Orlando Innamorato


Matteo Maria Boiardo

LIBRO PRIMO CANTI 21-29

CANTO VENTESIMOPRIMO

 

1.

Cantando qui di sopra, io vi lasciai

Come Ranaldo è sopra allo afferrante,

E con vergogna e vituperio assai

Disfida Trufaldino a sé davante;

E nella fin del canto io vi contai

Come fu spregionato Sacripante,

E fece pace col re Trufaldino;

Ma il re Torindo tenne altro camino.

 

2.

Ora pone Ranaldo il corno a bocca,

E tal parole al tintinar risuona:

– O campioni, che seti nella rocca

In compagnia della mala persona,

Oditi quel che a tutti quanti tocca,

Sia cavalliero, o sia re de corona:

Chi non punisce oltraggio e tradigione,

Potendo farlo, lui ne è la cagione.

 

3.

Ciascun che puote e non diveta il male,

In parte del deffetto par che sia;

Ed ogni gentilomo naturale

Viene obligato per cavalleria

Di esser nemico ad ogni disleale

E far vendetta de ogni villania;

Ma ciascuno de voi questo dispreza,

Ché pietà non aveti o gentileza.

 

4.

Anci teneti vosco uno assassino,

Quel falso cane de Dio maledetto,

Dico il re di Baldaca, Trufaldino,

Malvaggio, traditor, pien de diffetto.

Ora me intenda il grande e il piccolino:

Tutti ve isfido e nel campo vi aspetto;

E vo’ provarvi, con la spada in mano,

Che ognom de voi è perfido e villano. –

 

5.

Con tal parole e con altre minaccia

Tutti quei cavallieri il fio de Amone;

Lor se guardavan l’uno e l’altro in faccia,

Ché chiaro aveano inteso quel sermone;

De loro alcun non è che ben non saccia

Che a torto prenderà la questïone;

Ché Trufaldin da tutti era stimato

Iniquo, traditore e scelerato.

 

6.

Ma la promessa fede e il giuramento

Li fece uscire armati de le porte;

E benché avessen tutti alto ardimento,

E non stimassen, per onor, la morte,

Andarno alla battaglia con spavento;

E non vi fu baron cotanto forte

Che, vedendo Ranaldo a sé davante,

Non se stordisse insin sotto le piante.

 

7.

Sei cavallieri uscîr di quel girone,

E calarno de il sasso alla pianura:

Primo Aquilante e il suo fratel Grifone,

Che hanno e destrier fatati e l’armatura,

Oberto e il re Adrïano e Chiarïone;

In mezo è Trufaldin con gran paura.

Come nel campo fôr gionti di saldo,

Grifon cognobbe in vista il bon Ranaldo.

 

8.

Verso Aquilante disse: – Odi, germano:

Se io vedo drittamente, ora mi pare

Che questo sia il segnor di Montealbano;

E ben serebbe de girlo a trovare,

E con carezze e con parlare umano

Veder se pace se puote trattare;

Però che, a dirti il vero, io me sconforto

Per la battaglia che prendiamo a torto. –

 

9.

Disse Aquilante: – A me pare ancora esso,

E più proprio me par quanto più guardo;

Ma non ardisco a dirlo per espresso,

Ché non ha sotto il suo destrier Baiardo.

Or cavalchiam pur, ché gionti da presso

Ben lo cognosceremo senza tardo:

E parla poi con lui, come te piace,

De accordo o di battaglia, o guerra o pace. –

 

10.

Così van verso lui, sempre parlando,

E già l’un l’altro se recognoscia;

Unde andarno da parte, e ragionando

La sua sorte avenire, ogni om dicia

Perché qua fosse gionto, e come, e quando;

Ma ciascadun de’ tre gran pena avia,

Poi che trovar non san ragion che vaglia,

Che tra lor cessi la mortal battaglia.

 

11.

Di Chiaramonte sono e di Mongrana,

Gentile ischiatte e de un sangue discese;

Or per altrui e per cagione istrana

Vengono insieme alle mortale offese.

Dicea il franco Grifon con voce umana

Verso Ranaldo: – Deh baron cortese!

Mal aggia la fortuna e trista sorte

Che per altrui te adduce a prender morte.

 

12.

Perché sette baroni hanno giurato

Diffender Trufaldin da tutto il mondo,

Ciascuno d’alto pregio e nominato.

Caro fratello, io non te me nascondo:

Morto ti veggio e disteso nel prato,

Ché dopo il primo venirà il secondo,

E il terzo e il quarto senza dimorare:

Contra de tanti non puotrai durare. –

 

13.

Disse Ranaldo: – A fede di leanza,

Aver guerra con voi molto me pesa;

E ciò non dico già per dubitanza,

Ché tutti andreti in terra alla distesa;

Ed è la vostra sì grande arroganza,

Poi contra a tutto il mondo aveti impresa,

Che non doveti già meravigliare

Se io solo a sette voglio contrastare.

 

14.

Ma noi facciamo ormai troppo parole,

Ed io non voglio star tutto oggi armato;

Qual’unche Trufaldin diffender vôle,

Prenda del campo, ché io l’ho desfidato.

