Professionali, appello agli studenti “non ci sono solo i licei”


Con lo stage in azienda trova lavoro il 60% degli iscritti

La Stampa 16.2.2009

ROMA
«Noi riteniamo, statistiche alla mano, che questa offerta sia necessaria perché in Italia non c’è alternativa all’offerta scolastica lunga, generalista, poco tecnico-professionale che è uno dei limiti del nostro sistema di istruzione superiore». Con queste motivazioni don Mario Tonini, vicepresidente Confap (Confederazione nazionale formazione aggiornamento professionale) , e presidente del Cnos-Fap (Centro nazionale opere salesiane-Formazione aggiornamento professionale) , lancia un appello a prendere in considerazione anche i Centri di formazione professionale, come alternativa a licei e istituti tecnici, in vista dell’iscrizione obbligatoria alla scuola superiore di secondo grado, i cui termini scadono il 28 febbraio.
Meccanici, elettricisti, tecnici del fotovoltaico: diciassettenni che, con una qualifica in tasca, nel 60% dei casi trovano lavoro nelle aziende dove hanno concluso con lo stage la loro formazione. È il risultato del percorso triennale offerto dai Centri di formazione professionale presenti in tutta Italia come alternativa a Licei e Istituti tecnici nell’istruzione superiore di secondo grado. Unofferta formativa che ha uno stretto legame con il mondo del lavoro ed in molti casi forma gli operai specializzati richiesti da aziende come la Fiat, la Schneider, la Apple.
Sono 830 solo i Centri di formazione professionale di ispirazione cattolica censiti dall’Associazione italiana degli Enti di Formazione professionale (Forma), coordinati da 110 strutture regionali e 20.000 operatori (dei quali 12.000 dipendenti). Voluta dai vescovi italiani e promossa tra gli altri dalle Acli, dalla Cisl, dalla Compagnia delle Opere e dalla Confap, Forma è nata nel 1999 per riunire gli enti di formazione d’ispirazione cristiana e rappresenta oggi oltre l’80% dell’attività di formazione professionale che si svolge in Italia, con prevalenza nella formazione professionale iniziale (fascia 14 – 18 anni).
Basti pensare che, su nove milioni di studenti dai 6 ai 18 anni in Italia, sono 900mila gli studenti che scelgono i centri di formazione professionale: rappresentano circa il 5% degli studenti in quella fascia scolare, ma la percentuale raggiunge punte del 19% nelle province di Trento e Bolzano. Più di 300mila si formano ogni anno negli enti cattolici coordinati dalla Confederazione Nazionale Formazione e Aggiornamento Professionale (Confap), che dispone di 285 centri nei quali lavorano oltre 10.000 operatori (8.000 formatori).
«Noi riteniamo, statistiche alla mano, che questa offerta sia necessaria perché in Italia non c’è alternativa all’offerta scolastica lunga, generalista, poco tecnico-professionale che è uno dei limiti del nostro sistema di istruzione superiore», dice don Mario Tonini, dallosservatorio rappresentato dal Centro nazionale Opere salesiane – Formazione aggiornamento professionale (Cnos-Fap), di cui è presidente, che gestisce 64 Centri in tutta Italia (10 in Piemonte ed altrettanti in Sicilia, sette in Veneto, quattro in Lombardia), frequentati da oltre 25mila alunni che diventano ad esempio meccanici dauto, operatori del legno e dellarredamento, grafici, informatici, elettricisti, esperti della ristorazione.
«Un giovane di 14 anni – spiega don Tonini – ha davanti a sé dei percorsi sostanzialmente lunghi, mentre le statistiche ci dicono che una strategia vincente, anche per combattere la dispersione scolastica, soprattutto al Sud, è quella di una proposta articolata e flessibile come quella che noi offriamo e che è oggi l’unica offerta breve alternativa alla formazione intellettuale. La domanda dei giovani c’è: lo si vede dal successo del percorso formativo e dall’efficacia delle esercitazioni, che hanno una valenza di acquisizione delle tecniche di lavoro e non sono solo descrittive».
I dati sulle ricadute occupazionali parlano chiaro. Sono ancora poche le statistiche nazionali ma, secondo dati congiunti dell’Istituto per lo sviluppo della Formazione professionale dei lavoratori (Isfol) e del Censis rilevati tra il 2004 e il 2007, il tasso di occupazione di qualificati e diplomati è del 67,8%. Una percentuale che, secondo il Cnos-Fap, sfiora l’80% in Piemonte, Lombardia e Triveneto, dove i salesiani hanno cercato di modulare i corsi sulle necessità produttive delle aziende presenti sul territorio.
