Riassunto del quindicesimo canto dell’ Orlando furioso di Ludovico Ariosto – di Carlo Zacco

CANTO XV
Sommario. – Migliore è la vittoria riportata senza gravi perdite à¢â‚¬”Continua
l’assalto e la difesa di Parigi à¢â‚¬”Astolfo ha in dono da Logistilla un libro
per sfatare gli incanti e un corno magico à¢â‚¬”il viaggio di Astolfo à¢â‚¬”Astolfo
fa prigioniero il gigante Caligorante à¢â‚¬”Astolfo uccide Orrilo à¢â‚¬”Astolfo con
Grifone e Aquilante si reca a Gerusalemme à¢â‚¬”Grifone, geloso di Orrigille,
parte segretamente per Antiochia.
Migliore è la vittoria
riportata senza gravi perdite (1-2) –
Più lodevole è la vittoria riportata
senza gravi perdite, e perciò fu bella quella ottenuta dal cardinale Ippolito
alla Polesella contro i Veneziani.
Continua l’assalto e la difesa di
Parigi (3-9) -Rodomonte invece, spingendo i suoi a calarsi nel fossato, dove la
fiamma li arse tutti, provocò la morte di dodicimila soldati, mentre egli, con
un salto mirabile, era passato al di là del fossato, entrando in Parigi. Ora,
udendo le grida dei morenti, bestemmia invano di rabbia contro il Cielo.
Agramante, in quello stesso tempo, aveva mosso un impetuoso assalto contro una
porta che credeva indifesa; ma aveva trovato Carlo in persona coi suoi paladini
e col fiore dei suoi soldati.
Astolfo ha in dono da
Logistilla un libro per sfatare gli incanti e un corno magico (10-15)

-Intanto Astolfo, desiderando ritornare in patria, aveva ottenuto da Logistilla
una nave; e la buona fata, temendo che Alcina non gli avesse a tendere qualche
insidia, aveva voluto che le sue ancelle Andronica ( = la Fortezza ) e Sofrosina
( = la Temperanza) lo scortassero con un’armata fino al Golfo Persico. Gli aveva
poi donato un libro magico, che insegnava a render vani tutti gli incanti, e un
corno di orribile suono, che faceva fuggire chiunque l’udisse.
Il viaggio di Astolfo (16-41)
– Astolfo, preso congedo dalla fata, conteggia l’Asia orientale con le sue
infinite isole, gira la Cambogia e la Penisola di Malacca, risale alle foci del
Gange, scende all’isola di Ceylon, doppia il Capo Comosino, e, giunto a Cochino,
esce dal confine indiano. Mentre naviga, chiede ad Andronica se si può, sempre
per via marittima, giungere dall’Europa all’India o viceversa. Essa gli risponde
che ciò per ora non è possibile, perché tra l’Europa e l’India si frappone
l’Africa, che molto si estende verso mezzogiorno, per cui i naviganti, credendo
che essa si congiunga addirittura con l’altro emisfero, si arrestano nel loro
cammino; ma che verrà un giorno, in cui arditi navigatori ( à¢â‚¬”Vasco de Gama),
girando l’Africa, perverranno alle Indie Orientali, mentre altri (= Cristoforo
Colombo), seguendo il cammino verso Occidente, raggiungeranno le Indie
Occidentali. Ciò avverrà, per segreta disposizione divina, sotto l’impero di
Carlo V, il monarca più saggio e più giusto dopo Augusto. Questo imperatore sarà
coadiuvato da insigni condottieri, come Fernando Cortez, il conquistatore, del
Messico; Prospero Colonna, che sconfiggerà i Francesi alla Bicocca; Ferdinando
d’Avalos, marchese di Pescara, che  avrà il maggior merito della vittoria
imperiale di Pavia; il nipote
Alfonso d’Avalos, marchese del
Vasto, che, per quanto in giovane età, sarà nominato capitano di tutte le forze
imperiali; e soprattutto Andrea Doria, che libererà il Mediterraneo dai pirati,
e che, dopo aver portato sopra la sua galea Carlo V in Italia per essere
incoronato imperatore, otterrà come premio la città di Genova ( che egli
rifiuterà di dominare, ma vorrà generosamente ricostituire a libertà) e la
contea di Melfi in Basilicata, donde i Normanni muoveranno alla conquista delle
Due Sicilie. Cos’ parla Andronica, mentre la sorella Sofrosina modera il corso
dei venti.