Certo non passarà quel monte il sole,

Che ad uno ad un vi stenderò sul prato,

E mostrarovi chiaro il parangone

Che ve moveti contra alla ragione. –

 

15.

Poi che ebbe così detto, il cavalliero

Più non aspetta e volta Rabicano:

E dilungato con sembiante altiero

Fermossi al campo con la lancia in mano.

Or vedon li altri al tutto esser mestiero

De insanguinar le spade in su quel piano,

Perché Ranaldo ha qui fermato il chiodo;

Alla battaglia dànno ordine e modo.

 

16.

E, vergognando andarli tutti adosso,

Ordinorno che Oberto dal Leone

Fosse contra de lui soletto mosso;

E quando avesse il peggio alla tenzone,

Il re Adrïano l’avesse riscosso;

E, bisognando, movesse Grifone,

Al qual donasse aiuto il suo germano;

E Chiarïone a lui, de mano in mano.

 

17.

Aveva Oberto una estrema possanza,

E fu de’ digni cavallier del mondo;

Sprona il destriero ed impugna la lanza.

Non fu mai corso tanto foribondo

Quanto hanno e duo baron pien de arroganza

Credendo metter l’uno l’altro al fondo;

Poco vantaggio fu nel gionger saldo,

Me se ge ne fu alcun, fu de Ranaldo.

 

18.

E ritornarno con brandi taglienti

Alla terribil zuffa, inanimati

Per darsi morte, a guisa de serpenti,

Sempre menando colpi disperati.

Avean tagliati tutti e guarnimenti,

E rotti e scudi e li usberghi spezzati;

Ma Ranaldo con lui de maestria

E ancor di forza vantaggio avia.

 

19.

Menando le botte aspere e diverse,

Ranaldo, che aspettava, il tempo ha còlto;

Però che, come Oberto se scoperse,

Gionse Fusberta, e l’elmo ebbe disciolto.

La barbuta e il guancial tutto li aperse,

E crudelmente lo ferì nel volto;

E fu il colpo sì fiero e smisurato,

Che come morto lo distese al prato.

 

20.

Questo veggendo il franco re Adrïano,

Che stava apparecchiato alla riscossa,

Mosse a gran furia, correndo nel piano

Con una lanza smisurata e grossa.

Era senza asta il sir de Montealbano,

Ché l’avea rotta alla prima percossa,

Ma correndo ne vien col brando nudo;

Il re Adrïano il gionse a mezo il scudo.

 

21.

La lancia ne andò al ciel, rotta a tronconi,

Né se mosse Ranaldo più che un sasso.

Or ben vi sazo dir che e due ronzoni

Non venian di galoppo né di passo,

Anci se urtarno insieme come troni,

Petto per petto, con molto fraccasso;

Ma quel del re Adrïano andò per terra:

Grifone incontinente il brando afferra.

 

22.

Non volse lancia il cavallier pregiato,

E quasi ancor de andar se vergognava,

Parendoli Ranaldo affaticato.

Or, come io dissi, la spada pigliava;

L’arme avea tutte e il destriero affatato,

Né d’altra cosa lui se dubitava,

Salvo de non potersi indi partire

Che non facesse Ranaldo morire.

 

23.

E dolcemente lo volea pregare

Che li piacesse de lasciar la impresa.

Disse Ranaldo a lui: – Non predicare;

Fuggi in mal’ora, o prendi tua diffesa. –

Quando Grifone intese quel parlare,

La faccia li vampò di foco accesa,

Ed a lui disse: – Io non soglio fuggire,

Ma tua superbia ti farà morire. –

 

24.

Compìto non avea queste parole,

Che il principe il ferì con tal roina,

Che veder non sapea se è l’una o sole,

Né se gli era da sera o da matina.

Ranaldo a lui diceva: РAltro ce v̫le

Che il destrier bianco e l’armatura fina

A voler esser bon combattitore!

Lena bisogna ed animoso core. –

 

25.

Quando Grifone intese con oltraggio

Dal sir de Montealbano esser schernito,

Turbato oltra misura nel coraggio

Ferilli ad ambe man l’elmo forbito;

E benché a quel non facesse dannaggio,

Ché era incantato, come avete odito,

Fu il colpo di tal furia e tal tempesta

Che tutta quanta gli stordì la testa.

 

26.

Non pone indugia, che un altro li mena,

Con più roina assai de quel primiero;

Non sentì mai Ranaldo maggior pena,

E tutto fraccassato avea il cimiero.

– Io ti farò sentir se ho core e lena,

E se altro vôlsi che un bianco destriero,

Vil ribaldo, di strata rio ladrone! –

Queste parole diceva Grifone.

 

27.

E menò il terzo colpo assai maggiore,

Così come era tutto invelenito,

E tanta fretta mena e tal furore,

Che Ranaldo non può prender partito.

Ma come piacque a l’alto Creatore,

Sempre ne l’elmo l’aveva ferito,

Ché, se l’avesse gionto in altro loco,

Serìa durata la battaglia poco;

 

28.

Però che avria spezzata ogni armatura:

Ma l’elmo stette alle percosse saldo.

Turbato era Grifone oltra misura,

Né mai fu de grande ira tanto caldo;

Ma d’altra parte a voi lascio la cura

Di pensar come stesse il pro’ Ranaldo;

Ché Mongibel non arde né Vulcano,

Più che facesse il sir de Montealbano.