Nel maggio 2008, ad esempio, il Cnos-Fap ha firmato un accordo con la Fiat per attrezzare i laboratori ed assumere i migliori fra i 250 allievi di meccanica dauto che nel 2010 concluderanno il percorso formativo in nove centri di formazione: Torino Rebaudengo, Roma Gerini, San Donà di Piave, Chatillon, Palermo, Genova, Arese, Foligno, Fossano.
Nel dicembre 2008, secondo una ricerca del Cnos-Fap, risultava già occupato malgrado la crisi il 64% degli allievi usciti da sette di questi centri di formazione professionale; il 16% aveva deciso di continuare gli studi e solo il 9% risultava disoccupato. L’accordo già citato sarà esteso ad altri nove centri simili, sparsi in tutta Italia, nel triennio 2010-2013.
Ma quali sono i costi e le necessità? «I nostri corsi -spiega don Tonini- costano attualmente tra i 90mila e i 120mila euro l’anno per ogni classe, se consideriamo l’organizzazione, l’amministrazione, il materiale dei corsi. Sarebbero necessari almeno 700 milioni di Euro per sostenere la formazione professionale iniziale in Italia: diciamo che finora sono stati stanziati 240-250 milioni di euro a livello statale e altre decine di milioni dalle Regioni. Quelle del Nord hanno contribuito in modo consistente, e il Fondo Sociale Europeo ha dato altri finanziamenti. Poi gli istituti professionali statali, quinquennali, in realtà dovrebbero essere riformati per fare vera formazione professionale: questo porterebbe a rivedere l’intero budget, visto che i nostri Centri appartengono ad organismi, come il nostro, che sono emanazione della società civile e non dello Stato».
Don Tonini insiste, quindi sulla validità di questo percorso formativo in regioni, come quelle del Meridione, con alti tassi di dispersione scolastica: «I rapporti Censis e Isfol -sottolinea- ci dicono che la scuola italiana è stata sempre considerata onnicomprensiva e dopo le Medie il giovane ha davanti a sé prevalentemente l’offerta scolastica, diciamo liceale e comunque quinquennale, anche per gli istituti professionali statali».
«Questo significa – aggiunge Don Tonini – che l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro comincia a 19 anni, contro la media europea che è di 18. Un giovane di 14 anni ha davanti a sé dei percorsi sostanzialmente lunghi, mentre le statistiche ci dicono che una strategia vincente è quella di una proposta articolata, differenziata, flessibile come quella che noi offriamo: la formazione professionale è oggi l’unica offerta breve alternativa alla formazione intellettuale lunga, generalista, poco tecnico-professiona le che è uno dei limiti del sistema di istruzione superiore italiano: una tendenza che ha portato al calo progressivo delle iscrizioni negli istituti tecnici statali, che oggi stanno correndo ai ripari con programmi più professionalizzanti» .
«La domanda dei giovani c’è – evidenzia ancora don Tonini – ed è legata alla volontà di qualifiche professionali, più o meno specifiche: lo si vede dall’efficacia delle esercitazioni, che hanno una valenza di acquisizione delle tecniche di lavoro e non sono solo descrittive. Chi ha scelto questo modello di fatto ha combattuto la dispersione scolastica».
«La terza ragione che ci porta ad insistere sulla validità di questo percorso – prosegue Don Tonini – viene dall’analisi della provenienza dei nostri allievi: tra i diplomati di terza media la maggior parte ha un sufficiente”, poi c’è unaltissima percentuale di bocciati dal biennio degli istituti tecnico professionali» .
«Vuol dire che il biennio è una tappa di alta criticità: questi bocciati o abbandonano o ripiegano nella formazione professionale. Il sistema di alcune regioni prevede l’iscrizione e la gestione della formazione professionale da parte delle Scuole Superiori, il Censis lo definisce sistema scuolacentrico” . Questo meccanismo – conclude Don Tonini – di fatto non favorisce la frequenza, il che significa dispersione, non rispecchia l’identità della formazione professionale, non risponde alle attese del mercato del lavoro, oltre a stravolgere la stessa fisionomia della scuola superiore».