Polemica Togliatti-Vittorini

Togliatti a Vittorini
Quando il «Politecnico» è sorto, l’abbiamo tutti salutato con gioia. Il suo programma ci sembrava adeguato a quella necessità di rinnovamento della cultura italiana che sentiamo in modo così vivo. Naturalmente, noi non pensiamo che spetti a noi, partito politico, il compito immediato e diretto di rinnovare la cultura italiana.
Pensiamo che spetti agli uomini stessi della cultura: scrittori, letterati, storici, artisti. Per questo ci sembrava dovesse essere utile un’azione come quella intrapresa dal «Politecnico», alla quale tu chiamavi a collaborare, secondo un indirizzo che ci sembrava giusto, una parte del mondo culturale italiano. […]
Seguendo la strada per la quale «Il Politecnico» tendeva a mettersi, ci sembrava infatti si potesse arrivare, non solo alla superficialità, ma anche a compiere o avallare sbagli fondamentali di indirizzo ideologico, e in questo modo temevamo che la tua iniziativa avesse ad esaurirsi, come molte altre già si esaurirono, in un conato infruttuoso, se non proprio nel contrario di quelle che sono le tue intenzioni. […]
A noi rincrescerebbe che «Il Politecnico» o se non esso qualche altra rivista di natura culturale, non riuscisse a rompere una buona volta questa tradizione, e a fare finalmente opera seria, profonda, duratura, di rinnovamento. Il nostro voleva quindi essere, più che altro, un richiamo alla serietà del compito che sta davanti a voi, uomini della cultura, e un appello a lavorare, secondo le linee che voi stessi avete tracciato, in modo adeguato a questa serietà”.

Vittorini a Togliatti
lo non voglio dire che politica e cultura siano perfettamente distinte e che il terreno dell’una sia da considerarsi chiuso all’attività dell’altra, e viceversa. Cercherò più avanti di mostrare come invece le due attività mi sembrino strettamente legate.
Ma – certo – sono due attività, non un’attività sola; e quando l’una di esse è ridotta (per ragioni interne o esterne) a non avere il dinamismo suo proprio, e a svolgersi, a divenire, nel senso dell’altra, sul terreno dell’altra, come sussidiaria o componente dell’altra, non si può non dire che lascia un vuoto nella storia.
La cultura che perda la possibilità di svilupparsi in quel senso di ricerca che è il senso proprio della cultura, e si mantenga viva attraverso la possibilità di svilupparsi in «senso di influenza», cioè in un senso politico,
‘La cultura, cioè, deve svolgere il suo lavoro su un doppio fronte. Da una parte  svolgerlo in modo che le masse le restino agganciate e non si fermino, anzi ne ricevano incentivo ad accelerare la propria andatura, e a lasciar cadere sempre più in fretta quelle sopravvivenza di cultura sorpassata che inceppano il loro dinamismo storico.
Da un’altra parte svolgerlo (e allo stesso tempo) in modo che non si verifichino arresti nel suo sviluppo e alterazioni nella sua natura, per via dell’arretratezza culturale in cui le masse, o parte di esse, si trovano. La politica può adeguare la propria azione al livello di maturità raggiunto dalle masse, e persino segnare il passo, persino fermarsi, appunto in ragione del fatto che qualche altra cosa, la cultura, continua ad andare avanti.
Anzi è in questo, direi, che si effettua in pratica la distinzione tra cultura e politica; o almeno è solo in questo che si riesce a veder scorrere separatamente le acque loro attraverso la storia. Politica si chiamerà la cultura che, per agire (e qui lascio intendere «agire» tanto nel senso dello storicismo idealistico quanto in quello dei materialismo storico), si adegua di continuo al livello di maturità delle masse, e segna anche il passo con esse, si ferma con esse,
[…] Continuerà invece a chiamarsi cultura la cultura che, non impegnandosi in nessuna forma di azione diretta, saprà andare avanti sulla strada della ricerca. Ma se tutta la cultura diventa politica, e si ferma su tutta la linea, e non vi è più ricerca da nessuna parte, addio. Da che cosa riceverà la politica l’avvio alla ripresa se la cultura è ferma? […]
Cultura è verità che si sviluppa e muta; e si sviluppa, muta non solo grazie ai mutamenti concreti del mondo e grazie alle esigenze di mutamento che si presentano nel mondo, ma grazie anche al suo proprio impulso per cui essa «è» nella misura in cui è un tale impulso, ovvero nella misura in cui non si placa, non si soddisfa, non si cristallizza in possesso e sistema. Essa è la forza umana che scopre nel mondo le esigenze di mutamento e ne dà coscienza al mondo. Essa, dunque, vuole le trasformazioni del mondo.
[…]
Rivoluzionario è lo scrittore che riesce a porre attraverso la sua opera esigenze rivoluzionarie diverse da quelle che la politica pone; esigenze interne, segrete, recondite dell’uomo ch’egli soltanto sa scorgere nell’uomo, che è proprio di lui scrittore scorgere, e che è proprio di lui scrittore rivoluzionario porre, e porre accanto alle esigenze che pone la politica, porre in più delle esigenze che pone la politica.

Un clima culturale
Dopo la lettura di questi brani tratti dalla Polemica Togliatti-Vittorini abbiamo capito meglio qual è il clima culturale nel quale si sviluppa il neorealismo
Limperativo di fare qualcosa per cambiare la società ingiusta e diseguale induce gli intellettuali a legarsi con una forza politica

Questo porta con sé il rischio che il partito voglia dettar legge anche in campo culturale (es. l’interpretazione di Hemingway giudicato da alcuni troppo intimista”)
Da questa intrusione si difende Vittorini rivendicando il ruolo di ricerca avanguardista degli uomini di cultura

E come tutte le avanguardie, tocca agli intellettuali avventurarsi in zone inesplorate (maniera elegante per cercare di lasciare alla cultura la sua autonomia)
Il problema comunque rimane ed è alla base anche del progressivo esaurirsi della stagione neorealista

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