 

29.

Sembrava gli occhi suoi faville accese,

E parea nel soffiar tempesta e vento;

Cridando ad ambe man Fusberta prese,

E ferisce a Grifon con ardimento.

Sette armature non serian diffese,

Se non vi fosse stato incantamento;

Ma quella fatasone era sì forte

Che campò il giovanetto dalla morte.

 

30.

Abenché se stordì della percossa,

Ed alle crine del destrier s’inchina;

E non avendo ancor l’alma riscossa,

Ranaldo lo ferì con gran ruina.

Ma il giovanetto, che avea tanta possa,

Ed è guarnito di armatura fina,

Come risente, di nulla si cura,

E mena colpi grandi oltra misura.

 

31.

E sì crudel battaglia han cominciata,

Che un’altra non fu mai cotanto dura;

Né mai chiesen ripossa alcuna fiata,

Né di doglia o de affanno alcun si cura.

La faccia avea ciascun tanto infiammata,

Che solo a riguardarli era paura;

E, chi mirava da lontano un poco,

Parea che fuor de l’elmi uscisse foco.

 

32.

Né si scorgìa vantaggio di nïente,

Benché meglio Grifone fosse armato.

Cresce d’ognor lo assalto più fervente,

Qual già presso a cinque ore avea durato.

Dicea Ranaldo: – O Cristo onnipotente,

Se bene in altra cosa aggio peccato,

Non ne volere in questo far amendo,

Ché adesso il dritto e la ragion diffendo!

 

33.

Tu sai, Segnor, se iusta è la mia impresa,

Ché a te menzogna se direbbe in vano;

Grifon de un Saracino ha la diffesa

Contra di me, che pur son cristïano.

Per un can Saracin lui fa contesa,

Crudele, iniquo, perfido e inumano:

Fa, re del ciel, che chiaro ora comprenda

Che la iustizia per te se diffenda. –

 

34.

Così parlava; ed ancora Grifone,

Tuttavia combattendo a gran ruina,

Mirava al celo con devozïone.

– Vergine, – dicea lui – del cel regina,

Abbi del mio fallir compassïone,

Né abandonar questa anima tapina!

Che, benché in altre cose aggia peccato,

In questo è pur il dritto dal mio lato.

 

35.

Sempre parlai con Ranaldo de pace,

E lui me oltraggia con tal villania,

Che adoprar mi convien quel che me spiace

E far battaglia contra a voglia mia.

Suo tanto orgoglio e suo parlar mordace

Me hanno condutto a questa pugna ria;

E il tuo soccorso aspetto, che è dovuto,

Ché sempre a’ bisognosi doni aiuto. –

 

36.

In tal forma pregavan con pietate,

Tuttavia combattendo, quei guerreri;

Né mai se vedean ferme le sue spate,

Ma colpi sopra colpi ognor più fieri;

Né se temean l’un l’altro in veritate,

Tanto eran prodi e de virtute altieri,

Che a brando, a lancia, a piedi e su l’arcione,

Potean con ciascun stare al paragone.

 

37.

Ma nel presente io voglio differire

Il fin di questa pugna sì rubesta;

De Orlando e Brandimarte vi vo’ dire,

Che son con quella dama alla foresta,

Quale han campata da crudel martìre,

E tre giganti occisi con tempesta,

Come doveti aver nella memoria;

Or de quel fatto io vo’ seguir la istoria.

 

38.

Brandimarte giacea sopra a quel prato,

Come io vi dissi, tutto sanguinoso,

Con l’elmo rotto e scudo fraccassato

Pel colpo di Marfusto furïoso.

Orlando in braccio se l’avea recato,

E piangea forte quel conte pietoso.

Ma quella damisella a mano a mano

Giù del gambelo discese nel piano,

 

39.

Ed andò prestamente ivi alla fonte,

Ch’era nel mezo del prato fiorito,

E gettando acqua a Brandimarte in fronte

Ritornar fece il spirto sbigotito:

E dolcemente ragionando al conte

Dicea voler pigliare altro partito,

Ché poco longe una erba avea veduta,

Qual racquista la vita ancor perduta.

 

40.

Dentro alla selva che girava intorno

La damisella se pone a cercare,

Né stette molto, che fece ritorno

Con l’erba che a virtute non ha pare.

Ad ôr simiglia quando è chiaro il giorno,

La notte poi se vede lampeggiare;

Il fior vermiglio ha la pianta felice,

E come argento è bianca sua radice.

 

41.

Avea il baron la testa dissipata

Per il gran colpo, come aveti odito;

Posevi dentro quella erba fatata

La damisella, e chiusela col dito.

Fu incontinente la piaga saldata,

Né pur se vede dove era ferito;

Ma, come il spirto li fu ritornato,

Di Fiordelisa il conte ha dimandato.

 

42.

– Eccola quivi! – a lui rispose Orlando

– Lei sola ti campò veracemente. –

Così rispose il conte al suo dimando,

Perché de l’altra non sapea nïente.

Brandimarte mirò la dama, e quando

Vide che non è quella, un dolor sente

Sì smisurato e sì nocivo al core,

Che quel del trapassar serìa minore.

