Ottaviano diventa Augusto

“Durante il mio sesto e settimo consolato [28-27 a.C.] dopo aver posto fine alle guerre civili, ottenuto il potere supremo per consenso generale, ho trasferito lo Stato dalla mia potestà  al potere del Senato e del popolo romano. In virtù dei miei meriti, con un senatoconsulto sono stato designato Augusto, le porte dei miei palazzi sono state ornate di alloro a spese pubbliche, una corona civica fissata sulla mia porta e uno scudo doro posto nella curia Giulia, che il Senato e il popolo di Roma mi hanno dedicato, secondo la testimonianza fornita dall’iscrizione posta su questo scudo, a motivo del mio valore, della mia clemenza, del senso di giustizia e della devozione. In seguito mi sono fatto garante della situazione politica in virtù della mia autorità , senza peraltro essere investito di un potere maggiore di quello dei colleghi che ho avuto durante le magistrature. Quando esercitavo il tredicesimo consolato, il senato, l’ordine equestre e tutto il popolo romano mi chiamarono “padre della patria” e stabilirono che questo appellativo dovesse essere scolpito nel vestibolo della mia casa, nella curia Giulia e nel foro (di) Augusto, sotto le quadrighe che mi furono dedicate per deliberazione del senato. Quando ho scritto tutto questo, avevo sessantanove anni.”
Ottaviano Augusto, Res gestae

Leggendo le Res Gestae Divi Augusti, che Augusto ha scritto in prima persona, possiamo intuire il processo che ha portato gradualmente Ottaviano a diventare un imperatore, cui vengono attribuiti vari onori, quasi come fosse un dio. Il giorno della sua nascita e il giorno della battaglia di Azio diventano giorni di festa, il suo nome è celebrato negli inni sacri accanto al nome degli dei. La parola imperatore fino ad Augusto significava solo comandante militare. Ora incomincia a significare quello che intendiamo anche noi con imperatore.

Fu nominato console, tribuno della plebe e censore, e usò quest’ultima carica per riordinare il senato, diminuire il numero di senatori, togliere quelli a lui ostili e insediare i suoi più fedeli. Inoltre si fece nominare principe del senato. A Roma princeps volve dire solo primo” in quanto era il primo a votare nel Senato, e nessuno poi aveva il coraggio di votare in modo diverso. Restarono dunque le magistrature repubblicane, ma ormai non avevano più tutto il loro significato originario di fronte allo strapotere di Augusto.

Nel 27 a.C. assunse la carica nuova di Augusto. La parola Augusto in latino significa colui che dà  potenza, che accresce la città “. Il senato lo rese proconsole di Gallia, Spagna e Siria, cos’ non cera neanche la possibilità  che un altro comandante trovasse gloria distinguendosi nelle zone più turbolente dell’Impero. Tutto l’esercito era nelle sue mani. In quanto tribuno della plebe difende gli interessi del popolo di fronte al Senato e ne controlla gli atti. Dopo la morte di Lepido, diventa infine Pontefice massimo, cioè sacerdote supremo.

Il suo regime sarà  quindi chiamato Principato o Impero.

Il capo di questo nuovo stato sarà  chiamato Augusto, Cesare o appunto Principe o Imperatore

Pace e guerre sotto Augusto

Il 29 a.C. fu chiuso il tempio di Giano, che era chiuso solo in periodo di pace, quindi quasi mai a Roma. La politica di Augusto tese principalmente alla pace, poiché egli si mostrava come colui che aveva portato l’ordine e la tranquillità  a Roma dopo secoli di guerre di conquista e dopo un secolo di guerre civili.

L’esercito venne snellito, anche per evitare di suscitare lambizione di qualche generale.

Volle affermare i valori tradizionali, come il mos maiorum, anche nell’esercito, come testimonia Svetonio nella sua Vita di Augusto.

Ottaviano infatti riordinò l’esercito, congedando 300.000 soldati, cui diede un compenso o con un appezzamento di terreno o con 3000 denari. In Italia rimase la guardia dell’Imperatore, i pretoriani, unico esercito autorizzato ad operare a Roma, e due flotte, una sul Mar Tirreno e una sul Mar Adriatico. Il resto dell’esercito venne concentrato ai confini dell Impero.

Fece la pace con i Parti, che gli riconsegnarono le insegne prese a Crasso senza combattere.

Fece solo due guerre, una per riordinare la Giudea, e una in Germania.

Trasformò la Giudea da stato satellite, stato-cuscinetto a vera e propria provincia romana.

Allargò i confini dell Impero romano fino al Danubio e fino all Elba, ma i Germani ricacciarono i Romani indietro al fiume Reno, sconfiggendoli nella battaglia di Teutoburgo del 9. a.C. e diventando da adesso in poi un popolo non sottomesso, una minaccia ai confini dell Impero romano.

In quella battaglia, i Romani furono intrappolati con l’inganno, all’interno di una fangosa foresta, come racconta Cassio Dione nella seguente lettura:

Le montagne avevano una superficie irregolare interrotta dai burroni e gli alberi crescevano vicini e molto alti. Allora i Romani, anche prima che il nemico li assalisse, stavano attraversando un momento di difficoltà  nell abbattere alberi, costruire strade e creare i ponti che il territorio rendeva necessari. Avevano con sé molti carri e molte bestie da soma come in tempo di pace; inoltre, non poche donne e bambini e un grande seguito di servi li stavano seguendo, un motivo in più per il loro avanzamento in gruppi lenti e poco compatti.
       Nel frattempo si alzò una violenta pioggia e vento che li separò ancora di più, mentre il terreno, che era diventato scivoloso attorno alle radici e ai tronchi, rendeva il camminare molto insidioso per loro, e le cime degli alberi continuavano a rompersi e cadere, causando molto confusione. Mentre i Romani erano in tali difficoltà , i barbari li circondarono improvvisamente da tutte le parti contemporaneamente, passando attraverso i boschetti più densi, poiché conoscevano i sentieri. All’inizio scagliarono le loro raffiche da lontano; quindi, poiché nessuno si difendeva e molti erano feriti, si avvicinarono a loro.
I Romani non procedevano in alcun ordine regolare, ma erano misti a ruota libera con i carri e gli inermi, e cos’, essendo incapaci di schierarsi, ed essendo inferiori di numero rispetto ai loro assalitori, si trovarono in gravissime difficoltà  e non furono in grado di offrire alcuna resistenza.
[…] Il giorno successivo avanzarono in un ordine migliore, e raggiunsero persino l’aperta campagna, anche se non andarono via senza perdite. […] Stavano ancora avanzando quando spuntò il quarto giorno, e di nuovo un violento acquazzone e un violento vento li assalirono, impedendo loro di andare avanti e persino di stare fermi, e inoltre privandoli dell’uso delle loro armi. […] I loro avversari, d’altra parte, essendo per lo più leggermente equipaggiati e capaci di avvicinarsi e ritirarsi liberamente, soffrivano meno della tempesta.
[…] Varo, quindi, e tutti gli ufficiali più importanti, temendo che dovessero essere catturati vivi o essere uccisi dai loro nemici più accaniti (perché erano già  stati feriti), presero la decisione di fare una cosa che era terribile ma inevitabile: si suicidarono.
 

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