Notturno

Gabriele d’Annunzio

È la fase della definitiva disillusione, della caduta della speranza di poter realizzare il sogno del superuomo.

Il limite fisico getta D’Annunzio in uno stato di frustrazione e di ripiegamento, in cui, paradossalmente, appare più sincero e apprezzabile, tanto che alcuni critici (Serra, Cecchi, De Robertis e Noferi) hanno individuato un’evoluzione nell’opera dannunziana che conduce al , come opera più originale.

La condizione contingente costringe D’Annunzio a cimentarsi in una interessante modalità stilistica nuova, diversa rispetto alla sua consueta.
 

(un brano):

Il cadavere è ormai separato da me, è chiuso, è solo, è già della tomba.

Tra poco sarà della chiesa. Domani sarà portato al cimitero, deposto nel deposito, in una stanza estranea, incognita. Tre volte lontano.

Un prossimo giorno sarà sprofondato nella terra, calato nella fossa, sepolto. Quattro volte remoto.

Mi pareva ancor mio, dianzi, se bene disfatto, se bene difformato. Ora è prigione. Ha con sé le rose su i suoi piedi rotti. Non si potrebbe levare, neppure se il Cristo lo chiamasse. La piastra di piombo lo grava. La saldatura è compiuta, il suggello è perfetto. Ora è là, non più con la nostra aria, con l’aria che io respiro, ma con la sua aria, con l’aria della tomba, con l’aria dell’eternità, che consumano i suoi polmoni entro le sue costole infrante.