 

43.

Volgendo al cel le luce lacrimose:

– Chi mi campò, – dicea – da mortal sorte

Per darmi pene tanto dolorose?

Or non me era assai meglio aver la morte?

Spirti dolenti ed anime piatose

Che stati del morir sopra le porte,

Pietà vi prenda della pena mia,

Ch’io vo’ venir con vosco in compagnia!

 

44.

Non voglio viver, non, senza colei,

Che sola ene il mio bene e ‘l mio conforto;

Vivendo, mille volte io morirei.

Ahi, Fortuna crudel, come a gran torto

Presa hai la guerra contro a’ fatti miei!

Or che te giovarà poi che sia morto?

Che farai poi, crudel, senza lïanza?

Ché morte finirà la tua possanza.

 

45.

Tolto m’hai del paese ove fui nato,

Ché ancor me odiasti essendo fanciullino;

Di mia casa reale io fui robato,

E venduto per schiavo piccolino;

Il nome de mio patre aggio scordato

E il mio paese, misero! tapino!

Ma solo il nome de mia matre ancora

Fermo nella memoria mi dimora.

 

46.

Fortuna dispietata, iniqua e strana,

Tu me facesti servo ad un barone,

Quale era conte di Rocca Silvana;

E poi, per darmi più destruzïone,

Con falso viso ti mostrasti umana:

E il conte, che mi desti per padrone,

Franco mi fece; e, non avendo erede,

Ogni sua robba e il suo castel mi dede.

 

47.

E per fingerti a me più grata e sciolta,

Dama me desti de tanta beltate:

Quella me desti che adesso m’hai tolta,

Per farmi ora morir con crudeltate.

Odi, fallace, e il mio parlare ascolta:

Nocer non posso alla tua vanitate,

Ma sempre biasmarotti ed in eterno

Di te me andrò dolendo nello inferno. –

 

48.

Così parlando sì forte piangia,

Che avria spezzato un sasso di pietate.

Il conte Orlando gran dolor n’avia,

E quella dama con umanitate

Dolcemente parlando gli dicia:

– Molto me incresce di tua aversitate,

E debbo avere assai compassïone,

Perché a dolermi teco aggio cagione.

 

49.

E vo’ che intendi se le cose istrane

Son date ad altri ancor dalla Fortuna.

Mio padre è re delle Isole Lontane,

Dove il tesor del mondo se raduna;

E tanto argento ed oro ha in le sue mane,

Che altro tanto non è sotto la luna,

Né ricchezza maggior al sol si vede;

Ed io restavo a tanto bene erede.

 

50.

Ma non se puote indivinar giammai

Quel che sia meglio a desïare al mondo.

Di re figliola e bella mi trovai,

Ricca de avere e de stato iocondo;

E ciò mi fu cagion de molti guai,

Come te contaraggio il tutto a tondo,

Perché cognosci a quel che èmmi incontrato,

Che anzi alla morte alcun non è beato.

 

51.

Era la fama già sparta de intorno

Della ricchezza del mio patre antico;

E nominanza del mio viso adorno,

O vera o falsa, pur come io te dico,

Menò duo amanti a chiedermi in un giorno,

Ordauro il biondo e il vecchio Folderico;

Bello era il primo dal zuffo alla pianta,

L’altro de li anni avea più de sessanta.

 

52.

Ricco ciascuno e de schiatta gentile;

Ma Folderico sagio era tenuto

E de uno antiveder tanto sotile,

Che come a Dio del cel gli era creduto.

Ordauro era di forza più virile,

E grande di persona e ben membruto;

Io, che a quel tempo non chiedea consiglio,

Il vecchio lascio, e il giovine me piglio.

 

53.

Non era tutta mia la libertate,

Però che il patre mio vi tenea parte;

Vergogna rafrenò la voluntate,

Che presto in nave avria tratto le sarte.

Ed anco mi stimava in veritate

Poter mandar mia voglia al fin con arte,

Ed ottenire Ordauro di leggiero;

Ma fallito me andò questo pensiero.

 

54.

Nelli antichi proverbii dir se suole

Che malizia non è che donna avanze;

Salamon disse già queste parole,

Ma al nostro tempo se ritrovan cianze.

Provato l’ho a mio costo, e ben mi dole,

Ch’aggio perduto l’ultime speranze,

Per confidarme alla malizia mia;

Perso ho quel ch’io volevo e quel ch’io avia.

 

55.

Perché, fingendo la faccia vermiglia

E gli occhi quanto io pote vergognosi,

Con quel parlar che a pianto se assomiglia,

Nanti al mio patre ingenocchion mi posi,

E dissi a lui: “Segnor, s’io son tua figlia,

Se sempre il tuo volere al mio preposi,

Come fatto ho di certo in abandono,

Non mi negare a l’ultimo un sol dono.

 

56.

Questo serà che non me dia marito

Che prima meco al corso non contenda;

E sia per legge fermo e stabilito

Che il vincitor per sua moglie mi prenda;

Ma fa che ‘l vinto sappia che il partito

Sia di lasciar la vita per amenda,

E sia palese per tutte le bande:

Chi non è corridor, non me domande.”

