La cena di Trimalcione dal Satyricon di Petronio

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La cena di Trimalcione dal Satyricon di Petronio

Biografia: T. Petronius Niger, vissuto alla corte di Nerone, proconsole in Bitinia e poi console, era famoso per la sua raffinatezza e il suo gusto estetico, di qui il cognomen di “elegantiae arbiter.

Nel 66 d.C. si uccide costretto dal princeps, probabilmente a causa dell’invidia di Tigellino.

Fonti: Tacito negli “Annales” ne fa un ritratto (-> lett. p. 200), mettendo in risalto la sua eccentricità; il suicidio è descritto come paradossale: dopo essersi tagliato le vene, banchetta coi suoi amici discutendo di poesia e dettando una lettera di denuncie contro Nerone.

Si è parlato di una “questione petroniana” in quanto non è certa la coincidenza tra questo Petronio e l’autore del “Satyricon”; ormai è comunque generalmente accettata.

Opere: l’opera più importante è il “Satyricon” di cui ci restano parte del XIV e del XVI e tutto il XV; è probabile che il testo abbia subito interpolazioni, oltre che ingenti mutilazioni dovute a pregiudizi moralistici che ne impedirono a lungo anche la diffusione. Non si sa se P. abbia scritto altro.

IL “SATYRICON”

Vi sono molteplici dubbi riguardo a quest’opera. Sono incerti: 1) l’autore, 2) la data di composizione, 3) il titolo, 4) la trama e l’estensione, 5) il genere, 6) lo scopo.

Autore: che l’autore del S. e il P. tacitiano coincidano è suggerito da alcune caratteristiche che entrambi dovevano possedere: spregiudicatezza, disillusione, sguardo critico e un’aristocratica cultura letteraria. Tacito non nomina il S. negli “Annales” probabilmente perchè un testo così eccentrico e scandaloso non si confaceva alla serietà dell’opera tacitiana.

Datazione: l’opera è stata composta non oltre il principato di Nerone: le allusioni e i presupposti sociali della trama sono compatibili con questo periodo storico.

Spesso P. usa una lingua popolare che ha fatto pensare ad un latino tardo; in realtà i volgarismi (simili ai graffiti di Pompei) sono spia di uno strato di latino “basso”.

Un altro elemento utile per la datazione è costituito dal “Bellum Civile” declamato da Eumolpo: si suppone che esso contenga precisi riferimenti alla “Pharsalia”; vero è che Lucano morì solo un anno prima di P., ma è probabile che la parte iniziale del poema fosse già in circolazione da tempo.

Titolo: Satyricon è formato da due grecismi, satyri e il suffisso –ikòs. Si tratta di un errore perchè il titolo latino viene generalmente fatto con il nom. plurale, non con il gen. plurale, quindi sarebbe satyrica.

Alcuni critici legano satyr- all’agg. latino satura, “pieno”, riferito ad un ipotetico lax, “sciolto”, con cui si intende un piatto contenente tante cose diverse.

Trama: Encolpio narra in prima persona; il ritmo è variabile.

  1. E. discute sulla decadenza dell’oratoria con Agamennone, professore da strapazzo.
  2. E. viaggia con Asclìto e Gìtone, giovinetto di cui entrambi sono innamorati.
  3. Quartilla, matrona lussuriosa, li coinvolge in un rito a Priàpo (= dio del pene, legato alla terra).
  4. Partecipano al banchetto di Trimalcione, liberto arricchito e rozzo (-> lett. 6.1.2 p. 204; -> lett. 6.1.3 p.205; -> 6.1.9 p. 216) (NB: la classe dei liberti stava diventando importante a Roma; qui sono visti dall’alto al basso).
  5. E. e Asclito litigano, il secondo rapisce il ragazzo.
  6. E. incontra in una pinacoteca Eumolpo, vecchio poeta vagabondo che gli recita una sua “Presa di Troia” (forse rfr. al componimento di Nerone).
  7. E. recupera G., si libera di Ascilito: nuovo triangolo amoroso con Eumolpo.
  8. Si imbarcano su un mercantile per lasciare la Graeca Urbs.
  9. Una tempesta libera E. dalle insidie di Lica e Trifena, per caso incontrati sulla nave, con cui aveva un conto in sospeso.
  10. I tre si ritrovano a Crotone, in cui imperversa la caccia alle eredità.
  11. I tre si dirigono verso la città, Eumolpo recita il Bellum Civile.
  12. Eumolpo finge di essere un riccone senza eredi e i tre vivono alle spese dei cacciatori di testamenti.
  13. E. ha un’avventura con una certa Circe, ma perde improvvisamente la sua virilità, perchè perseguitato da Priàpo. Si sottopone a umilianti rituali.

 

Genere: il S. appare come una koimè di molteplici generi.

