Origini cause e conseguenze della rivoluzione industriale

Il processo di innovazione che investì l’Inghilterra alla fine del ‘700 fu chiamato dagli storici rivoluzione industriale non perché fu un processo improvviso, ma perché portò in pochi anni ad un cambiamento radicale e profondo dal punto di vista economico e sociale e che segnò in modo determinante la storia europea e mondiale, condizionandone ogni forma di organizzazione civile e di esperienza di vita. Alla base di questo processo vi è un complesso di fattori e cause. Durante il ‘700 in Inghilterra si verificò un incremento demografico di circa 40%, dovuto dai progressi della scienza medica; da una più consapevole attenzione all’igiene domestica e urbana, e dalla trasformazione del settore agricolo. All’inizio del secolo cadde infatti il vincolo che obbligava i proprietari inglesi a lasciare una parte delle loro terre ai contadini, e ciò fece si che la superficie delle terre coltivate crescesse notevolmente grazie anche alla bonifica dei campi aperti da parte dei proprietari terrieri, i quali si impadronirono delle terre comunali recintandole (enclosures). Questo ampliamento delle aree coltivabili portò alla sperimentazione di nuove tecniche. La rotazione triennale fu abbandonata a favore di una coltivazione prevalentemente cereale, l’allevamento venne selezionato e le zone destinate a pascolo diminuirono anche se i capi di bestiame non aumentarono né diminuirono nel numero. Queste innovazioni spesso furono insostenibili per i piccoli proprietari, già martoriati dalle tasse, che perciò si trasferirono nelle città incrementando il fenomeno dellurbanizzazione. Altre cause dell’attuazione della rivoluzione industriale oltre all’aumento demografico, alla trasformazione del settore agricolo e allurbanizzazione furono la disponibilità di materie prime, la capacità di organizzare efficacemente sforzi e risorse accumulate, l’espansione delle rotte commerciali grazie al nuovo grande impero commerciale, la disponibilità della classe dominante ad assecondare e guidare l’innovazione, la disponibilità degli intellettuali ad applicare le loro conoscenze alla soluzione di problemi pratici. È proprio in questo ambito che nasce il concetto di progresso. Tutti questi fattori favorirono notevolmente il settore tessile, in particolare la produzione di cotone che aumentò la sua produzione grazie anche alla nuova” manodopera proveniente dalle campagne. Per incrementare la produzione e soddisfare quindi la richiesta l’uomo incominciò, per la prima volta, a progettare e realizzare macchine più complesse in grado di produrre energia costante. Le prime applicazioni di queste macchine furono soprattutto in campo tessile e i campo siderurgico. Spesso queste macchine non furono usate, altre invece si diffusero rapidamente. Nel 1730 Kay inventa la spola volante” che velocizza la tessitura, nel 1764 Hargreaves inventa la spinning-jenny, un filatoio meccanico azionato dall’uomo, in grado di far agire contemporaneamente molti fusi, nel 1768: Arkwright costruisce una filatrice che richiede energia non manuale grazie ad un motore idraulico, nel 1784 Cartwright: realizza il telaio meccanico (anche chiamato mule”). Il diffondersi di quest’ultima provocò la fusione di tante piccole industrie in grandi complessi. Da allora ebbero inizio le prime concentrazioni industriali, anche se la filatrice poteva funzionare soltanto là dove c’era l’acqua, e quindi la sua applicazione era limitata ad alcune zone. Fu nel 1781 che Watt, nel tentativo di perfezionare la macchina di Newcomen, costruì la prima vera e propria macchina a vapore, costruita interamente in ferro. Questa macchina era certamente più resistente ed efficiente ma necessitava per la sua costruzione e il suo funzionamento di ingenti quantità di ferro e carbone e quindi la richiesta di capitali maggiori. Questa innovazione fece aumentare lo slancio produttivo, gli investimenti e la richiesta di manodopera. La macchina non sostituiva in tutto per tutto il lavoro dell’uomo ma fece si che l’uomo non realizzasse più l’oggetto nella sua intera parte ma doveva effettuare parti diverse ma complementari del lavoro spesso con una sola mansione ripetitiva . Il filatore isolato che, da una parte non era più in grado di sostenere la concorrenza delle macchine non possedeva nemmeno il capitale necessario per l’acquisto delle macchine e della manodopera necessaria per adeguarsi. Diventò sempre più evidente quindi il divario tra capitalisti e proletari. Un’altra conseguenza della rivoluzione fu la nascita di nuove città nei pressi delle miniere del carbone, il quale che assumeva una posizione sempre di maggior importanza in quanto il legno, materiale precedentemente utilizzato per fornire energia e ampliamente utilizzato anche per la costruzione di case e macchine, scarseggiava. Anche la vita degli operai cambiò radicalmente. L’uso delle macchine a vapore non richiedevano più la forza dell’uomo per andare, per cui il lavoro nelle fabbriche era incessante e gli operai erano sottoposti a turni di lavoro anche di16 ore, in ambienti malsani, con una sola pausa per il pranzo. In questo periodo si svilupparono addirittura delle vere e proprie teorie per la razionalizzazione del lavoro: la corrente conosciuta come Utilitarismo proponeva al capitalista come unico parametro di giudizio l’utile e lo autorizzava a uno sfruttamento sistematico dei dipendenti. I grandi industriali, per poter migliorare i profitti, decisero di far specializzare ciascun operaio in una singola fase del lavoro in modo da evitare dispersioni e perdite di tempo. Questo tipo di lavoro che non richiedeva forza fisica poteva essere svolto anche dalle donne e dai bambini che venivano stipendiati meno degli uomini. Si calcola che alla fine del XVIII secolo più dei ¾ degli operai che lavoravano nelle fabbriche fossero donne e bambini. Per alcune operazioni infatti, la piccola taglia dei fanciulli e lagilità delle loro dita erano il migliore aiuto per le macchine. Inoltre i ragazzi venivano preferiti anche per altri motivi, come per la loro debolezza che era una garanzia di docilità. Talvolta ci si limitava a fornire loro vitto e alloggio come pagamento riducendo di molto i costi e infine, erano legati da contratti di apprendistato che li impegnavano a restare in fabbrica per anni e, spesso, fino alla maggiore età. Tutte queste condizioni spinsero gli operai ad alcune rivolte e proteste. Karl Marx denunciò con forza il sistema capitalista attraverso la sua opera Il Capitale” (1867-1894) nel quale aggrediva il fondamento del capitalismo, la proprietà privata dei mezzi di produzione. Un altro movimento che nacque in quest’epoca fu il luddismo. Questo movimento trae il suo nome da Ned Ludd, capo delle proteste che si verificarono in Inghilterra tra il 1811 e il 1817, e realizzò la distruzione di impianti meccanici di produzione (macchinari, fabbriche). I movimenti di protesta e la critica di Marx contribuirono alla creazione di forti movimenti sindacali, che lottavano per ottenere l’aumento dei salari, la diminuzione dell’orario di lavoro e il miglioramento delle condizioni di lavoro. La rivoluzione inglese non portò quindi ad nuovo modo di produrre e di commerciare ma anche ad un nuovo stile di vita.