 

57.

Questa richiesta fu crudele e dura,

Ma non la seppe il mio patre negare,

E fecela per voce e per scrittura

Quasi per l’universo divulgare.

Ora me tenni lieta e ben secura

Poter marito a mia voglia pigliare,

Perché io son tanto nel corso legiera,

Che apena è più veloce alcuna fiera.

 

58.

E mi ricordo che nel prato piano

Che è presso alla città di Damosire,

Presi una cerva, correndo, con mano,

Ed altre cose assai che non vo’ dire.

Or, come io dissi, Ordauro, quel soprano,

Con Folderico insieme ebbe a venire.

L’uno è canuto e di molti anni pieno,

L’altro nel viso angelico e sereno.

 

59.

Pensa tu, cavalliero, a qual s’accosta

Lo amoroso voler de una fanciulla.

Io tutta al giovanetto ero disposta,

E di quel vecchio mi curavo nulla.

Più non se dette al fatto indugia o sosta;

Venne il vecchiardo sopra ad una mulla,

E de alto carco se mostrava stanco;

Una gran tasca avea dal lato manco.

 

60.

Il giovanetto viene con gran festa

Sopra un corsier, che de oro era guarnito;

Salta su il campo ed al corso s’apresta.

Ciascun mostrava Folderico al dito,

Dicendo: “Il saggio perderà la testa,

Ché qua non gioverà esser scaltrito;

Di tanta astuzia al mondo era tenuto,

Or per amore egli ha il senno perduto.”

 

61.

Fuor della terra smontamo ad un prato

Per far di nostro corso ultima prova:

Folderico la tasca avea da lato.

E prima che dal segno alcun se mova,

Fu il patto nostro ancora ricontato,

E la condizïon qui se rinova;

La turba sta d’intorno alla vedetta,

E sol la mossa al terzo suono aspetta.

 

62.

Ciascun di noi dal segno fo partito.

Folderico davanti via passava:

Io il comportai, per averlo schernito.

Come lui vide che a passarlo andava,

Un pomo d’oro lucido e polito

Fuor della tasca subito cavava;

Io, che invaghita fui di quel lavoro,

Lasciai la corsa e venni al pomo d’oro.

 

63.

Ché quel metallo in vista è sì iocondo,

Che la più parte del mondo disvia;

Ed era sì volubile e ritondo,

Che de pigliarlo gran fatica avia.

Io presi il primo, e lui gettò il secondo,

Fuggendomi davanti tuttavia,

Dove ebbi assai fatica, e ad un ponto

Questo pigliai ed ebbilo ancor gionto.

 

64.

Io l’ebbi gionto, ed eravamo al fine

Della affannata corsa e faticosa;

E già le tende bianche eran vicine,

Dove, compìto il corso, se riposa.

Fra me dicea: Convien che io me destine

A dietro non tornar per altra cosa;

Non tornaria per tutto il mondo un dito,

Ché un vecchio non voglio io per mio marito.

 

65.

Passar me lassaraggio al giovanetto,

E lui davante vo’ lasciare andare;

E questo brutto vecchio e maledetto,

Che è sì canuto e vôlsi maritare,

La forma lasciarà del bacinetto;

E già questa ora mille anni a me pare

Che Ordauro meco nel corso contenda,

Ed io lo baci e per vinta mi renda.”

 

66.

Così parlava meco nel mio core,

Alegra, già vicina alla speranza,

Quando il vecchio malvaggio e traditore

Il terzo pomo della tasca lanza;

E tanto me abagliò col suo splendore,

Che, benché tempo al corso non me avanza,

Pur venni adietro e quel pomo pigliai,

Né Folderico più gionsi giamai.

 

67.

Lui forte ansando alle tende arivava;

E soi gli sono intorno con letizia.

Tutta la gente di fuora cridava:

“Adoprata ha il volpone alta malizia.”

Or tu pôi mo pensar se io biastemava,

Ch’io piansi il sangue vivo per gran stizia;

E nel mio cor dicea: Se egli è volpone,

Farollo essere un becco, per Macone.

 

68.

Ché mai non intrò a giostra cavalliero,

Né a torniamento per farsi vedere,

Che avesse in capo tanto alto il cimiero,

Come io farò di corne al mio potere.

Ponga a guardarme tutto il suo pensiero,

Che non gli giovarà lo antivedere;

E s’egli avesse uno occhio in ciascun dito,

Ad ogni modo rimarrà schernito.”

 

69.

Feci il pensiero e missilo ad effetto.

Ma voi aveti forse altro che fare,

Perché io vedo entrambi nello aspetto

Esser sospesi e de intorno guardare;

Sì che io verrò con voi, e con diletto

La mia novella voglio seguitare,

Qual or vi piace. Prendite la via,

Ch’io serò presta a farvi compagnia. –

 

70.

Rispose Brandimarte: – Il danno mio

M’ha tratto della mente al tutto fuore,

E de mia dama tanto mi sa rio,

Come perduto avessi proprio il core;

Sì che a cercarla è tutto il mio desio,

E sento per la indugia tal dolore

E tanta pena e tanta angoscia e guai,

Ch’io non ho inteso ciò che detto m’hai. –

 

71.