1) Romanzo: per romanzo antico, la critica intende 1-il S. e le “Metamorfosi” di Apuleio, 2-una serie di testi greci (composti tra il I-IV sec. d.C.) con trama pressoché identica: la coppia separata dopo mille peripezie si ricongiunge; il tono è serio, i personaggi sono costruiti per muovere sympàtheia, l’amore è trattato con pudicizia; lo scenario è vario, di scarso interesse l’inquadramento storico (es. “Cherea e Callìroe” di Caritone, “Etiopiche” di Eliodoro). È erede della commedia Nea. Si è pensato al S. come parodia del romanzo greco (anti-romanzo); tutte le caratteristiche tipiche di esso sono stravolte: la coppia è omosessuale, non viene quasi mai separata, il tono non è mai serio , non c’è spazio per la castità nè per la moralità.
2) Novella Milesia: o fabula Milesia, genere di successo a partire dal I sec. a.C.; risale alla “Milesiakà” di Aristìde, ripresa a Roma da Sisenna. Sono caratterizzate da situazioni comiche, piccanti e amorali, i personaggi tipici sono gli sciocchi e le donne lascive, frequente il tema della burla e il capovolgimento finale. Lo stesso materiale narrativo era utilizzato dai mimi. P. riprende molte tematiche e caratteristiche di questo genere letterario minore; la storia raccontata da Eumolpo sulla matrona di Efeso è un tipico esempio di novella Milesia

(-> lett. 6.1.12 p. 221).

3) Satira Menippea: genere iniziato da Varrone e così chiamato in rfr. al filosofo greco Menippo di Gàdara (II sec. a.C.); è caratterizzato da 1-una grande varietà di temi e di forme (comprendeva parti in prosa e parti in poesia), 2-largo spazio lasciato alla componente realistica, 3-il continuo scontro di toni seri e giocosi, di citazioni e di crude volgarità; il tutto, sorvegliato da 4-una raffinata tecnica compositiva. Esempio di questo tipo di satira è l’ “Apokolokyntosis” di Seneca. Si accosta il S. a questo genere per 1-la forma (prosimetro), 2-l’alternanza di toni seri e comici, 3-la composizione a blocchi. La satira però è un componimento molto breve ed è sempre diretto contro qualcuno; questo intento, al di là delle singole parodie, non è percepibile in P.

Confrontando il S. con i generi contemporanei, sono emerse delle somiglianze 1) con il romanzo goliardico e 2) con il romanzo picaresco, che ha molto in comune con la novella boccaccesca (e Milesia).

Caratteristiche:

  • Trama: si presenta come una libera successione di scene con tonalità variabili, collegate da richiami narrativi; vi è la ripetizione di uno schema fisso.
  • Forma: il S. è un prosimetro. Alcune parti poetiche sono affidate alla voce dei personaggi (soprattutto di Eumolpo); altre sono strutturate come interventi del narratore (Encolpio), forniscono la prospettiva in cui è immerso e spesso hanno una funzione ironica perchè il commento poetico non corrisponde, per stile o per contenuto, alla situazione a cui si riferisce.
  • Narratore: è passivo, sottoposto a continui passaggi di fortuna (anche nel romanzo di Apuleio e nella narrativa picaresca).
  • Realismo: P. descrive luoghi tipici del mondo romano (scuola di retorica, riti misterici, banchetto, mercato, tempio) mostrando interesse per il linguaggio e per la mentalità delle diverse classi sociali.
  • Amoralità: P. non offre ai lettori nessuno strumento di giudizio, né un’ideologia positiva; la visione del reale è critica e disincantata, diversamente che nella satira latina in cui i tipi, descritti anche molto realisticamente, sono sempre costruiti attraverso un filtro morale.
  • Parodia: è una componente sempre presente ed è marcata dai frequenti contrasti ironici suscitati dalle parti in versi; l’obiettivo critico di P., tuttavia, è spesso ambiguo. Il S. si può considerare come un gioco di parodie che coinvolge tutti i generi letterari e i miti culturali della sua epoca tanto che alcuni critici lo ha interpretato come una summa enciclopedica letteraria della Roma imperiale.

Da notare i richiami all’Odissea: la struttura <<a viaggio>>, il dio persecutore (da Nettuno a Priàpo!).

 

I PRIAPEA

Si tratta di una raccolta, giuntaci anonima, di circa 80 poesie di lunghezza e metro variabili, unificati dalla figura del dio Priàpo.

Il genere priapeo è un tipo di epigramma in tono scherzoso e di tematica esplicitamente sessuale (praticato anche da Marziale e, sembra, Catullo).

Data la monotonia del tema, l’apprezzabilità dei Priapea sta negli effetti di varietà creati dall’autore.

Spicca una goliardica rilettura dell’Odissea in chiave pornografica.

di Alice Fusè

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