione: inoltre esso crea il ritmo temporale, e la sacralizzazione del tempo, su cui è fondato il mondo contadino, ecc. Il sole è insieme il Dio della Fecondazione e della Morte”[16].

Pasolini mostra anche la luna nel suo film (scena 96):, immediatamente di seguito al tramonto del sole Il sole sta tramontando: il suo disco splende, molle, in fondo al dolce orizzonte lagunare, in fondo a pioppeti e vigneti. E, straordinario, dall’altra parte del cielo, sorge, azzurrino-argentea la falce sottile della luna. Il sole e la luna sono dunque congiunti, come nelle tavolette sacre, nei simboli. E per essi che l’uomo ha potuto crearsi il senso del tempo, coi suoi ritorni (il nascere e il tramontare; il calare e il crescere). E per essi che l’uomo ha potuto convincersi della resurrezione (perché ogni sole cala nel buio-nel regno dei Morti-rinasce. E così la luna). Tutto ciò costituisce la Scienza di Medea, che rendeva giusta e necessaria la sua presenza nel mondo. Ora essa ha smarrito questa scienza, come una bestia strappata al suo pascolo, che non si orizzonta più. Guarda il Sole, guarda la Luna” (p. 505).

 

Interpretazione pragmatica p. 292

 

La lettura pasoliniana del dramma di Euripide[17] risulta oltre tutto molto attuale in un’epoca di conflitto tra culture diverse.

 In un’intervista Pasolini dichiarò di aver voluto mettere in evidenza

il contrasto tra la cultura pragmatica di Giasone e quella arcaica e ieratica di Medea:” Ho riprodotto in Medea  tutti i temi dei film precedenti…Quanto alla pièce  di Euripide, mi sono semplicemente limitato a qualche citazione…Medea è il confronto dell’universo arcaico, ieratico, clericale, con il mondo di Giasone, mondo invece razionale e pragmatico. Giasone è l’eroe attuale (la mens  momentanea) che non solo ha perso il senso metafisico, ma neppure si pone ancora questioni del genere. E’ il “tecnico” abulico[18], la cui ricerca è esclusivamente intenta al successo…Confrontato all’altra civiltà, alla razza dello “spirito”, fa scattare una tragedia spaventosa. L’intero dramma poggia su questa reciproca contrapposizione di due “culture”, sull’irrudicibilità reciproca delle due civiltà…potrebbe essere benissimo la storia di un popolo del Terzo Mondo, di un popolo africano, ad esempio[19]“. Agli studenti si devono delle spiegazioni. Una si può ricavare da un altro lavoro di Pasolini, gli Scritti corsari :” L’interpretazione puramente pragmatica (senza Carità) delle azione umane deriva dunque in conclusione da questa assenza di cultura: o perlomeno da questa cultura puramente formale e pratica”[20].

 

Pasolini parla del vuoto di Carità dell’Italia degli anni Settanta. Ma riferiamolo alla Medea di Euripide. Il pragmatismo di Giasone si manifesta chiaramente quando il seduttore dichiara a Medea di avere voluto cambiare donna, prendendo la principessa di Corinto non perché odiasse la madre dei suoi figli, o perché ne volesse altri, ma per la cosa più importante: vivere bene, lui con la famiglia, o le famiglie, e senza restrizioni (wJ” , to; men; mevgiston, oijkoi”men kalw'”-kai; mh; spanizoivmeqa)   sapendo con certezza che il povero tutti lo sfuggono (vv. 559-560).

Egli insomma “dra’/ ta; sumforwvtata ” (v. 876) fa quello che è più utile, come riconosce Medea, quando finge di sottomettersi beffeggiandolo. Bisogna pure chiarire che la Medea di Euripide impiega, strumentalmente, questa cultura dell’utile che la rende infelice, quando blandisce Creonte per ottenere un giorno di permanenza a Corinto onde compiere la sua terribile vendetta: credi che avrei blandito costui, chiede alla corifea, se non per guadagnarci qualcosa o per tramare? (vv. 368-369).

Si può chiamare in causa e inserire in questa categoria dell’utile anche la Poppea Sabina di Tacito: unde utilitas ostenderetur, illuc libidinem transferebat (Annales, XIII, 45), dove si presentasse l’utile, là volgeva la libidine. Si pensi a tante tra le persone che appaiono nelle trasmissioni televisive.

La cultura ieratica e arcaica della Medea di Euripide si vede nel fatto che nonostante il tradimento di Giasone, ella continua a credere nei giuramenti e

negli déi: fa giurare Egeo sulla Terra e sul Sole, il padre di suo padre (vv. 746)

747) e invoca: ” w Zeu’  Divkh  te Zhno;;;”   JHlivou te fw'” “(v. 764), oh Zeus e

Giustizia di Zeus e luce del Sole. E’ una delle poche battute del dramma di

Euripide utilizzata, e più volte, da Pasolini nel suo film.

 

A proposito della diversità delle culture si può ricordare che già Franz Grillparzer nella sua Medea[21]  mette in rilievo “la storia di una terribile difficoltà o impossibilità di intendersi fra civiltà diverse, un monito tragicamente attuale su come sia difficile, per uno straniero, cessare veramente di esserlo per gli altri”[22].

 

Nel film di Pasolini appare prima il centauro, quale educatore di Giasone bambino, poi lo stesso attore appare come un uomo, un semplice uomo, che ha perso le sue forme favolose. Questo fatale approdo alla razionalità e al realismo, implica una piega diversa dell’educazione del Centauro al giovane Giasone: egli comincia a razionalizzare e a sconsacrare quindi, tutto ciò che aveva dato prima come ontologico e sacro”[23].

 

Ancora Pasolini: La parte negativa” del razionalismo del Centauro è finita: gli dei sono fole, i culti follie, ecc. E solo la civiltà agricola che li ha inventati ecc. Adesso occorre sostituire qualcosa alla metafisica; questo qualcosa è il successo terreno. Il successo si ottiene attraverso lo scetticismo e la tecnica.

Il Centauro ha subìto una ulteriore trasformazione in tecnico: le sue case sono diventate una officina, in cui ai suoi ordini lavorano gli operai. Sono pronte le armi. Giasone, prima di tutto, dovrà riconquistare il suo posto di Re, che gli spetta di diritto: è la sua prima conquista mondana”[24].

Il mitico Centauro, una volta desacralizzato, è assimilabile a Prometeo,Â