E così tutti tre fôrno accordati

Di cercar Fiordelisa in quel deserto,

E non posar giamai son destinati,

Sin che di lei non sanno al tutto il certo;

E cavalcando se fôrno invïati

Nel bosco ombroso e di rame coperto.

Ma il lor camino e i fatti e il ragionare

Dirovi a ponto in questo altro cantare.

 

 

CANTO VENTESIMOSECONDO

 

1.

Erano entrati alla gran selva folta

Quei tre, come di sopra io vi contai:

Ciascun, dintorno remirando, ascolta

Se Fiordelisa sentisse giamai,

Che fo dal rio palmier dormendo tolta;

E di lei ragionando io ve lasciai,

Che essendo in braccio a quel palmier villano

Cridava aiuto adimandando in vano.

 

2.

Brandimarte il suo drudo allor non vi era,

Che gli potesse soccorso donare;

Anci era travagliato in tal maniera,

Che per se stesso avea troppo che fare;

Perché in quel tempo alla battaglia fera

Con quei giganti prese a contrastare,

Con Ranchera e Marfusto ed Oridante,

Come io ve dissi nel cantar davante.

 

3.

Senza soccorso, adunque, la meschina

Empìa de pianti la selva dintorno,

Né mai de aiuto chieder se rafina,

Battendosi con mano il viso adorno.

Via la portava il vecchio a gran ruina

Sempre temendo averne onta e gran scorno,

Né mai sua mente al tutto ebbe sicura

Sin che fu gionto ad una tomba scura.

 

4.

Nel sasso entrava quel falso vecchione,

Cridando la donzella ad alta voce.

Lui ha ben ferma e certa opinïone

Di sfocar quel disio che il cor gli coce;

Ma ne la tomba alor stava un leone

Ismisurato, orribile e feroce;

Il quale, odendo il crido e gran rumore,

Uscì fremendo con molto furore.

 

5.

Come lo vide il vecchio fuora uscire,

Non domandati se egli ebbe paura;

Pallido in faccia se pose a fuggire,

Lasciando quella bella creatura,

Che di spavento credette morire;

Ma, come volse sua bona ventura,

Lasciolla quel leone, e via passava,

Seguendo il vecchio che fuggendo andava.

 

6.

Lui gionse il vecchio, che al bosco fuggiva,

E tutto quanto l’ebbe a dissipare.

La dama non restò morta né viva,

Né di paura sa quel che si fare;

Pur così quatta per la verde riva

Nascosamente prese a caminare,

E già callato avendo il monte al piano

Ritrovò uno omo contrafatto e strano.

 

7.

Questo era grande e quasi era gigante,

Con lunga barba e gran capigliatura,

Tutto peloso dal capo alle piante:

Non fu mai visto più sozza figura.

Per scudo una gran scorza avia davante,

E una mazza ponderosa e dura;

Non avea voce de omo né intelletto:

Salvatico era tutto il maladetto.

 

8.

Come la dama riscontrò nel prato,

Presela in braccio; e, caminando forte,

Ad una quercia che era lì da lato,

La legò stretta con rame ritorte.

Poi là vicino a l’erba fu colcato,

Mirando lei, che ognior chiedea la morte;

Lei chiedendo morir sempre piangea,

Ma questo omo bestial non la intendea.

 

9.

Lasciamo il dir di quella sventurata,

Che de l’un male in l’altro era caduta;

Ella di stroppe alla quercia è legata,

E sol piangendo il suo dolore aiuta.

Ora ascoltati de l’altra brigata,

Che per cercarla al bosco era venuta:

Orlando e Brandimarte e la donzella

Per lor campata da fortuna fella.

 

10.

In croppa la portava il conte Orlando,

E dolcemente la prese a pregare

Che gli contasse, così caminando,

Quel che promesso avea di ragionare.

Lei, prima leggermente sospirando,

Disse: – D’ognor che senti racontare

De alcun vecchio marito beffa nova,

Tientela certa, e non chieder più prova.

 

11.

Perché tante ne son fatte nel mondo,

Strane e diverse, come aggio sentito,

Che per vergogna già non me nascondo

Se anch’io ne feci un’altra al mio marito;

Anci mi torna l’animo iocondo

D’ognor ch’io mi ramento a qual partito

Fo da me scorto quel vecchio canuto,

Che sì scaltrito al mondo era tenuto.

 

12.

Sì come alla fontana io te contai,

Quel vecchio di me fece il male acquisto;

Il celo e la fortuna biastemai,

Ma ad esso assai toccava esser più tristo,

Ché ne dovea sentire eterni guai,

Né fu dal suo gran senno assai provvisto

A prender me fanciulla, essendo veglio;

Che tuorla antica o star senza era meglio.

 

13.

Lui me condusse con solenne cura,

Con pompa e con trionfo glorïoso,

Ad una rocca che ha nome Altamura,

Dove il suo gran tesor stava nascoso.

Di quel che gli intravenne ebbe paura,

Né ancor vista m’avea, che era zeloso;

Però me pose dentro a quel girone,

Intro una ciambra, peggio che pregione.

 

14.

