Riassunto del quinto canto dell’ Orlando furioso di Ludovico Ariosto – di Carlo Zacco

Canto V
Sommario. – Solo gli uomini, fra tutti gli animali, maltrattano le loro
femmine à¢â‚¬”Dalinda, cameriera di Ginevra, narra a Rinaldo la triste stòria
della sua padrona à¢â‚¬”Rinaldo si affretta alla corte del re,  svela la 
calunnia di  Polinesso  e  l’uccide.
Solo gli uomini, fra tutti gli
animali, maltrattano le loro femmine (1-4
) – Solo gli uomini, fra tutti gli
animali, maltrattano le loro femmine, disonorando in tal modo il proprio nome,
come quei due malandrini che Rinaldo aveva messo in fuga.
Dalinda, cameriera di Ginevra,
narra a Rinaldo la triste storia della sua padrona (5-74
) – La donna che
Rinaldo ha salvato è Dalinda, già cameriera di Ginevra. Essa narra al Paladino
che si era innamorata di Polinesso, duca d’Albania (= Albany, contea di
Scozia), e che, col favore delle tenebre, lo riceveva nottetempo in una delle
camere più segrete della sua signora, calandogli dal verone una scala di corda.
Essa era accecata a tal punto dalla passione, che non si accorse come di giorno
in giorno Polinesso si mostrasse sempre più indifferente verso di lei; e quando
costui, invaghitosi di Ginevra, le chiese aiuto per indurre la fanciulla ad
amarlo, essa fu sollecita a compiacerlo. Ma nulla mai poté ottenere, perché
Ginevra aveva già dato il suo cuore ad un bello e valoroso cavaliere italiano,
di nome Ariodante, che, venuto in Iscozia, era entrato ben presto nelle grazie
del re.
Allora Polinesso, vedendo vano il
suo intento, architettò un piano diabolico. Fingendo di voler vincere il suo
ostinato capriccio, pregò Dalinda di appagargli almeno una volta
l’immaginazione, indossando la notte, quando lo attendeva sul verone, gli abiti
che la principessa deponeva nell’atto di andare a letto. In tal modo gli sarebbe
sembrato di avere accanto quella crudele, e quindi guarire, Dalinda, non
sospettando la frode, eseguì ogni ordine. Intanto Polinesso si era in precedenza
rivolto ad Ariodante, lamentandosi che egli gli contrastasse l’amore con
Ginevra; e Ariodante, stupito, aveva ribattuto che anzi egli disturbava l’amore
esistente tra lui e Ginevra. Allora Polinesso aveva proposto che, dopo aver
entrambi giurato sul Vangelo di mantenere il segreto, ciascuno rivelasse in
quali rapporti fosse con la principessa. Ariodante aveva riferito che Ginevra
aveva promesso che sarebbe stata sua o di nessuno, appena il padre avesse dato
il consenso. Polinesso, a sua volta, si era vantato di avere colla principessa
frequenti convegni notturni. Ariodante avrebbe allora voluto provare con le armi
che il duca era traditore e bugiardo;  ma questo aveva osservato che inutile era
il duello, poiché avrebbe potuto dare, di quanto aveva asserito, le prove
manifeste. E Ariodante, col cuore trafitto, aveva accettato di appiattarsi una
notte di fronte al verone, dove il duca si sarebbe trovato con la principessa.
Fissata la sera del convegno, Ariodante, temendo un agguato, si fece
accompagnare dal fratello Lurcanio, valoroso guerriero, pregandolo di starsene
in disparte e di tenersi pronto a un’eventuale chiamata. Al segnale convenuto,
Dalinda, con le vesti e gli ornamenti di Ginevra, venne sul verone, apparendo in
tutto simile alla sua signora; mentre Polinesso, salito a lei mediante la scala
di corda, l’abbracciava con più affetto del solito. Ariodante, a quella vista,
avrebbe voluto gettarsi sulla propria spada, ma il fratello Lurcanio, accorso in
tempo, gli impedì di farlo, consigliandolo invece ad accusare presso il re la
colpevole. Il misero finse di acconsentire, ma la mattina seguente scomparve
dalla corte senza dir nulla a nessuno.
Soltanto dopo alcuni giorni giunse
un pellegrino, che annunziò a Ginevra come Ariodante si fosse gettato in mare,
dopo averlo incaricato di riferire alla principessa che egli si era ucciso per
aver troppo veduto. Ginevra, a tale annunzio, provò un immenso dolore, non
sapendosi spiegare le misteriose parole di lui; e anche tutta la Corte manifestò
il suo grande compianto. Ma Lurcanio, ardendo d’ira e di dolore, accusò la
figlia dinanzi al re, narrando quel che aveva veduto, e dichiarandosi pronto a
sostenere l’accusa con le armi. Il sovrano, con l’animo straziato, non poté
altro che dar corso alla severa legge di Scozia; ma nello stesso tempo,
ritenendo la figlia innocente, fece bandire che l’avrebbe data in moglie al
cavaliere, che avrebbe smentito con le armi l’accusatore. Purtroppo nessuno si è
ancora presentato ad accettare la sfida, perché tutti temono il valore di
Lurcanio. Anche Zerbino, il valoroso fratello di Ginevra, è lontano.
Il re intanto, sperando di
appurare il vero, aveva fatto prendere le cameriere; e Dalinda, prevedendo il
pericolo per sé e per Polinesso, aveva cercato rifugio presso il duca.   Ma  
questi,   temendo   che   il   suo   iniquo   piano venisse da lei svelato, le
aveva detto di volerla inviare a un suo castello con la scorta di due suoi fidi
e, nello stesso tempo, aveva ordinato a costoro di darle la morte. Ma il barbaro
disegno non poté avere effetto per  l’intervento  di  Rinaldo.
Rinaldo si affretta alla corte
del re, svela la calunnia di Polinesso e l’uccide (75-92) –
Rinaldo, che già
era disposto a combattere per Ginevra, quando ancora non era sicura della sua
innocenza, arde ora più che mai dal desiderio di smentire con le armi l’accusa.
Egli si affretta verso la città di Sant’Andrea, residenza della corte, dove
doveva aver luogo lo scontro per l’onore della fanciulla. Poco lungi dalla città
apprende che è giunto un cavaliere dalle insegne peregrine, sconosciuto a tutti
e perfino al suo stesso scudiero, il quale si è offerto di difendere Ginevra.
Il Paladino, lasciata Dalinda in
un albergo, si porta rapidamente al campo, dove Lurcanio e il cavaliere
sconosciuto, sotto la guardia del Gran Contestabile Polinesso, avevano già
ingaggiato il duello. Egli si fa largo tra la folla, e, giunto innanzi al re,
invoca che si sospenda la prova delle armi, perché entrambi gli avversari sono
caduti in un orribile equivoco. Poi, ottenuta la cessazione del combattimento,
manifesta l’infernale calunnia di Polinesso, offrendosi di provare con le armi
la verità di quanto ha detto.
Polinesso, sebbene assai turbato,
tenta di negare; ma, non vedendo altro scampo, deve accettare la sfida. Al terzo
suono, egli mette la lancia in resta, ma Rinaldo gli trapassa il petto con
Vasta. Prima di morire, il traditore confessa, in presenza del re e detta corte,
la sua frode.

Il re esulta di gioia, e, avendo
riconosciuto Rinaldo che si è tolto l’elmo, ringrazia Dio per il suo felice
intervento. Intanto il cavaliere, che era giunto sconosciuto al campo, si tiene
in disparte. Il re lo prega di palesare il suo nome, o almeno di farsi vedere in
faccia; e quello, dopo molte preghiere, si toglie l’elmo.