Dopo pochi giorni Astolfo giunge
al Golfo Persico, dove, ormai fuori dalle insidie di Alcina, continua per terra
il resto del viaggio. Passa boschi, monti, valli; incontra lungo la via ladroni
e belve, ma tutti egli caccia col suono del suo corno. Attraversa l’Arabia, il
Mar Rosso, l’Egitto; e quindi, sempre cavalcando il suo velocissimo Rabicano,
che fu già dell’Argalia, e che si nutre d’aria pura, giunge dove il fiume
Traiano si getta nel Nilo.
Astolfo fa prigioniero il
gigante   Caligorante (42-64)
– Qui Astolfo vede venirsi incontro su una
navicella un eremita, che lo esorta, se gli è cara la vita, a passare con lui
sull’altra riva, perché a sei miglia di distanza vi è un orribile gigante, che,
tendendo un’invisibile rete nel suolo, vi caccia dentro con urla spaventose
tutti i viandanti, e poi, dopo averla tirata a sé con gran risa, li mangia, ne
succhia il sangue e ne sparge le ossa pel deserto. Il Paladino lo ringrazia, ma,
deciso a liberare il mondo da un simile mostro anche a costo della vita,
prosegue il cammino.
Astolfo giunge  presto alla 
solitaria  casa  del  gigante, tutta tappezzata, alle porte e alle finestre, di
membra umane. Il gigante, che ha nome Caligorante, vedendo giungere il Paladino,
se ne rallegra, perché già da due mesi non giungeva più alcuna preda; poi,
disegnando di prendere alle spalle il nuovo venuto, si affretta verso un folto
canneto, dove è nascosta la rete. Ma Astolfo, appena lo vede venire, ferma
cautamente il cavallo e suona il suo corno. Tale suono empie di terrore il
gigante, che si dà alla fuga e rimane impigliato nella sua stessa rete. Era
questa la famosa rete con cui Vulcano aveva legato Venere e Marte; e che poi era
stata rubata da Mercurio per prendere Cloride, dea della primavera; e che infine
era stata conservata per molti secoli nel tempio di Anubi a Canopo, finche
Caligorante, dopo aver incendiato la città e saccheggiato il tempio, se ne era
impadronito.
Astolfo, vedendo il gigante nella
rete, accorre per ucciderlo; ma poi, sembrandogli viltà dar la morte ad uno che
non si può difendere, lo lega solidamente con una catena tolta dalla rete
stessa, gli carica questa addosso, gli aggiunge il suo elmo e il suo scudo, e se
lo porta dietro prigioniero. Giunge in tal modo fino al Cairo, dove il popolo,
sebbene non cos’ numeroso come nei tempi moderni, accorre da ogni parte per
vedere il gran miracolo.
Astolfo uccide Orrilo (65-90)
– Poi Astolfo, sia per il desiderio di vedere la foce del Nilo, sia per il
desiderio di uccidere un famoso ladrone, di nome Orrilo, che infestava quei
luoghi, giunge a Damiata. Questo Orrilo, nato da un folletto e da una fata,
aveva la virtù di non morire mai, perché, comunque mutilato, si riattaccava le
membra e ritornava a combattere. Quando Astolfo giunge alla torre, posta sulla
riva del mare, dove Orrilo abita, trova che un terribile combattimento si è
acceso fra lui e due cavalieri, in cui ravvisa i figli di Oliviero, Grifone il
Bianco e Aquilante il Nero. Già i due fratelli avevano ucciso un mostruoso
coccodrillo, che il ladrone aveva condotto in suo aiuto, ma, per quante membra
gli recidessero dal corpo, egli se le riattaccava come se fossero di cera. Più
volte gli avevano spaccato il capo fino ai denti o fino al petto, ma egli si
ricongiungeva come le gocce disperse del mercurio; più volte gli avevano
troncato il capo dal busto, ma egli, prendendolo per i capelli o pel naso, se lo
rimetteva a posto, e, se lo avevano gettato nel fiume, scendeva a prenderlo e
risaliva con esso sulle spalle. Assistevano al combattimento due donne, una
vestita di bianco e l’altra di nero, che erano due benefiche fate, le quali
avevano sottratto i due fratelli, quando erano ancora piccoli, agli artigli di
due uccelli rapaci, i quali, a loro volta, li avevano rapiti alla madre
Gismonda. Le due fate avevano pregato i due fratelli di ingaggiare questo duello
perché si facessero onore. Sopraggiunta la sera, esse fanno differire la
battaglia fino al mattino, e il ladrone ritorna nella sua torre.