Là mi stavo io, de ogni diletto priva,

E campi e la marina a riguardare,

Perché la torre è posta in su la riva

D’una spiaggia deserta, a lato al mare:

Non vi puotria salir persona viva

Che non avesse l’ale da volare,

E sol da un lato a quel castello altiero

Salir se puote per stretto sentiero.

 

15.

Ha sette cinte e sempre nova intrata

Per sette torrïoni e sette porte,

Ciascuna piccoletta e ben ferrata.

Dentro a questo giron cotanto forte

Fo’ io piacevolmente impregionata,

Sempre chiamando, e notte e giorno, morte;

Né altro speravo che desse mai fine

Al mio dolore e a mie pene meschine.

 

16.

Di zoie e de oro e de ogni altro diletto

Ero io fornita troppo a dismisura,

Fuor de il piacer che si prende nel letto,

Del quale avea più brama e maggior cura;

E il vecchio, che avea ben de ciò sospetto,

Sempre tenea le chiave alla cintura,

Ed era sì zeloso divenuto,

Che avendol visto non serìa creduto.

 

17.

Perciò che sempre che alla torre entrava,

Le pulice scotea del vestimento,

E tutte fuor de l’uscio le cacciava;

Né stava per quel dì più mai contento,

Se una mosca con meco ritrovava;

Anzi diceva con molto tormento:

è femina, over maschio questa mosca?

Non la tenire, o fa ch’io la cognosca.

 

18.

Mentre ch’io stavo da tanto sospetto

Sempre guardata e non sperando aiuto,

Ordauro, quel legiadro giovanetto,

Più volte a quella rocca era venuto,

E fatto ogni arte e prova; ed in effetto

Altro mai che il castel non ha veduto;

Ma Amor, che mai non è senza speranza,

Con novo antiveder li die’ baldanza.

 

19.

Egli era ricco di molto tesoro,

Ché senza quel non val senno un lupino;

Onde con molto argento e con molto oro

Fe’ comprare un palagio in quel confino

Dove me tenìa chiusa il barbasoro,

E manco de due miglia era vicino.

Non dimandati mo se al mio marito

Crebbe sospetto, e se fu sbigotito.

 

20.

Esso temea del vento che soffiava,

E del sol che lucea da quella parte,

Dove Ordauro al presente dimorava;

E con gran cura, diligenzia ed arte

Ogni picciol pertugio vi serrava,

Né mai d’intorno dal giron se parte;

E se un occello o nebbia nel ciel vede,

Che quel sia Ordauro fermamente crede.

 

21.

Ogni volta salia con molto affanno

Sopra alla torre, e trovandomi sola

Diceva: “Io temo che me facci inganno,

Ché non so che qua su de intorno vola.

Io ben comprendo la vergogna e il danno,

E non ardisco a dirne una parola:

Ché oggi ciascun che ha riguardo al suo fatto,

Nome ha zeloso, ed è stimato un matto.”

 

22.

Così diceva; e poi che era partito,

Rodendo andava intorno a quel rivaggio;

E per spiare ancor tal volta è gito

Dove abitava Ordauro al bel palaggio;

E a lui diceva: “Quel riman schernito,

Che più stima sapere ed esser saggio.

Se una vien còlta, non te ne fidare,

Ché l’ultima per tutte può pagare.”

 

23.

Queste parole e molte altre dicia

Sempre fra denti, con voce orgogliosa.

Ordauro al suo parlar non attendia,

Ma con mente scaltrita ed amorosa

Sotto la terra avea fatto una via,

A ciascuno altro incognita e nascosa.

Per una tomba chiusa intorno e scura

Gionse una notte dentro ad Altamura.

 

24.

E benché egli arivasse d’improviso,

Ch’io non stimavo quella cosa mai,

Io il ricevetti ben con meglior viso

Ch’io non facevo Folderico assai.

Ancora esser mi par nel paradiso,

Quando ramento come io lo baciai,

E come lui baciomme nella bocca;

Quella dolcezza ancor nel cor mi tocca.

 

25.

Questo ti giuro e dico per certanza,

Ch’io ero ancora vergine e polzella;

Ché Folderico non avea possanza,

Ed essendo io fanciulla e tenerella,

Me avea gabata con menzogna e zanza,

Dandomi intender con festa novella,

Che sol baciando e sol toccando il petto

De amor si dava l’ultimo diletto.

 

26.

Alora il suo parlar vidi esser vano,

Con quel piacer che ancor nel cor mi serbo.

Noi cominciammo il gioco a mano a mano;

Ordauro era frezzoso e di gran nerbo,

Sì che al principio pur mi parve strano,

Come io avessi morduto un pomo acerbo;

Ma nella fin tal dolce ebbi a sentire,

Ch’io me disfeci e credetti morire.

 

27.

Io credetti morir per gran dolcezza,

Né altra cosa da poi stimai nel mondo.

Altri acquisti possanza o ver ricchezza,

Altri esser nominato per il mondo.

Ciascun che è saggio, il suo piacere aprezza

E il viver dilettoso e star iocondo;

Chi vôle onore o robba con affanno,

Me non ascolti, ed abbiasene il danno.

 

28.

