Quale tempo

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Prof. Piercarlo Cattaneo

Mi è stato chiesto di fare un articolo sull’idea o meglio la sensazione che noi moderni abbiamo del ‘tempo’ e sulle implicazioni che essa può produrre sulla nostra vita anche quotidiana, soprattutto oggi, in questo nostro tempo, che a dire il vero è, rispetto alle epoche precedenti, un po’ particolare. Il concetto e la definizione di ‘tempo’ è uno dei più difficili della scienza e in particolare della fisica, al punto che gli scienziati si limitano non a definirlo, ma solo a misurarlo. Per cui si potrebbe dire così: si definisce ‘tempo’ ciò che è misurato da uno strumento detto orologio. Ciò può sembrare paradossale, ma è proprio così. Perciò il tempo, così importante nella nostra vita, diventa per la scienza e soprattutto per la fisica, stante la definizione suddetta, irrilevante. E’ chiaro che una situazione di questo tipo è insoddisfacente per lo meno da un punto di vista filosofico ed epistemologico. Ci lascia un po’ con la bocca amara e varrebbe la pena tentarne una risoluzione. Uno spiraglio ci viene offerto dalla termodinamica, la scienza della vita, dove non a caso gioca un ruolo rilevante la temperatura, che come variabile ha le stesse caratteristiche del tempo, ma che ammette perlomeno, benché solo in ambito microscopico, una definizione teorica di tipo meccanico. Difatti la temperatura è associata all’energia cinetica di agitazione termica.
Inoltre in termodinamica assume un ruolo determinante anche l’entropia, la funzione che rappresenta il grado di disordine o il degrado di un sistema. Orbene, a questo punto l’unica possibilità di dare una definizione teorica o ‘metafisica’ del tempo è questa: il tempo è la direzione o la freccia dell’entropia. Ho fatto tutto questo preambolo perché il collegamento inequivocabile tempo-entropia rimanda all’idea degrado-morte, collegata intrinsecamente allo sviluppo di ogni sistema, qualunque esso sia, comunque avvenga. Infatti più un sistema si sviluppa rapidamente più aumenta l’entropia e quindi il disordine; di conseguenza più velocemente scorre il tempo verso quella che è la fine o la morte del sistema stesso. A questo punto si arriva al nocciolo della questione per la quale è stato scritto questo articolo: Perché questo nostro tempo è così turbato, quasi angosciato?”
A mio parere soprattutto perché, pur tenendo conto delle risposte date dalla sociologia e dalla politica (effimere?), viviamo uno sviluppo tecnologico e scientifico così rapido ed irreversibile per cui, anche se inconsciamente, ne sentiamo il ‘degrado’ e il ‘disordine’ associato. Quale è la soluzione a questo modo di ‘sentire’ la realtà che ci preoccupa e che talvolta ci pare opprimere? Dobbiamo riprendere e rinnovare in noi l’idea della ‘trascendenza’ dell’uomo rispetto alla realtà che ci circonda; essere, interpreti ciascuno di noi, anche nel proprio piccolo del ‘proprio destino’; non lasciarci lusingare da una realtà che ci porta a ‘competere’ continuamente per raggiungere obiettivi che alla fine risultano contraddittori o fallaci. In poche parole riaffermare sempre il primato dello ‘spirito’ nei nostri rapporti con la realtà, qualunque essa sia, politica, sociale, economica e soprattutto scientifica. A mio parere questa è l’unica ricetta per gestire in modo armonico una realtà in rapida, anzi, rapidissima evoluzione. Direi che è un nuovo umanesimo che dobbiamo riscoprire e rinnovare dentro di noi, partendo e attingendo alla tradizione; basta solo un piccolo sforzo. Visto poi che l’articolo è pubblicato su di un ‘giornalino’ liceale, penso che sia sufficiente la cultura umanistica impartita nei nostri licei (se è fatta bene!) per gestire in modo appropiato qualsiasi modernità; ma compito e obiettivo del liceo è proprio questo.
O almeno dovrebbe.

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