Appena Grifone e Aquilante
s’avvedono dell’arrivo di Astolfo, lo riconoscono e gli fanno gran festa. Le due
fate conducono poi i cavalieri in un sontuoso palazzo, dove siedono a lieta
mensa, mentre il gigante viene legato con una grossa catena ad una quercia ed
affidato a dieci custodi. Mentre si cibano, il discorso cade sullo strano caso
di Orrilo; ed Astolfo, che ha appreso dal libro degli incanti che per uccidere
il ladrone bisogna strappargli un capello fatale, chiede ai due fratelli l’onore
di prendere sopra di sé l’impresa. Questi, pensando che neppure il Paladino 
avrebbe  potuto venirne  a  capo,  sconsentono volentieri.
Al mattino seguente si riaccende
il combattimento tra Astolfo, armato di Spada, ed Orrilo,  armato di mazza.
Dapprima Astolfo gli tronca le mani, le braccia ed altre membra;  ma il ladrone
le va raccogliendo per terra e se le riattacca. Ad un certo punto il Paladino
gli tronca il capo, e, sceso rapidamente da cavallo, lo afferra, salta di nuovo
sul cavallo e fugge via verso il Nilo. Orrilo, sulle prime, va cercando la sua
testa nella polvere; poi, accortosi della fuga del Paladino, dà di sprone al
cavallo e insegue l’avversario, senza poter dir parola, poiché gli manca la
bocca. Intanto Astolfo, sempre fuggendo a cavallo, va dischiomando il sanguinoso
capo, ma, non sapendo fra tanti capelli distinguere quello fatale, glieli recide
tutti con la sua spada, che taglia come un rasoio. Allora il viso di Orillo si
fa pallido, e il busto, che insegue sul cavallo il Paladino,  s’abbatte  inerte 
per  terra. Ma la vittoria non è molto gradita ai due cavalieri, che rimangono
piuttosto  mortificati;   e  soprattutto  alle due donne, che, sapendo come i
loro protetti avrebbero dovuto presto morire in Francia, speravano di
trattenerli a lungo in quest’impresa contro il ladrone.
Ad ogni modo il signore del
castello di Damiata, appresa la morte di Orrilo, ne comunica la notizia al Cairo
mediante una colomba, a cui vien legata sotto l’ala una lettera; e di qui,
mediante altre colombe, la notizia si sparge per tutto l’Egitto, suscitando un
grandissimo giubilo.
Astolfo con Grifone e Aquilante
si reca a Gerusalemme (91-99)
– Poi Astolfo esorta Grifone ed Aqui-
lante ad accompagnarsi con lui
verso il campo cristiano, per soccorrere Carlo contro gli infedeli; e i due
giovani ben volentieri prendono commiato dalle loro fate.
Prima però di dirigersi al campo
cristiano, deliberano di visitare i Luoghi Santi; e, a tal fine, non prendono la
via a sinistra, che è più facile e segue sempre la costa, ma la via a destra,
che è più breve e più aspra, facendo portare a Caligorante le provvigioni per il
viaggio.
Giunti a Gerusalemme, trovano
all’ingresso della città Sansonetto da Mecca, un gentil cavaliere, che Orlando
aveva convertito alla fede cristiana, e che Carlo aveva fatto suo vicario nella
Santa Città. Egli fa ai tre guerrieri le più liete accoglienze; e poiché
disegnava di costruire una fortezza contro l’Egitto e di circondare di mura il
Monte Calvario, Astolfo gli dona il gigante con la rete, in modo che gli possa
servire di aiuto nella sua opera. Egli ha a sua volta in dono una bella cintura
per la spada e due speroni d’oro, che si riteneva fossero appartenuti a S.
Giorgio. Poi il Paladino e i due fratelli fanno penitenza in un monastero, e
visitano i luoghi della passione di Cristo, quei luoghi che ora l’Europa, per le
sue guerre interne, abbandona agli infedeli.
Grifone, geloso di Orrigille,
parte segretamente per Antiochia (100-105) –
Ma mentre compiono questi atti
devoti, giunge un pellegrino dalla Grecia, che annuncia a Grifone come la sua
bella e perfida Orrigille, da lui lasciata inferma a Costantinopoli, sia fuggita
con un nuovo amante in Antiochia. Grifone prova un intenso dolore, tanto più che
non può confidarsi col fratello Aquilante, che ha sempre riprovato quella sua
passione. Perciò senza dir nulla a nessuno, si incammina alla volta di quella
città per ritrovare la donna e punire il rapitore.