Più fiate poi tornammo a questo gioco,

E ciascun giorno più crescia il diletto;

Ma pur il star rinchiusa in questo loco

Mi dava estrema noia e gran dispetto;

E il tempo del piacer sempre era poco,

Però che quel zeloso maladetto

Me ritornava sì ratto a vedere,

Che spesso me sturbò di gran piacere.

 

29.

Unde facemmo l’ultimo pensiero

Ad ogni modo de quindi fuggire;

Ma ciò non puotea farsi de legiero,

Ché avea quel vecchio sì spesso a salire

Là dove io stava nel castello altiero,

Che non ci dava tempo di partire.

Al fin consiglio ce donò lo amore,

Che dona ingegno e sotigliezza al core.

 

30.

Ordauro Folderico ebbe invitato

Al suo palagio assai piacevolmente,

Mostrandoli che se era maritato,

Per trarli ogni sospeto della mente.

Lui, da poi che ebbe il castel ben serrato,

Ch’io non potessi uscirne per niente,

Né sapendo di che, pur sbigotito,

Ne andò dove era fatto il gran convito.

 

31.

Io già prima de lui ne era venuta

Per quella tomba sotterra nascosa,

E d’altri panni ornata e proveduta

Sì come io fossi la novella sposa;

Ma come il vecchio m’ebbe qui veduta,

Morir credette in pena dolorosa;

E vòlto a Ordauro disse: “Ahimè tapino!

Ché ben ciò mi stimai, per Dio divino!

 

32.

Io non occisi già il tuo patre antico,

Né abruciai la tua terra con roina,

Che esser dovessi a me crudel nemico

E far la vita mia tanto meschina.

Ahi tristo e sventurato Folderico,

Che sei gabato al fin da una fantina!

Ora a mio costo vadase a impiccare

Vecchio che ha moglie, e credela guardare.”

 

33.

Mentre che lui dicea queste parole

De ira e de sdegno tutto quanto acceso,

Ordauro assai de ciò con lui se dole,

Mostrando in vista non averlo inteso;

E giura per la luna e per il sole,

Che egli è contra ragion da lui ripreso;

E che per il passato e tutta via

Gli ha fatto e falli onore e cortesia.

 

34.

Cridava il vecchio ognior più disperato:

“Questa è la cortesia! questo è l’onore!

Tu m’hai mia moglie, mio tesor robbato,

E poi, per darmi tormento maggiore,

M’hai ad inganno in tua casa menato,

Ladro, ribaldo, falso, traditore,

Perch’io veda il mio danno a compimento

E la mia onta, e mora di tormento.”

 

35.

Ordauro se mostrava stupefatto,

Dicendo: “O Dio, che reggi il cel sereno,

Come hai costui de l’intelletto tratto,

Che fu de tal prudenza e senno pieno?

Or de ogni sentimento è sì disfatto,

Come occhi non avesse, più né meno.

Odi (diceva), Folderico, e vedi:

Questa è mia moglie, e che sia tua credi.

 

36.

Essa è figliola del re Manodante,

Che signoreggia le Isole Lontane;

Forse che in vista te inganna il sembiante,

Perché aggio inteso che fôr due germane

Tanto di faccia e membre simigliante,

Che, veggendole ‘l patre la dimane

E la sua matre, che fatte le avia,

L’una da l’altra non ricognoscia.

 

37.

Sì che ben guarda e iudica con teco,

Prima che a torto cotanto ti doglie,

Perché contra al dover turbato èi meco.”

Diceva il vecchio: “Non mi vender foglie,

Ch’io vedo pur di certo, e non son ceco,

Che questa è veramente la mia moglie:

Ma pur, per non parer paccio ostinato,

Vado alla torre, e mo serò tornato.

 

38.

E se non la riveggio in quel girone,

Non te stimar di aver meco mai pace:

In ogni terra, in ogni regïone

Te perseguitarò, per Dio verace;

Ma se io la ritrovo, per Macone

De averti detto oltraggio mi dispiace;

Ma fa che questa quindi non si mova

Insin ch’io torni e vedane la prova.”

 

39.

Così dicendo, con molta tempesta,

Trottando forte, alla torre tornava;

Ma io, che era de lui assai più presta,

Già dentro dalla rocca lo aspettava;

E sopra il braccio tenendo la testa,

Malanconosa in vista me mostrava.

Come fu dentro ed ebbemi veduta,

Meravigliosse e disse: “Iddio me aiuta!

 

40.

Chi avria creduto mai tal meraviglia,

Né che tanto potesse la natura,

Che una germana sì l’altra somiglia

De viso, de fazione e di statura?

Pur nel cor gran sospetto ancor mi piglia,

Ed ho, senza cagione, alta paura,

Però che io credo, e certo giurarei,

Che quella che è là giù, fosse costei.”

 

41.

Poi verso me diceva: “Io te scongiuro,

Se mai speri aver ben che te conforte:

Fosti oggi ancor di for da questo muro?

Chi te condusse, e chi aperse le porte?

Dimmi la verità, ch’io te assicuro

Che danno non avrai, pena, né morte;

Ma stu mentisci, ed io lo sappia mai,

Da me non aspettare altro che guai.”

 

42.

Ora non dimandar come io giurava

Il celo e’ soi pianeti tutti quanti:

Quel che si fa per ben, Dio non aggrava,